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RITARDI
by Gianni Montieri on ago.16, 2010, under Poesia

Le cose da dire
davanti a treni in partenza
quando la folla sui i binari
l’imbarazzo di un saluto
rendono le mezze frasi
più facili da sopportare
quando l’annuncio di un ritardo
copre le voci e la fretta
evita lo scandaglio di uno sguardo
e allora baci, saluti
“ti metto su la borsa”
“chiama quando arrivi”
“a presto”
e correre via alla metro
riservare tutto a un altro tempo
che non verrà.
@ gianni montieri – inediti 2010
LIQUIDA (a A.T.)
by Gianni Montieri on mag.25, 2010, under Poesia

venezia
Mi parli di una città svenuta
movimenti lenti – silenzio -
il tuo mondo di sotto, notturno
da un balcone al sole
provo a immaginare
calli allagate, stivali da pescatore
qualcosa più in là
mi farei portare da te
a trovare la magia
le caviglie nell’acqua
e i tuoi occhi davanti.
@ gianni montieri – inediti
AVREI VOLUTO (in memoria dei morti della Thyssen)
by Gianni Montieri on apr.30, 2010, under Poesia
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Domani è il primo maggio festa del lavoro. Festeggiare e ricordare. Il mio modo per sottolineare l’importanza del lavoro, dei lavoratori e della sicurezza nelle fabbriche e nei cantieri è questo. “Avrei voluto” è una poesia d’amore, sì, scritta pochi giorni dopo il rogo terribile, l’omicidio degli operai della Thyssen. La propongo per la prima volta sul blog. E’ una poesia d’amore per ricordare. Buon 1° maggio a tutti.
Avrei voluto
Io poi
avrei voluto scrivere qualcosa
sui ragazzi di Torino
saper descrivere le facce
essere dentro le parole
fra i rumori delle macchine:
(La tredicesima in arrivo
la piccola è cresciuta
il natale è per loro…
fa un caldo boia qui dentro
si schiatta….)
avrei voluto vederli arrivare
alla fine del turno
sporchi e pieni di fatica
trascinarsi alla fermata
sorridere sulla soglia
- faccio la doccia e arrivo –
- ti aspetto amore mio
ti aspetto – .
@gianni montieri 2008
Antonella Facchinelli – poesie
by Gianni Montieri on apr.13, 2010, under Poesia

ospite Antonella Facchinelli e le sue poesie
E’ una nuvola davanti alla luna che protegge gli occhi
E a cosa pensi? Ma niente, solo a questo buco nel cuore
che fa passare l’aria e fa volare tutto a destra e a manca.
Ma passa anche la luce che squarcia il petto
e polline ed api s’infilano, fanno calore sul pericardio.
E noi? Noi qui, a reggerci un poco le ali
a cucirci le schiene per non cadere di naso
a dirci che abbiamo proprio indovinato tutto
e non perdiamo più la voce a chiamarci.
Prato
Sublime
il verso nascosto nella zolla
il polline raccolto
da una scia di lumaca, una nuvola
impigliata tra i rami
(Vuol entrare il verde
muove le gambe, le braccia
incontra la pazienza di uno stelo)
accosto l’orecchio ed ascolto
sul filo d’erba
la direzione del caos.
Divento vento
Ora mi affido a te
senza puntelli precari
né comode poltrone in prima fila.
Sarò quel che di vero so
una parola troppo schietta
un dolce profilo in ombra
che fende l’aria, confonde
il mio silenzio.
Starò diritta in piedi spinta dal vento
e quale sarà la direzione
avrò sempre la vela pronta
il timone saldo nel pugno
un sogno caldo e un posto
da dove ripartire.
Tutto bene
Amo il tuo passo lento ed infantile
sugli alti ciuffi d’erba, lungo i fossi.
Il tuo giardino spoglio d’ogni misura
le rondini dal petto bianco sopra
le voci dell’acqua, i fili elettrici.
Lenta in silenzio ogni parola
scivola sul mio corpo
al centro delle ali fortifica ogni fibra.
E chiudo gli occhi
ritrovo il sole mentre qui piove, però
va tutto bene.
Prima del sonno
Ho un libro sotto alla gamba del letto
pareggia le sere sghembe
quelle che affondano sui cuscini
e soffiano sul viso
la fragile armonia del buio.
Ho un sonno senza profilo, piatto
il risveglio è sempre allineato.
silenzi e segreti spianano
le pieghe delle coperte
e in questa calma piatta trafugo
l’onesto incedere del giorno.
Datemi poche ore
Datemi, datemi solo poche ore
voglio guardare voglio nominare,
toccare e infine credere
che se mi stanco gli occhi
sopra le pietre battute o sopra
un vago vapore d’alba e di rugiada,
se mi stordisco all’urlo
della ginestra in fioritura
risento sbocciare, sento rovistare
quel rapido fluir di sangue e creta
impetuoso, m’ancor di più disarginato
dal clivo di questa condanna.
Rotola su quest’amore così sgargiante
l’accumulo di vita, il sonno strozzato
offeso d’avide radici senza tronco
e lascia dentro me in carne accesa
mille lune riflesse, gli spazi agitati
d’un cielo che cammina.
@inediti di antonella facchinelli
Cara Cuscona – poesie inedite
by Gianni Montieri on feb.17, 2010, under Poesia

