Inassenzadimetri

Archive for novembre, 2009

ALDO

by Gianni Montieri on nov.30, 2009, under Poesia

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Si chiamava Aldo
si barcamenava come tutti
al meglio delle sue possibilità
le sue poche possibilità

stava al quartiere cinese
o in qualunque altro posto
io l’ho visto sempre in una guardiola
a mezzo busto, sorriso triste

ogni tanto gli portavo il caffè
“pago io” diceva
era il suo modo di ringraziare
di fare ammenda per quel peso scomodo
che gli affaticava la vita.

Si lavava poco Aldo
passava le notti sui siti porno
era grasso, malato
Aldo era sudicio.

Gli volevo bene? Non credo
almeno non mi pare
non gli ho mai telefonato
la gentilezza, il riguardo
non rimediano
un uomo è morto solo
e anche a me non frega niente.

 

@gianni montieri

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Lara Lucaccioni – E i seni azzurri

by Gianni Montieri on nov.25, 2009, under Poesia

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Ho un libro fra le mani, lo sfoglio. Faccio avanti e indietro fra le pagine. Poesie che conosco, che riconosco. Poesie vere. E’ il libro di un’amica ma non ne scrivo per questo. Ne scrivo perché è un bel libro di poesie, un libro molto completo e maturo. “E i seni azzurri”, questo è il titolo, di Lara Lucaccioni. C’è una cosa che mi è sempre piaciuta molto delle poesie di Lara ed è una certa stratificazione dei versi, come se ad ognuno l’autrice si togliesse qualcosa di dosso, fino ad arrivare ad un limpido rivelarsi, un rivelarsi molto onesto. Lara non ha paura di scorticarsi, guardarsi dentro, arrivare all’osso. Decisamente è una poetessa. L’altra cosa, che a me personalmente colpisce sempre molto trattandosi di qualità che non posseggo, è la cura che c’è in ogni singolo verso, il lavoro ostinato, la ricerca della musicalità. Ne consiglio la lettura, è un libro che non stanca. Un’opera prima figlia, però, di anni di lavoro, studio, laboratori, ricerca poetica, reading e slam. Da non perdere anche la bellissima prefazione di Renata Morresi. Basta, non mi dilungo, ne ho facoltà non essendo un recensore, vi faccio leggere alcune poesie tratte dal libro.

 

Si stringe la schiera delle domande
che non ti faccio che muoiono dentro
non sapere è la risposta più adatta
per sopravviverci e trasfigurare.

Solo la meraviglia ci consola
della sospensione cieca di noi
lo stare di un respiro solo nostro
la mano che mi sfiora e si ritrae;

me ne resto discreta a sorvegliarti
gli occhi a proteggerti senza pregare
tra la terra che pesa e ci sprofonda

noi galleggiamo lo stesso nell’aria
vinciamo i sorteggi col tempo ingordo
superstiti che contano le ore.

 

sassi sul tavolo dei viaggi andati
tappeto impermeabile alle scosse
allo sbalzo del cervello al ricordo
di come gira il cielo o il mappamondo

la tua finestra accesa quando arrivo
sempre di notte e ti affacci e sorridi
non c’è giorno o spazio di compromesso
un aut-aut che non inganna o perdona

l’illusione di noi è nella mente
solo nel campo dell’immaginato
e neppure nell’incontro dei corpi

non ci è concesso uno specchio allo sguardo
che ci sa felici e ci lega stretti
non un’altra possibile salvezza

 

Sotto pelle sotto conservazione
sono i miei giri di sangue cambiato
le quattro avemaria di compagnia
senza conforto come il tuo ricordo

Un inverno di carta resta lì
mi segue in testa come litania
verso per verso persa nel mio andare
vedova del passo che non risuona

Pure la notte non mi riconosce
e il silenzio che cede dopo il giorno
e il lenzuolo sudario sottovuoto

il letto metà casto consacrato
pesto del peso di un’impronta amara
l’altare a vegliare del comodino

 

In morte di Eluana

Chiudono la porta, si fa crepuscolo
smontano le pagine del programma
l’ordine del giorno si va a interrompere
ci si guarda la faccia sudaticcia.

