Spartito

*
In questo suono rauco di trachea
ho affogato la voce e nel torrente
hanno cantato gli anni sulle pietre
e non è più, e non è più il dolore
che infervora le dita e intorno agli occhi
sono incise le rughe e non il pianto
ma non è già, ma non è già la nota
bassa che inchioda il limite del male
e non è già il silenzio e il segno certo
è più un crocicchio d’ossa, un seme, un fiore
aperto su un inferno postdatato,
il debito di un morto e se riscuoto
mi trovo erede e pure creditore
ancora senza fiato, ancora a un braccio
dal segno della croce andate in pace.
Intanto io passeggio sugli altari
vuoti e riciclo ancora le stagioni,
il vomere scolpisce e avanza lento
solca parole, brulica la pelle
e stride nuovi salmi e li dissona
sul pubblico squarciato, sulle mani.
*Vasilij Kandinskij
Impressione 3 (Concerto) (1911).
Waterproof

Ci si sveglia di buio
vita da pochi soldi waterproof
colata dentro l’occhio e sui cuscini
che sono sempre due e non sai se sia
la cervicale storta oppure il vuoto
di un’altra testa accanto da evitare
E lo spazio non manca per le gambe
che poi quando è mattina sono forti
e un passo poi due passi e il terzo è troppo
sulle strade franate solo fiori
per le opere di bene torno dopo
tanto di tempo qui ne scorre a mari
Soltanto la tv fa l’occhio rosso
e si ama sempre per corrispondenza
foto d’annata con il rimmel giusto
mentre la pioggia ticchetta dentro casa
e nell’armadio scappano le scarpe
tacchi su tacchi potevi ballare
[potevi]
Rimane sveglio solo l’imperfetto
di fogli quasi pieni e appartamenti
quasi per due e quasi sto vivendo
quasi cammino quasi cresco un figlio
quasi poeta quasi quasi è amore
qua si muore.
Mi si strozza di gioia la mattina
sveglia in questo sensato non amore,
pane nel microonde e niente fumo
ché vivere fa male, fa morire.
I passi sono grigi e ben posati
non si muove una foglia se respiro,
non cade, figuriamoci parlare,
discutere del vento, fare amore,
ché vivere fa male, fa morire
e ho imparato il perfetto navigare
fra il mio letto, la doccia e la cucina,
ogni tanto si punta verso il nord
ma si sa che è per finta, per tornare
ché vivere fa male, fa morire.
Ma la scure che scende con le gocce
quando piove o nel bagno o nel sudore
è che quando si scalza fuori il cuore
non c’è acqua che cade che sia pianto.
(dalla raccolta Gea)
Braille

Da punto a punto ho sempre visto sabbia
che cade e giri la clessidra e torna
con l’ombra di un granello su un granello
fissa in un’eco infissa dentro un’eco
Oggi che ho gli occhi spenti e sento il vuoto
del tempo che rivendica il suo buio
mi so che è vita quando in eco d’ombra
risuona cosa a nome punto a punto

