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Una bella mela rossa – di Alessandra Sartori
by Gianni Montieri on dic.16, 2009, under racconti

Non ho nessuna voglia di dormire. Raccolgo una mela dall’albero che cresce in mezzo alla mia stanza da letto. Una bella mela rossa. Ha un sapore acidulo e zuccheroso; il succo mi cola in gola e sulla lingua; la polpa si scioglie nella saliva. La luce della stanza si spegne. Guardo attraverso la finestra: la città è buia, nessun lampione funziona più.
Mi sveglio.
Un letto è freddo quando ci ha dormito un corpo solo; ci vogliono due selci per fare un fuoco. Ho sempre la stessa sorpresa accorgendomi che non c’è nessuno vicino a me per amarmi e per tradirmi. Già da ragazzina avvertivo questo vuoto sotto la mutevole corazza di grasso con cui mi rivestivo.
La scuola abbondava ostensibilmente di strazi, io ero forse il più imponente in quando a dimensioni e il meno importante in quanto a fascino extraterrestre.
Procedevo aspettando, aspettando un’occasione decente per gettare il terrore e l’ammirazione nel più prossimo cuore.
Ero colma di una sorta di certezza globale, indipendente perfino dalla somma delle ore trascorse a mangiare, che mi costringeva a fare della marcia a ritroso un’impresa più azzardata di quanto lo sia realmente. Ingoiavo oggetti solo con il pretesto di poterli poi ributtare fuori. Volevo sentirli transitare al contrario dagli spazi che decidevo di misurare con destrezza geometrica.
Avrei voluto essere una grassa moglie che si sveglia sempre prima del marito, si alza e scivola in cucina con passo giapponese, mette sul fuoco la caffettiera con rassegnazione, dà un’occhiata all’orologio appeso al muro e si accorge che sono già le seiezerocinque e che i suoi sette bambini ancora dormono avvolti nelle loro sette coperte di lana ricamata.
Invece condivido un appartamento con altri quattro ragazzi, dove la marijuana è garantita senza pesticidi e si cerca metodicamente di non condividere i pasti principali della giornata.
L’unico uomo che ho avuto era uno scrittore. L’ho ospitato nel mio letto per più di una settimana. Gli ho permesso di intasarmi ogni centimetro quadrato con quei suoi manoscritti, e mozziconi di sigaretta, e biscotti, e ogni sorta di porcherie che, a sentire lui, gli alimentavano l’ispirazione. Poi un giorno sono rientrata a casa ed oltre a non trovare più lui, ho scoperto che se ne erano andati anche il mio notebook, la stampante a colori e la digitale che mia madre aveva provveduto a regalarmi a natale.
Lavoro in un ufficio dal pavimento azzurro. A pranzo andiamo tutti in mensa, l’ambiente è gradevole, ridere e discutere in collettività favorisce la quotidianità. Il cibo, naturalmente, proviene dall’agricoltura biologica, come la cocaina che i colleghi vanno a sniffare nei cessi.
C’è solo un collega che non si unisce al gruppo. Ogni giorno compare con il suo vassoio in mano, ci saluta e poi si dirige verso un tavolo vuoto. Qualche volta lo invitiamo ma lui dice che non vuole ritrovarsi in situazioni imbarazzanti, tipo che al momento di sederci a un tavolo da otto, ci si rende conto che non c’è abbastanza posto per tutti e che bisogna escluderne uno. Ecco, lui si esclude a priori e si siede altrove.
Ama vestirsi di azzurro. Camicia, scarpe da ginnastica, spolverino, maglioncini di cotone. Ascolta Julio Iglesias, qualche salsa romantica, qualche baciata movimentata. Credo soffra di rachitismo o di una qualche patologia che gli impedisce di assorbire il cibo, perché è scheletrico, ha un buffo pizzetto di pelo rossiccio sul mento e la pelle candida.
Lo osservo solo quando mangiamo. Gli altri parlano e io ingoio il mio risotto sbavando su qualche fungo che mi cade dalla forchetta e mentre lo raccolgo dal piatto direttamente con la lingua lo guardo.
Strappo la carne dall’osso di una coscia di pollo, mi succhio le dita e lo fisso. Ingoio il budino in un unico gesto veloce e intanto lo studio. Con i colleghi parlo in fretta fra bocconi da cui soffio fuori le briciole, mentre sul labbro superiore si forma una mezzaluna di unto.
Lui si alza sempre dopo di me. Spesso incrocio il suo sguardo. Sorseggia lentamente la sua aranciata amara e si alza solo dopo che mi sono alzata io. Talvolta lo incrocio sulla porta, ma si allontana sempre prima che ci si possa dire qualcosa.
E’ anche particolarmente basso. Una volta passandomi accanto un suo orecchio ha sfiorato il mio gomito.
Gli esseri umani stanno in piedi grazie alla propria ossatura interna, ma hanno anche un’impalcatura esterna che li articola. Mariti, genitori, amici, fratelli, amanti. E in quest’ultima struttura è meglio avere ossa forti dalle articolazioni morbide, altrimenti finisci per soffrire di artriti deformanti che non ti fanno intessere legami duraturi.