Un padre si addormenta ancora padre
sotto lo scritto che non sbianca e spancia
la sfida della notte ad osservare
l’ora che passa sul viso che smagra.

E sono lame le luci che saltano
sul corpo a reclamare la distanza
e ancora un giorno che svecchia la faccia.

Domani ci sveglieremo sedati
dalle parole, parabole, leggi
di loro che non sanno stare zitti

 

 

@Lara Lucaccioni – E i seni azzurri – Ed. Perrone lab

 

recensione di gianni montieri

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Erri de luca – in mezzo a questo mare nostro

by Gianni Montieri on nov.19, 2009, under Poesia

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articolo di qualche tempo fa, che amo particolarmente

 

“Per chi è nato sotto un vulcano piantato in mezzo a un golfo, il mare è stato una via di fuga. Dove s’arresta il fuoco inizia la salvezza. Noi di laggiù siamo di suolo scosso, ogni generazione è stata buttata fuori casa da un terremoto, ma l’albero maestro del terrore è il vulcano. Ognuno di noi nati a Napoli, anche nel chiuso di una stanza, sa dove sta il cratere. Sta a oriente della città e l’orienta. Anche nel sonno uno di noi sa se sta dando la testa o i piedi al gran fornello.

Perciò il mare per noi è stato lo scampo, e la striscia di sabbia il posto più sicuro. Lì il popolo di una volta prolungava le notti inventando la ruffiana tarantella, danza di chi vive su un suolo instabile, da saltarci sopra.

E’ stato un grande mare il nostro, anche se minimo in confronto all’oceano. Ogni metro di costa ha cento storie e scorie. Ci si è sbizzarrita la più sfrenata fantasia teologica dell’umanità. Fervevano i più svariati culti religiosi, fumavano i più assortiti altari, dedicati a ogni specie di divinità di terra, mare, aria, onorate col fuoco dei sacrifici. Brulicavano i culti e le immagini prima dell’avvento di una divinità estremista che dichiarava di essere l’unica e la sola. Tutte le altre andavano estirpate, erbacce di stagione, dal suo campo. Si piantò in un bordo orientale del Mediterraneo, nel breve tratto tra la costa e il corso del Giordano, fiume orgoglioso che si rifiuta di mischiare le sue acque con le altre e va in solitudine a finire nella depressione del Mar Morto.

Da quel tratto di terra, stretto tra un’acqua dolce e una salata, il monoteismo partì a conquistare il mondo per via navale sotto specie cristiana. Il primo cristianesimo fu marinaio, esposto ai naufragi.

Si dice che l’Italia è una penisola a forma di stivale. Non la vedo così. Somiglia invece a un braccio che si allunga da una spalla d’Europa e si prolunga in mare. La Puglia è il pollice di una mano aperta verso il largo.

Non è uno stivale, non ha preso a calci nessun popolo venuto ad abitare, per conquista o in fuga. L’Italiano, popolo e lingua proviene da storie di viandanti e naviganti, greci, fenici, d’Africa e di Oriente. Siamo per geografia un braccio di terra che finisce a mano aperta. Dal mare abbiamo ricevuto ricchezze e invasioni, pirati, bachi da seta, aritmetica e morbi che ci hanno rimescolato i sangui e le fattezze.

E in mezzo a questo mare nostro stanno le isole più belle della terra. Abbiamo saputo presto che la bellezza è rischio da correre, che fa ubriacare e correre ai coltelli. Abitiamo questa bellezza da gelosi, da cornuti, da santi pescatori portati in processione sulle barche, l’abitiamo col nero delle vedove sotto il sole a picco, che non distingue il colore del lutto da quello dell’ombra. Nostro colore è il bianco steso a pennello sopra i tetti a rinfacciare il sole, che respinto scatena i suoi colori in mare, in cielo e nei frutti della terra.

