Archive for febbraio, 2010
Cara Cuscona – poesie inedite
by Gianni Montieri on feb.17, 2010, under Poesia

Vi propongo in lettura alcune poesie di Cara Cuscona. Cara, milanese, è spesso sospesa, nel suo viaggio poetico, fra materia e aria, la filosofia è il suo pane. E le poesie sono belle.
Attraversamento
Si vive una raccolta di piccole tracce
-di francobolli senza lettere -
ed è come camminare
con dolente delicatezza
sui sassi scivolosi di un fiume
che separano le sponde opposte.
Ed è terrena ciascuna delle rive,
reale l’acqua che lambisce entrambe,
solo la gru plumbea che vi si versa
è una falsa catena,
l’inanellarsi di segni alla deriva,
ciascuno cura e pena.
***
Un alcolista anonimo
Essere questo bicchiere.
Più cavità che altro,
più trasparenza che materiale.
Uno spettatore riflettente.
Tanto più terso il vetro,
non è detto che aumenti dentro
il chiarore d’acque,
piuttosto una disposizione
all’oro liquoroso,
al disequilibrio minimale
per rintracciare il sembiante.
Tue, le labbra che si accostano
bevendo sillabe fioche,
luci segnaletiche, malinconie,
sul ciglio delle strade.
Se mi trattengo sul bordo
è perché da sempre amo le balaustre.
Guardare giù
non è mai stato il mio forte:
la vertigine è una giostra che mi attrae
in profondità digradate.
Fosse,
bocche,
orbite,
il sesso delle donne,
tutto disegna
il mistero della morte,
unico gancio alla luce
il desiderio.
(un’ombra si scaglia sul muro
rosso del focolare)
***
L’arte di ricevere
Non ho misura né metro
ma un sistemare
preciso di calici vuoti
per ogni ospite atteso.
Più grande è il vuoto
dentro e attorno a ogni vetro,
più generosa è la donazione
di senso al limitare del segno.
Versi
ciascuno che legge
un vino diverso.
***
Casa e calici con cura
Non amo raccontare di me.
Nessuno sa quello che pubblico
su pareti di spogliatoi maschili,
quello che scrivo sulle schiene
a tradimento.
Appaio innocua.
Ma a volte quando mi spingo
dentro ai giardini da semina,
parlando appena,
alcuni passanti mi sfuggono,
pare che sappiano
a chi rispondo.
Compaio solo per anagrammi,
non firmo nulla.
Poi abbandono
ogni lettera sopra barchette di carta,
carezze incise in specchi d’acqua.
***
Il vizio di vivere
Tanto mi sei profondo nelle ossa:
midollo, aurora, sogno
-sei l’aria del tabacco-
aspirazione di gusto
avendone a cuore il vizio,
il gesto, il fuoco
e il risalire su in volute
ardenti di memoria.
***
@ poesie di cara cuscona – inediti
Costantinos Kavafis – tre poesie
by Gianni Montieri on feb.14, 2010, under Poesia

PER QUANTO STA IN TE
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.
LE FINESTRE
In queste buie stanze
giornate soffocanti, io brancolo
in cerca di finestre. – Una se ne aprisse,
a mia consolazione -. Ma non ci sono finestre
o sarò io che non le so trovare.
Meglio così, forse. Può darsi
che la luce mi porti altro tormento.
E poi chissà quante mai cose nuove ci rivelerebbero.
ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia – toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta, più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
@ Costantinos Kavafis – Settantacinque poesie – @ giulio einaudi editore
Profondità – di Paolo Triulzi
by Gianni Montieri on feb.09, 2010, under Poesia

Lo straniero di Albert Camus. Solaris di Stanislaw Lem. Il processo di Franz Kafka.
Questi sono i tre libri di cui consiglio fortemente la lettura e insieme, e altrettanto fortemente, la sconsiglio. Il consiglio e l’avvertimento promanano, in realtà, dallo stesso ordine di motivazioni.
I testi che ho elencato sono tre riconosciuti capolavori della letteratura mondiale, ma non è questa, ovviamente, la ragione che me li fa raccogliere in terna e raccomandare, e sconsigliare.
La ragione per la quale compilo un’avvertenza a quei libri, e il fattore che me li fa accomunare, è la profondità psicologica che, in quei testi, gli autori sono riusciti a raggiungere grazie alla narrazione e all’invenzione letteraria.
Non è un caso che i tre romanzi siano tutti ambientati in una sorta di extra tempo, in dimensioni non esattamente coincidenti con i contesti vissuti dagli autori. Le vicende narrate esulano, in parte o completamente, dalla quotidianità degli scrittori e trattano di vicende che possono considerarsi delle allegorie esistenziali, delle epopee dello spirito nelle quali ogni spirito, anche in tempi e luoghi differenti, può immedesimarsi.
La profondità, comune alle tre opere, è la caratteristica che fa di questi libri un ponte di collegamento fra la realtà fisica delle pagine coperte di simboli convenzionali e l’interiorità degli esseri umani. Esprime la capacità dell’uomo di ragionare intorno a se stesso e calarsi sempre più nel mistero da lui medesimo rappresentato, il mistero dell’essere umano e della sua, mai completamente sondata, capacità di immergersi nella propria dimensione teorica e astratta: il pensiero.
Quando incontrano un lettore predisposto quei libri hanno il potere di sovraeccitarne il sistema nervoso e portarlo a una immedesimazione empatica con le vicende psicologiche dei protagonisti, degli Io narranti. La lettura dei flussi narrativi promananti da Joseph K., da Meursault, da Chris Kelvin, è in grado di scorrere all’interno della coscienza del lettore come una corrente separata ma integrata al flusso coscienziale personale del lettore medesimo.
Il lettore si troverà a vibrare dall’interno di una nuova vibrazione, quella prodotta dal libro, senza che però questa venga avvertita come estranea, o indotta, e sarà gettato in stati di prostrazione ingiustificati da accadimenti reali contingenti. Subirà lo sviluppo emozionale dei personaggi. Guarderà, in sovrapposizione alla propria visione del mondo, attraverso la lente costruita dallo scrittore con i propri stessi flussi emozionali.
Il pericolo per il lettore è quello della sofferenza, è bene dirlo. Questo è l’avvertimento.
La sofferenza speciale di cui si farà esperienza, però, non sarà legata in maniera particolarmente stretta alle vicende oggetto della narrazione, sarà piuttosto una doloranza interiore, un tipo di prostrazione, lo ripeto, oggettivamente ingiustificata. Sarà una manifestazione artificialmente indotta del male di vivere montaliano; sarà la riprova, oserei dire scientifica, che quel male esiste e alberga dentro di noi come il virus sopito di una malattia originaria e cronica, pronto a ogni buona o cattiva occasione a risvegliarsi completamente e a manifestarsi, con tutta la sua carica irrazionale, nuovamente.
@ articolo di Paolo Triulzi
Anna Salvini – CompensAzione
by Gianni Montieri on feb.05, 2010, under Poesia

