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	<title>Inassenzadimetri &#187; racconti</title>
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	<description>&#34;non c&#039;è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto&#34; I. Babel</description>
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		<title>La pianta (tecniche di resistenza &#8211; prima parte)</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:31:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
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La Pianta (tecniche di resistenza)
#1 La pianta, quella grassa, quella piccola, quella nel vaso piccolo rosso, quella l&#8217;ho salvata. l&#8217;ho portata in ufficio e sta sempre con me. basta poca acqua e un po&#8217; di luce.
#2 La pianta quella di cui parlavo, quella piccola, quella grassa, ma anche magra, quella nel vaso piccolino rosso, ecco, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2012/01/tumblr_l4of51OWdU1qacu26o1_500-1-300x232.png" alt="tumblr_l4of51OWdU1qacu26o1_500 (1)" title="tumblr_l4of51OWdU1qacu26o1_500 (1)" width="300" height="232" class="alignleft size-medium wp-image-970" /></p>
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<p><strong>La Pianta (tecniche di resistenza)</strong></p>
<p>#1 La pianta, quella grassa, quella piccola, quella nel vaso piccolo rosso, quella l&#8217;ho salvata. l&#8217;ho portata in ufficio e sta sempre con me. basta poca acqua e un po&#8217; di luce.</p>
<p>#2 La pianta quella di cui parlavo, quella piccola, quella grassa, ma anche magra, quella nel vaso piccolino rosso, ecco, quella: ha retto anche l&#8217;ultimo weekend, se ne sta lì sulla scrivania, in ufficio, al sicuro, tra il portapenne del Che e il computer, più viva che mai, mi pare.</p>
<p>#3 La pianta, dicevamo, ha la forma di un cuore. Forma insolita per una pianta grassa ma anche magra. Ma, pensandoci, come idea, questa cosa della forma ben si addice al vaso piccolo, che è rosso, come sappiamo. Questa cosa della forma che poi è un cuore e quest’altra cosa della resistenza, della sua sopravvivenza, fa pensare ogni mattina, poco dopo le otto, che questa pianta, questo cuore grasso ma anche magro, pulsi.</p>
<p>#4 La pianta, nuovamente, nonostante l’ambiente ben poco accogliente, nonostante la finestra che (suo malgrado) non può che dare sul cortile interno, nonostante gli armadi vecchi di cinquant’anni, troppo marroni, di un marrone troppo scuro, nonostante le scartoffie, l’invadenza del mouse (che seppur mancino è una vita che uso con la destra ), nonostante i colleghi che vengono e vanno, e che a volte si fermano, nonostante questo e altro ancora, la pianta non si lamenta, non protesta. La pianta sa come stare, quando non dire, si aggrappa a quel po’ d’acqua e al suo vaso piccolo, che ricordiamo è rosso, e ce la fa.</p>
<p>#5 La pianta, dopotutto, adesso che è buio, che è notte, anche e soprattutto nel cortile interno, di cui sappiamo, alle spalle di piazza della Scala, la pianta dal suo canto, ha aspettato che quelli delle pulizie finissero, che anche l&#8217;ultimo ronzio dell&#8217;ultimo computer del palazzo terminasse, si è rimboccata appena appena il vaso (che ricordiamo essere piccolo e rosso) e ora dorme. La pianta che resiste un&#8217;altra notte, che aspetta domattina.</p>
<p>#6 La pianta, che poi a dirla tutta, a dirla bene, è una piantina ma che pur essendolo, nel suo minuscolo esistere, nel suo quasi impercettibile pulsare, dall’alto del suo vaso (che solo un superficiale chiamerebbe vasetto) (che è piccolo e sempre rosso), compie,nella sua totale umiltà di piccola pianta, degli atti di estrema saggezza. La pianta o piantina, come preferiamo, riesce a stare esattamente a metà tra la porta e la finestra, così che ogni tanto pare che la sua forma d’origine, che ricordiamoci è un cuore, diventi (a saperla guardare) quella di un orecchio pronto all’ascolto.</p>
<p>#7 La pianta, che in ultima analisi si era definita piantina, ma che preferiremmo continuare a chiamare pianta perché è di una certa statura. La pianta quindi resta “La pianta” e lo diciamo, tutti noi, con un certo orgoglio. La pianta, stamattina, mentre rifaceva il vaso (che è piccolo e rosso ma di un rosso lucido, dettaglio quest’ultimo che non dobbiamo trascurare), ha tenuto a precisare di non provenire da un vivaio alla moda ma nemmeno da un supermercato di periferia. La pianta ha detto, in un bisbiglio, nel suo dignitosissimo e regolare pulsare, ha detto di provenire dal reparto piante (essendo pianta) dell’Ikea. La pianta spiega che  questa sua tempra (che peraltro abbiamo già notato nei giorni scorsi) non matura dentro le sue radici nordiche ma dal fatto che la sua posizione, all’interno del negozio in questione, fosse poco prima dell’uscita, del deposito merci e delle casse, fosse quindi in uno scaffale poco frequentato, piuttosto di passaggio, da gente di corsa e ormai stanca, fosse su uno scaffale  da ultima speranza. La pianta messa lì dove stava, pur brillando nel suo vaso (piccolo ma rosso e lucido) poteva essere notata solo da chi nutriva altra speranza. La pianta questo ha detto stamattina poco dopo le otto e molto prima delle otto e mezza.</p>
<p>#8 La pianta, adesso che è tarda sera, adesso che comunque la si voglia guardare, la luce che filtra dal cortile interno è quel che è, la pianta, che ha un cuore e di un cuore ha la forma, rallenta il battito, lo adegua a quel piccolo bagliore che filtra dal cortile e tra le tende. La pianta sa che la notte di Milano, soprattutto se vista da una scrivania, che sta al secondo piano di un ufficio che a quest&#8217;ora è chiuso, è scura. Sa che essere piantata dentro il suo vaso (che anche a quest&#8217;ora ci fa il piacere di essere piccolo, rosso e parecchio lucido) la manterrà al sicuro, fino all&#8217;alba, da lì in poi mancherà poco, un&#8217;ora all&#8217;acqua, un&#8217;ora all&#8217;aria. Le 22,40 di Milano, la pianta, essendo cuore, essendo viva: batte.</p>