La mia pancia è gonfia e lattea, la cellulite che mi copre le cosce ha perso le sembianze originali e si è adagiata in un’unica grande massa burrosa che trema delicatamente ad ogni accesso di tosse. Il mio sedere è enorme e spesso fatico a trovare delle mutande comode, così indosso pantaloni larghi sotto a vestiti leggeri.
I capelli sono neri come la liquirizia, lisci, con un’onda in fondo che sembra uno scivolo per bambini.
Adoro i cannoli alla crema e riesco a mangiarne anche quattordici di fila, solo che dopo vado in bagno a vomitarli. Spesso mangio la pasta cruda, direttamente dal sacchetto e poi metto il pigiama, vado in bagno, mi infilo il manico dello spazzolino in gola, tiro lo sciacquone e poi vado a letto e, quasi sempre, sogno i miei sette figli dalle sette copertine di lana ricamata.
Il giorno dopo, ogni giorno che arriva ha qualcosa di sacro, indescrivibile, ed è così precisa la sensazione di presente e di immediato, di speranza frizzante, che dalla faccia queste certezze mi arrivano dentro fino al cuore e allora tutti mi pensano felice perché sorrido. Non lo sono. Se mi guardo allo specchio vedo un animale ultraterreno che comunque mi piace. Gli occhi azzurri, grandi, le guance piene, il neo sulla tempia, il doppio mento, una cicatrice sul sopracciglio destro. Lo specchio mi guarda e dice “non sei abbastanza”, io non rispondo.
Un giorno sostituiranno i miei organi, mi attaccheranno una pelle sintetica e delle ossa in carbonio. La tecnologia ci permetterà di diventare uno stato permanente della materia; sarà il diritto di ogni essere umano ad avere un mondo-eterno, senza passato e senza la morte come futuro. Quel giorno non ci saranno più grassi, non ci saranno più deformi, non ci sarà più nulla da ricostruire e tutti si annoieranno terribilmente.
Qualche giorno fa sono caduta dal motorino. Una grossa berlina mi ha tagliato la strada. Davanti alla mia caduta ha solo rallentato e l’uomo alla guida mi ha lanciato un urlo, prima di accelerare ed allontanarsi rapidamente.
«Cazzo ci fai su un motorino con quel culo? Togliti dalle palle, balena!»
Adoro guidare il motorino. Vento sulla faccia, accelerare senza il fiatone, sorpassi azzardati, frenate gorgheggianti.
Non sono andata al lavoro per una settimana.
Una settimana senza telefono, senza informazioni e, soprattutto, una settimana senza la fauna predatrice che sono i giorni, in un paese che non conosce il calendari, che non è sensibile al meteo, alla pioggia, in cui le ore non vengono pescate dal fiume di una qualche coscienza umana.
La notte del settimo giorno di degenza vagavo nella casa dei miei sogni allattando i miei sette piccoli figli neonati e il suono affilato del telefono mi tagliò rapidamente fuori da quel sonno perfetto.
drin – Stavo lì, scossa, quasi sperduta. – drin – Scrollavo le coperte. Splendevo nell’oscurità. – drin – Mi alzavo dal letto con l’esigenza di rispondere al telefono – drin – e camminavo nella mia piccola stanza – drin – a piedi nudi perché non trovavo le pantofole – drin – grattandomi una natica, fino al cellulare nella borsa – drin – e rispondevo, e parlavo sottovoce – drin – cercando di non svegliare l’unico inquilino rientrato dai bagordi notturni. – drin
«Pronto?»
«Anna? Dormivi?»
«Beh. E’ notte.»
«Scusa, non volevo. Allora ti saluto. Ci vediamo domani.» un uomo.
Era lui. Il ragazzo dei miei pasti. Quello che divoravo con ingordigia tra uno spezzatino sugoso e un filetto di trota. Era lui. Mi stava parlando. Mi aveva chiamata.
«No! No! Tranquillo! Ero sveglia… avevi bisogno di qualcosa?»
«No. Niente. Ho saputo che non stavi bene. Ho visto che a pranzo non ci sei più. E non so… volevo dirti che… sì, insomma… se vuoi ci possiamo vedere una sera anche dopo il lavoro… non so una pizza… oppure no, aspetta, una pizza è poco… una cena, ecco, sì, una cena.»
«Veramente… non so… certo. Va bene.»
«Ok. Allora domani sera ti porto a cena. Dopo il lavoro si va a cena.»
Quella notte feci l’amore con lui decine e decine di volte. Non c’erano figli da accudire, specchi da ascoltare, mariti da accarezzare. C’era il desiderio di me stessa, la mia carne calda che tremava mentre quel piccolo uomo mi vagava dentro, tra i liquidi di un corpo ingombro e affamato.
Il giorno dopo, in un reparto pieno di impiegati obnubilati dalla frenesia, un gruppo di spagnoli vestiti con vecchi abiti da flamenco ballavano solo per me, sul linoleum color pervinca. Li accompagnavo ancheggiando in piedi, sulla scrivania. La mia era frenesia pura, sudavo, saltavo, urlavo. La musica mi liberava.
All’ora di pranzo gli spagnoli mi salutarono nel rimbombo delle ultime note. La donna mi lanciò una mela rossa. Scomparve. Buttai la mela nel cestino e, gocciolando sudore tra i vestiti, ripresi ferocemente a ballare.
@ una bella mela rossa – racconto di Alessandra Sartori
