quaderni
Profondità – di Paolo Triulzi
by Gianni Montieri on feb.09, 2010, under quaderni

Lo straniero di Albert Camus. Solaris di Stanislaw Lem. Il processo di Franz Kafka.
Questi sono i tre libri di cui consiglio fortemente la lettura e insieme, e altrettanto fortemente, la sconsiglio. Il consiglio e l’avvertimento promanano, in realtà, dallo stesso ordine di motivazioni.
I testi che ho elencato sono tre riconosciuti capolavori della letteratura mondiale, ma non è questa, ovviamente, la ragione che me li fa raccogliere in terna e raccomandare, e sconsigliare.
La ragione per la quale compilo un’avvertenza a quei libri, e il fattore che me li fa accomunare, è la profondità psicologica che, in quei testi, gli autori sono riusciti a raggiungere grazie alla narrazione e all’invenzione letteraria.
Non è un caso che i tre romanzi siano tutti ambientati in una sorta di extra tempo, in dimensioni non esattamente coincidenti con i contesti vissuti dagli autori. Le vicende narrate esulano, in parte o completamente, dalla quotidianità degli scrittori e trattano di vicende che possono considerarsi delle allegorie esistenziali, delle epopee dello spirito nelle quali ogni spirito, anche in tempi e luoghi differenti, può immedesimarsi.
La profondità, comune alle tre opere, è la caratteristica che fa di questi libri un ponte di collegamento fra la realtà fisica delle pagine coperte di simboli convenzionali e l’interiorità degli esseri umani. Esprime la capacità dell’uomo di ragionare intorno a se stesso e calarsi sempre più nel mistero da lui medesimo rappresentato, il mistero dell’essere umano e della sua, mai completamente sondata, capacità di immergersi nella propria dimensione teorica e astratta: il pensiero.
Quando incontrano un lettore predisposto quei libri hanno il potere di sovraeccitarne il sistema nervoso e portarlo a una immedesimazione empatica con le vicende psicologiche dei protagonisti, degli Io narranti. La lettura dei flussi narrativi promananti da Joseph K., da Meursault, da Chris Kelvin, è in grado di scorrere all’interno della coscienza del lettore come una corrente separata ma integrata al flusso coscienziale personale del lettore medesimo.
Il lettore si troverà a vibrare dall’interno di una nuova vibrazione, quella prodotta dal libro, senza che però questa venga avvertita come estranea, o indotta, e sarà gettato in stati di prostrazione ingiustificati da accadimenti reali contingenti. Subirà lo sviluppo emozionale dei personaggi. Guarderà, in sovrapposizione alla propria visione del mondo, attraverso la lente costruita dallo scrittore con i propri stessi flussi emozionali.
Il pericolo per il lettore è quello della sofferenza, è bene dirlo. Questo è l’avvertimento.
La sofferenza speciale di cui si farà esperienza, però, non sarà legata in maniera particolarmente stretta alle vicende oggetto della narrazione, sarà piuttosto una doloranza interiore, un tipo di prostrazione, lo ripeto, oggettivamente ingiustificata. Sarà una manifestazione artificialmente indotta del male di vivere montaliano; sarà la riprova, oserei dire scientifica, che quel male esiste e alberga dentro di noi come il virus sopito di una malattia originaria e cronica, pronto a ogni buona o cattiva occasione a risvegliarsi completamente e a manifestarsi, con tutta la sua carica irrazionale, nuovamente.