<p>#9 La pianta, che ricordiamo avere forma esile di piantina e di cuore, a metà mattina mentre tutto si muove da ore, quando già troppi caffè sono stati consumati, terribili banalità impiegatizie proferite, la pianta (avendo già rifatto il suo vaso piccolo il giusto, rosso il minimo, lucido quanto basta e quando serve) comincia a pulsare in maniera leggermente accelerata, come se fosse agitata, scossa. La pianta, trema un po’ e non comprende se l’insidia arrivi dal tagliacarte steso appena dietro al vaso, o se da un vento che passa dagli spifferi. La pianta, dopo un po’, essendo viva, essendo saggia (come ricordiamo perfettamente), si tranquillizza e ritorna, dall’alto dei suoi dieci centimetri di statura (trenta se contiamo il vaso), a battere in maniera regolare. La pianta sa che, avendo la sua acqua e la sua luce, non ha nulla da temere, l’ha compreso bene anche la pinzatrice verde che si è messa più distante.</p>
<p>#10 La pianta, la nostra, che sappiamo grassa e magra, che sappiamo verde, la pianta se ne sta lì nel suo weekend da ufficio, che a suo dire è solitario, che è silenzioso. La pianta, però, ben arroccata nel terriccio e nel suo vaso (e qui occorre specificare nuovamente, che è rosso, che è piccolo, che il rosso è lucido), ha imparato a distinguere i rumori notturni che fa un palazzo fatto di uffici. La pianta sa che l&#8217;armadio più vecchio, quello sulla parete che le sta di fronte, dopo una certa ora: scricchiola. La pianta ha imparato che il mouse soffre d&#8217;insonnia e intavola strane discussioni (la pianta giurerebbe d&#8217;aver sentito una preghiera) col poster di De Andrè. La pianta, che è cuore, perché di cuore ha forma, prova tenerezza per il mouse, lo sente fratello. La pianta nella notte tra sabato e domenica, sa che dormire o non dormire non è tutto ma sa (dall&#8217;alto della sua riconosciuta saggezza) che a volte fa la differenza.</p>
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</p>
<p><em>Gianni Montieri</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>ARGO VIXI</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 18:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
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è uscito il nuovo numero di Argo (il diciassettesimo): VIXI &#8211; Romanzo collettivo d&#8217;esplorazione. Il tema di questo numero è la morte, per info e modalità d&#8217;acquisto:
ARGO VIXI INFO
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per consultare il pdf in anteprima qui:
ARGO VIXI PDF
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i miei tre inediti contenuti all&#8217;interno del numero:
I
Gli spararono in faccia
che tutti sapessero, che tutti ricordassero
la sera stessa in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2012/01/379913_2635775346063_1605851796_32411166_2036479360_n-300x283.jpg" alt="379913_2635775346063_1605851796_32411166_2036479360_n" title="379913_2635775346063_1605851796_32411166_2036479360_n" width="300" height="283" class="alignleft size-medium wp-image-957" /></p>
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</p>
<p>è uscito il nuovo numero di Argo (il diciassettesimo): VIXI &#8211; Romanzo collettivo d&#8217;esplorazione. Il tema di questo numero è la morte, per info e modalità d&#8217;acquisto:</p>
<p><a href="http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=470:e-uscito-il-nuovo-argo&#038;catid=16:agenda">ARGO VIXI INFO</a></p>
<p>&nbsp;<br />
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<p>per consultare il pdf in anteprima qui:</p>
<p><a href="http://issuu.com/argonline/docs/vixi/1">ARGO VIXI PDF</a></p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p>i miei tre inediti contenuti all&#8217;interno del numero:</p>
<p>I<br />
Gli spararono in faccia<br />
che tutti sapessero, che tutti ricordassero<br />
la sera stessa in piazza<br />
commenti da stupidi ventenni<br />
stabilendo con una birra in mano<br />
il grado di importanza di una morte<br />
(chi lo conosceva, quanti colpi<br />
se c’era tanto sangue, quanta polizia)</p>
<p>qualcuno stava zitto, qualcuno parlava<br />
pochi minuti per tornare all’ordinario:<br />
la biondina in jeans tagliati  a chi la dava<br />
il centravanti squalificato, il motorino truccato.</p>
<p>II</p>
<p>La mattina di un primo gennaio:<br />
una vecchia 500 sventrata<br />
da una cipolla o bomba Maradona<br />
qualcuno torna a casa ubriaco<br />
si dirada una nebbia artificiale<br />
la conta dei feriti su &#8220;Il Mattino&#8221;<br />
una conoscente morta a mezzanotte<br />
-una pallottola vagante-<br />
mi appunto mentalmente il funerale<br />
“buon anno” a un passante<br />
che non risponde, prosegue lentamente</p>
<p>III</p>
<p>Appeso all’ultimo lembo<br />
guardo le mani che sgranano i rosari<br />
la cadenza regolare dei misteri recitati<br />
tutto quel che resta.<br />
(a O.)</p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p>[gianni montieri]</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il toro &#8211; racconto di Giuseppe Merico</title>
		<link>http://inlibraria.com/inassenzadimetri/2010/06/19/il-toro-racconto-di-giuseppe-merico/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 14:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe merico]]></category>

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E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte la nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2010/06/foto-toro-150x150.jpg" alt="foto-toro" title="foto-toro" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-605" /></p>
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<p>E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte la nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l’albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla &#8211; io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate &#8211; salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d’ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se&#8230; come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nero era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.</p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p><strong>Nota: Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) e sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop)</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p><strong>@ giuseppe merico</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Rumeni &#8211; Anna Lamberti-Bocconi</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 10:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
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Rumeni, questo bel romanzo di Anna Lamberti-Bocconi, compie un anno. Festeggio anna e il libro riproponendo la recensione che scrissi un anno fa. buon compleanno.
