Inassenzadimetri

libri da leggere

Rumeni – Anna Lamberti-Bocconi

by Gianni Montieri on giu.18, 2010, under libri da leggere, racconti

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Rumeni, questo bel romanzo di Anna Lamberti-Bocconi, compie un anno. Festeggio anna e il libro riproponendo la recensione che scrissi un anno fa. buon compleanno.

 

Appena finito di leggere il libro ho inviato un sms ad Anna, l’autrice (peccato non aver potuto fare lo stesso con Roth dopo aver finito Pastorale Americana) e le ho scritto, quasi senza pensare, che le sue storie sono un viaggio con l’inevitabile. Il necessario. A qualche ora di distanza ho capito perché.

Le storie di “Rumeni” sono le nostre. Sono gli incontri ogni giorno possibili. Gli sguardi che accuratamente evitiamo di incrociare per ignoranza e paura, che poi a guardare bene sono la stessa cosa. Leggendo il titolo del libro il primo accostamento che fa la mente pigra è : clandestino o, per i più contorti: clandestino-stupratore. Beh, non è un libro su questo e nemmeno sull’immigrazione.

Sono racconti di incontri spesso veloci, bruschi, con ragazzi che vengono da un passato che non ci conviene. Ognuno di questi ragazzi, ogni gesto, reazione, parola, silenzio, lascia dentro chi legge un segno e rimanda ad un senso di colpa che non possiamo fare a meno di provare. Una grande tenerezza.

C’è la rissa, il ladruncolo, il sesso veloce, la stretta di mano, il gesto gentile, l’arroganza che qui è un’altra paura, la voglia di stare al mondo.

Anna scrive bene, molto bene. Anna si mette dentro le storie, se le fa passare addosso, se ne fa sconvolgere. Anna prova a comprendere.

L’inevitabile non è dover fare i conti con gli stranieri che arriveranno sempre di più. L’inevitabile è fare i conti con le solitudini degli altri che sono come le nostre: terribili. Necessario è sapere che rifiutare di conoscere, capire, le ragioni dell’altro è perdere un buon motivo per stare al mondo. Rintanarci non ci salverà, anzi.

E’ stata una lettura bella, fin troppo veloce. Alla fine avrei voluto ancora un paio di storie. Sapere, ad esempio, che fine ha fatto Mario o dove sarà Cristina adesso. Poi ho pensato di uscire per andare a cercarli. Cielo azzurro su Milano, oggi.

 

@ Anna Lamberti-Bocconi – Rumeni – ed. Stampa Alternativa – 2009

 

@recensione di Gianni Montieri

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Brevi interviste con uomini schifosi – D.F.Wallace

by Gianni Montieri on giu.04, 2010, under libri da leggere, racconti

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Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)

 

Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.

 

 


@ david foster wallace – Brevi interviste con uomini schifosi – Einaudi

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Futuro Semplice – on sale

by Gianni Montieri on mar.02, 2010, under Poesia, libri da leggere

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Futuro Semplice – poesie – edizioni LietoColle. Il mio primo libro

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Lietocolle

 

codice ISBN: 978-88-7848-546-4

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in libreria :

 

Milano – Libreria del mondo offeso – c.so garibaldi 50

Napoli – Libreria il filo di partenope – via sapienza 4

Giugliano – Edicola/Cartoleria claudio – via A. Palumbo

 

librerie fiduciarie lietocolle

 

recensioni :

di Salvatore Sblando

di Anna Salvini

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di Fabio Michieli

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di R. Carifi per Poesia di Maggio 2010

di Filippo di Nardo

di rossella renzi per Argonline

di stefano leoni

su la poesia e lo spirito

 

PARZIALMENTE TERRENI

Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente
la scelta fra l’andarsene e il sognare

non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi
del suono certo del tacco sull’asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non è concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-

coltiviamo speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza
sui tratti autostradali.

 

TERRA DI NESSUNO

Ti telefono da una retroguardia
un metro al di là della linea di confine .

E’ il 31 maggio di un altro secolo
un mattino bianco e distante
privo di contatto
-non c’è campo-
piuttosto terra arsa

ci attende un lungo giugno
lampi d’estate di cui avremmo fatto a meno.

 

RESTYLING
Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro

(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)

anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-

stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?

