Inassenzadimetri

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Il toro – racconto di Giuseppe Merico

by Gianni Montieri on giu.19, 2010, under racconti

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E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte la nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l’albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla – io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate – salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d’ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se… come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nero era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.

 

Nota: Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) e sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop)

 

@ giuseppe merico

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Rumeni – Anna Lamberti-Bocconi

by Gianni Montieri on giu.18, 2010, under racconti

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Rumeni, questo bel romanzo di Anna Lamberti-Bocconi, compie un anno. Festeggio anna e il libro riproponendo la recensione che scrissi un anno fa. buon compleanno.

 

Appena finito di leggere il libro ho inviato un sms ad Anna, l’autrice (peccato non aver potuto fare lo stesso con Roth dopo aver finito Pastorale Americana) e le ho scritto, quasi senza pensare, che le sue storie sono un viaggio con l’inevitabile. Il necessario. A qualche ora di distanza ho capito perché.

Le storie di “Rumeni” sono le nostre. Sono gli incontri ogni giorno possibili. Gli sguardi che accuratamente evitiamo di incrociare per ignoranza e paura, che poi a guardare bene sono la stessa cosa. Leggendo il titolo del libro il primo accostamento che fa la mente pigra è : clandestino o, per i più contorti: clandestino-stupratore. Beh, non è un libro su questo e nemmeno sull’immigrazione.

Sono racconti di incontri spesso veloci, bruschi, con ragazzi che vengono da un passato che non ci conviene. Ognuno di questi ragazzi, ogni gesto, reazione, parola, silenzio, lascia dentro chi legge un segno e rimanda ad un senso di colpa che non possiamo fare a meno di provare. Una grande tenerezza.

C’è la rissa, il ladruncolo, il sesso veloce, la stretta di mano, il gesto gentile, l’arroganza che qui è un’altra paura, la voglia di stare al mondo.

Anna scrive bene, molto bene. Anna si mette dentro le storie, se le fa passare addosso, se ne fa sconvolgere. Anna prova a comprendere.

L’inevitabile non è dover fare i conti con gli stranieri che arriveranno sempre di più. L’inevitabile è fare i conti con le solitudini degli altri che sono come le nostre: terribili. Necessario è sapere che rifiutare di conoscere, capire, le ragioni dell’altro è perdere un buon motivo per stare al mondo. Rintanarci non ci salverà, anzi.

E’ stata una lettura bella, fin troppo veloce. Alla fine avrei voluto ancora un paio di storie. Sapere, ad esempio, che fine ha fatto Mario o dove sarà Cristina adesso. Poi ho pensato di uscire per andare a cercarli. Cielo azzurro su Milano, oggi.

 

@ Anna Lamberti-Bocconi – Rumeni – ed. Stampa Alternativa – 2009

 

@recensione di Gianni Montieri

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Una bella mela rossa – di Alessandra Sartori