Mare è stato il destino di milioni di nostri salpati dal molo Beverello per le Americhe, nel grembo delle stive della terza classe, sotto la linea di galleggiamento. Mare è il destino dei migratori nuovi che lo raggiungano dopo un milione di passi sulle piste di Africa e di Oriente. S’imbarcano senza geografia da qualunque spiaggia verso qualunque approdo, sopra barconi esausti. Imparano che il mare è una botola aperta sotto i piedi, un viaggio su dieci si perde sul fondo. Mai è stato così pieno di vite perse e di vite salvate, il nostro mare. Aspetto un Omero che renda loro onore con un’epica nuova e un alfabeto antico. Infine mare: noi popoli di costa mai saremo un’espressione politica, mai fonderemo gli Stati Uniti del Mediterraneo. E questa è buona sorte.”

 

@erri de luca

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Nessuna Nuova – Barbara Coacci

by Gianni Montieri on nov.11, 2009, under Poesia

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NOTA DI LETTURA DI GIOVANNI CATALANO E TRE POESIE

 

“Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.”

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)

 

Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano – senza ragione e direzione – come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”).

Una delle situazioni più difficili da affrontare quando si parla dei cantieri stradali è senza dubbio il rumore, un rumore continuo (come “il ronzio dei frigoriferi”), un rumore bianco che diventa rumore di fondo nella misura in cui riusciamo a filtrarlo per non impazzire (“è stato il rumore a farci impazzire/come la sera il nulla/fa impazzire i cani”). È un meccanismo biologico, di distrazione, di protezione, che a volte viene meno, si interrompe, smette di funzionare come dovrebbe (“qualcuno ha già iniziato/a dire che tu, che tu”). Allora è un niente ciò che fa più rumore, il “niente che succede ogni secondo”. Mentre il silenzio diventa una sorta di elaborazione del lutto (“quanto ci costa il silenzio/cosa ci spinge a questa vedovanza”), è il tempo dei rimorsi (“era la vita giusta/e non ci abbiamo fatto caso”), la coscienza di una “non appartenenza” da cui nasce la scrittura.

Le parole da usare vengono scelte con cura, misurate, “censite” perchè “tutto indica qualcosa più in là”. Di sorprendente forza icastica (“le gambe aperte come una vittoria”), le parole ci ricordano che le cose sono segni di altre cose. E spesso sono segnali che ci annunciano la fine (“una fine senza finale”), come un cerchio per terra (simbolo dello zero, una lacuna per eccellenza) dove prima c’era un vaso o “la ciotola del gatto”.

È il momento di una sosta (“non è tempo di fare, si sta”), fermi negli stessi gesti, stretti alla “mano che trattiene ogni partenza”, piantati come alberi (“con una radice profondissima/e tutti i rami fuori”). Non ci stacchiamo mai veramente da terra, “non si stacca mai niente da terra”. Eppure qualcosa di più ostinato ci chiama, ci spinge a “disegnare mappe di altri luoghi/sul tappeto” di casa, verso un viaggio impossibile. Falene impazzite di luce, ci si muove un po’ di qua, un po’ di là, come si può. Come pedine di un gioco, nella “matrice” in cui “mattonella dopo mattonella” ci hanno rinchiusi (nell’ossessione di mettere in ordine il mondo, riga per colonna). Sia essa un utero o un array, la matrice (radice, origine, causa) genetica (“la lingua ostinata dei tuoi cromosomi”) è la matrice di un Dio falsario. Se “nelle rovine è scritto/che i muri dimenticano” il nostro compito è imparare giorno per giorno quando “aprire e chiudere gli occhi”.