 

Futuro semplice – gianni montieri – ed. lietocolle – febbraio 2010

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L’imbalsamatrice di Mary B. Tolusso

by Gianni Montieri on gen.30, 2010, under libri da leggere

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Ho sorriso chiudendo il libro. Ho sorriso quando l’ho riposto in libreria, ignorando ordini più o meno alfabetici, accanto ai libri di Welsh. Il sorriso è quello di un lettore soddisfatto ma anche qualcosa in più. A me pare di aver trovato qualcosa di nuovo nel panorama letterario italiano (non solo femminile). L’imbalsamatrice, di Mary B. Tolusso, è romanzo veloce, tagliente, ironico, mai banale. Lo stile di Mary B. è riconducibile ai ritmi dinamici di molti scrittori americani o anglosassoni. Mi vengono in mente Welsh per la velocità dei dialoghi, Palahniuk per l’ironia acuta e tagliente, per i graffi. La Paley e P. Roth per l’intensità che dietro una battuta cela uno sguardo che scandaglia molto a fondo. La Tolusso, però, ha un suo stile assolutamente riconoscibile che spero di incrociare a lungo in giro per librerie.

 

La protagonista è N. professione: imbalsamatrice.
N., bisessuale, si muove in questa Trieste che pare quasi ferma. Si muove a 200 all’ora. Di giorno lavora in un’agenzia di pompe funebri, rende belli i morti per l’ultimo viaggio. Con i morti ci parla con la stessa schiettezza con cui per il resto del tempo devasta le persone che le stanno intorno. N. è una donna viva che nasconde insicurezze, sofferenze, dubbi, pene d’amore nell’unica maniera che conosce: attaccando.
Ferisce chi le è vicino forse per proteggersi, per evitare di guardarsi dentro. E di notte si consuma, quasi si droga, di sesso. Personaggio complesso N. . Donna in fuga. In fuga dal ricordo del padre del quale si percepisce una dolorosa mancanza. In fuga dalla presenza della madre alla quale non perdona qualcosa, forse l’essere rimasta viva. In fuga dal grande amore. Rovinare prima per non star male dopo, sembra essere la chiave di lettura. Prima che mi faccia a pezzi qualcosa la distruggo io.
Troviamo poi: il professore (il grande amore), Lisa (la mia preferita), Beatrice, Chiara, Diego, Livio (mai più senza). Tutti personaggi disegnati molto bene. Assolutamente credibili.
Un bel romanzo, che si può leggere ovunque. A letto, in metropolitana, al cesso o sul divano. Ho provato in tutti e quattro i posti.
Consigliato.

 

@ L’imbalsamatrice di Mary B. Tolusso – ed. Gaffi

 

@ recensione di Gianni Montieri

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Luigi Socci – Freddo da palco

by Gianni Montieri on gen.01, 2010, under Poesia, libri da leggere

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Capita di andare ad Ancona, di entrare alla Feltrinelli, trovare il libro di Socci (di fianco a Ginsberg, secondo un ordine alfabetico a me sconosciuto), comprarlo caricando punti sulla tessera che scalerai a Milano. Capita di leggere il libro due/tre volte in treno (l’aria condizionata molto più fredda di qualsiasi palco). Avere la certezza che qui non si scherza, fra queste pagine si fa poesia sul serio. Pensare di scrivere una piccola recensione al libro naturalmente con la tempistica partenopea che mi è consona. Ed eccomi qui, qualche mese dopo, di nuovo con “freddo da palco” fra le mani. Luigi Socci mi insegna qualcosa ogni volta che lo leggo. Mi insegna che la poesia ha bisogno di un certo riguardo, di una cura senza la quale la parola non è. Non serve.
Della poesia di Luigi amo lo sforzo di non stare sulla superficie delle cose, amo lo sguardo attento che ti fa notare qualcosa che non avevi visto. La nuova prospettiva. Se c’è una tenda a far da filtro fra noi e le cose, fra noi e la gente, Socci la sposta e ti porta a vedere.
E’ una lettura intensa mai banale che consiglio a chi ama la poesia e non solo. La consiglio a chi leggendo ambisce a qualcosa di più.

 

Siamo preda del freddo
da palcoscenico dell’aria
che viene dal sipario

serrati in prime file riservate

è un tipo di teatro
che va oltre il suo orario
un tipo di teatro che è vietato
perdersi le puntate.

 

*

Si può perdere il senso andando a tempo
può spezzarsi l’incanto
se vibra senza suono da una tasca
qualcosa di non spento.

Sarò il tuo specchio per guardarti dentro
culturista dell’occhio
agonista del muscolo
che goccia a goccia tira indietro il pianto.