@ articolo di Paolo Triulzi
Cadere ed essere felici
by Gianni Montieri on dic.05, 2009, under quaderni

Qualche giorno fa la mia amica mary in una nota su facebook scriveva:
“La felicità, ho letto ieri in un’antologia greca, potrebbe essere un fatto verticale, una questione di altezza. Ho sempre pensato che la felicità sia più rara, più difficile. Forse è quando l’alto diventa basso, il passo più difficile delle parole, e d’altra parte nessuno sa come si allarma senza ragione il cuore. Suppongo sia necessario essere molto bravi per fare basso l’alto, non buttare via le cose e non buttarsi. Da piccola ricordo che era fonte di felicità riuscire a bagnare i fiori con l’annaffiatoio degli adulti. E davvero, più avanti, credevo di riuscire nello scopo di una lieve pornografia del cuore. E invece no. Però Raboni sì. E qui, e per la terza volta, lo lascio.”
mary barbara tolusso
I film porno mi annoiano.
Ma andare insieme in uno di quei cinema
dove si fa di tutto
tranne guardarli, dove tutti vagano
come anime in pena
tra fila e fila in cerca di qualcuno,
uomo o donna, pagante o a pagamento,
da portarsi nei cessi,
ah questo no che non mi annoierebbe!
Quante volte, mio puro e altero amore,
sei stata a tua insaputa nel girone,
quante volte mi sono mescolato
alla tomba inquieta dei dannati
per spiare noi due coi loro occhi,
per vederci come loro s’inventano
che siamo, che ti tocco, che respiri…
@giovanni raboni
lei (ma si sbaglia) lo definisce un post da “facebook”. Io la considero una riflessione molto interessante sulla felicità, che mi ha riportato alla mente un post che scrissi qualche tempo fa per un laboratorio di poesia.
“E noi che pensiamo la felicità/ come un’ascesa, avremmo l’emozione/ che quasi ci smarrisce di quando cosa ch’è felice, cade.”
Rainer Maria Rilke.
Erri de luca citando questi versi di rilke, in un suo brano, dal titolo “cadute”, tratto da ALZAIA dice:
“Così si chiude l’ultima delle dieci elegie duinesi, vertice poetico di Rilke e del secolo. E’ difficile invertire l’immagine che si ha della felicità come innalzamento a una che la descrive in discesa tratto calante di parabola. So però che l’alpinista è felice sulla via della discesa ed è anche stanco. L’intuizione di Rilke sulla felicità mi insegna qualcosa su un accidente delle storie sacre cui avevo poco badato finora. Il fatto che in alcuni momenti della rivelazione gli uomini che ne sono testimoni vengono meno, cadono. […] Più che cadere cedono per crollo, non per devozione: altre volte infatti non succede. Cedono perché il corpo semplicemente non regge davanti all’energia che si sprigiona dalla rivelazione. Ultimo delle storie sacre a cadere è Shaùl ovvero Saulo, Paolo di Tarso, rovinosamente sbalzato dalla sella e dall’autorità lungo la insidiosa via di Damasco. […] Malgrado la sua sia la sola caduta con conseguenze cliniche, credo che anche per lui, come per gli altri, l’attimo di cadere davanti alla chiamata sia stato esattamente questo: “di quando cosa ch’è felice, cade”.
Questa lettura ha fatto riflettere anche me. Penso anch’io infatti che trovare la felicità sia cadere o comunque lasciarsi andare fino a toccare, finalmente, terra. Così come l’innamorarsi, e lo sanno bene gli inglesi che dicono “fall in love”, e to fall – in inglese – è la prima traduzione del verbo cadere. Quindi anche quando ci si innamora si cade.
Più in generale molte sono le cose belle che, a volte, ci piovono addosso, ad esempio la musica.
“Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci”.
Da Stabat Mater di Tiziano Scarpa.
Anche qui si cade e anche il buon van gogh pensava allo sprofondare come qualcosa di molto vicino alla felicità.
“E’ bello d’inverno sprofondare nella neve, in autunno nelle foglie ingiallite, d’estate nel grano maturo, in primavera nell’erba; è bello essere sempre con i mietitori e le contadinelle, d’estate con un gran cielo sopra la testa, d’inverno vicino al focolare, e sentire che è sempre stato e sempre sarà così”.
Van Gogh
Questo post può far generare una discussione oppure no, ma la prima ipotesi mi farebbe piacere. Dai venite a cadere.
