Graphomanìa
Ho imparato a scrivere con la matita.
Ricordo ancora le rotondità corsive della A riempire di grigio pallido le pagine del mio quaderno. O le stanghette della E in stampatello che facevo continuamente diventare quattro e poi non erano mai precise. Già, non sono mai stata un tipo preciso io. Non ricordo molto altro dei miei primi tentativi di scrittura.
Non ricordo neppure come fu che imparai a usare la mia prima penna. Ma ricordo con assoluta precisione che era azzurro chiaro, con inchiostro blu, cancellabile come i tratti di matita che riempivano le mie “paginette”, alcuni (pochi per la verità) strofinati dalla gomma così tante volte da sbiadire il rigo sottostante.
Il ricordo che conservo più limpido e netto nel retrobottega del cranio, tuttavia, è il colore delle due penne che avevo con me il giorno del mio esame di prima elementare (due per sicurezza, perché può darsi sempre che una non scriva). Erano identiche: azzurro acceso con l’inchiostro blu (ma questa volta non era cancellabile). Mi servivano per il dettato e l’autodettato (che era il nome con cui allora si chiamava il tema).
È veramente affascinante come funzioni la memoria umana. Non ricordo cosa ho mangiato ieri sera a cena, eppure ricordo nitidamente quelle penne poggiate lì sul banco, come se le avessi qui accanto a me. Non so nemmeno perché, di tutte le cose che la mia memoria poteva decidere di conservare nel suo archivio, abbia scelto proprio questa.
Mi è sempre piaciuto scrivere, fin dai primi anni.
Mi piaceva l’effetto che fa l’inchiostro blu sulla pagina bianca, il movimento della mano che regge la penna, mi piaceva che fosse tutto perfetto, pulito e ordinato. E mentre la mia camera assumeva sempre più le sembianze di un mercato delle pulci, io tenevo ordinati i miei quaderni di scuola con una meticolosità quasi chirurgica, a vederli si sarebbe potuto tranquillamente pensare che fossi la precisione fatta bambina.
Il fatto è che mi piaceva (e ancora oggi mi piace) la bella scrittura. Studiavo la mia calligrafia perché fosse quanto più possibile pulita e cercavo di non sbagliare per non “fare cancellature”. Ricopiavo le mie minute con lo scrupolo certosino di un amanuense, ma a volte avevo la mano un po’ troppo pesante: capitava che il foglio mi si bucasse, o più spesso che lo scritto mi si calcasse nelle pagine successive, con conseguente grande disappunto del mio senso estetico e dolori lancinanti al polso destro.
Poi al ginnasio scoprii le meraviglie della penna stilografica: come scivolava leggera sul foglio! Niente più quaderni coi solchi e niente più polsi doloranti. Però a volte mi macchiava le dita perché tendo a mantenere le penne troppo vicino alla punta. Così spesso, dopo un compito in classe, tornavo a casa con il medio della mano destra tutto macchiato di inchiostro blu che ci volevano non so quante energiche strofinate di sapone per sciogliere. Ma in compenso i miei scritti erano più lindi che mai.
Ho iniziato a scrivere con la matita.
I miei primi tentativi di poesia, dico.
Scrivevo sempre tutto a matita, come quando da bambina imparavo le A. Così potevo cancellare, se volevo. Il bello è che non ricordo di avere mai cancellato nulla, in realtà. Oggi quegli scritti sono talmente scoloriti che per leggerli ci vorrebbe una lampada di Wood, ma forse neanche quella servirebbe da quanto era leggera la mia mano allora, ormai tanto abituata alla penna stilografica da poggiarsi appena sui fogli.
Adoravo scrivere lettere. Passavo ore ed ore con la penna tra le dita a raccontarmi alle mie amiche in giro per l’Italia, con l’illusione che mentre scrivevo fossero lì accanto a me. E alla fine avevo sempre le dita sporche di blu.
Dopo era bello stare ad aspettare la posta e poi scoprire il mittente dalla calligrafia che aveva scritto il mio indirizzo.
Non esistevano lettere anonime. Nemmeno quelle in stampatello. Dietro ogni scrittura c’era sempre una persona che potevo riconoscere dai ghirigori sul foglio.
Poi nella mia vita è arrivata l’elettronica e ho dovuto imparare a scrivere di nuovo.
Ricordo ancora il primo racconto che copiai sul computer di mio padre, quando ancora non esisteva Word, i testi erano tutti verdi su uno sfondo nero senza finestre, io usavo solo due dita per digitare e mi perdevo continuamente dentro la tastiera, con mio padre che seguitava a ripetermi che il computer non è una macchina da scrivere e non c’era alcun bisogno di zappare sopra i tasti.
Ora ho due computer, salvo i miei scritti in formato .doc che posso cancellare e ricancellare tutte le volte che voglio senza lasciare tracce, o spedire a fare il giro del mondo in tempo reale e l’unica penna facilmente reperibile in casa mia è la pendrive, però a volte mi mancano le dita macchiate di blu e l’odore dell’inchiostro tra le righe.


ottobre 4th, 2009 at 13:39
Oltre ad essere una bellissima e commovente pagina, ha una struttura narrativa ineccepibile e accattivante.
L’ho letto in un fiato e sai quanto per me sia indicativo.
ottobre 4th, 2009 at 20:49
Me le ricordo le tue poesie scritte a matita, e anche la tua stilografica, e le tue lettere… (ma non hai dimenticato di aggiungere che la tua grafia era così minuta che per interpretarla ci voleva una lente di ingrandimento!).
Leggere la tua bellissima pagina mi ha fatto venire nostalgia.
ottobre 4th, 2009 at 22:41
Mi piace molto, Chiara. Uso ancora le matite, continuo ad avere un bel legame. Tutto il contrario con le penne, ne ho tante ma non sembrano scrivere mai, mentre alle elementari con un paio ci passavo tutto l’anno.
un caro saluto
Matite
*
C’era una matita incerta
che presa dalla scoperta
di polvere di grafite
si trovò un giorno sfaldata
da tanti giri di vite.
Tutta sola e sconsolata
finì nella pattumiera
tra torsoli forestiera.
*
Prendere in mano una matita
porta spesso a niente, non sempre
segue qualcosa di decente
che val la pena custodire.
A volte aiuta tuttavia
stringere l’esile legnetto,
il calore del giallo oro.
Conforta sapere che in alto
c’è una gomma che spazza via
tutti quei segni contundenti
dei nostri affanni e accidenti.
Abele
ottobre 5th, 2009 at 12:45
@Carla: la nostalgia è venuta anche a me mentre scrivevo. Mi fa piacere essere riuscita a comunicarla.
@Abele: ti ringrazio. In effetti i tuoi versi hanno colto pienamente il senso del mio scrivere a matita di allora: di pensieri che si sanno caduchi e di una gomma confortante.