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Appena finito di leggere il libro ho inviato un sms ad Anna, l’autrice (peccato non aver potuto fare lo stesso con Roth dopo aver finito Pastorale Americana) e le ho scritto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2010/06/9788862220828g.jpg" alt="9788862220828g" title="9788862220828g" width="200" height="274" class="alignleft size-full wp-image-599" /></p>
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<p>Rumeni, questo bel romanzo di Anna Lamberti-Bocconi, compie un anno. Festeggio anna e il libro riproponendo la recensione che scrissi un anno fa. buon compleanno.</p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p>Appena finito di leggere il libro ho inviato un sms ad Anna, l’autrice (peccato non aver potuto fare lo stesso con Roth dopo aver finito Pastorale Americana) e le ho scritto, quasi senza pensare, che le sue storie sono un viaggio con l’inevitabile. Il necessario. A qualche ora di distanza ho capito perché. </p>
<p>Le storie di “Rumeni” sono le nostre. Sono gli incontri ogni giorno possibili. Gli sguardi che accuratamente evitiamo di incrociare per ignoranza e paura, che poi a guardare bene sono la stessa cosa. Leggendo il titolo del libro il primo accostamento che fa la mente pigra è : clandestino o, per i più contorti: clandestino-stupratore. Beh, non è un libro su questo e nemmeno sull’immigrazione. </p>
<p>Sono racconti di incontri spesso veloci, bruschi, con ragazzi che vengono da un passato che non ci conviene. Ognuno di questi ragazzi, ogni gesto, reazione, parola, silenzio, lascia dentro chi legge un segno e rimanda ad un senso di colpa che non possiamo fare a meno di provare. Una grande tenerezza. </p>
<p>C’è la rissa, il ladruncolo, il sesso veloce, la stretta di mano, il gesto gentile, l’arroganza che qui è un’altra paura, la voglia di stare al mondo. </p>
<p>Anna scrive bene, molto bene. Anna si mette dentro le storie, se le fa passare addosso, se ne fa sconvolgere. Anna prova a comprendere. </p>
<p>L’inevitabile non è dover fare i conti con gli stranieri che arriveranno sempre di più. L’inevitabile è fare i conti con le solitudini degli altri che sono come le nostre: terribili. Necessario è sapere che rifiutare di conoscere, capire, le ragioni dell’altro è perdere un buon motivo per stare al mondo. Rintanarci non ci salverà, anzi. </p>
<p>E’ stata una lettura bella, fin troppo veloce. Alla fine avrei voluto ancora un paio di storie. Sapere, ad esempio, che fine ha fatto Mario o dove sarà Cristina adesso. Poi ho pensato di uscire per andare a cercarli. Cielo azzurro su Milano, oggi. </p>
<p>&nbsp;<br />
<br />
@ Anna Lamberti-Bocconi &#8211; Rumeni &#8211; ed. Stampa Alternativa  &#8211; 2009</p>
<p>&nbsp;<br />
<br />
@recensione di Gianni Montieri</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Brevi interviste con uomini schifosi &#8211; D.F.Wallace</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 09:42:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
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Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)
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Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2010/06/brevi-interviste-con-uomini-schifosi.jpg" alt="brevi-interviste-con-uomini-schifosi" title="brevi-interviste-con-uomini-schifosi" width="200" height="323" class="aligncenter size-full wp-image-556" /></p>
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<p><strong>Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)</strong></p>
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Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.</p>
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@ david foster wallace &#8211; Brevi interviste con uomini schifosi &#8211; Einaudi</em></p>
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		<title>Una bella mela rossa &#8211; di Alessandra Sartori</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 14:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandra sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>

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Non ho nessuna voglia di dormire. Raccolgo una mela dall’albero che cresce in mezzo alla mia stanza da letto. Una bella mela rossa. Ha un sapore acidulo e zuccheroso; il succo mi cola in gola e sulla lingua; la polpa si scioglie nella saliva. La luce della stanza si spegne. Guardo attraverso la finestra: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2009/12/82a2556cb9_1350012_tmb.jpg" alt="82a2556cb9_1350012_tmb" title="82a2556cb9_1350012_tmb" width="150" height="100" class="alignleft size-full wp-image-248" /></p>
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<p>Non ho nessuna voglia di dormire. Raccolgo una mela dall’albero che cresce in mezzo alla mia stanza da letto. Una bella mela rossa. Ha un sapore acidulo e zuccheroso; il succo mi cola in gola e sulla lingua; la polpa si scioglie nella saliva. La luce della stanza si spegne. Guardo attraverso la finestra: la città è buia, nessun lampione funziona più.<br />