 

*

Il tritone accasciato in Piazza Barberini
mollemente su gambe
di pesce ha torso umano.
Le proporzioni sono iperreali.
L’età della pietra portata bene.
Le tre api papali
nella posa perenne e non per sete.

Così questo sarebbe
il “tritone canoro” perché suona
(una sinestesia zampilla dalla buccina)
e l’acqua è simbolo di fertilità .

Ma quando manca l’acqua
rimane come rimangono le fontane senz’acqua:
anfibio alla ricerca di un bicchiere
dal suo strumento a fiato impara a bere.

 

*

Ultima prima al “Na Dubrovka”*

 

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.
La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.
La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partécipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.
Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.
Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.
Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.
Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione :
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.
Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.
Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.
Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.

 

*Il 23 ottobre del 2002 un gruppo di terroristi ceceni prese in ostaggio un’intera platea di spettatori all’interno del teatro moscovita “Na Dubrovka” con i tragici esiti che tutti conosciamo. Nelle mie intenzioni questo testo dovrebbe svolgere la funzione di lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima.
Luigi Socci

 

@ Luigi Socci – freddo da palco – ed. d’IF – collana I miosotis

 

@ di gianni montieri

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le intermittenze della morte – josè saramago

by Gianni Montieri on dic.01, 2009, under libri da leggere

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“Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato. Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l’allegra irresponsabilità e l’eccesso di alcol si sifdano reciprocamente sulle strade per decidere chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell’anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno.”

 

Josè saramago – le intermittenze della morte – einaudi

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Lara Lucaccioni – E i seni azzurri

by Gianni Montieri on nov.25, 2009, under libri da leggere

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Ho un libro fra le mani, lo sfoglio. Faccio avanti e indietro fra le pagine. Poesie che conosco, che riconosco. Poesie vere. E’ il libro di un’amica ma non ne scrivo per questo. Ne scrivo perché è un bel libro di poesie, un libro molto completo e maturo. “E i seni azzurri”, questo è il titolo, di Lara Lucaccioni. C’è una cosa che mi è sempre piaciuta molto delle poesie di Lara ed è una certa stratificazione dei versi, come se ad ognuno l’autrice si togliesse qualcosa di dosso, fino ad arrivare ad un limpido rivelarsi, un rivelarsi molto onesto. Lara non ha paura di scorticarsi, guardarsi dentro, arrivare all’osso. Decisamente è una poetessa. L’altra cosa, che a me personalmente colpisce sempre molto trattandosi di qualità che non posseggo, è la cura che c’è in ogni singolo verso, il lavoro ostinato, la ricerca della musicalità. Ne consiglio la lettura, è un libro che non stanca. Un’opera prima figlia, però, di anni di lavoro, studio, laboratori, ricerca poetica, reading e slam. Da non perdere anche la bellissima prefazione di Renata Morresi. Basta, non mi dilungo, ne ho facoltà non essendo un recensore, vi faccio leggere alcune poesie tratte dal libro.

 

Si stringe la schiera delle domande
che non ti faccio che muoiono dentro
non sapere è la risposta più adatta
per sopravviverci e trasfigurare.

Solo la meraviglia ci consola
della sospensione cieca di noi
lo stare di un respiro solo nostro
la mano che mi sfiora e si ritrae;

me ne resto discreta a sorvegliarti
gli occhi a proteggerti senza pregare
tra la terra che pesa e ci sprofonda

noi galleggiamo lo stesso nell’aria
vinciamo i sorteggi col tempo ingordo
superstiti che contano le ore.

 

sassi sul tavolo dei viaggi andati
tappeto impermeabile alle scosse
allo sbalzo del cervello al ricordo
di come gira il cielo o il mappamondo

la tua finestra accesa quando arrivo
sempre di notte e ti affacci e sorridi
non c’è giorno o spazio di compromesso
un aut-aut che non inganna o perdona

l’illusione di noi è nella mente
solo nel campo dell’immaginato
e neppure nell’incontro dei corpi

non ci è concesso uno specchio allo sguardo
che ci sa felici e ci lega stretti
non un’altra possibile salvezza

 

Sotto pelle sotto conservazione
sono i miei giri di sangue cambiato
le quattro avemaria di compagnia
senza conforto come il tuo ricordo

Un inverno di carta resta lì
mi segue in testa come litania
verso per verso persa nel mio andare
vedova del passo che non risuona

Pure la notte non mi riconosce
e il silenzio che cede dopo il giorno
e il lenzuolo sudario sottovuoto

il letto metà casto consacrato
pesto del peso di un’impronta amara
l’altare a vegliare del comodino

 

In morte di Eluana

Chiudono la porta, si fa crepuscolo
smontano le pagine del programma
l’ordine del giorno si va a interrompere
ci si guarda la faccia sudaticcia.