Erri de luca – in mezzo a questo mare nostro
by Gianni Montieri on nov.19, 2009, under quaderni

articolo di qualche tempo fa, che amo particolarmente
“Per chi è nato sotto un vulcano piantato in mezzo a un golfo, il mare è stato una via di fuga. Dove s’arresta il fuoco inizia la salvezza. Noi di laggiù siamo di suolo scosso, ogni generazione è stata buttata fuori casa da un terremoto, ma l’albero maestro del terrore è il vulcano. Ognuno di noi nati a Napoli, anche nel chiuso di una stanza, sa dove sta il cratere. Sta a oriente della città e l’orienta. Anche nel sonno uno di noi sa se sta dando la testa o i piedi al gran fornello.
Perciò il mare per noi è stato lo scampo, e la striscia di sabbia il posto più sicuro. Lì il popolo di una volta prolungava le notti inventando la ruffiana tarantella, danza di chi vive su un suolo instabile, da saltarci sopra.
E’ stato un grande mare il nostro, anche se minimo in confronto all’oceano. Ogni metro di costa ha cento storie e scorie. Ci si è sbizzarrita la più sfrenata fantasia teologica dell’umanità. Fervevano i più svariati culti religiosi, fumavano i più assortiti altari, dedicati a ogni specie di divinità di terra, mare, aria, onorate col fuoco dei sacrifici. Brulicavano i culti e le immagini prima dell’avvento di una divinità estremista che dichiarava di essere l’unica e la sola. Tutte le altre andavano estirpate, erbacce di stagione, dal suo campo. Si piantò in un bordo orientale del Mediterraneo, nel breve tratto tra la costa e il corso del Giordano, fiume orgoglioso che si rifiuta di mischiare le sue acque con le altre e va in solitudine a finire nella depressione del Mar Morto.
Da quel tratto di terra, stretto tra un’acqua dolce e una salata, il monoteismo partì a conquistare il mondo per via navale sotto specie cristiana. Il primo cristianesimo fu marinaio, esposto ai naufragi.
Si dice che l’Italia è una penisola a forma di stivale. Non la vedo così. Somiglia invece a un braccio che si allunga da una spalla d’Europa e si prolunga in mare. La Puglia è il pollice di una mano aperta verso il largo.
Non è uno stivale, non ha preso a calci nessun popolo venuto ad abitare, per conquista o in fuga. L’Italiano, popolo e lingua proviene da storie di viandanti e naviganti, greci, fenici, d’Africa e di Oriente. Siamo per geografia un braccio di terra che finisce a mano aperta. Dal mare abbiamo ricevuto ricchezze e invasioni, pirati, bachi da seta, aritmetica e morbi che ci hanno rimescolato i sangui e le fattezze.
E in mezzo a questo mare nostro stanno le isole più belle della terra. Abbiamo saputo presto che la bellezza è rischio da correre, che fa ubriacare e correre ai coltelli. Abitiamo questa bellezza da gelosi, da cornuti, da santi pescatori portati in processione sulle barche, l’abitiamo col nero delle vedove sotto il sole a picco, che non distingue il colore del lutto da quello dell’ombra. Nostro colore è il bianco steso a pennello sopra i tetti a rinfacciare il sole, che respinto scatena i suoi colori in mare, in cielo e nei frutti della terra.
Mare è stato il destino di milioni di nostri salpati dal molo Beverello per le Americhe, nel grembo delle stive della terza classe, sotto la linea di galleggiamento. Mare è il destino dei migratori nuovi che lo raggiungano dopo un milione di passi sulle piste di Africa e di Oriente. S’imbarcano senza geografia da qualunque spiaggia verso qualunque approdo, sopra barconi esausti. Imparano che il mare è una botola aperta sotto i piedi, un viaggio su dieci si perde sul fondo. Mai è stato così pieno di vite perse e di vite salvate, il nostro mare. Aspetto un Omero che renda loro onore con un’epica nuova e un alfabeto antico. Infine mare: noi popoli di costa mai saremo un’espressione politica, mai fonderemo gli Stati Uniti del Mediterraneo. E questa è buona sorte.”