Mi sveglio.<br />
Un letto è freddo quando ci ha dormito un corpo solo; ci vogliono due selci per fare un fuoco. Ho sempre la stessa sorpresa accorgendomi che non c’è nessuno vicino a me per amarmi e per tradirmi. Già da ragazzina avvertivo questo vuoto sotto la mutevole corazza di grasso con cui mi rivestivo.<br />
La scuola abbondava ostensibilmente di strazi, io ero forse il più imponente in quando a dimensioni e il meno importante in quanto a fascino extraterrestre.<br />
Procedevo aspettando, aspettando un’occasione decente per gettare il terrore e l’ammirazione nel più prossimo cuore.<br />
Ero colma di una sorta di certezza globale, indipendente perfino dalla somma delle ore trascorse a mangiare, che mi costringeva a fare della marcia a ritroso un’impresa più azzardata di quanto lo sia realmente. Ingoiavo oggetti solo con il pretesto di poterli poi ributtare fuori. Volevo sentirli transitare al contrario dagli spazi che decidevo di misurare con destrezza geometrica.<br />
Avrei voluto essere una grassa moglie che si sveglia sempre prima del marito, si alza e scivola in cucina con passo giapponese, mette sul fuoco la caffettiera con rassegnazione, dà un’occhiata all’orologio appeso al muro e si accorge che sono già le seiezerocinque e che i suoi sette bambini ancora dormono avvolti nelle loro sette coperte di lana ricamata.<br />
Invece condivido un appartamento con altri quattro ragazzi, dove la marijuana è garantita senza pesticidi e si cerca metodicamente di non condividere i pasti principali della giornata.<br />
L’unico uomo che ho avuto era uno scrittore. L’ho ospitato nel mio letto per più di una settimana. Gli ho permesso di intasarmi ogni centimetro quadrato con quei suoi manoscritti, e mozziconi di sigaretta, e biscotti, e ogni sorta di porcherie che, a sentire lui, gli alimentavano l’ispirazione. Poi un giorno sono rientrata a casa ed oltre a non trovare più lui, ho scoperto che se ne erano andati anche il mio notebook, la stampante a colori e la digitale che mia madre aveva provveduto a regalarmi a natale.<br />
Lavoro in un ufficio dal pavimento azzurro. A pranzo andiamo tutti in mensa, l’ambiente è gradevole, ridere e discutere in collettività favorisce la quotidianità. Il cibo, naturalmente, proviene dall’agricoltura biologica, come la cocaina che i colleghi vanno a sniffare nei cessi.<br />
C’è solo un collega che non si unisce al gruppo. Ogni giorno compare con il suo vassoio in mano, ci saluta e poi si dirige verso un tavolo vuoto. Qualche volta lo invitiamo ma lui dice che non vuole ritrovarsi in situazioni imbarazzanti, tipo che al momento di sederci a un tavolo da otto, ci si rende conto che non c’è abbastanza posto per tutti e che bisogna escluderne uno. Ecco, lui si esclude a priori e si siede altrove.<br />
Ama vestirsi di azzurro. Camicia, scarpe da ginnastica, spolverino, maglioncini di cotone. Ascolta Julio Iglesias, qualche salsa romantica, qualche baciata movimentata. Credo soffra di rachitismo o di una qualche patologia che gli impedisce di assorbire il cibo, perché è scheletrico, ha un buffo pizzetto di pelo rossiccio sul mento e la pelle candida.<br />
Lo osservo solo quando mangiamo. Gli altri parlano e io ingoio il mio risotto sbavando su qualche fungo che mi cade dalla forchetta e mentre lo raccolgo dal piatto direttamente con la lingua lo guardo.<br />
Strappo la carne dall’osso di una coscia di pollo, mi succhio le dita e lo fisso. Ingoio il budino in un unico gesto veloce e intanto lo studio. Con i colleghi parlo in fretta fra bocconi da cui soffio fuori le briciole, mentre sul labbro superiore si forma una mezzaluna di unto.<br />
Lui si alza sempre dopo di me. Spesso incrocio il suo sguardo. Sorseggia lentamente la sua aranciata amara e si alza solo dopo che mi sono alzata io. Talvolta lo incrocio sulla porta, ma si allontana sempre prima che ci si possa dire qualcosa.<br />
E’ anche particolarmente basso. Una volta passandomi accanto un suo orecchio ha sfiorato il mio gomito.<br />
Gli esseri umani stanno in piedi grazie alla propria ossatura interna, ma hanno anche un’impalcatura esterna che li articola. Mariti, genitori, amici, fratelli, amanti. E in quest’ultima struttura è meglio avere ossa forti dalle articolazioni morbide, altrimenti finisci per soffrire di artriti deformanti che non ti fanno intessere legami duraturi.<br />
La mia pancia è gonfia e lattea, la cellulite che mi copre le cosce ha perso le sembianze originali e si è adagiata in un’unica grande massa burrosa che trema delicatamente ad ogni accesso di tosse. Il mio sedere è enorme e spesso fatico a trovare delle mutande comode, così indosso pantaloni larghi sotto a vestiti leggeri.<br />
I capelli sono neri come la liquirizia, lisci, con un’onda in fondo che sembra uno scivolo per bambini.<br />