Giugliano, 104 metri sul livello del mare
Avessimo avuto una collina
comunque una maggior pendenza
ad impedirci l’idea del mare
la vista su altre possibilità
invece una campagna sterminata
accumulo di scorie, di abusi disumani
il nostro compito era stare attenti
alle mele, voltarle di tanto in tanto
affinché non si guastassero, marcissero
molti campanili, uno per ricorrenza
troppi santi, crepe nell’asfalto
lungo il corso principale
vecchie conoscenze: immobili
ho questi luoghi a far da conta
il tempo inesorabile, la cronaca
nessuna traccia, transito
nelle pagine di storia.
Economia domestica
La vita in uno ha meno metri
spazi angusti e un ordine necessario
mobili irrisolti, già vissuti da altri
tre modelli di pentole:
tutte buone per lo stesso coperchio
a mantenere la cottura
la moka per tradizione
ci si organizza, si adatta il respiro
il battito regolato al minimo
e si alza il volume dello stereo.
Vento
Non hanno destino queste prue
appoggiate ai lati del palco
questo mare, al momento,
da non solcare
l’uomo in barba bianca e occhiali
ha la voce bassa, d’altra timidezza
non è uno da applausi, inchini
sarà il vento del porto
ma quel che dice arriva dritto
lettera dopo lettera: conforta
noi stiamo seduti, non andiamo
contiamo nelle nostre storie da un minuto
ancorati ad un canto fuori tempo.
(ad Antonio Moresco)
Avanzi
Il gesto dell’apparecchiare possiede grazia
così come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l’altra pota
è un rituale, una funzione
non c’è spavento dentro l’abitudine
conoscere l’azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
la casa non sta nelle pareti colorate
ma nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
-per il troppo vento-
Matematica applicata
Ho messo il naso sull’orlo di un buco nero
i piedi piantati in schegge di vetro
un ricordo dolente
provo a scomporre:
tolgo i pezzi ad uno ad uno
dal bordo al centro
in cerca del contrasto
del giorno fuori posto
Matteo conosce i logaritmi
mi farà un codice d’ingresso
e un altro per l’uscita
un denominatore, uno spiraglio
nell’attesa indietreggio un metro
chiudo gli occhi, respiro piano
e questo è il limite.
South Bank
Sto sulla riva sud
non sapendo fare altrimenti
mi tengo a sinistra tutta Londra
il resto dentro
la Tate mi copre le spalle
dalle panchine si contano passaggi
scorrimenti di fiume
sto fermo
trattenuto su ogni sponda
da svariati mai risolti
contrattempi.
Effetti personali
L’armadio a poco a poco
dall’alto in basso
camicie jeans pullover
(mi darai una mano)
i cassetti in fretta ma con cura
una parvenza di rigore
i libri, tutti quanti i cd
ieri ho mangiato uno yogurt
prima che scadesse
l’ultima comparsa delle chiavi
sul piano di lavoro là in cucina
i passi all’indietro per non voltarsi
come l’albero in giardino mesi fa
non abbiamo retto
la fine segnata ben prima della soglia.
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Per presentarlo preferisco usare le sue stesse parole, che sono anche alla base della sua poetica:
“Una cosa che faccio è scrivere. Poesie e racconti. Non da molti anni per la verità, cioè questa cosa della scrittura l’ho sempre avuta in testa ma ho cominciato, anzi ho deciso, a prenderla seriamente più o meno quattro anni fa. Ad un certo punto mi sembrava mi mancasse qualcosa, credo. Un mattina, in metropolitana, un tizio si scaccolava. Un essere veramente lurido ma anche divertente, mi è sembrato che raccontarlo fosse il minimo. Fare in modo che quello scaccolarsi con perizia non andasse sprecato, è andata così.”
È proprio per questa visione della poesia come espressione artistica di una realtà spesso invadente, a volte gioiosa, molte volte alienante e dolorosa, che si riflette sulle scelte stilistiche di Gianni: l’Io si manifesta già in modo prepotente nella scelta dell’inquadratura e, quindi, deve tirarsi indietro nelle scelte sintattiche e lessicali, deve abbandonare l’iper-aggettivazione e giungere ad una struttura essenziale, una rete nelle cui maglie si possa intrecciare l’Io del lettore e rimanerne per sempre impigliato, catturato, protagonista e partecipe. Allo stesso tempo, in questa riduzione matematica della realtà a schema, non soltanto si crea un ponte fra scrittore e lettore, ma la realtà stessa diventa “leggibile” attraverso un codice che la rende meno straniante, che la sgancia dal tempo, dal luogo, dalla stessa inquadratura soggettiva e la rende esperienza comune. Il dolore diventa nostalgia, nel senso “sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare” (Milan Kundera, L’ignoranza) e si colloca intorno al poeta e al lettore e non più dentro, così come il mare intorno alla terra, con tutta la sua carica di possibilità fuori dal tempo e dallo spazio, eppure più forte della stessa terra, dello stesso tempo, dello stesso spazio.
Per questo motivo la “riduzione” effettuata da Gianni sulla struttura del testo non ha come effetto collaterale la perdita del potere evocativo della Parola, che resta simbolo e metafora insieme, che si fa ponte fra diverse dimensioni.
È tutto qui:
“il nostro compito era stare attenti
alle mele, voltarle di tanto in tanto”,
e tutti noi ci ritroviamo in quel “nostro”, tutti noi eravamo lì, tutti noi siamo ancora lì.
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Inassenzadimetri – il blog di Gianni Montieri
Grazie.
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Di dolore non parlo.
Di dolore taccio.
Ché dovrei scucirmi labbra
ricamate di parole
negate.
Ché dovrei dire
di foto appese con spilli a palpebre
sempre aperte
affacciate su passati
e futuri incertamente uguali
e dei tre lampi di faro intermittenti
che mi ricordano eternamente
di non dormire.
Ché dovrei narrare
di strade percorse e molliche
seminate
a segnare ritorni
che mai torneranno
e di vetri sotto i piedi a sanguinare
e di narici confuse da odori iniettati
nell’anima a soffocare.
Di dolore taccio.
Di dolore non parlo.
la Ruota (poesia e video)
(Pagina 105 di Lun_e_storte
interpretazione di Francesca Pellegrino)
madre mi fu Parola e padre il Segno
dispotici ed astiosi e maledetti
bisbigli di segreti e di promesse
e ho disperato anni ad ogni fiato
leggendo per saperli e per amarli
scrivendo per conoscerne le braccia
ma snocciolavo inutilmente grani
ché la parola non mi rese figlia
come più tardi non mi disse donna
*
ora
*
che ho già dimenticato e non so come
tele di lettere scarlatte del mio sangue
che da decenni cola e mi fa colla
per ogni segninsetto avvelenato
che si suicida intossicando me
ma mai mi dà la grazia di finirmi
*
ora
*
che di bugie so farne fioco lume
l’orfana e vedova che fui conosco
dilemmi altrui mi nego e muta taccio
In vitro

è dietro i paraventi assolati
di questi vetri sporchi di futuro
evaporato
che annaspano le piante in bottiglia
specie protetta senza paura
dei gialli autunnali
-non può invecchiare chi mai
ha peccato di gioventù-
Pellegrinaggi
Cammino il rosario del pomeriggio
Caterina barcolla la terza pancia
e Giulia ha posato
dieci chili sulla bilancia
la vecchia del bar è scomparsa
in un bottone nero del figlio
che non si vedono i denti
quando ride
e il sacchetto pesa ogni grano di più
.Eppure c’è stato un giorno
che pensavamo di andare.
c’è ancora il segno della croce
alla fermata dell’autobus
dove è morto il tempo
per aspettarti

-LibrAria-Rivista di arte e letteratura contemporanea






