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La pianta (tecniche di resistenza – prima parte)

by Gianni Montieri on gen.17, 2012, under racconti

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La Pianta (tecniche di resistenza)

#1 La pianta, quella grassa, quella piccola, quella nel vaso piccolo rosso, quella l’ho salvata. l’ho portata in ufficio e sta sempre con me. basta poca acqua e un po’ di luce.

#2 La pianta quella di cui parlavo, quella piccola, quella grassa, ma anche magra, quella nel vaso piccolino rosso, ecco, quella: ha retto anche l’ultimo weekend, se ne sta lì sulla scrivania, in ufficio, al sicuro, tra il portapenne del Che e il computer, più viva che mai, mi pare.

#3 La pianta, dicevamo, ha la forma di un cuore. Forma insolita per una pianta grassa ma anche magra. Ma, pensandoci, come idea, questa cosa della forma ben si addice al vaso piccolo, che è rosso, come sappiamo. Questa cosa della forma che poi è un cuore e quest’altra cosa della resistenza, della sua sopravvivenza, fa pensare ogni mattina, poco dopo le otto, che questa pianta, questo cuore grasso ma anche magro, pulsi.

#4 La pianta, nuovamente, nonostante l’ambiente ben poco accogliente, nonostante la finestra che (suo malgrado) non può che dare sul cortile interno, nonostante gli armadi vecchi di cinquant’anni, troppo marroni, di un marrone troppo scuro, nonostante le scartoffie, l’invadenza del mouse (che seppur mancino è una vita che uso con la destra ), nonostante i colleghi che vengono e vanno, e che a volte si fermano, nonostante questo e altro ancora, la pianta non si lamenta, non protesta. La pianta sa come stare, quando non dire, si aggrappa a quel po’ d’acqua e al suo vaso piccolo, che ricordiamo è rosso, e ce la fa.

#5 La pianta, dopotutto, adesso che è buio, che è notte, anche e soprattutto nel cortile interno, di cui sappiamo, alle spalle di piazza della Scala, la pianta dal suo canto, ha aspettato che quelli delle pulizie finissero, che anche l’ultimo ronzio dell’ultimo computer del palazzo terminasse, si è rimboccata appena appena il vaso (che ricordiamo essere piccolo e rosso) e ora dorme. La pianta che resiste un’altra notte, che aspetta domattina.

#6 La pianta, che poi a dirla tutta, a dirla bene, è una piantina ma che pur essendolo, nel suo minuscolo esistere, nel suo quasi impercettibile pulsare, dall’alto del suo vaso (che solo un superficiale chiamerebbe vasetto) (che è piccolo e sempre rosso), compie,nella sua totale umiltà di piccola pianta, degli atti di estrema saggezza. La pianta o piantina, come preferiamo, riesce a stare esattamente a metà tra la porta e la finestra, così che ogni tanto pare che la sua forma d’origine, che ricordiamoci è un cuore, diventi (a saperla guardare) quella di un orecchio pronto all’ascolto.

#7 La pianta, che in ultima analisi si era definita piantina, ma che preferiremmo continuare a chiamare pianta perché è di una certa statura. La pianta quindi resta “La pianta” e lo diciamo, tutti noi, con un certo orgoglio. La pianta, stamattina, mentre rifaceva il vaso (che è piccolo e rosso ma di un rosso lucido, dettaglio quest’ultimo che non dobbiamo trascurare), ha tenuto a precisare di non provenire da un vivaio alla moda ma nemmeno da un supermercato di periferia. La pianta ha detto, in un bisbiglio, nel suo dignitosissimo e regolare pulsare, ha detto di provenire dal reparto piante (essendo pianta) dell’Ikea. La pianta spiega che questa sua tempra (che peraltro abbiamo già notato nei giorni scorsi) non matura dentro le sue radici nordiche ma dal fatto che la sua posizione, all’interno del negozio in questione, fosse poco prima dell’uscita, del deposito merci e delle casse, fosse quindi in uno scaffale poco frequentato, piuttosto di passaggio, da gente di corsa e ormai stanca, fosse su uno scaffale da ultima speranza. La pianta messa lì dove stava, pur brillando nel suo vaso (piccolo ma rosso e lucido) poteva essere notata solo da chi nutriva altra speranza. La pianta questo ha detto stamattina poco dopo le otto e molto prima delle otto e mezza.

