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	<title>Inchiostro blu</title>
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	<description>Chiara Vitagliano</description>
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		<title>Crepuscolo</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 13:33:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel senso capovolto
del sole all’ultimo raggio
resta il tempo
per cullare l’infanzia della notte
che dissolve
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel senso capovolto<br />
del sole all’ultimo raggio<br />
resta il tempo<br />
per cullare l’infanzia della notte<br />
che dissolve</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scene di ordinaria follia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 09:44:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[spigolature]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenica mattina.
I parenti a pranzo.
Mio cugino di sei anni si aggira per la casa come un’anima in pena rifiutandosi di sedersi a tavola. Poi si siede, giocando col Game Boy: non sia mai si annoiasse. 
ZIO: Alessandro, conto fino a zero, poi vengo!
ALE: Zero viene prima di uno. (gioca col Game Boy)
ZIO: Che c’entra?
ALE: Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Domenica mattina.<br />
I parenti a pranzo.<br />
Mio cugino di sei anni si aggira per la casa come un’anima in pena rifiutandosi di sedersi a tavola. Poi si siede, giocando col Game Boy: non sia mai si annoiasse.</em> </p>
<p>ZIO: Alessandro, conto fino a zero, poi vengo!<br />
ALE: Zero viene prima di uno. (<em>gioca col Game Boy</em>)<br />
ZIO: Che c’entra?<br />
ALE: Il bersaglio!<br />
ZIO: Che dici?<br />
ALE: Hai detto che centra. Centra il bersaglio.<br />
ZIO: Mangia, Ale! </p>
<p><em>(Ale mangia: primo, secondo, contorno, frutta no, dolce, dolce, dolce, dolce, gelato, gelato, gelato, poi si alza) </em></p>
<p>ALE <em>(tono lamentoso, come se chiedesse la carità)</em>: Posso avere un altro tozzo di pane?<br />
ZIO: ‘Sta fermo!<br />
ALE: Pure raffermo me lo vuoi dare?<br />
ZIO: Sto sentendo il telegiornale: è esploso lo Shuttle! Sono tutti morti.<br />
ALE: Hanno sofferto molto, quando sono morti?<br />
ZIO: Non se ne sono nemmeno accorti!<br />
ALE: Ah! Allora credono di essere ancora vivi?<br />
ZIO: Alessandro, per favore, vai di là a vedere se ci sei! <em>(il bambino va di là, poi torna di qua) </em><br />
ALE: Sì, ci sono!<br />
ZIO: Ma come fai ad essere di là se sei di qua? Vai di là a guardare meglio!<br />
ALE: <em>(va di là, poi torna di qua</em>) Sì, sì, ci sono proprio, ci sono. Mi sono pure chiamato!<br />
ZIO: Ah ti sei chiamato? E che ti sei detto?<br />
ALE: Alessaaaaaaaaaandroooooooooo!<br />
ZIO: E ti ha risposto?<br />
ALE: Chi?<br />
ZIO: Alessandro!<br />
ALE: No, non c’era!<br />
ZIO: Allora lo vedi che avevo ragione io? Che non c’eri di là, infatti stai di qua!<br />
ALE: Ma quando sono andato a vedere se c’ero, mi sono trovato! </p>
<p><em>Squilla il telefono, vado a rispondere. </em></p>
<p>IO: Pronto?<br />
NONNA: Chi è?<br />
IO: Come chi è? Sono io nonna!<br />
NONNA: E che ci fai là?<br />
IO: È casa mia nonna!<br />
NONNA: E ci sei anche tu?<br />
IO: <em>(Tono tra il rassegnato, il sardonico e l’esasperato)</em> No, nonna, io non ci sono!<br />
NONNA: Ah non ci sei? E dove stai?<br />
IO: Qua!<br />
NONNA: Dove qua?<br />
IO: A casa, nonna!<br />
NONNA: Chi c’è?<br />
IO: Ci sono tutti. Ale sta di là a vedere se c’è!<br />
NONNA: E c’è?<br />
IO: Chi?<br />
NONNA: Alessandro!<br />
IO: Pare proprio di sì. </p>
<p>MAMMA <em>(dal salotto</em>): Chi è?<br />
IO: La nonna, mamma!<br />