Vi propongo in lettura alcune poesie di Cara Cuscona. Cara, milanese, è spesso sospesa, nel suo viaggio poetico, fra materia e aria, la filosofia è il suo pane. E le poesie sono belle.
Attraversamento
Si vive una raccolta di piccole tracce
-di francobolli senza lettere -
ed è come camminare
con dolente delicatezza
sui sassi scivolosi di un fiume
che separano le sponde opposte.
Ed è terrena ciascuna delle rive,
reale l’acqua che lambisce entrambe,
solo la gru plumbea che vi si versa
è una falsa catena,
l’inanellarsi di segni alla deriva,
ciascuno cura e pena.
***
Un alcolista anonimo
Essere questo bicchiere.
Più cavità che altro,
più trasparenza che materiale.
Uno spettatore riflettente.
Tanto più terso il vetro,
non è detto che aumenti dentro
il chiarore d’acque,
piuttosto una disposizione
all’oro liquoroso,
al disequilibrio minimale
per rintracciare il sembiante.
Tue, le labbra che si accostano
bevendo sillabe fioche,
luci segnaletiche, malinconie,
sul ciglio delle strade.
Se mi trattengo sul bordo
è perché da sempre amo le balaustre.
Guardare giù
non è mai stato il mio forte:
la vertigine è una giostra che mi attrae
in profondità digradate.
Fosse,
bocche,
orbite,
il sesso delle donne,
tutto disegna
il mistero della morte,
unico gancio alla luce
il desiderio.
(un’ombra si scaglia sul muro
rosso del focolare)
***
L’arte di ricevere
Non ho misura né metro
ma un sistemare
preciso di calici vuoti
per ogni ospite atteso.
Più grande è il vuoto
dentro e attorno a ogni vetro,
più generosa è la donazione
di senso al limitare del segno.
Versi
ciascuno che legge
un vino diverso.
***
Casa e calici con cura
Non amo raccontare di me.
Nessuno sa quello che pubblico
su pareti di spogliatoi maschili,
quello che scrivo sulle schiene
a tradimento.
Appaio innocua.
Ma a volte quando mi spingo
dentro ai giardini da semina,
parlando appena,
alcuni passanti mi sfuggono,
pare che sappiano
a chi rispondo.
Compaio solo per anagrammi,
non firmo nulla.
Poi abbandono
ogni lettera sopra barchette di carta,
carezze incise in specchi d’acqua.
***
Il vizio di vivere
Tanto mi sei profondo nelle ossa:
midollo, aurora, sogno
-sei l’aria del tabacco-
aspirazione di gusto
avendone a cuore il vizio,
il gesto, il fuoco
e il risalire su in volute
ardenti di memoria.
***
@ poesie di cara cuscona – inediti
Manuela Dago – Anelli senza dita e altre poesie
by Gianni Montieri on feb.02, 2010, under Poesia