@erri de luca
Bastardi senza gloria (di Erika Pucci)
by Gianni Montieri on ott.05, 2009, under quaderni

- con spoiler -
La trama è nota a tutti. Nella francia occupata dai nazisti tra il 1941 e il 1943, si svolgono le vicende parallele di un gruppo di soldati americani di origine ebrea ( i bastardi senza gloria) che seminano il panico tra le truppe naziste perchè il loro obbiettivo è farli fuori, portandosi via lo scalpo. E la vicenda di Shoshanna, una giovane ebrea fuggita ad un eccidio nazista e che a Parigi gestisce un cinema. In occasione di un’ importante premiere di propaganda presieduta da Goebbles e che ospiterà anche Hitler le due vicende parallele si intersecano con il fine di far fuori i vertici delle SS e della Gestapo, da parte dei Bastardi, e di bruciare il cinema intero per lo stesso scopo da parte di Shoshanna dando fuoco alle 350 pellicole al nitrato conservate nell’archivio. Alla fine l’obbiettivo sarà raggiunto e la seconda guerra mondiale terminerà diversamente da come la storia invece ha scritto.
Cosa dire di Quentin che non ho già detto?
Tecnicamente: nel film ritroviamo le caratteristiche del suo linguaggio filmico ( video split, fermimmagine con didascalie etc etc) anche se meno ostentate rispetto ai precedenti.
I movimenti della mdp son ben controllati, le inquadrature riprendono le lezioni di Leone sul western, i movimenti sono precisi e contribuiscono alla suspense che, insieme a una brillante ironia, fa parte della storia. A tale proposito bellissima è la sequenza in cui i Bastardi chiedono al soldato semplice, che poi rilasceranno alcune indicazione, strategiche sulla cartina: i movimenti di macchina nel dialogo sui primi piani dei 3 personaggi e sulla cartina sono assolutamente avvincenti e perfetti.
Dal punto di vista della narrazione Tarantino sappiamo che è un grande burattinaio: i suoi personaggi si muovono bene, così bene da cambiare persino la storia scritta. Ogni tanto ci regala qualche dettaglio di messa in scena splendido ( come il bicchiere di latte che ricorre nei due incontri tra Shonsganna e Landa) o come la pipa alla S. Holmes di Landa stesso, connotandolo fin dal principio come un investigatore più che come un militare.
La prima sequenza di 10 min sull’eccidio della famiglia ebrea posso definirla magistrale: per il ritmo, per le inquadrature, per la capacità di sintetizzare in immagini e parole (il discorso dei ratti) l’essenza dell’olocausto. Altrettanto meravigliosa è l’ultima parte nel cinema dove il sonoro delle sparatorie sullo schermo copre quelle reali, e dove il montaggio alternato tra il soldato che recita nel film e la sua morte effettiva è molto toccante.
Probabilmente dal film si evince un punto di vista americano, e non poteva essere altrimenti. E’ interessante vedere come i vari popoli che si muovono nella storia (italiani, tedeschi, neri) siano connotati con le banali etichettature correnti.
Gli attori sono molto bravi e convicenti, soprattutto l’interprete di Landa. Inoltre: sarà un caso che il primo a morire dell’operazione Kino è proprio il soldato che prima della guerra faceva il critico cinematografico?
Infine i due punti che non mancano mai nei film di Tarantino: la donna come figura di riscatto umano e il cinema.