MAMMA: Passamela!<br />
IO <em>(felice)</em>: Ti passo mamma, nonna!<br />
NONNA: Dove me la passi?<br />
IO: Per telefono!<br />
NONNA: E come si fa?<br />
IO: Buona Notte, nonna.<br />
NONNA: Sono solo le quattro del pomeriggio.<br />
IO: Ciao, nonna. </p>
<p>ZIO: Stanotte è luna piena.<br />
ALE: Io dormo all’una piena.<br />
IO: Ale, ti prego!<br />
ALE: Mi preghi cosa?<br />
IO: ‘Sta zitto, un po’!<br />
ZIO: Sì, Ale, sciò, capito Ale? Sciò, Ale, sciò, sciò!<br />
ALE: Eh! Vabbè sto già scioendo! <em>(se ne va)</em> </p>
<p><em>(Fortunatamente, dopo un po’ scioano tutti, Game Boy compreso) </em></p>
<p>IO: <em>(guardando anelante la strada di sotto)</em>: Ora mi ammazzo, mi butto giù, giù dall’ammezzato, ma che mi butto a fare? Che tanto dall’ammezzato mica mi ammazzo, al massimo mi ammezzo. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Selene o Lunatica</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 22:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[spigolature]]></category>

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		<description><![CDATA[È bella e sfrontata la luna stasera:  suprema banalità di poeta!
Sarà  tutto quel suo stregonesco lucore, saranno le cruente battaglie planetarie che già da un po’ funestano il mio altrimenti pigro quadro astrale, sarà una qualche rara forma di attrazione, insomma: qualunque cosa sia,  oggi mi si è cucito addosso quel certo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È bella e sfrontata la luna stasera:  suprema banalità di poeta!</p>
<p>Sarà  tutto quel suo stregonesco lucore, saranno le cruente battaglie planetarie che già da un po’ funestano il mio altrimenti pigro quadro astrale, sarà una qualche rara forma di attrazione, insomma: qualunque cosa sia,  oggi mi si è cucito addosso quel certo guazzabuglio di umor nero che chiamano melanconia.</p>
<p>E allora penso alla figlia che non sono stata, alla madre che forse non sarò, al tempo che trascorre sul pelo del mio cane, a tutte quelle vite che ho sfiorato, costellazioni aperte di parentesi che poi, distrattamente, ho scordato di chiudere.  </p>
<p>Conservo infiorescenze di strofe incompiute, rammarichi diversi e rabdomanti, cornici in bianco e nero e risonanze. Ricordi persi e poi recuperati, o refusi ancestrali, cimeli e altro ancora che non so.</p>
<p>Ma intanto, ecco, già mi faccio eco: riflesso del semantico valore dell&#8217;onomatopea in un sorriso.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>[...]</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 12:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[in tagli d&#8217;ansia legasti la mano
che soffrì i chiodi del tuo starmi accanto
e adesso che ricucio lembo a lembo
gli squarci non sanati dal distacco
mi trema tutto il senso dell&#8217;amore
nel lancinante mio volerti madre
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>in tagli d&#8217;ansia legasti la mano<br />
che soffrì i chiodi del tuo <em>starmi accanto</em></p>
<p>e adesso che ricucio lembo a lembo<br />
gli squarci non sanati dal distacco</p>
<p>mi trema tutto il senso dell&#8217;amore<br />
nel lancinante mio volerti <em>madre</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ufficio Tempi Smarriti</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 17:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prosa]]></category>

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		<description><![CDATA[La scritta campeggiava enorme, gialla su fondo nero: “Ufficio Tempi Smarriti”.
Era stato chiamato per un colloquio di lavoro per un posto da addetto al recupero crediti ed era finalmente giunto a destinazione.