Adoro i cannoli alla crema e riesco a mangiarne anche quattordici di fila, solo che dopo vado in bagno a vomitarli. Spesso mangio la pasta cruda, direttamente dal sacchetto e poi metto il pigiama, vado in bagno, mi infilo il manico dello spazzolino in gola, tiro lo sciacquone e poi vado a letto e, quasi sempre, sogno i miei sette figli dalle sette copertine di lana ricamata.<br />
Il giorno dopo, ogni giorno che arriva ha qualcosa di sacro, indescrivibile, ed è così precisa la sensazione di presente e di immediato, di speranza frizzante, che dalla faccia queste certezze mi arrivano dentro fino al cuore e allora tutti mi pensano felice perché sorrido. Non lo sono. Se mi guardo allo specchio vedo un animale ultraterreno che comunque mi piace. Gli occhi azzurri, grandi, le guance piene, il neo sulla tempia, il doppio mento, una cicatrice sul sopracciglio destro. Lo specchio mi guarda e dice “non sei abbastanza”, io non rispondo.<br />
Un giorno sostituiranno i miei organi, mi attaccheranno una pelle sintetica e delle ossa in carbonio. La tecnologia ci permetterà di diventare uno stato permanente della materia; sarà il diritto di ogni essere umano ad avere un mondo-eterno, senza passato e senza la morte come futuro. Quel giorno non ci saranno più grassi, non ci saranno più deformi, non ci sarà più nulla da ricostruire e tutti si annoieranno terribilmente.<br />
Qualche giorno fa sono caduta dal motorino. Una grossa berlina mi ha tagliato la strada. Davanti alla mia caduta ha solo rallentato e l’uomo alla guida mi ha lanciato un urlo, prima di accelerare ed allontanarsi rapidamente.<br />
«Cazzo ci fai su un motorino con quel culo? Togliti dalle palle, balena!»<br />
Adoro guidare il motorino. Vento sulla faccia, accelerare senza il fiatone, sorpassi azzardati, frenate gorgheggianti.<br />
Non sono andata al lavoro per una settimana.<br />
Una settimana senza telefono, senza informazioni e, soprattutto, una settimana senza la fauna predatrice che sono i giorni, in un paese che non conosce il calendari, che non è sensibile al meteo, alla pioggia, in cui le ore non vengono pescate dal fiume di una qualche coscienza umana.<br />
La notte del settimo giorno di degenza vagavo nella casa dei miei sogni allattando i miei sette piccoli figli neonati e il suono affilato del telefono mi tagliò rapidamente fuori da quel sonno perfetto.</p>
<p>drin &#8211; Stavo lì, scossa, quasi sperduta. – drin &#8211; Scrollavo le coperte. Splendevo nell’oscurità. – drin &#8211; Mi alzavo dal letto con l’esigenza di rispondere al telefono – drin – e camminavo nella mia piccola stanza – drin – a piedi nudi perché non trovavo le pantofole – drin – grattandomi una natica, fino al cellulare nella borsa – drin – e rispondevo, e parlavo sottovoce – drin &#8211; cercando di non svegliare l’unico inquilino rientrato dai bagordi notturni. – drin</p>
<p>«Pronto?»<br />
«Anna? Dormivi?»<br />
«Beh. E’ notte.»<br />
«Scusa, non volevo. Allora ti saluto. Ci vediamo domani.» un uomo.<br />
Era lui. Il ragazzo dei miei pasti. Quello che divoravo con ingordigia tra uno spezzatino sugoso e un filetto di trota. Era lui. Mi stava parlando. Mi aveva chiamata.<br />
«No! No! Tranquillo! Ero sveglia… avevi bisogno di qualcosa?»<br />
«No. Niente. Ho saputo che non stavi bene. Ho visto che a pranzo non ci sei più. E non so… volevo dirti che… sì, insomma… se vuoi ci possiamo vedere una sera anche dopo il lavoro… non so una pizza… oppure no, aspetta, una pizza è poco… una cena, ecco, sì, una cena.»<br />
«Veramente… non so… certo. Va bene.»<br />
«Ok. Allora domani sera ti porto a cena. Dopo il lavoro si va a cena.»<br />
Quella notte feci l’amore con lui decine e decine di volte. Non c’erano figli da accudire, specchi da ascoltare, mariti da accarezzare. C’era il desiderio di me stessa, la mia carne calda che tremava mentre quel piccolo uomo mi vagava dentro, tra i liquidi di un corpo ingombro e affamato.<br />
Il giorno dopo, in un reparto pieno di impiegati obnubilati dalla frenesia, un gruppo di spagnoli vestiti con vecchi abiti da flamenco ballavano solo per me, sul linoleum color pervinca. Li accompagnavo ancheggiando in piedi, sulla scrivania. La mia era frenesia pura, sudavo, saltavo, urlavo. La musica mi liberava.<br />
All’ora di pranzo gli spagnoli mi salutarono nel rimbombo delle ultime note. La donna mi lanciò una mela rossa. Scomparve. Buttai la mela nel cestino e, gocciolando sudore tra i vestiti, ripresi ferocemente a ballare.</p>
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<p>@ una bella mela rossa &#8211; racconto di Alessandra Sartori</p>
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		<title>I grandi laghi &#8211; di Barbara Coacci</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 13:55:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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L&#8217;ambulatorio era ancora chiuso e si erano seduti ad aspettare su una delle due panchine di fianco all&#8217;ingresso. Qualcuno aveva lasciato lì una rivista. La copertina mostrava una cartina greografica del Canada.