#8 La pianta, adesso che è tarda sera, adesso che comunque la si voglia guardare, la luce che filtra dal cortile interno è quel che è, la pianta, che ha un cuore e di un cuore ha la forma, rallenta il battito, lo adegua a quel piccolo bagliore che filtra dal cortile e tra le tende. La pianta sa che la notte di Milano, soprattutto se vista da una scrivania, che sta al secondo piano di un ufficio che a quest’ora è chiuso, è scura. Sa che essere piantata dentro il suo vaso (che anche a quest’ora ci fa il piacere di essere piccolo, rosso e parecchio lucido) la manterrà al sicuro, fino all’alba, da lì in poi mancherà poco, un’ora all’acqua, un’ora all’aria. Le 22,40 di Milano, la pianta, essendo cuore, essendo viva: batte.

#9 La pianta, che ricordiamo avere forma esile di piantina e di cuore, a metà mattina mentre tutto si muove da ore, quando già troppi caffè sono stati consumati, terribili banalità impiegatizie proferite, la pianta (avendo già rifatto il suo vaso piccolo il giusto, rosso il minimo, lucido quanto basta e quando serve) comincia a pulsare in maniera leggermente accelerata, come se fosse agitata, scossa. La pianta, trema un po’ e non comprende se l’insidia arrivi dal tagliacarte steso appena dietro al vaso, o se da un vento che passa dagli spifferi. La pianta, dopo un po’, essendo viva, essendo saggia (come ricordiamo perfettamente), si tranquillizza e ritorna, dall’alto dei suoi dieci centimetri di statura (trenta se contiamo il vaso), a battere in maniera regolare. La pianta sa che, avendo la sua acqua e la sua luce, non ha nulla da temere, l’ha compreso bene anche la pinzatrice verde che si è messa più distante.

#10 La pianta, la nostra, che sappiamo grassa e magra, che sappiamo verde, la pianta se ne sta lì nel suo weekend da ufficio, che a suo dire è solitario, che è silenzioso. La pianta, però, ben arroccata nel terriccio e nel suo vaso (e qui occorre specificare nuovamente, che è rosso, che è piccolo, che il rosso è lucido), ha imparato a distinguere i rumori notturni che fa un palazzo fatto di uffici. La pianta sa che l’armadio più vecchio, quello sulla parete che le sta di fronte, dopo una certa ora: scricchiola. La pianta ha imparato che il mouse soffre d’insonnia e intavola strane discussioni (la pianta giurerebbe d’aver sentito una preghiera) col poster di De Andrè. La pianta, che è cuore, perché di cuore ha forma, prova tenerezza per il mouse, lo sente fratello. La pianta nella notte tra sabato e domenica, sa che dormire o non dormire non è tutto ma sa (dall’alto della sua riconosciuta saggezza) che a volte fa la differenza.

 

Gianni Montieri

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Brevi interviste con uomini schifosi – D.F.Wallace

by Gianni Montieri on giu.04, 2010, under racconti

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Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)

 

Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.

 

 


@ david foster wallace – Brevi interviste con uomini schifosi – Einaudi

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Una bella mela rossa – di Alessandra Sartori

