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Stardust

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Costruisco una stella, io, che c’è di male?
Che solo Dio possa farlo, dite?
Che abbia egli l’esclusiva della luce, del calore, della diversa visione del raggio ad allontanarsi e ad avvicinarsi?
E tu, tu che prendi ora e pesi questa polvere, polvere di stelle, e dall’altro lato della bilancia metti la spada affilata della ragione e dici che no, che non basta, che non è stella che nascerà, che non è luce e calore, tu non guardi l’amore, ché non ha peso sulla tua bilancia truccata dalla rassegnazione all’umano mendicare sostituti di luce.
Io costruisco una stella, io, con le punte, cinque, affilate più della tua spada e con un calore che brucerà i rami secchi su cui vuoi ardermi per avere osato la speranza.
Io costruisco una stella, io, con gli occhi di quella bambina, sì, quella che avete bruciato al rogo perché era strega, solo perché prendeva la polvere fra le mani e la colorava dei vostri pensieri.
Io costruisco una stella, io, con il naso dell’uomo lebbroso, quello venuto dal mare, dove le stelle lasciano l’impronta del proprio senso, quella che non ha bisogno di pelle e di ossa per scolpirsi addosso.
Io costruisco una stella, io, con la bocca della donna che ho baciato ieri, quella che sputava il sangue delle vostre torture perché contava le stelle del firmamento e numerava dio.
Io costruisco una stella, io, con il fiato del mio amore, quello che brucia di alcol il vostro odio travestito da fede per cui l’albero si fa legno da ardere sotto l’uomo e non ombra al riposo.

Io costruisco una stella, io, la figlia che non ho.
Che c’è di male?

(Scritta per un “Mercoledì Saramago” – laboratorio di Rossana Carturan)

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