Un padre si addormenta ancora padre
sotto lo scritto che non sbianca e spancia
la sfida della notte ad osservare
l’ora che passa sul viso che smagra.

E sono lame le luci che saltano
sul corpo a reclamare la distanza
e ancora un giorno che svecchia la faccia.

Domani ci sveglieremo sedati
dalle parole, parabole, leggi
di loro che non sanno stare zitti

 

 

@Lara Lucaccioni – E i seni azzurri – Ed. Perrone lab

 

recensione di gianni montieri

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Carla Saracino – I quattro venti (fiaba)

by Gianni Montieri on nov.04, 2009, under libri da leggere

14 fiabe ai quattro venti

 

 

 

 

 

 

In una casa sul mare, tanto piccola da potervi entrare col solo dito della mano, viveva un’anziana donna,madre di tre figli caduti nella guerra dei Quattro Venti.
L’anziana aveva una salute molto debole e mangiava davvero poco. Da quando ai suoi figli era toccato in sorte di morire ancora giovani e nel fiore delle forze, ella aveva perduto anche le sue. Così magra, così sottile, così moribonda, la si vedeva camminare lentamente, a piccoli passi, solo nel pomeriggio, quando andava a prendere l’acqua dolce dal pozzo che stava ai confini del mare. Rincasava presto, appena in tempo per richiudere la porta dietro di sé, allorché cominciavano a sbuffare le Tempeste Raccolte.
Il luogo dove abitava l’anziana era infatti posto al centro di tutti i capricci del clima. Proprio sul capo della casa pendeva una parte di cielo che pareva una brace. Noto fin dall’antichità sulle carte degli avventurieri per essere il punto di raccolta di tutti i venti, questo lembo di terra desolato, in cui passava i suoi giorni la donna, era spessissimo attraversato da vortici di aria così grossi e aggressivi da far rabbrividire anche i più temerari. Il piccolo ricovero dell’anziana aveva resistito, nel tempo, a tutte le calamità e nessuno mai scoprì come. Forse, si raccontò molto tempo dopo, radici fantastiche stringevano le sue fondamenta; forse, la mano sotterranea d’un gigante buono teneva ancorata la casupola al terreno.
Una sera di quelle più buie e maledette, una sera in cui ai venti si stava unendo ostinata la pioggia battente ed ogni cosa si oscurava nel colore, ogni pianta si piegava su se stessa e i fiori e i frutti scomparivano dalle strade e dai campi, la donna arrostiva, nell’angolo misero della cucina, sopra una griglia di tizzoni crepitanti, pane e cipolle. Quando sentì bussare tre volte alla porta. Ebbe un sussulto di paura.
«Chi è?», chiese con voce piccina.
«Uuuuuhhhhhhhh…Uuuuuhhhhh… Sono il Vento del Nord. Apri questa porta o la schiaccerò col mio soffio!».
La poveretta rabbrividì quando riconobbe il soffio gelido del Vento del Nord che penetrava dalle fessure delle finestre, ma aprì lo stesso la porta. Si ritrovò davanti a un grosso vortice nero e roteante che emanava sbuffi terrificanti e freddissimi, i suoi occhi non erano occhi, ma cerchi vuoti e biancastri, le sue labbra sottili e grigie mostravano un ghigno orribile che avrebbe fatto svenire chiunque. L’anziana dovette mantenersi alla maniglia della porticina stava per volar via con la sua gonna che era già diventata gonfia come una mongolfiera.