by Gianni Montieri on dic.16, 2009, under racconti

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Non ho nessuna voglia di dormire. Raccolgo una mela dall’albero che cresce in mezzo alla mia stanza da letto. Una bella mela rossa. Ha un sapore acidulo e zuccheroso; il succo mi cola in gola e sulla lingua; la polpa si scioglie nella saliva. La luce della stanza si spegne. Guardo attraverso la finestra: la città è buia, nessun lampione funziona più.
Mi sveglio.
Un letto è freddo quando ci ha dormito un corpo solo; ci vogliono due selci per fare un fuoco. Ho sempre la stessa sorpresa accorgendomi che non c’è nessuno vicino a me per amarmi e per tradirmi. Già da ragazzina avvertivo questo vuoto sotto la mutevole corazza di grasso con cui mi rivestivo.
La scuola abbondava ostensibilmente di strazi, io ero forse il più imponente in quando a dimensioni e il meno importante in quanto a fascino extraterrestre.
Procedevo aspettando, aspettando un’occasione decente per gettare il terrore e l’ammirazione nel più prossimo cuore.
Ero colma di una sorta di certezza globale, indipendente perfino dalla somma delle ore trascorse a mangiare, che mi costringeva a fare della marcia a ritroso un’impresa più azzardata di quanto lo sia realmente. Ingoiavo oggetti solo con il pretesto di poterli poi ributtare fuori. Volevo sentirli transitare al contrario dagli spazi che decidevo di misurare con destrezza geometrica.
Avrei voluto essere una grassa moglie che si sveglia sempre prima del marito, si alza e scivola in cucina con passo giapponese, mette sul fuoco la caffettiera con rassegnazione, dà un’occhiata all’orologio appeso al muro e si accorge che sono già le seiezerocinque e che i suoi sette bambini ancora dormono avvolti nelle loro sette coperte di lana ricamata.
Invece condivido un appartamento con altri quattro ragazzi, dove la marijuana è garantita senza pesticidi e si cerca metodicamente di non condividere i pasti principali della giornata.
L’unico uomo che ho avuto era uno scrittore. L’ho ospitato nel mio letto per più di una settimana. Gli ho permesso di intasarmi ogni centimetro quadrato con quei suoi manoscritti, e mozziconi di sigaretta, e biscotti, e ogni sorta di porcherie che, a sentire lui, gli alimentavano l’ispirazione. Poi un giorno sono rientrata a casa ed oltre a non trovare più lui, ho scoperto che se ne erano andati anche il mio notebook, la stampante a colori e la digitale che mia madre aveva provveduto a regalarmi a natale.
Lavoro in un ufficio dal pavimento azzurro. A pranzo andiamo tutti in mensa, l’ambiente è gradevole, ridere e discutere in collettività favorisce la quotidianità. Il cibo, naturalmente, proviene dall’agricoltura biologica, come la cocaina che i colleghi vanno a sniffare nei cessi.
C’è solo un collega che non si unisce al gruppo. Ogni giorno compare con il suo vassoio in mano, ci saluta e poi si dirige verso un tavolo vuoto. Qualche volta lo invitiamo ma lui dice che non vuole ritrovarsi in situazioni imbarazzanti, tipo che al momento di sederci a un tavolo da otto, ci si rende conto che non c’è abbastanza posto per tutti e che bisogna escluderne uno. Ecco, lui si esclude a priori e si siede altrove.
Ama vestirsi di azzurro. Camicia, scarpe da ginnastica, spolverino, maglioncini di cotone. Ascolta Julio Iglesias, qualche salsa romantica, qualche baciata movimentata. Credo soffra di rachitismo o di una qualche patologia che gli impedisce di assorbire il cibo, perché è scheletrico, ha un buffo pizzetto di pelo rossiccio sul mento e la pelle candida.
Lo osservo solo quando mangiamo. Gli altri parlano e io ingoio il mio risotto sbavando su qualche fungo che mi cade dalla forchetta e mentre lo raccolgo dal piatto direttamente con la lingua lo guardo.
Strappo la carne dall’osso di una coscia di pollo, mi succhio le dita e lo fisso. Ingoio il budino in un unico gesto veloce e intanto lo studio. Con i colleghi parlo in fretta fra bocconi da cui soffio fuori le briciole, mentre sul labbro superiore si forma una mezzaluna di unto.
Lui si alza sempre dopo di me. Spesso incrocio il suo sguardo. Sorseggia lentamente la sua aranciata amara e si alza solo dopo che mi sono alzata io. Talvolta lo incrocio sulla porta, ma si allontana sempre prima che ci si possa dire qualcosa.
E’ anche particolarmente basso. Una volta passandomi accanto un suo orecchio ha sfiorato il mio gomito.
Gli esseri umani stanno in piedi grazie alla propria ossatura interna, ma hanno anche un’impalcatura esterna che li articola. Mariti, genitori, amici, fratelli, amanti. E in quest’ultima struttura è meglio avere ossa forti dalle articolazioni morbide, altrimenti finisci per soffrire di artriti deformanti che non ti fanno intessere legami duraturi.
La mia pancia è gonfia e lattea, la cellulite che mi copre le cosce ha perso le sembianze originali e si è adagiata in un’unica grande massa burrosa che trema delicatamente ad ogni accesso di tosse. Il mio sedere è enorme e spesso fatico a trovare delle mutande comode, così indosso pantaloni larghi sotto a vestiti leggeri.
I capelli sono neri come la liquirizia, lisci, con un’onda in fondo che sembra uno scivolo per bambini.
Adoro i cannoli alla crema e riesco a mangiarne anche quattordici di fila, solo che dopo vado in bagno a vomitarli. Spesso mangio la pasta cruda, direttamente dal sacchetto e poi metto il pigiama, vado in bagno, mi infilo il manico dello spazzolino in gola, tiro lo sciacquone e poi vado a letto e, quasi sempre, sogno i miei sette figli dalle sette copertine di lana ricamata.
Il giorno dopo, ogni giorno che arriva ha qualcosa di sacro, indescrivibile, ed è così precisa la sensazione di presente e di immediato, di speranza frizzante, che dalla faccia queste certezze mi arrivano dentro fino al cuore e allora tutti mi pensano felice perché sorrido. Non lo sono. Se mi guardo allo specchio vedo un animale ultraterreno che comunque mi piace. Gli occhi azzurri, grandi, le guance piene, il neo sulla tempia, il doppio mento, una cicatrice sul sopracciglio destro. Lo specchio mi guarda e dice “non sei abbastanza”, io non rispondo.
Un giorno sostituiranno i miei organi, mi attaccheranno una pelle sintetica e delle ossa in carbonio. La tecnologia ci permetterà di diventare uno stato permanente della materia; sarà il diritto di ogni essere umano ad avere un mondo-eterno, senza passato e senza la morte come futuro. Quel giorno non ci saranno più grassi, non ci saranno più deformi, non ci sarà più nulla da ricostruire e tutti si annoieranno terribilmente.
Qualche giorno fa sono caduta dal motorino. Una grossa berlina mi ha tagliato la strada. Davanti alla mia caduta ha solo rallentato e l’uomo alla guida mi ha lanciato un urlo, prima di accelerare ed allontanarsi rapidamente.
«Cazzo ci fai su un motorino con quel culo? Togliti dalle palle, balena!»
Adoro guidare il motorino. Vento sulla faccia, accelerare senza il fiatone, sorpassi azzardati, frenate gorgheggianti.
Non sono andata al lavoro per una settimana.
Una settimana senza telefono, senza informazioni e, soprattutto, una settimana senza la fauna predatrice che sono i giorni, in un paese che non conosce il calendari, che non è sensibile al meteo, alla pioggia, in cui le ore non vengono pescate dal fiume di una qualche coscienza umana.
La notte del settimo giorno di degenza vagavo nella casa dei miei sogni allattando i miei sette piccoli figli neonati e il suono affilato del telefono mi tagliò rapidamente fuori da quel sonno perfetto.