Si fermò un istante davanti all’austera porta nera: gli incuteva un po’ di soggezione, a dire la verità, ma il recupero era la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scritta campeggiava enorme, gialla su fondo nero: “Ufficio Tempi Smarriti”.<br />
Era stato chiamato per un colloquio di lavoro per un posto da addetto al recupero crediti ed era finalmente giunto a destinazione.<br />
Si fermò un istante davanti all’austera porta nera: gli incuteva un po’ di soggezione, a dire la verità, ma il recupero era la sua specialità, non poteva sbagliare, non poteva andargli male.<br />
Si lisciò il vestito un po’ spiegazzato dal lungo viaggio, si diede una pettinata e si preparò ad entrare ostentando sicurezza, com’è buona norma  per un colloquio di lavoro: pancia in dentro e petto in fuori.<br />
Timidamente bussò alla porta.<br />
“Venite avanti!” gli rispose una voce un po’ stridula dall’altra parte dell’uscio. “Accomodatevi, accomodatevi pure qui. Potreste avere la compiacenza di ricordarmi il vostro nome? Sapete, coi tempi che corrono tendo a perdermi qualche dato per strada.” L’omiciattolo dietro la scrivania lo guardò coi suoi piccoli occhi di ratto:<br />
“Io sono Astolfo, Astolfo Paladino al vostro servizio, messere!”<br />
“Bene, bene, Astolfo Paladino; e quali sono le vostre credenziali?”<br />
“Posseggo un Ippogrifo!”<br />
“Ma bene! Ottima partenza, sapete? Di questi tempi non sono molte le persone che possano permettersi un ippogrifo. L’ultima che è passata di qua, è stata trasferita due mesi fa all’ “ Ufficio Tempi Morti”, per sopraggiunti limiti di età dell’animale.<br />
Voi però, mi sembrate giovane, forte e ben motivato! Direi che possiamo procedere ad enunciare quali sarebbero i vostri compiti in caso di assunzione. A proposito, credo che sappiate che si tratterebbe di un Co.Co.Co.: Contratto Complemento di tempo Continuato.<br />
Come certamente saprete, ogni istante smarrito va a finire sulla luna insieme ad ogni altra cosa che si perde sulla Terra. Il vostro compito sarebbe dunque quello di recuperare gli istanti perduti, i crediti del tempo e riportarli dalla luna fino a noi, in modo che possano essere smistati all’Ufficio del Registro ed archiviati come protocolli in entrata. Di questo noi viviamo: di ogni attimo perduto sulla terra che, recuperato, serve ad alimentare il nostro Tempo eterno, che si ristruttura e si rigenera attraverso il tempo perso dagli uomini sulla terra. Tutto chiaro?”<br />
Astolfo detestava il burocratese, non riusciva a prestare attenzione a tutti quei paroloni, non gli era chiaro proprio per niente, ma era sicuro che gli sarebbe stato tutto chiaro una volta cominciato il lavoro. Poi mica si può dire “non ho capito” durante un colloquio di lavoro: è la cosa più sbagliata da fare in una simile contingenza. Perciò disse solo:<br />
“Perfettamente. Quando comincio?”<br />
“Anche subito, se volete: avete con voi il vostro Ippogrifo?”<br />
“Certo che sì; non mi muovo mai senza!”<br />
“Benissimo! Allora benvenuto a bordo, Astolfo Paladino: mi auguro che vi troverete bene qui!”<br />
“Ne sono certo, messere! Servo vostro!” </p>
<p>Astolfo, raggiante in sella al suo bell’Ippogrifo nero, cavalcava tra le nuvole salendo a spirale nella stratosfera e poi su, dritto fino alla Luna.<br />
Era incredibile la quantità di oggetti ed occasioni attraverso cui era costretto a farsi largo: un’infinità di penne, matite, chiavi, ombrelli, ricordi, amori, poesie, senni, opportunità.<br />
Per non parlare degli attimi smarriti. Ce n’era un’intera montagna, proprio sopra il Mare della Tranquillità, formata da tutti gli istanti perduti dai terrestri distratti, che Astolfo pensava di dover recuperare e restituire ai legittimi proprietari. Sì, perché sotto ogni istante perduto c’era il nome della persona a cui era appartenuto. Con un Ippogrifo veloce come il suo sarebbe stato un gioco da ragazzi riportarli sulla terra dopo essere stati coscienziosamente protocollati da chi di dovere all’Ufficio del Registro. Astolfo cominciò a darsi da fare attorno a quell’immensa montagna, fino a che la sirena che segnalava la pausa pranzo non lo richiamò indietro.<br />