&#8220;I grandi laghi&#8221; disse.
&#8220;Bei posti&#8221; disse il vecchio seduto accanto a lui.
&#8220;Già&#8221; rispose l&#8217;uomo dei grandi laghi.
Era lì che andava a trascorrere le sue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2009/10/3061266765_d0c64b5a70-150x150.jpg" alt="early lake" title="early lake" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-127" /></p>
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L&#8217;ambulatorio era ancora chiuso e si erano seduti ad aspettare su una delle due panchine di fianco all&#8217;ingresso. Qualcuno aveva lasciato lì una rivista. La copertina mostrava una cartina greografica del Canada.<br />
&#8220;I grandi laghi&#8221; disse.<br />
&#8220;Bei posti&#8221; disse il vecchio seduto accanto a lui.<br />
&#8220;Già&#8221; rispose l&#8217;uomo dei grandi laghi.<br />
Era lì che andava a trascorrere le sue vacanze estive ai tempi dell&#8217;università. Ancora ricordava lo slogan sul depliant: &#8220;il più grande bacino d&#8217;acqua dolce del mondo&#8221;.<br />
&#8220;Avevo una fidanzata, laggiù&#8221; disse ancora.<br />
Il vecchio annuì, sfregandosi il mento con la mano.<br />
Kelly lo accompagnò per tre folgoranti anni accademici, poi conobbe qualcuno laggiù, rimase incinta e non tornò più in Italia. Tutte le volte che si riferiva a quei luoghi gli veniva di chiamarli &#8220;laggiù&#8221;, come se si trovassero in basso, da qualche parte sotto i suoi piedi.<br />
Non gli sembrava più neanche la sua vita, quella.<br />
&#8220;Kelly da Cleveland&#8221; disse. &#8220;Più o meno un secolo fa. Poi ho smesso, con l&#8217;Univesità e con tutto il resto&#8221;.<br />
Il vecchio si rigirava tra le mani un pacchetto di sigarette. Ogni tanto toglieva gli occhiali e si asciugava il sudore da sotto gli occhi con un fazzoletto.<br />
&#8220;Ho cominciato a fumare con l&#8217;arrivo dei polacchi&#8221; disse, &#8220;allora le sigarette costavano poco&#8221;.<br />
L&#8217;uomo dei grandi laghi accennò un sorriso.<br />
&#8220;E quanto mi piaceva fumare a letto&#8221; disse ancora il vecchio. &#8220;Mia moglie faceva su un casino, tutte le sere era la stessa scena. Ci eravamo affezionati a quelle litigate serali, io e mia moglie, per questo non ho mai cambiato abitudine&#8221;.<br />
Rise mentre tentava di estrarre l&#8217;accendino dalla tasca dei pantaloni. Quando vi riuscì emise una specie di grugnito.<br />
&#8220;Io non fumo, non ho mai fumato, eppure il cancro mi ha trovato lo stesso&#8221; disse l&#8217;uomo dei grandi laghi.<br />
&#8220;Mi spiace&#8221; disse il vecchio. Fissava l&#8217;accendino come se dovesse trovare in quell&#8217;oggetto qualcos&#8217;altro da dire.<br />
Rimasero entrambi in silenzio, lo sguardo basso sull&#8217;ombra ampia della palma che campeggiava in mezzo al cortile.<br />
L&#8217;uomo dei grandi laghi registrava i rumori intorno a loro: le folate di vento caldissimo, il cigolio di un&#8217;altalena, la serranda elettrica di un garage, qualche rara auto nella calura e, quando tutto si placava per pochi istanti, un cielo immobile che teneva insieme i tetti.<br />
&#8220;Io non ce l&#8217;ho avuta una moglie&#8221; disse l&#8217;uomo dei grandi laghi.<br />
&#8220;Io non ce l&#8217;ho più&#8221; rispose il vecchio.<br />
Un paio di tacchi da donna in avvicinamento li fece voltare verso la direzione di provenienza di quel suono ritmico e asciutto.<br />
La guardarono sfilare davanti a loro e allontanarsi, dritta sulle gambe  e a testa alta.<br />
&#8220;Ha tutti i motivi per essere ancora così fiera&#8221; disse l&#8217;uomo dei grandi laghi.<br />
&#8220;Sì&#8221; rispose l&#8217;altro, poi guardò l&#8217;orologio. &#8220;La dottoressa è in ritardo&#8221; disse.<br />
&#8220;Io non ho fretta&#8221; rispose l&#8217;uomo dei grandi laghi.<br />
L&#8217;altro rimise l&#8217;accendino in tasca e non disse più niente.</p>
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<p>@ racconto di barbara coacci 2009/2010</p>
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		<title>Giulio Speranza  (di Lucio Toma)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 13:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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No, non era possibile che quella sagoma riflessa nello specchio fossi io, che potesse avere il mio volto così ben delineato al risveglio, incorniciato a mezzo busto e che potesse chiamarsi finanche Giulio.