 

Cantiere

Agosto assedia i cassonetti
l’ annuncio sul cartone
di case in costruzione per l’estate

i cavi della luce
tracciano trame

stanno sbocciando
le macchie di calcina, le pile
monumentali
di macerie mai usate

sul ciglio della strada
una sedia
converge tutto il carico del cielo

esplode il suo metallo alla controra

***

 

Bucato

C’erano cose poco importanti
il bucato ad esempio
dimenticato a lungo sul balcone

la camicia da notte sbatteva
i polsi contro la ringhiera
insidiata dal vento
più che dalle tue mani

è stato il rumore a farci impazzire
come la sera il nulla
fa impazzire i cani

***

 

Particolari

Una fine senza finale,
ma una fine
annunciata da certi segnali
qualcosa che non si ripete
un rumore che prima non c’era
o un silenzio a spigoli vivi
come quando traslocano i vicini

ieri magari sono spariti i gerani
oggi è toccato alla ciotola del gatto
è rimasto un cerchio più scuro
in un angolo del cortile

 

@ barbara coacci – nessuna nuova – ed. la camera verde – 2009

@ nota di lettura di giovanni catalano

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Attraverso Milano

by Gianni Montieri on nov.06, 2009, under Poesia

incroci (piazza della scala)

 

 

 

 

Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffè
bevuti appena dopo l’alba

osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
l’ho attraversata sottoterra
amando l’interscambio delle linee
sorridendo alle spinte e poi alle scuse

le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.

 

 

@ gianni montieri (ri-editing)

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Carla Saracino – I quattro venti (fiaba)

by Gianni Montieri on nov.04, 2009, under Poesia

14 fiabe ai quattro venti

 

 

 

 

 

 