“Bene, bene, Astolfo Paladino!” disse il topomino sfregandosi le mani, non appena vide l’immensa quantità di tempo perduto recuperato dal suo solerte impiegato: “Niente male davvero come prima esperienza, niente male davvero!” il volto da sorcio si aprì in un sorriso sdrucciolo, sinistro e lugubre.<br />
Il capo ufficio suonò una campanella e subito, alle sue spalle, comparve un impiegato in livrea grigia:<br />
“Ufficio Registro Protocollo in entrata”, gracchiò l’omuncolo porgendo all’impiegato la sporta piena di attimi perduti recuperata da Astolfo. “Giornata di baldoria oggi, grazie al nostro valoroso Paladino!”<br />
Astolfo si riscosse: “Chiedo venia, messere, ho inteso bene? Ufficio Protocolli in entrata, avete detto?”<br />
“Proprio così, ragazzo mio, proprio così!”<br />
“Ma io credevo di dover restituire i crediti perduti ai legittimi proprietari, giù sulla terra!”<br />
“Caro ragazzo, ma siamo noi i legittimi proprietari del tempo perduto! A chi credete che appartengano i momenti persi? Come credete che potremmo sopravvivere, se non nutrendoci del tempo perso dalla gente sulla terra?”<br />
“Ma io credevo che…”<br />
“Voi presumete, Paladino, voi presumete. Qui da noi la presunzione non è la benvenuta! Avete firmato un contratto al quale siete obbligato a tener fede, se non volete essere sbattuto a lavorare all’Archivio Tempi Morti.”<br />
“Ma il recupero crediti, le persone che aspettano di recuperare il loro tempo perduto e…”<br />
“Siete un ingenuo, ragazzo mio! Non esistono crediti da recuperare. Non si recupera mai il tempo perduto. È solo un’illusione dei miseri mortali terrestri, quella di poter recuperare il tempo perso. Non esiste! Il tempo smarrito sulla terra è smarrito per sempre. Noi lo recuperiamo e ce ne nutriamo per produrre altro tempo, altri istanti: per ripararci e fortificarci!”<br />
“Ma è crudele, messere!”<br />
“No, Paladino, non è crudele: noi non obblighiamo la gente a perdere il suo tempo; semplicemente ne forniamo una certa dose, un Tempo Determinato. Sta agli umani, poi, scegliere come spenderlo, come averne cura e quale uso farne.<br />
A noi spetta di recuperare gli istanti smarriti e riportarli qui. Non esiste un Ufficio Tempi Smarriti sulla terra, mio caro ragazzo: il tempo perso è perso!”<br />
“Ma così noi inganniamo i mortali!”<br />
“Voi credete, ragazzo, mio? O non sono piuttosto i mortali ad ingannare se stessi? Non sanno che farsene del loro tempo, questa è la verità, ne hanno troppo. Passano la vita ad ammazzarlo e ad ingannarlo e poi, quando si accorgono di averlo perduto, vengono a supplicarci di restituirglielo. L’Ufficio Reclami trabocca di lamentele da non poterne più.<br />
Così va il mondo, amico mio; questo è il vostro lavoro, adesso: prendere o lasciare!”<br />
“Prendo, prendo!” rispose mestamente Astolfo Paladino.<br />
“Benvenuto nel mondo del lavoro, ragazzo mio!”</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Marginalia</title>
		<link>http://inlibraria.com/chiaravitagliano/2009/10/18/marginalia/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 20:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[(Distesa)
accoccolata al margine
lindo delle lenzuola
accartocciata
fra mani amniotiche
C&#8217;è qualcosa di assordante
nel silenzio
in questa nottefruscio
desolante di pioggia
che non mi fa dormire
non mi fa
dormire
So che fui per te
ancora
(ti fui)
passeggera
di un volo
in transito
scalo
e
non posso
spegnere la pioggia
(dormire)
o addio
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Distesa)</p>
<p>accoccolata al margine<br />
lindo delle lenzuola</p>
<p>accartocciata<br />
fra mani amniotiche</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di assordante<br />
nel silenzio<br />
in questa nottefruscio<br />