Anche in questo film le donne sono personaggi positivi e detentrici di valori umani da salvaguardare. Le due protagoniste femminili sono assolutamente bravissime entrambe. Tra l’altro numerose furono le attrice del terzo reich che misero a repentaglio la loro vita come spie. Inoltre nella scena finale di Shonshanna ci aspettiamo ardentemente come pubblico che non spari il colpo finale, per quanto il tema della vendetta fosse già presente in altri film di Tarantino, e qui, a differenza di Kill Bill, la donna davanti al soldato morente ha quella pietas che dovrebbe distinguere l’umanità, anche se le costerà la vita stessa. Ma Shonshanna continuerà a vivere nel gesto audace del montaggio in cui come giovane ebrea dà a tutta la nazione tedesca il suo messaggio, e nel gesto di bruciare così tutto il cinema.
Il cinema, un atto d’amore. Una riflessione per il cinema di propaganda, ma anche per il cinema di Pabst e dei cineasti ebrei nella Germania prenazista. Ma anche il cinema che in qualche modo può cambiare la storia. E se non lo può fare il cinema, in questo caso ci può riuscire un cinema bruciando se stesso. E la chiave vincente di questo film credo sia proprio la possibilità di rivolgersi sia al largo pubblico, come storia di una storia che poteva essere diversa, sia a quello esperto che si può divertire come sempre a cercare riferimenti di altre cinematorgafie.
Il film è anche in qualche modo catartico: per la prima volta gli ebrei li vediamo essi stessi violenti, i ruoli sono ribaltati. E il dilemma rimane questo. Per la prima volta il regista ha fatto un’opera storicamente inquadrata, tra l’altro la violenza delle SS basta da sé e mi chiedo che le circa tre sequenze un po’ splatter fossero così necessarie…a questo punto credo che non ne abbia più bisogno Tarantino: il film regge bene anche da solo, e il suo pubblico la lezione sulla violenza ostentata l’ha ormai compresa.
Bella e attuale anche il discorso sull’uniforme: un uomo non cambia il suo passato togliendosela. E sulla scena finale, quando Pitt traccia l’ennesima svastica in merito, come non pensarla autoreferenziale la domanda “E’ il mio capolavoro?”
Secondo me si, è il capolavoro di Tarantino, perchè l’ho trovato geniale, cresciuto, con alcune cose ancora da rivedere, ma sicuramente il suo film più completo.
@erika pucci
Da dove vengono le storie
by Gianni Montieri on set.29, 2009, under quaderni
Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale. E così è per quel racconto [“Nessuno diceva niente”]. Una volta, quando ero ragazzo, andando a pesca ho preso davvero una trota che dava decisamente sul verde. Non avevo mai visto una trota del genere, era lunga una trentina di centimetri. Un’altra volta, ho visto veramente un pesce che s chiamavamo “testa di ferro”, una trota testa di ferro che era arrivata al mare e poi era tornata nell’acqua fresca, si era infilata in un fiumiciattolo ed era rimasta arenata lì. Ma quella volta non ho fatto niente. Non l’ho presa, quella lì. E in un’altra occasione ancora mi sono diviso veramente un pesce a metà con un altro ragazzino. Ma non era una trota testa di ferro. Era uno storione, uno storione di quattro o cinque chili, che si era andato a infilare chissà come in quel fiumiciattolo. Lo abbiamo tirato su e ce lo siamo diviso. Il resto del racconto l’ho messo insieme come si fa per qualunque racconto: è come una palla di neve che rotola a valle. Cioè mentre rotola ci si aggiunge sempre più roba. Quelli erano episodi di quando ero piccolo: ci sono certi ricordi che in qualche modo ti si radicano dentro e non te li dimentichi più. Te li porti appresso per anni e anni. Quando avevo trent’anni, quelle esperienze, quel particolare periodo della mia vita, attiravano moltissimo la mia attenzione. Quando ho scritto quel racconto sapevo di aver scritto qualcosa di speciale. Non è una cosa che mi capita sempre. Ma quella volta mi sono reso conto che avevo toccato un tasto particolare. Sapevo cosa avevo per le mani
Raymond Carver (brano tratto da: niente trucchi da quattro soldi ed. minimum fax)