Manuela Dago, ecco una che lascia il segno. Consiglio la lettura di queste poesie. Scrittura che tocca, prende allo stomaco. Roba che non dimentichi.
ANELLI SENZA DITA
I corpi sono tronchi
in cui puoi vedere
gli anni a venire.
I nostri piedi sono le scarpe
di chi ci ha alzati per le braccia
e ci ha insegnato a camminare.
La trama della pelle si ricava
dalla stoffa che stringeva la pancia
di tua madre in gravidanza.
Gli anelli che scegliamo
potrebbero
dimezzarci le dita
per abbracciare i tronchi
inflilare le scarpe
o sfiorare la stoffa
ma tanto passa sempre
dai palmi la linea della vita.
SETTEMBRE
Le mie ginocchia piegate
sono due teste calve
a picco sull’estate
e l’estate è una carogna puzzolente
che si disfa tra le mani
concima il settembre che scende dai tetti.
Io che sui tetti vorrei vivere
mi attorciglio ogni anno
giù dal muro
per ritrovarmi allineata
coi piedi alla strada,
la mia sterrata
con una corda d’erba nel mezzo
di quelle che avvallano il terreno,
la fine nel fianco
d’erba di collina
e il verde sempre lo stesso
di quando ero bambina.
LACRIME DA ALLEVAMENTO/CRY-BOY
E se invece di lacrime
piangessimo guance?
Guance sbattute giù come bistecche
cavalli manzi e buoi interi
schiaffati al suolo inermi
molli e senza l’osso.
Carne cruda sana
macinata fine
dal macellaio sottocasa
che ti mandava a comprare tua madre
quando lei era malata.
Lacrime da allevamento
cresciute dentro
foraggiate dai barlumi di dolcezza
della vita che matura
e si ripara tra le sponde dei letti
sempre sproporzionati
ai nostri desideri.
Non sai fino in fondo cosa mangi
e non sai fino in fondo cosa piangi.
AL MIO CARO BAMBINO
Caro bambino
munto dallo specchio.
Caro bambino
allungato dal soffitto
che tira da una parte
e dal pavimento
che tira dall’altra.
Hai cambiato troppo spesso la lampadina
della pura luce
prima che si fulminasse
per paura di rimanere al buio.
Caro bambino
piccolo è il mondo
e noi siamo fatti su misura.
Nello specchio mentre ti chiedi
scusa tu non sei più un bambino
la pura luce non esiste più
esistono solo centrali elettriche
che impagliano il cuore per farti vivere per sempre
immobile.
Caro bambino
ti è saltato il cuore in bocca
la prima volta
che i mostri sono usciti dal buio
ma poi ti sei abituato no?
Ti-sei-abituato-o-no?
(SENZA TITOLO)
Le mie parti dure
sono i calli dell’infanzia
rinvenuti
e venerati come fossili
sotto una teca
di sensi di colpa.
@ poesie di Manuela Dago
Marco Aragno – Zugunruhe
by Gianni Montieri on gen.25, 2010, under Poesia

Vi propongo in lettura alcune poesie di Marco Aragno, un ragazzo giovanissimo, che viene da dove vengo io. Marco è già bravo ma migliorerà ancora, lo so.
Le poesie sono tratte da una raccolta inedita Zugunruhe. Buona lettura
Dalla sezione “at home”
Forse la nostra casa è al riparo
in questo tempo, ora che alla finestra
ritrovo i corsi e le strade di sempre:
Tu hai appena finito di suonare
mi guardi dal divano, nel salone.
In qualche pozza del cortile
già si riposa il rosa della sera
E gli ultimi passanti s’allontanano.
*
Da “millimetri luce”
Millimetri luce
Mi riempie allo stesso modo quel gesto
che ti fa chiara come le fontane
quando trasali nel vano della stanza
al suono della mia voce.
Ma ora non so dietro quale sonno
mi starai ad aspettare, se il grido
che lanciavo ha scampato gli anni
sino alle porte di questo mattino.
So solo che dalle persiane
rompono i primi picchi del giorno
E tu mi sei ancora accanto
Tu che non ti svegli, dormi in silenzio
dentro quella notte che non conosco.
*
Idem
Ma la luce, l’abbaglio improvviso
di una soglia mattutina sul pavimento
lucido della casa mentre eri
distratto, quasi svagato dal mondo.
E’ la stessa, appena
velata dall’ombra degli alberi
di questo parco, la stessa che rimanda
il tuo sorriso dalla bocca
al ciondolo che sfiori
tra due dita, come per la mania
di averti con poco, di tenermi nascosto,
in silenzio, dalle nubi del tuo viso.
*
Per questo siamo stati, per non perdere
il vizio di ricordare,
per dare i nostri nomi alle strade
mettere gli infissi alle porte
quando s’oscura il cielo sulle case
Eppure questa mattina traspare
con un chiarore di cellula
sulla nostra vita.
Ogni volto si riapre
con la stessa pace – esula
nel colore atteso. Tu mi guardi
trascorsa da questo tempo
E ti accendi nella forma di sempre.
Dietro le cose nulla agita il vento,
solo la luce traversa le nostre mani.
Dalla sezione” Zungruhe”
Zugunruhe
Solo da qui, da questa parte
voglio ripassare sul marciapiede
qui dove tra due palazzine
si rischiara il giallo dei platani
e pare quasi di tenerti nel tempo.
Tremano i nomi, Julie
quelli che senti in una piazza
in un chiosco con i giornali
lasciati su un tavolino all’aperto.
Si resta soli la sera
quando intorno si fa la città
e si scrollano i piccioni dai rami.
*
Certo sarebbe più bello saperti
dietro l’angolo della strada
al tavolino di un vecchio caffè.
Invece capiti in un abbaglio
acceso al finestrino
di un vecchio tram, di notte
quando somigli al vento
che soffia tra le rogge, sulle colline.
Forse per tenerti fuori dal tempo
così, ad un passo dal niente.
Dalla sezione “illusioni notturne”
*
Non invecchia nel sonno
il pensiero di venirti a cercare.
Stanotte la strada è bufera:
prima del giorno, qui non finirà.
Ma se dopo il silenzio
il rosso del melograno riaffiora
al portone della tua casa
saprai quali convogli dal confine
trasalivano le ronde notturne
quali tracce ostinavano
il cacciatore ai bordi del buio.
*
Vorrei portarti come porto
una mano tra gli occhi
per fare il mondo meno lontano.
Ma stasera la nebbia tarda
ad asciugarsi, a dire chi siamo
dall’altra parte della finestra.
Così ti arrendi a novembre
trascorri il freddo di chi non ha
un po’ di luce su cui tornare.
@marco aragno poesie scritte tra il 2006 e il 2009
Nina Brandini – alcune poesie
by Gianni Montieri on gen.15, 2010, under Poesia