«Cosa cerchi nella casa d’una povera donna?», ebbe la forza di chiedergli.
«Ah, ah, ah…», rise tronfio il Vento del Nord con quel ghigno spaventevole che si ritrovava e ingrossandosi tutto, «vuoi farmi credere di non ricordare? Non ricordi che i tuoi figli osarono sfidare me e i miei fratelli all’alba del Giorno delle Meraviglie?».
«Nel Giorno delle Meraviglie ai miei figli fu ordinato di compiere la vostra uccisione. Ed essi obbedirono, anche se con poveri mezzi, ma con tanto coraggio da vendere.»
«Ah, ah, ah», rideva quello, pieno di sé e magnifico, «davvero pensaste di poter vincere l’ira dei miei fratelli? La superbia del Vento dell’Est, il bollore del Vento del Sud, la grandezza del Vento dell’Ovest? Che presunzione, donna, ebbero i tuoi figli. Nulla può abbattere il dominio delle Tempeste Raccolte!».
Poi, dopo una pausa e qualche folata gelida che a ogni respiro faceva divenire ghiaccio ogni cosa gli si trovasse intorno, aggiunse: «I tuoi figli giacciono nei tre punti cardinali in cui furon sbattuti dai Venti. Tuo figlio il più grande precipitò a Est ed è oggi schiavo nelle terre del Marajà. Tuo
figlio il medio precipitò a Ovest e vive sospeso su un ponte a testa in giù sopra una voragine di acque profonde. Tuo figlio il piccolo è chiuso nella prigione ghiacciata del Regno Sempre Freddo di cui io sono il padrone! Ah, ah, ah…».
La donna accolse quelle notizie col dolore più profondo che possa toccare il cuore d’un essere umano. Ella non parlava, piangeva soltanto e più piangeva più il suo stomaco si rimpiccioliva.
«C’è una ragione per cui son venuto a sbuffare alla tua porta. Vuoi veder liberi, forse, i tuoi figli?».
Cadeva quella sera il decennale del Giorno delle Meraviglie. L’anziana non lo sapeva o lo aveva dimenticato.
«Posso lasciare liberi i tuoi figli, ma dovrai tu prendere il loro posto facendoti da me, oggi stesso, lanciare nel Sud del Mondo, dove una fanciulla capricciosa e sempre scontenta ha bisogno di un pizzico d’amore. Faccio questo non perché mosso da compassione, bensì perché ordini precisi me lo impongono, nel Giorno in cui le Meraviglie possiedono la Terra. Decidi, donna, e sii saggia».
Non ci pensò più d’un secondo, la donna. Afferrò un fagottino riempiendolo di poche cose e salutò la sua casa proprio come si saluta un essere umano, carezzandone dolcemente i muri che per tanto tempo l’avevano protetta.
«Io sono pronta. Ma tu sii fedele a te stesso e mantieni quel che prometti».
Il Vento del Nord la caricò sulle sue imponenti spalle e, presa una rincorsa stupefacente, a grande velocità la gettò lontano.
Nello stesso momento, i tre fratelli furono scagliati sullo spiazzo antistante la piccola casa. Non vennero mai a conoscenza della storia della madre. La credettero morta per i tanti anni passati nel dolore. I Venti feroci non attraversarono mai più quel luogo, cambiando direzione.
Dopo alcuni anni, i fratelli allargarono la casa, si sposarono e misero famiglia. Nelle dolci mattine di primavera, mentre zappavano la terra, volenterosi e buoni, una delicata brezza li avvolgeva sulle guance.
A loro sembrava il bacio della madre.