Ciò che ti è caro muore, ciò che muore
ti è caro, se qualcosa ti è caro,
è perchè muore.
Valerio Magrelli
Certe volte mi fingo cieca
riparo gli occhi, cancello
le impronte per non lasciare
tracce, benedizioni ma nel buio
lo sguardo si abitua
ed anche se vi allontano, miei amati, voi siete
comunque lì, fiamma e gelo, spartiacque
confine della pena, viva pace
che centra su un piede la grazia
tesa al ristoro, trazione liquida, memoria
che non si posa, agisce
per espansione, allarga gli angoli
per ogni stretta, riconduce il poco
ad una morsa – un tremore improvviso – e scrive
scrive della vita, ogni giorno; salvo le persone
cercando le parole giuste, la piega
dove riparare i volti, il punto
che mi permetterà di spegnere la notte.
@poesia di anna salvini
Manuela Dago – Anelli senza dita e altre poesie
by Gianni Montieri on feb.02, 2010, under Poesia

Manuela Dago, ecco una che lascia il segno. Consiglio la lettura di queste poesie. Scrittura che tocca, prende allo stomaco. Roba che non dimentichi.
ANELLI SENZA DITA
I corpi sono tronchi
in cui puoi vedere
gli anni a venire.
I nostri piedi sono le scarpe
di chi ci ha alzati per le braccia
e ci ha insegnato a camminare.
La trama della pelle si ricava
dalla stoffa che stringeva la pancia
di tua madre in gravidanza.
Gli anelli che scegliamo
potrebbero
dimezzarci le dita
per abbracciare i tronchi
inflilare le scarpe
o sfiorare la stoffa
ma tanto passa sempre
dai palmi la linea della vita.
SETTEMBRE
Le mie ginocchia piegate
sono due teste calve
a picco sull’estate
e l’estate è una carogna puzzolente
che si disfa tra le mani
concima il settembre che scende dai tetti.
Io che sui tetti vorrei vivere
mi attorciglio ogni anno
giù dal muro
per ritrovarmi allineata
coi piedi alla strada,
la mia sterrata
con una corda d’erba nel mezzo
di quelle che avvallano il terreno,
la fine nel fianco
d’erba di collina
e il verde sempre lo stesso
di quando ero bambina.
LACRIME DA ALLEVAMENTO/CRY-BOY
E se invece di lacrime
piangessimo guance?
Guance sbattute giù come bistecche
cavalli manzi e buoi interi
schiaffati al suolo inermi
molli e senza l’osso.
Carne cruda sana
macinata fine
dal macellaio sottocasa
che ti mandava a comprare tua madre
quando lei era malata.
Lacrime da allevamento
cresciute dentro
foraggiate dai barlumi di dolcezza
della vita che matura
e si ripara tra le sponde dei letti
sempre sproporzionati
ai nostri desideri.
Non sai fino in fondo cosa mangi
e non sai fino in fondo cosa piangi.
AL MIO CARO BAMBINO
Caro bambino
munto dallo specchio.
Caro bambino
allungato dal soffitto
che tira da una parte
e dal pavimento
che tira dall’altra.
Hai cambiato troppo spesso la lampadina
della pura luce
prima che si fulminasse
per paura di rimanere al buio.
Caro bambino
piccolo è il mondo
e noi siamo fatti su misura.
Nello specchio mentre ti chiedi
scusa tu non sei più un bambino
la pura luce non esiste più
esistono solo centrali elettriche
che impagliano il cuore per farti vivere per sempre
immobile.
Caro bambino
ti è saltato il cuore in bocca
la prima volta
che i mostri sono usciti dal buio
ma poi ti sei abituato no?
Ti-sei-abituato-o-no?
(SENZA TITOLO)
Le mie parti dure
sono i calli dell’infanzia
rinvenuti
e venerati come fossili
sotto una teca
di sensi di colpa.
@ poesie di Manuela Dago