ACROBATA
Io sono l’acrobata dei giorni
quella che ciondola sui lembi di terra
impazziti di luce.
Abito l’aria,
mio elemento, mio ordine.
Osservo le vite transitare
Puoi vedere la mia veste che penzola?
Leggera e purpurea
come le labbra mosse, nel canto.
Lui porta fin qui il mare, e nei sussurri
distinguo versi lontani
filtrati da una conchiglia slabbrata
- ah, quel canto di nina berberova ! –
Io mi allungo ad ascoltare, rapita
ogni singolo verso
le dita strette sulla fune
dentro la vita da dondolare
(L’ acrobata, 1930, Chagall)
DE-CADENZE
Osservo la decadenza
dell’ amore, il suo portarsi distante
in un rantolo flebile.
Fa poco rumore,
o niente
come di foglia che si stacca.
- nulla è più irriverente
di questo scempio –
E poi mal sopporto quell’ aria
compromessa
Il trascinamento d’ un peduncolo
il suo avvilente
annaspare
Le foglie si fanno liquide di gelo
nell’orto,
ai piedi del caco.
MOTO PERPETUO
Benedico il taglio di luce sulla roccia,
le papere arroccate in terraferma
l’aria fredda che scombina i piani
e affretta il passo innaturale
di un commiato
benedico i poveri oleandri frustati
il cangiante delle fronde
lo sfizio di uno scarto d’ombra
dopo il chiarore
la moneta che hai lanciato,
la sua parabola perfettibile
e la sua attesa.
Benedico quella
Benedico ogni onda
ammaestrata
e da ammaestrare
nel moto perpetuo
Amen.
CONTROCANTO
una saetta dentro il costato
si potrebbe dire,
probabilmente
d’un botto trovarsi lontani dal baricentro
- così dissidenti –
a dover cambiare toponomastica
Poco utile la fola delle lune i moti perpetui,
quell’ archetipo di Madre che ci vorrebbe
infallibili
e quanti nervi servono
a riesumare da un diaframma molle
tutti i canti di battaglia
Ma hai una mano cosi piccola,
figlia,che mi persuade subito
a ri/generarti
BATTESIMI
della sua voce ho una matrice
nella pancia
e l’ho distinta in mezzo
a ogni altro suono
osanna ho salmodiato
ricordando le parole una ad una,
solo che le candele di oggi
non bruciano davvero
né i legni hanno lo stesso odore
ci credo a volte nei riti
quelli di una forma perfetta
e quelli il cui significato oscuro
trova il modo di parlarmi
abbiamo fatto questo sforzo
di introdurla al mondo
che dio o chi per esso
- ora –
la voglia benedire
CANONE INVERSO
niente mi cambia
come le dita del vento
dentro la piega dei capelli
i nodi arrabbiati nelle punte
siano versi sputati fuori
irrispettosi delle righe
se pure ogni spartito sia ragguardevole
di attenzione,
ambisco al fragore del caos
alla frantumazione del suono in graffi pulsanti
che eccitino i cristalli
muovere un canone inverso alla biografia,
al suo senso compiuto da rovesciare
questo, comunque sia
ORME
Non ho tacchi da
affondare con frastuono da femmina.
Non ho tacchi.
Pesto una suola larga che sagoma
la terra, compiace le dune e i sassi.
Di solito mi spingo
avanti a perlustrare l’ aria
ci metto tutti i sensi, la scorta
di un fiato morbido che sa indugiare.
Che cera avrà questo giorno
che si dilata, questa luce invadente
…
Sono molle, ricettiva alle lune,
resistente.
Presente a me.
Presente.
@ Nina Brandini