by Gianni Montieri on dic.16, 2009, under racconti

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Non ho nessuna voglia di dormire. Raccolgo una mela dall’albero che cresce in mezzo alla mia stanza da letto. Una bella mela rossa. Ha un sapore acidulo e zuccheroso; il succo mi cola in gola e sulla lingua; la polpa si scioglie nella saliva. La luce della stanza si spegne. Guardo attraverso la finestra: la città è buia, nessun lampione funziona più.
Mi sveglio.
Un letto è freddo quando ci ha dormito un corpo solo; ci vogliono due selci per fare un fuoco. Ho sempre la stessa sorpresa accorgendomi che non c’è nessuno vicino a me per amarmi e per tradirmi. Già da ragazzina avvertivo questo vuoto sotto la mutevole corazza di grasso con cui mi rivestivo.
La scuola abbondava ostensibilmente di strazi, io ero forse il più imponente in quando a dimensioni e il meno importante in quanto a fascino extraterrestre.
Procedevo aspettando, aspettando un’occasione decente per gettare il terrore e l’ammirazione nel più prossimo cuore.
Ero colma di una sorta di certezza globale, indipendente perfino dalla somma delle ore trascorse a mangiare, che mi costringeva a fare della marcia a ritroso un’impresa più azzardata di quanto lo sia realmente. Ingoiavo oggetti solo con il pretesto di poterli poi ributtare fuori. Volevo sentirli transitare al contrario dagli spazi che decidevo di misurare con destrezza geometrica.
Avrei voluto essere una grassa moglie che si sveglia sempre prima del marito, si alza e scivola in cucina con passo giapponese, mette sul fuoco la caffettiera con rassegnazione, dà un’occhiata all’orologio appeso al muro e si accorge che sono già le seiezerocinque e che i suoi sette bambini ancora dormono avvolti nelle loro sette coperte di lana ricamata.
Invece condivido un appartamento con altri quattro ragazzi, dove la marijuana è garantita senza pesticidi e si cerca metodicamente di non condividere i pasti principali della giornata.
L’unico uomo che ho avuto era uno scrittore. L’ho ospitato nel mio letto per più di una settimana. Gli ho permesso di intasarmi ogni centimetro quadrato con quei suoi manoscritti, e mozziconi di sigaretta, e biscotti, e ogni sorta di porcherie che, a sentire lui, gli alimentavano l’ispirazione. Poi un giorno sono rientrata a casa ed oltre a non trovare più lui, ho scoperto che se ne erano andati anche il mio notebook, la stampante a colori e la digitale che mia madre aveva provveduto a regalarmi a natale.
Lavoro in un ufficio dal pavimento azzurro. A pranzo andiamo tutti in mensa, l’ambiente è gradevole, ridere e discutere in collettività favorisce la quotidianità. Il cibo, naturalmente, proviene dall’agricoltura biologica, come la cocaina che i colleghi vanno a sniffare nei cessi.
C’è solo un collega che non si unisce al gruppo. Ogni giorno compare con il suo vassoio in mano, ci saluta e poi si dirige verso un tavolo vuoto. Qualche volta lo invitiamo ma lui dice che non vuole ritrovarsi in situazioni imbarazzanti, tipo che al momento di sederci a un tavolo da otto, ci si rende conto che non c’è abbastanza posto per tutti e che bisogna escluderne uno. Ecco, lui si esclude a priori e si siede altrove.
Ama vestirsi di azzurro. Camicia, scarpe da ginnastica, spolverino, maglioncini di cotone. Ascolta Julio Iglesias, qualche salsa romantica, qualche baciata movimentata. Credo soffra di rachitismo o di una qualche patologia che gli impedisce di assorbire il cibo, perché è scheletrico, ha un buffo pizzetto di pelo rossiccio sul mento e la pelle candida.
Lo osservo solo quando mangiamo. Gli altri parlano e io ingoio il mio risotto sbavando su qualche fungo che mi cade dalla forchetta e mentre lo raccolgo dal piatto direttamente con la lingua lo guardo.
Strappo la carne dall’osso di una coscia di pollo, mi succhio le dita e lo fisso. Ingoio il budino in un unico gesto veloce e intanto lo studio. Con i colleghi parlo in fretta fra bocconi da cui soffio fuori le briciole, mentre sul labbro superiore si forma una mezzaluna di unto.
Lui si alza sempre dopo di me. Spesso incrocio il suo sguardo. Sorseggia lentamente la sua aranciata amara e si alza solo dopo che mi sono alzata io. Talvolta lo incrocio sulla porta, ma si allontana sempre prima che ci si possa dire qualcosa.
E’ anche particolarmente basso. Una volta passandomi accanto un suo orecchio ha sfiorato il mio gomito.
Gli esseri umani stanno in piedi grazie alla propria ossatura interna, ma hanno anche un’impalcatura esterna che li articola. Mariti, genitori, amici, fratelli, amanti. E in quest’ultima struttura è meglio avere ossa forti dalle articolazioni morbide, altrimenti finisci per soffrire di artriti deformanti che non ti fanno intessere legami duraturi.
La mia pancia è gonfia e lattea, la cellulite che mi copre le cosce ha perso le sembianze originali e si è adagiata in un’unica grande massa burrosa che trema delicatamente ad ogni accesso di tosse. Il mio sedere è enorme e spesso fatico a trovare delle mutande comode, così indosso pantaloni larghi sotto a vestiti leggeri.
I capelli sono neri come la liquirizia, lisci, con un’onda in fondo che sembra uno scivolo per bambini.
Adoro i cannoli alla crema e riesco a mangiarne anche quattordici di fila, solo che dopo vado in bagno a vomitarli. Spesso mangio la pasta cruda, direttamente dal sacchetto e poi metto il pigiama, vado in bagno, mi infilo il manico dello spazzolino in gola, tiro lo sciacquone e poi vado a letto e, quasi sempre, sogno i miei sette figli dalle sette copertine di lana ricamata.
Il giorno dopo, ogni giorno che arriva ha qualcosa di sacro, indescrivibile, ed è così precisa la sensazione di presente e di immediato, di speranza frizzante, che dalla faccia queste certezze mi arrivano dentro fino al cuore e allora tutti mi pensano felice perché sorrido. Non lo sono. Se mi guardo allo specchio vedo un animale ultraterreno che comunque mi piace. Gli occhi azzurri, grandi, le guance piene, il neo sulla tempia, il doppio mento, una cicatrice sul sopracciglio destro. Lo specchio mi guarda e dice “non sei abbastanza”, io non rispondo.
Un giorno sostituiranno i miei organi, mi attaccheranno una pelle sintetica e delle ossa in carbonio. La tecnologia ci permetterà di diventare uno stato permanente della materia; sarà il diritto di ogni essere umano ad avere un mondo-eterno, senza passato e senza la morte come futuro. Quel giorno non ci saranno più grassi, non ci saranno più deformi, non ci sarà più nulla da ricostruire e tutti si annoieranno terribilmente.
Qualche giorno fa sono caduta dal motorino. Una grossa berlina mi ha tagliato la strada. Davanti alla mia caduta ha solo rallentato e l’uomo alla guida mi ha lanciato un urlo, prima di accelerare ed allontanarsi rapidamente.
«Cazzo ci fai su un motorino con quel culo? Togliti dalle palle, balena!»
Adoro guidare il motorino. Vento sulla faccia, accelerare senza il fiatone, sorpassi azzardati, frenate gorgheggianti.
Non sono andata al lavoro per una settimana.
Una settimana senza telefono, senza informazioni e, soprattutto, una settimana senza la fauna predatrice che sono i giorni, in un paese che non conosce il calendari, che non è sensibile al meteo, alla pioggia, in cui le ore non vengono pescate dal fiume di una qualche coscienza umana.
La notte del settimo giorno di degenza vagavo nella casa dei miei sogni allattando i miei sette piccoli figli neonati e il suono affilato del telefono mi tagliò rapidamente fuori da quel sonno perfetto.