Eppure, a meno che non si fosse materializzato un sosia lì nel bagno, quello sembravo proprio io: Giulio Speranza. Troppi indizi fisici portavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://librariaonline.altervista.org/inassenzadimetri/wp-content/uploads/2009/10/DSCI0328-150x150.jpg" alt="DSCI0328" title="DSCI0328" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-111" /><br />
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<p>No, non era possibile che quella sagoma riflessa nello specchio fossi io, che potesse avere il mio volto così ben delineato al risveglio, incorniciato a mezzo busto e che potesse chiamarsi finanche Giulio.<br />
Eppure, a meno che non si fosse materializzato un sosia lì nel bagno, quello sembravo proprio io: Giulio Speranza. Troppi indizi fisici portavano a me, specie ora che, indossati gli occhiali, tornava a fissarmi. Erano evidenti, così da vicino, i due calanchi rugosi che segnavano i lati della fronte, lo sguardo puntato sul bosco castano dei capelli, dove faceva capolino un rado ciuffo argentato, e una barba di sabbia fine alle carezze. Ma fu portando lo sguardo lungo il profilo della figura &#8211; spalla, braccia e addome &#8211; che l’evidente dubbio si sciolse e prese forma la realtà. Come la pelle di una valigia che ha conosciuto molte rotte, Giulio contemplava la mappa delle cicatrici sparse sul suo corpo: un basilioma asportato un anno prima, buchi di aghi e fistola di dialisi con cui sopravvisse per tre anni e i circa quaranta punti di sutura consacrati per l’innesto chirurgico di un rene. Concluse che il tutto, visto da altra prospettiva, quella di un reportage televisivo per esempio, si sarebbe potuto definire “expo vivente d’arte antropologica”, a metà tra un moderno museo delle cere e una mostra internazionale di arredo-bagno. Ma a chi sarebbe potuta interessare una mostra così triste quanto vera?<br />
Per rompere quello stallo d’arte imbalsamata, Giulio cercò conferma definitiva alla sua esistenza chiamandosi sottovoce “Giulio”. Sebbene rispose solo lo scarico del bagno del suo vicino, si convinse, grazie alle corde vocali più che alla retina, che quello lì presente era proprio lui. Irrimediabilmente. Perciò, la statua di trentotto anni che stava affacciata allo specchio nella stanza dei bisogni fisiologici in pigiama di cotone made in China, ancora intenta a raccogliere i cocci di se stessa dentro alle vicissitudini di un tempo, si concentrò un attimo fissando il cesso e pisciò di getto. Con gusto legava quel semplice gesto mattutino all’epoca dell’assenza di diuresi, e non poteva fare a meno di sorridere. Guardava in fondo a quell’imbuto di ceramica che si andava colorando di giallo paglierino immaginando rivoli e risvolti imprevisti e pieghe e piaghe precise come era stata la sua vita fino ad allora. “Trinnn, trinnn, trinnn” la sveglia destò Giulio dal consumarsi in quella posa beata di pensieri alle otto e tre minuti, giusto in tempo. Macché! Fece appena per correre in camera sua e spegnere quell’importuno amico di tanti risvegli col guizzo secco dell’indice che gli balenò nel cervello, in tutto il suo spaventoso ricordo, l’immagine della tedesca trillante di dieci anni prima. Non certo bionda, era stata una sua ex assai provetta, a cui s’era legato per la pelle o, meglio, per sangue, visto che glielo succhiava nelle sue arterie di polietilene per restituirglielo filtrato delle sostanza tossiche. Che gran cuore teutonico! Una delle figlie della multinazionale tecnologica Braun S.P.A., una strana lavatrice elettronica faceva il bucato del suo sangue per quattro ore a giorni alterni. Ma anche di una bella fauna di sfigati che offriva in pegno alla vita la propria cattiva sorte. C’erano insomma giovani e meno giovani come tutti gli altri pazienti di tutte le dialisi del mondo. E pensava ora a quel tempo disgraziato eppure così colmo d’amore, come l’amore di sua moglie, inossidabile ad ogni trauma, che proprio allora lo richiamava dall’ingresso con la solita porzione di nome comune ”Giù! Giù!”, ormai pronta per uscire.</p>
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<p>@ racconto di Luico Toma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una volta al mese</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 13:09:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un ristorante, in un borgo fra Milano e Piacenza, ricavato da una vecchia casa in pietra. Specialità della casa: affettati e gnocco fritto. Io e mio padre ci incontriamo sempre qui, la terza domenica del mese, a pranzo. Da anni.