desolante di pioggia<br />
che non mi fa dormire</p>
<p>non mi fa<br />
dormire</p>
<p>So che fui per te<br />
ancora<br />
(ti fui)<br />
passeggera<br />
di un volo<br />
in transito</p>
<p>scalo</p>
<p>e</p>
<p>non posso<br />
spegnere la pioggia</p>
<p>(dormire)</p>
<p>o addio</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>i(n)solazione</title>
		<link>http://inlibraria.com/chiaravitagliano/2009/10/09/insolazione/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 12:11:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[certe volte m&#8217;insólo
nebulosa
in isteria
di pensieri infascinati
bacchette di shangai
gettate a caso
che manca il nero
e non si può giocare
allora sono
il cibo di certi sogni
parossismo biliare
e non ho braccia
a modularci il volo
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>certe volte m&#8217;insólo<br />
nebulosa</p>
<p>in isteria<br />
di pensieri infascinati</p>
<p>bacchette di shangai<br />
gettate a caso<br />
che manca il nero<br />
e non si può giocare</p>
<p>allora sono<br />
il cibo di certi sogni<br />
parossismo biliare</p>
<p>e non ho braccia<br />
a modularci il volo</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Graphomanìa</title>
		<link>http://inlibraria.com/chiaravitagliano/2009/10/04/graphomania/</link>
		<comments>http://inlibraria.com/chiaravitagliano/2009/10/04/graphomania/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 08:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prosa]]></category>
		<category><![CDATA[spigolature]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho imparato a scrivere con la matita.
Ricordo ancora le rotondità corsive della A riempire di grigio pallido le pagine del mio quaderno. O le stanghette della E in stampatello che facevo continuamente diventare quattro e poi non erano mai precise. Già, non sono mai stata un tipo preciso io. Non ricordo molto altro dei miei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho imparato a scrivere con la matita.<br />
Ricordo ancora le rotondità corsive della A riempire di grigio pallido le pagine del mio quaderno. O le stanghette della E in stampatello che facevo continuamente diventare quattro e poi non erano mai precise. Già, non sono mai stata un tipo preciso io. Non ricordo molto altro dei miei primi tentativi di scrittura.<br />
Non ricordo neppure come fu che imparai a usare la mia prima penna. Ma ricordo con assoluta precisione che era azzurro chiaro, con inchiostro blu, cancellabile come i tratti di matita che riempivano le mie “paginette”, alcuni (pochi per la verità) strofinati dalla gomma così tante volte da sbiadire il rigo sottostante.<br />
Il ricordo che conservo più limpido e netto nel retrobottega del cranio, tuttavia, è il colore delle due penne che avevo con me il giorno del mio esame di prima elementare (due per sicurezza, perché può darsi sempre che una non scriva). Erano identiche: azzurro acceso con l’inchiostro blu (ma questa volta non era cancellabile). Mi servivano per il dettato e l’autodettato (che era il nome con cui allora si chiamava il tema).<br />
È veramente affascinante come funzioni la memoria umana. Non ricordo cosa ho mangiato ieri sera a cena, eppure ricordo nitidamente quelle penne poggiate lì sul banco, come se le avessi qui accanto a me. Non so nemmeno perché, di tutte le cose che la mia memoria poteva decidere di conservare nel suo archivio, abbia scelto proprio questa.</p>
<p>Mi è sempre piaciuto scrivere, fin dai primi anni.<br />
Mi piaceva l’effetto che fa l’inchiostro blu sulla pagina bianca, il movimento della mano che regge la penna, mi piaceva che fosse tutto perfetto, pulito e ordinato. E mentre la mia camera assumeva sempre più le sembianze di un mercato delle pulci, io tenevo ordinati i miei quaderni di scuola con una meticolosità quasi chirurgica, a vederli si sarebbe potuto tranquillamente pensare che fossi la precisione fatta bambina.<br />