In una casa sul mare, tanto piccola da potervi entrare col solo dito della mano, viveva un’anziana donna,madre di tre figli caduti nella guerra dei Quattro Venti.
L’anziana aveva una salute molto debole e mangiava davvero poco. Da quando ai suoi figli era toccato in sorte di morire ancora giovani e nel fiore delle forze, ella aveva perduto anche le sue. Così magra, così sottile, così moribonda, la si vedeva camminare lentamente, a piccoli passi, solo nel pomeriggio, quando andava a prendere l’acqua dolce dal pozzo che stava ai confini del mare. Rincasava presto, appena in tempo per richiudere la porta dietro di sé, allorché cominciavano a sbuffare le Tempeste Raccolte.
Il luogo dove abitava l’anziana era infatti posto al centro di tutti i capricci del clima. Proprio sul capo della casa pendeva una parte di cielo che pareva una brace. Noto fin dall’antichità sulle carte degli avventurieri per essere il punto di raccolta di tutti i venti, questo lembo di terra desolato, in cui passava i suoi giorni la donna, era spessissimo attraversato da vortici di aria così grossi e aggressivi da far rabbrividire anche i più temerari. Il piccolo ricovero dell’anziana aveva resistito, nel tempo, a tutte le calamità e nessuno mai scoprì come. Forse, si raccontò molto tempo dopo, radici fantastiche stringevano le sue fondamenta; forse, la mano sotterranea d’un gigante buono teneva ancorata la casupola al terreno.
Una sera di quelle più buie e maledette, una sera in cui ai venti si stava unendo ostinata la pioggia battente ed ogni cosa si oscurava nel colore, ogni pianta si piegava su se stessa e i fiori e i frutti scomparivano dalle strade e dai campi, la donna arrostiva, nell’angolo misero della cucina, sopra una griglia di tizzoni crepitanti, pane e cipolle. Quando sentì bussare tre volte alla porta. Ebbe un sussulto di paura.
«Chi è?», chiese con voce piccina.
«Uuuuuhhhhhhhh…Uuuuuhhhhh… Sono il Vento del Nord. Apri questa porta o la schiaccerò col mio soffio!».
La poveretta rabbrividì quando riconobbe il soffio gelido del Vento del Nord che penetrava dalle fessure delle finestre, ma aprì lo stesso la porta. Si ritrovò davanti a un grosso vortice nero e roteante che emanava sbuffi terrificanti e freddissimi, i suoi occhi non erano occhi, ma cerchi vuoti e biancastri, le sue labbra sottili e grigie mostravano un ghigno orribile che avrebbe fatto svenire chiunque. L’anziana dovette mantenersi alla maniglia della porticina stava per volar via con la sua gonna che era già diventata gonfia come una mongolfiera.
«Cosa cerchi nella casa d’una povera donna?», ebbe la forza di chiedergli.
«Ah, ah, ah…», rise tronfio il Vento del Nord con quel ghigno spaventevole che si ritrovava e ingrossandosi tutto, «vuoi farmi credere di non ricordare? Non ricordi che i tuoi figli osarono sfidare me e i miei fratelli all’alba del Giorno delle Meraviglie?».
«Nel Giorno delle Meraviglie ai miei figli fu ordinato di compiere la vostra uccisione. Ed essi obbedirono, anche se con poveri mezzi, ma con tanto coraggio da vendere.»
«Ah, ah, ah», rideva quello, pieno di sé e magnifico, «davvero pensaste di poter vincere l’ira dei miei fratelli? La superbia del Vento dell’Est, il bollore del Vento del Sud, la grandezza del Vento dell’Ovest? Che presunzione, donna, ebbero i tuoi figli. Nulla può abbattere il dominio delle Tempeste Raccolte!».
Poi, dopo una pausa e qualche folata gelida che a ogni respiro faceva divenire ghiaccio ogni cosa gli si trovasse intorno, aggiunse: «I tuoi figli giacciono nei tre punti cardinali in cui furon sbattuti dai Venti. Tuo figlio il più grande precipitò a Est ed è oggi schiavo nelle terre del Marajà. Tuo
figlio il medio precipitò a Ovest e vive sospeso su un ponte a testa in giù sopra una voragine di acque profonde. Tuo figlio il piccolo è chiuso nella prigione ghiacciata del Regno Sempre Freddo di cui io sono il padrone! Ah, ah, ah…».
La donna accolse quelle notizie col dolore più profondo che possa toccare il cuore d’un essere umano. Ella non parlava, piangeva soltanto e più piangeva più il suo stomaco si rimpiccioliva.
«C’è una ragione per cui son venuto a sbuffare alla tua porta. Vuoi veder liberi, forse, i tuoi figli?».
Cadeva quella sera il decennale del Giorno delle Meraviglie. L’anziana non lo sapeva o lo aveva dimenticato.
«Posso lasciare liberi i tuoi figli, ma dovrai tu prendere il loro posto facendoti da me, oggi stesso, lanciare nel Sud del Mondo, dove una fanciulla capricciosa e sempre scontenta ha bisogno di un pizzico d’amore. Faccio questo non perché mosso da compassione, bensì perché ordini precisi me lo impongono, nel Giorno in cui le Meraviglie possiedono la Terra. Decidi, donna, e sii saggia».
Non ci pensò più d’un secondo, la donna. Afferrò un fagottino riempiendolo di poche cose e salutò la sua casa proprio come si saluta un essere umano, carezzandone dolcemente i muri che per tanto tempo l’avevano protetta.
«Io sono pronta. Ma tu sii fedele a te stesso e mantieni quel che prometti».
Il Vento del Nord la caricò sulle sue imponenti spalle e, presa una rincorsa stupefacente, a grande velocità la gettò lontano.
Nello stesso momento, i tre fratelli furono scagliati sullo spiazzo antistante la piccola casa. Non vennero mai a conoscenza della storia della madre. La credettero morta per i tanti anni passati nel dolore. I Venti feroci non attraversarono mai più quel luogo, cambiando direzione.
Dopo alcuni anni, i fratelli allargarono la casa, si sposarono e misero famiglia. Nelle dolci mattine di primavera, mentre zappavano la terra, volenterosi e buoni, una delicata brezza li avvolgeva sulle guance.
A loro sembrava il bacio della madre.

 

 

@ carla saracino – 14 fiabe ai 4 venti – lupo editore

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