drin – Stavo lì, scossa, quasi sperduta. – drin – Scrollavo le coperte. Splendevo nell’oscurità. – drin – Mi alzavo dal letto con l’esigenza di rispondere al telefono – drin – e camminavo nella mia piccola stanza – drin – a piedi nudi perché non trovavo le pantofole – drin – grattandomi una natica, fino al cellulare nella borsa – drin – e rispondevo, e parlavo sottovoce – drin – cercando di non svegliare l’unico inquilino rientrato dai bagordi notturni. – drin

«Pronto?»
«Anna? Dormivi?»
«Beh. E’ notte.»
«Scusa, non volevo. Allora ti saluto. Ci vediamo domani.» un uomo.
Era lui. Il ragazzo dei miei pasti. Quello che divoravo con ingordigia tra uno spezzatino sugoso e un filetto di trota. Era lui. Mi stava parlando. Mi aveva chiamata.
«No! No! Tranquillo! Ero sveglia… avevi bisogno di qualcosa?»
«No. Niente. Ho saputo che non stavi bene. Ho visto che a pranzo non ci sei più. E non so… volevo dirti che… sì, insomma… se vuoi ci possiamo vedere una sera anche dopo il lavoro… non so una pizza… oppure no, aspetta, una pizza è poco… una cena, ecco, sì, una cena.»
«Veramente… non so… certo. Va bene.»
«Ok. Allora domani sera ti porto a cena. Dopo il lavoro si va a cena.»
Quella notte feci l’amore con lui decine e decine di volte. Non c’erano figli da accudire, specchi da ascoltare, mariti da accarezzare. C’era il desiderio di me stessa, la mia carne calda che tremava mentre quel piccolo uomo mi vagava dentro, tra i liquidi di un corpo ingombro e affamato.
Il giorno dopo, in un reparto pieno di impiegati obnubilati dalla frenesia, un gruppo di spagnoli vestiti con vecchi abiti da flamenco ballavano solo per me, sul linoleum color pervinca. Li accompagnavo ancheggiando in piedi, sulla scrivania. La mia era frenesia pura, sudavo, saltavo, urlavo. La musica mi liberava.
All’ora di pranzo gli spagnoli mi salutarono nel rimbombo delle ultime note. La donna mi lanciò una mela rossa. Scomparve. Buttai la mela nel cestino e, gocciolando sudore tra i vestiti, ripresi ferocemente a ballare.

 

@ una bella mela rossa – racconto di Alessandra Sartori

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