Il fatto è che mi piaceva (e ancora oggi mi piace) la bella scrittura. Studiavo la mia calligrafia perché fosse quanto più possibile pulita e cercavo di non sbagliare per non “fare cancellature”. Ricopiavo le mie minute con lo scrupolo certosino di un amanuense, ma a volte avevo la mano un po’ troppo pesante: capitava che il foglio mi si bucasse, o più spesso che lo scritto mi si calcasse nelle pagine successive, con conseguente grande disappunto del mio senso estetico e dolori lancinanti al polso destro.<br />
Poi al ginnasio scoprii le meraviglie della penna stilografica: come scivolava leggera sul foglio! Niente più quaderni coi solchi e niente più polsi doloranti. Però a volte mi macchiava le dita perché tendo a mantenere le penne troppo vicino alla punta. Così spesso, dopo un compito in classe, tornavo a casa con il medio della mano destra tutto macchiato di inchiostro blu che ci volevano non so quante energiche strofinate di sapone per sciogliere. Ma in compenso i miei scritti erano più lindi che mai.</p>
<p>Ho iniziato a scrivere con la matita.<br />
I miei primi tentativi di poesia, dico.<br />
Scrivevo sempre tutto a matita, come quando da bambina imparavo le A. Così potevo cancellare, se volevo. Il bello è che non ricordo di avere mai cancellato nulla, in realtà. Oggi quegli scritti sono talmente scoloriti che per leggerli ci vorrebbe una lampada di Wood, ma forse neanche quella servirebbe da quanto era leggera la mia mano allora, ormai tanto abituata alla penna stilografica da poggiarsi appena sui fogli.</p>
<p>Adoravo scrivere lettere. Passavo ore ed ore con la penna tra le dita a raccontarmi alle mie amiche in giro per l’Italia, con l’illusione che mentre scrivevo fossero lì accanto a me. E alla fine avevo sempre le dita sporche di blu.<br />
Dopo era bello stare ad aspettare la posta e poi scoprire il mittente dalla calligrafia che aveva scritto il mio indirizzo.<br />
Non esistevano lettere anonime. Nemmeno quelle in stampatello. Dietro ogni scrittura c’era sempre una persona che potevo riconoscere dai ghirigori sul foglio.</p>
<p>Poi nella mia vita è arrivata l’elettronica e ho dovuto imparare a scrivere di nuovo.<br />
Ricordo ancora il primo racconto che copiai sul computer di mio padre, quando ancora non esisteva Word,  i testi erano tutti verdi su uno sfondo nero senza finestre, io usavo solo due dita per digitare e mi perdevo continuamente dentro la tastiera, con mio padre che seguitava a ripetermi che il computer non è una macchina da scrivere e non c’era alcun bisogno di zappare sopra i tasti.  </p>
<p>Ora ho due computer, salvo i miei scritti in formato .doc che posso cancellare e ricancellare tutte le volte che voglio senza lasciare tracce, o spedire a fare il giro del mondo in tempo reale e l’unica penna facilmente reperibile in casa mia è la pendrive, però a volte mi mancano le dita macchiate di blu e l’odore dell’inchiostro tra le righe.</p>
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		<title>appesi</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 09:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[è un&#8217;asola il sonno
nel cappotto smisurato
della notte
io
un bottone minuscolo
che ciondola
distratto
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			<content:encoded><![CDATA[<p>è un&#8217;asola il sonno<br />
nel cappotto smisurato<br />
della notte</p>
<p>io<br />
un bottone minuscolo<br />
che ciondola</p>
<p>distratto</p>
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		<title>Venticinque cose su di me. Per cominciare.</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 20:42:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Vitagliano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[spigolature]]></category>

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		<description><![CDATA[1.	Sono nata il venerdi di Carnevale, nel ventre fescennino dell’inverno. Sarà per questo che adoro i coriandoli, i colori accesi e le stelle, filanti e non  .