drin – Stavo lì, scossa, quasi sperduta. – drin – Scrollavo le coperte. Splendevo nell’oscurità. – drin – Mi alzavo dal letto con l’esigenza di rispondere al telefono – drin – e camminavo nella mia piccola stanza – drin – a piedi nudi perché non trovavo le pantofole – drin – grattandomi una natica, fino al cellulare nella borsa – drin – e rispondevo, e parlavo sottovoce – drin – cercando di non svegliare l’unico inquilino rientrato dai bagordi notturni. – drin

«Pronto?»
«Anna? Dormivi?»
«Beh. E’ notte.»
«Scusa, non volevo. Allora ti saluto. Ci vediamo domani.» un uomo.
Era lui. Il ragazzo dei miei pasti. Quello che divoravo con ingordigia tra uno spezzatino sugoso e un filetto di trota. Era lui. Mi stava parlando. Mi aveva chiamata.
«No! No! Tranquillo! Ero sveglia… avevi bisogno di qualcosa?»
«No. Niente. Ho saputo che non stavi bene. Ho visto che a pranzo non ci sei più. E non so… volevo dirti che… sì, insomma… se vuoi ci possiamo vedere una sera anche dopo il lavoro… non so una pizza… oppure no, aspetta, una pizza è poco… una cena, ecco, sì, una cena.»
«Veramente… non so… certo. Va bene.»
«Ok. Allora domani sera ti porto a cena. Dopo il lavoro si va a cena.»
Quella notte feci l’amore con lui decine e decine di volte. Non c’erano figli da accudire, specchi da ascoltare, mariti da accarezzare. C’era il desiderio di me stessa, la mia carne calda che tremava mentre quel piccolo uomo mi vagava dentro, tra i liquidi di un corpo ingombro e affamato.
Il giorno dopo, in un reparto pieno di impiegati obnubilati dalla frenesia, un gruppo di spagnoli vestiti con vecchi abiti da flamenco ballavano solo per me, sul linoleum color pervinca. Li accompagnavo ancheggiando in piedi, sulla scrivania. La mia era frenesia pura, sudavo, saltavo, urlavo. La musica mi liberava.
All’ora di pranzo gli spagnoli mi salutarono nel rimbombo delle ultime note. La donna mi lanciò una mela rossa. Scomparve. Buttai la mela nel cestino e, gocciolando sudore tra i vestiti, ripresi ferocemente a ballare.

 

@ una bella mela rossa – racconto di Alessandra Sartori

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le intermittenze della morte – josè saramago

by Gianni Montieri on dic.01, 2009, under Poesia

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“Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato. Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l’allegra irresponsabilità e l’eccesso di alcol si sifdano reciprocamente sulle strade per decidere chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell’anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno.”

 

Josè saramago – le intermittenze della morte – einaudi

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