The day after

Ancora attorcigliata al sonno bianco
miracolavo stimmate ché croci
non c’era più nemmeno da appoggiarle.
Non credo avrei voluto esser felice
mi avessero avvisato il giorno prima
che questa santità collaterale
ha il suono devastato del silenzio.
8 Commenti »

-LibrAria-Rivista di arte e letteratura contemporanea







Pubblicato il 23 09 2009 alle 09:06 | Numero: 1
Disincanto – come un percorso mistico la luce tenue ed agghiacciante di un mattino.
Abele
Pubblicato il 23 09 2009 alle 09:11 | Numero: 2
questa è di uno splendore tagliente.
bravissima
gianni
Pubblicato il 23 09 2009 alle 14:12 | Numero: 3
Il dolore abbandonato o l’abbandono da parte di un dolore a volte è uno stato di anestesia, una -sordità- che a livello razionale comprendiamo forse peggiore di quel limite tremendo che comunque ci faceva sentire vivi e che è stato superato, travalicato in una forma che tu hai rappresentato in modo eccellente in questa poesia. Lucidissima analisi poetica. Molto colpita. Bravissima.
Doris
Pubblicato il 23 09 2009 alle 14:14 | Numero: 4
Grazie a tutti voi
Pubblicato il 23 09 2009 alle 14:56 | Numero: 5
“devastato” – è la parola esatta – chirurgica, per crollare come una foglia morta – in autunno.
Questa sei tu, la tua poesia – come quella parola che “annienta” – sfinendo, come il disincanto che dici.
Pubblicato il 24 09 2009 alle 11:14 | Numero: 6
Quel sonno bianco è travolgente. Una sinestesia che restituisce tutta la sensazione del ‘day after’, perché il colore del vuoto non è il nero ma il bianco, l’assenza perfetta di ogni tinta e colore. Ovviamente mi piace anche tutto il resto, in particolare il tono disincantato e colloquiale – ‘mi avessero avvisato il giorno prima’ – che rende tutto il senso di straniamento. Solo la causale introdotta dal ‘ché’ mi convince poco. Ma forse è solo una mia impressione.
Pubblicato il 24 09 2009 alle 13:54 | Numero: 7
Sì, Marco, sfondi una porta aperta con i “ché”: io odio doverli accentare perché vorrei mantenere sempre la dimensione del parlato, ma purtroppo sono inevitabili per ragioni metriche e, per ovvie ragioni, devono essere scritti correttamente quando non se ne può fare a meno perché il valore causale è l’unico possibile nel contesto, come in questo caso. Mi consolo pensando che nel momento in cui viene letta la poesia l’accento scompare.
Sono contenta che tu abbia notato il particolare del bianco che, nelle mie intenzioni, aveva esattamente questo valore, oltre ad una anticipazione analogica della “santità collaterale” successiva che, nella nostra cultura, è sempre avvolta da un alone di luce bianca.
Grazie anche a Francesca, che da sempre “sente” le mie poesie e gratifica molto il mio Ego
Pubblicato il 24 09 2009 alle 23:58 | Numero: 8
Apprezzo almeno tanto quanto allora. Non aggiungo altro; altri già sono stati bravi a lucidarti lustrando bene anche sè stessi.
D’altronde non ho motivo di credere che tu possa dubitare.
Ti seguo spesso, semplicemente taccio su quel che non apprezzo. Ma per quel che riguarda te, continua decisa: hai tutta la mia stima.
Lu.