2.	Amo gli animali, tutti indistintamente, con l&#8217;unica, insignificante eccezione per i topi di fogna. Quando avevo dieci anni, mio padre mi recitò &#8220;San Lorenzo&#8221; di Pascoli e io [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1.	Sono nata il venerdi di Carnevale, nel ventre fescennino dell’inverno. Sarà per questo che adoro i coriandoli, i colori accesi e le stelle, filanti e non <img src='http://librariaonline.altervista.org/chiaravitagliano/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> .<br />
2.	Amo gli animali, tutti indistintamente, con l&#8217;unica, insignificante eccezione per i topi di fogna. Quando avevo dieci anni, mio padre mi recitò &#8220;San Lorenzo&#8221; di Pascoli e io piansi un quarto d&#8217;ora sulla &#8220;cena dei suoi rondinini&#8221;. Una volta una mia ex collega di lavoro mi soprannominò San Francesco e per prendermi in giro diceva che io non scaccio i ragni da casa, li accompagno gentilmente alla porta.<br />
3.	Adoro i bambini e i bambini adorano me. Specie quelli più piccoli, perché, chissà mai per quale ragione, più crescono, più acquistano raziocinio e meno adorabile mi trovano. Certe volte penso che ho sbagliato mestiere: avrei dovuto fare la maestra d&#8217;asilo, o scuola dell&#8217;infanzia come si chiama oggi, ma poi rifletto e penso che probabilmente non ne avrei avuta la pazienza.<br />
4.	Sono pigra, incostante e distratta. Ma certe volte mi fisso su qualcosa e allora divento testarda come un mulo.<br />
5.	La molla che mi spinge è sempre e solo l&#8217;entusiasmo, peccato che poi mi manchi la costanza per applicarmi fino in fondo.<br />
6.	Adoro il mare e la montagna in uguale misura. Sarà per la mistura del mio sangue: per tre quarti partenopeo e per un quarto veneto montanaro. Anche se in effetti non adoro proprio tutte le montagne, ma solo le &#8220;mie&#8221; montagne, vale a dire le Dolomiti bellunesi. Mentre invece adoro tutto il mare nel suo complesso. E oltre il mare, il concetto stesso del mare (ho ripetuto mare e montagna tre volte all&#8217;interno dello stesso rigo, ma chi se ne frega! <img src='http://librariaonline.altervista.org/chiaravitagliano/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> ).<br />
7.	La mia paura più grande, oltre a quella di restare sola, è diventare cieca. Ce l&#8217;ho da quando ero bambina e lessi per la prima volta il libro &#8220;Cuore&#8221;: c&#8217;era un brano in cui il maestro, per far capire agli scolari che significa essere ciechi, dice: &#8220;Provate a chiudere gli occhi in una stanza buia e a pensare di dover rimanere così per sempre&#8221; (o qualcosa del genere) io l&#8217;ho fatto ed ecco spiegata l&#8217;origine della mia paura più grande, o magari me la sono solo inventata (l&#8217;origine, dico) per giustificare un terrore irrazionale.<br />
8.	Come si può vedere dai punti precedenti, sono leggermente logorroica. Mi piace talmente tanto parlare che spesso lo faccio a sproposito, con risultati che sono facilmente immaginabili.<br />
9.	Mi piace un sacco viaggiare. Pensandoci, sono stata in un sacco di posti. Mio padre mi prende in giro dicendo che ogni città che nomina io ci sono stata, ma non è propriamente vero, mi mancano un sacco di posti: non sono mai stata in America, per esempio. E non ho mai visto l&#8217;Oceano e qui passiamo al punto 10.<br />
10.	Non ho mai visto l&#8217;Oceano ed è una cosa delle cose che vorrei fare prima di morire.<br />
11.	Ogni tanto scrivo.<br />
12.	Ultimamente sto imparando anche a leggere.<br />