Quando arrivo lo trovo già seduto, ha scelto un tavolo con vista sull’ingresso. E’ impeccabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un ristorante, in un borgo fra Milano e Piacenza, ricavato da una vecchia casa in pietra. Specialità della casa: affettati e gnocco fritto. Io e mio padre ci incontriamo sempre qui, la terza domenica del mese, a pranzo. Da anni.<br />
Quando arrivo lo trovo già seduto, ha scelto un tavolo con vista sull’ingresso. E’ impeccabile come al solito. Completo grigio, cravatta rosso scuro. Quando ero ragazzo mi chiedevo se facesse anche la doccia vestito di tutto punto.<br />
-Ciao pa’, come va?.-<br />
-Abbastanza bene e tu? Ti trovo meglio dell’altra volta.-<br />
-Sarà perché ho ripreso a giocare a pallone.-<br />
-Già.-<br />
-Già.-</p>
<p>Nessuno dei due ha mai parlato molto e non è che sia rimasto troppo da dire. </p>
<p>Prendiamo il menù, lo guardiamo per un po’. Poi, come in cerca di una vecchia confidenza, diciamo a Marco, il proprietario: -fai tu.-<br />
Mentre aspettiamo gli antipasti, al nostro tavolo, si avvicina un uomo.<br />
Ha un’aria strana, vagamente desolata. Alto e magrissimo, la faccia scavata e un gessato che pare averne viste troppe.<br />
-Scusate se mi intrometto.- Dice con forte accento emiliano.<br />
-Prego.- Gli fa mio padre.<br />
-Vengo qui tutti i giorni, ma oggi proprio non riesco a mangiare da solo.<br />
Mio padre lo guarda per qualche istante. Poi guarda me, sorride e dice:<br />
- prego si sieda.-</p>
<p>L’uomo, avrà sessant’anni o giù di lì, si siede come se fosse la cosa più normale del mondo e comincia a parlare come se ci conoscesse da anni. Questo arriva e in poco più di un’ora dice più cose di quante io e mio padre ce ne siamo dette negli ultimi mesi. Racconta tutta una storia di quando era giovane e aveva ricevuto un vigneto in eredità. Di che qualità portentosa di Gutturnio producesse. Un vino, racconta, che avrebbe resuscitato i morti. Un profumo a cui nemmeno un astemio avrebbe resistito. Anni meravigliosi, dice, anni felici. Vino e felicità. Di pari passo. Più vino produceva, più le cose gli giravano bene.<br />
-Poi cos’è successo?- dice mio padre, interrompendolo.-<br />
Il volto gli si rabbuia, ma solo per un attimo, e risponde: -Poi è cambiato il vento.-</p>
<p>-Adesso devo proprio andare- e mette i soldi del conto sul tavolo.<br />
-Prenda almeno un caffé.- dico senza troppa convinzione.<br />
-No, si è fatto davvero tardi, grazie della compagnia, arrivederci.- Si alza ed esce.</p>
<p>Dopo un po’ io e mio padre facciamo due passi fino alla sua macchina, senza dire nulla. Arrivati al parcheggio, dico:<br />
-certo che era un tipo strano.-<br />
-No, non era stano, era solo.-<br />
Ci abbracciamo, poi lui sale in auto. Mette in moto e parte.<br />
Credo non gli piaccia vedermi andar via.</p>
<p>&nbsp;<br />
</p>
<p>@gianni montieri</p>
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		<title>Mandarini</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 12:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Montieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Le hanno tolto un nodulo al seno. Benigno, per fortuna. Grosso come un mandarino. Il medico ha usato proprio queste parole. Ed è luglio. Immagino debba aver pensato che scegliere un frutto di stagione come termine di paragone non avrebbe reso l’idea. Non avrebbe suonato.
Io non ero lì. L’ho saputo da un sms mentre guidavo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le hanno tolto un nodulo al seno. Benigno, per fortuna. Grosso come un mandarino. Il medico ha usato proprio queste parole. Ed è luglio. Immagino debba aver pensato che scegliere un frutto di stagione come termine di paragone non avrebbe reso l’idea. Non avrebbe suonato.</p>
<p>Io non ero lì. L’ho saputo da un sms mentre guidavo. “Tutto bene, sono appena uscita. Mi terranno qui una notte”. Alla radio passavano un pezzo di Cremonini, quello della storia del pagliaccio. Sono scoppiato in lacrime, un bruciore in mezzo al petto. Lei era in ospedale e io sulla Varesina. A tormentarmi facendo avanti e indietro sulla statale. Le nostre vite che prendevano rapidamente diverse direzioni.</p>
<p>Non ha voluto che l’accompagnassi. Ha detto di voler cavarsela da sola. Abituarsi.</p>
<p>Ero in coda all’altezza di Saronno (un altro nuovo- gigantesco- inutile rondò), sul marciapiede alla mia sinistra due ragazzini chiedevano l’elemosina. A prima vista zingari. Del resto, ormai diciamo zingari a caso, è più conveniente non distinguere. Erano insomma giovani come tutti gli altri. Piccoli negli abiti troppo stretti, inutilmente sorridenti. Ho dato una monetina, più per fare un dispetto alla donna nell’auto davanti che li aveva ignorati, che per reale convinzione e ho proseguito.</p>
<p>Dopo ho pensato ai mandarini. Quelli che trovavi sulla tavola imbandita di Natale, con quell’odore che ti restava a lungo fra le mani. Mia nonna raccoglieva le bucce. Ne metteva un po’ sulla stufa, per profumare (diceva) e il resto le teneva per segnare i numeri sulle cartelle della tombola. Che resse per un ambo o una quaterna, il Bingo al confronto è roba per dilettanti. Mandarini così buoni non ne ho più mangiati.</p>
<p>Verso le quattro ho avuto il coraggio di telefonarle:</p>
<p>- Ehi, come va?<br />
- Bene, sto bene. Non ci crederai ma mi hanno portato la provetta con dentro il nodulo, che impressione.<br />
- Ma davvero è grande come un mandarino?<br />
- Un po’ più piccolo, il dottore ha esagerato, comunque sto bene.<br />
Mi veniva una battuta, ma ho lasciato stare, ho solo aggiunto:<br />
- Sono contento che sia andato tutto per il meglio<br />
- Sì, un po’ mi è mancato che non fossi qui. E’ stato strano .<br />
Le frasi sembravano dette da voci diverse dalle nostre, vagamente estranee.<br />
- Allora ti chiamo domani.<br />
- Non stare a chiamare, basta un sms, un bacio.<br />
- Ok, riguardati, bacio.<br />
- Anche tu.<br />
E ha riagganciato.</p>
<p>@gianni montieri 2009</p>
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