 

 

@ carla saracino – 14 fiabe ai 4 venti – lupo editore

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Cormac McCarthy – Oltre il confine

by Gianni Montieri on ott.03, 2009, under libri da leggere

Questo brano, tratto da “oltre il confine” è uno dei brani di letteratura americana che preferisco. Mi fa dire, ogni volta che lo leggo: sì, cazzo!

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” La lupa aveva attraversato la linea di confine internazionale più o meno nel punto in cui questa incontrava il trentesimo minuto del centottavo meridiano; aveva attraversato la vecchia Natons road un miglio a nord del confine, aveva risalito il Whitewater Creek a ovest fino alle San Luis Mountains, attraversato il passo a nord della catena delle Animas, poi la Animas Valley; aveva proseguito poi verso i Peloncillos, come già è stato detto. Aveva una ferita recente su un fianco, dove il compagno l’aveva morsa la settimana prima, da qualche parte sulle montagne di Sonora. L’aveva morsa perché lei non voleva lasciarlo. Con una zampa anteriore infilata nelle ganasce di una trappola di ferro, le ringhiava contro perché si allontanasse dalla portata della catena. Lei aveva abbassato le orecchie e si era messa a guaire; non se ne sarebbe andata. Al mattino vennero coi cavalli. Lei osservò la scena da un pendio lungo un centinaio di metri, mentre lui si alzava per accoglierli.
Vagò per un’intera settimana lungo i pendii orientali della Sierra de la Madera. Su queste terre i suoi antenati avavano cacciato cammelli e piccoli cavalli primitivi. Aveva trovato ben poco cibo, perché la maggior parte della selvaggina era già stata massacrata. Il grosso della foresta veniva abbattuto per far funzionare le macine delle miniere. Da quelle parti i lupi uccidevano bestiame da lungo tempo, ma l’ignoranza di quegli animali li confondeva ancora. Le vacche muggivano sanguinanti e correvano qua e là nei campi con quelle loro zampe a paletta, in grande confusione, schiamazzando, travolgendo recinti, tirandosi dietro paletti e fil di ferro. Gli allevatori dicevano che i lupi brutalizzavano il bestiame molto più che non la selvaggina. Come se le vacche evocassero in loro una certa rabbia. Come offesi dalla violazione di un ordine antico. Antiche cerimonie. Protocolli antichi.
Attraversò il Bavispe River e si diresse a nord. Era incinta per la prima volta e non poteva immaginare i guai in cui si trovava. Stava abbandonando quei territori non perché non c’era più selvaggina, ma perché non c’erano più lupi, e lei aveva bisogno di loro. Quando abbatté il vitello nella neve alla sorgente del Foster Draw nelle Peloncillo Mountains, nel New Mexico, si nutriva di carogne da due settimane, aveva un’aria spettrale e non aveva trovato alcuna traccia di lupi. Mangiò, si riposò e mangiò nuovamente. Mangiò fino a strisciare il ventre per terra; e non ritornò più sul posto. Non dove aveva ucciso. Di giorno non attraversava mai né strade né la ferrovia. Non oltrepassava mai una recinzione di fil di ferro due volte nello stesso punto. Erano questi i nuovi protocolli. Limitazioni che prima non erano mai esistite. Ora c’erano.”

 

 

da Oltre il confine- McCarthy – ed. einaudi.

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I milioni di luoghi – Carla Saracino

by Gianni Montieri on set.29, 2009, under libri da leggere

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Le cose, gli oggetti, le stagioni, i luoghi, i non luoghi; il contatto con queste e il distacco. Questo leggo nelle splendide poesie di Carla, un continuo fermarsi su ciò che accade e attraversarlo, guardarci attraverso, oltrepassarlo. La voglia di domandarsi cosa importi realmente e quanto ci influenzi. Carla mette tutto sul tavolo e lo fa saltare in un ribaltamento di prospettiva. Arriva una grande energia dai suoi versi e capita di riconoscersi di tanto in tanto.
“a cosa serve questa stanza?” io questo verso me lo voglio incatenare alla memoria.
Come dice Mario Santagostini nella prefazione, ed è un punto fondamentale:
“I momenti più intensi mi sembrano, tuttavia, essere quelli in cui il valore delle cose appare non tanto negato, quanto letteralmente neutralizzato.”
Carla si mette dentro ciò che accade ma non giudica, in maniera inesorabile e ossessiva, non si risponde e come tutti, credo, non comprende fino in fondo. In certi momenti, però, mi pare che questa sospensione sia, in realtà, l’unica cosa di cui si abbia bisogno.
Il libro è uscito nel 2007 ( ed ha vinto il premio Saba come opera prima) ma ancora se ne parla ed è tipico di un napoletano recensire due anni dopo, per cui poche storie: leggetelo.

Forse, amo, qualcosa che non è la vita.
E’ meno di me.
Conosco questo stato.
Mi aspetta
la comunione della specie.

 

 

Adesso, non sono che uno strumento di sintesi
il cui punto d’inizio e fine
è ordinato fuori.

 

 

Voglio dirti l’esistenza dell’oscillazione
quella fuga a un passo dal desiderio
nei giorni lunghi e non sempre interrotti.
Eppure sono ubiqua nel consumo e nello sfratto
quando l’eco è l’unico eccesso nei campi

 

 

Calpesto le foto dei parenti.
La zia giovane,
quelli che divennero soldati
e di quello scomparso
la morte nascosta
o forse mai stata.

Famiglie estinte che lavoravano qui.
Qualcuno è esistito nelle liturgie.
Amministrava i campi
pregava alla sera.

 

 

Sarà tutto vano,
sedersi qui, farti compagnia,
avanzare insieme per ingorghi di verde
che soffoca
ci soffoca nell’autunno,
o quella luce sarà stata vana
la luce che non è tiepida, non ha candore
eppure è dentro e non dimora distintamente.

 

 

I milioni di luoghi – Carla Saracino – ed. Lietocolle

 

 

@ recensione di Gianni Montieri

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