13.	Sono una delle persone più disordinate che esistano al mondo. Potrei dire che sono il disordine eretto a sistema (in tutti i sensi attribuibili al termine). La mia camera è un tale caos che per un occhio inesperto è facile scambiarla per un mercatino di vestiti usati.<br />
14.	Mi piace l&#8217;arancione, ma fino a non molto tempo fa lo odiavo.<br />
15.	Mi piacciono molto le fragole, ma se le tocco mi provocano una fastidiosissima dermatite da contatto, per cui mi limito a mangiarle (soprattutto con la panna montata).<br />
16.	Certe volte non so essere assertiva come vorrei e poi mi arrabbio con me stessa per non esserci riuscita. Quando litigo o discuto generalmente la risposta geniale e risolutiva mi viene in mente due secondi e mezzo (o anche un minuto) dopo la fine della discussione. Questo dimostra che ho del tempismo!<br />
17.	Alcune delle mie migliori e più solide amicizie le devo ad Internet e certe volte mi stupisco di quanto possa diventare piccolo il mondo.<br />
18.	Mi piace andare a cinema e a teatro, ma l&#8217;unica volta che ci sono andata da sola è stato per vedere &#8220;Moulin Rouge&#8221; in seconda visione, perché quando era uscito io ero fuori da qualche parte e al mio ritorno tutti l&#8217;avevano già visto. Nonostante ciò, il cinema era pieno e a me è toccato un posto in prima fila, talmente vicino allo schermo che potevo contare i pixel di ogni fotogramma. Oggi mi guardo tutti i film che voglio in DVD.<br />
19.	Non amo molto cucinare, ma in compenso adoro mangiare.<br />
20.	Credo di detestare l&#8217;affettazione e i sorrisi di circostanza e forse è per questo che nella maggior parte dei casi non sopporto matrimoni ed affini. Anche perché mi risulta assai difficile rimanere composta per un lasso di tempo eccessivamente prolungato (concetto relativo, come insegna Einstein).<br />
21.	Adoro ridere e fare ridere, anche se questo non sempre mi riesce (fare ridere, intendo), ma non si può dire che mi manchi l&#8217;autoironia.<br />
22.	Mi piace imparare cose nuove, anche se poi non approfondisco quasi mai quanto dovrei. Ad eccezione delle lingue straniere, per cui pare che io abbia una vera predisposizione, ma solo perché mi risulta assai semplice apprenderle. In compenso sono incuriosita da tutte le cose che ignoro e se mi capita di sentire parlare di qualcosa che non so, mi piace sapere che significa. Mia madre mi diceva quasi sempre: &#8220;Te lo dirò quando sarai più grande!&#8221;<br />
23.	Ho litigato con la matematica (e coi numeri in generale) in culla e ci devo ancora fare pace. Quando ero in terza elementare mi ricordo che i miei compagni facevano le divisioni a due cifre alla lavagna e a me facevano fare ancora quelle a una cifra sola. (sigh). Che ci volete fare? Venivo da due anni di scuola privata. Devo essere stata la dannazione dei miei genitori che invece sono entrambi scienziati. Per non parlare di mio fratello che si è laureato in fisica e ora insegna geometria applicata a non-so-che-cosa.  Decisamente sono uscita fuori razza, sì.<br />
24.	Ho bisogno di almeno otto ore di sonno per valere qualcosa durante il giorno e se non bevo il caffè la mattina non sono in grado nemmeno di dire come mi chiamo. Questo indipendentemente dalle ore di sonno e dall&#8217;orario del risveglio.<br />
25.	Sono certa come del fatto che ho gli occhi azzurri e cinque gradi di miopia per occhio, che appena avrò postato questo elenco di cose, me ne verranno in mente almeno altre venticinque migliori e assai più sagaci. Come per esempio che fumo solo dopo i pasti.</p>
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