Crepuscolo
novembre 30th, 2009Nel senso capovolto
del sole all’ultimo raggio
resta il tempo
per cullare l’infanzia della notte
che dissolve
Nel senso capovolto
del sole all’ultimo raggio
resta il tempo
per cullare l’infanzia della notte
che dissolve
Domenica mattina.
I parenti a pranzo.
Mio cugino di sei anni si aggira per la casa come un’anima in pena rifiutandosi di sedersi a tavola. Poi si siede, giocando col Game Boy: non sia mai si annoiasse.
ZIO: Alessandro, conto fino a zero, poi vengo!
ALE: Zero viene prima di uno. (gioca col Game Boy)
ZIO: Che c’entra?
ALE: Il bersaglio!
ZIO: Che dici?
ALE: Hai detto che centra. Centra il bersaglio.
ZIO: Mangia, Ale!
(Ale mangia: primo, secondo, contorno, frutta no, dolce, dolce, dolce, dolce, gelato, gelato, gelato, poi si alza)
ALE (tono lamentoso, come se chiedesse la carità): Posso avere un altro tozzo di pane?
ZIO: ‘Sta fermo!
ALE: Pure raffermo me lo vuoi dare?
ZIO: Sto sentendo il telegiornale: è esploso lo Shuttle! Sono tutti morti.
ALE: Hanno sofferto molto, quando sono morti?
ZIO: Non se ne sono nemmeno accorti!
ALE: Ah! Allora credono di essere ancora vivi?
ZIO: Alessandro, per favore, vai di là a vedere se ci sei! (il bambino va di là, poi torna di qua)
ALE: Sì, ci sono!
ZIO: Ma come fai ad essere di là se sei di qua? Vai di là a guardare meglio!
ALE: (va di là, poi torna di qua) Sì, sì, ci sono proprio, ci sono. Mi sono pure chiamato!
ZIO: Ah ti sei chiamato? E che ti sei detto?
ALE: Alessaaaaaaaaaandroooooooooo!
ZIO: E ti ha risposto?
ALE: Chi?
ZIO: Alessandro!
ALE: No, non c’era!
ZIO: Allora lo vedi che avevo ragione io? Che non c’eri di là, infatti stai di qua!
ALE: Ma quando sono andato a vedere se c’ero, mi sono trovato!
Squilla il telefono, vado a rispondere.
IO: Pronto?
NONNA: Chi è?
IO: Come chi è? Sono io nonna!
NONNA: E che ci fai là?
IO: È casa mia nonna!
NONNA: E ci sei anche tu?
IO: (Tono tra il rassegnato, il sardonico e l’esasperato) No, nonna, io non ci sono!
NONNA: Ah non ci sei? E dove stai?
IO: Qua!
NONNA: Dove qua?
IO: A casa, nonna!
NONNA: Chi c’è?
IO: Ci sono tutti. Ale sta di là a vedere se c’è!
NONNA: E c’è?
IO: Chi?
NONNA: Alessandro!
IO: Pare proprio di sì.
MAMMA (dal salotto): Chi è?
IO: La nonna, mamma!
MAMMA: Passamela!
IO (felice): Ti passo mamma, nonna!
NONNA: Dove me la passi?
IO: Per telefono!
NONNA: E come si fa?
IO: Buona Notte, nonna.
NONNA: Sono solo le quattro del pomeriggio.
IO: Ciao, nonna.
ZIO: Stanotte è luna piena.
ALE: Io dormo all’una piena.
IO: Ale, ti prego!
ALE: Mi preghi cosa?
IO: ‘Sta zitto, un po’!
ZIO: Sì, Ale, sciò, capito Ale? Sciò, Ale, sciò, sciò!
ALE: Eh! Vabbè sto già scioendo! (se ne va)
(Fortunatamente, dopo un po’ scioano tutti, Game Boy compreso)
IO: (guardando anelante la strada di sotto): Ora mi ammazzo, mi butto giù, giù dall’ammezzato, ma che mi butto a fare? Che tanto dall’ammezzato mica mi ammazzo, al massimo mi ammezzo.
È bella e sfrontata la luna stasera: suprema banalità di poeta!
Sarà tutto quel suo stregonesco lucore, saranno le cruente battaglie planetarie che già da un po’ funestano il mio altrimenti pigro quadro astrale, sarà una qualche rara forma di attrazione, insomma: qualunque cosa sia, oggi mi si è cucito addosso quel certo guazzabuglio di umor nero che chiamano melanconia.
E allora penso alla figlia che non sono stata, alla madre che forse non sarò, al tempo che trascorre sul pelo del mio cane, a tutte quelle vite che ho sfiorato, costellazioni aperte di parentesi che poi, distrattamente, ho scordato di chiudere.
Conservo infiorescenze di strofe incompiute, rammarichi diversi e rabdomanti, cornici in bianco e nero e risonanze. Ricordi persi e poi recuperati, o refusi ancestrali, cimeli e altro ancora che non so.
Ma intanto, ecco, già mi faccio eco: riflesso del semantico valore dell’onomatopea in un sorriso.