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Fiabe – Fantasy – Filastrocche
Indice
#La Verità
#Sogni
#Uomo in luce
#Sfilastrocca
#Il peso di Martina
#Il volo (dalle storie di Paolo e Martina)
#Sta nelle trecce la forza (dalle storie di Paolo e Martina)
#Dimmi che vuoi… (dalle storie di Paolo e Martina)
#Qualsiasi cosa accada (dalle storie di Paolo e Martina)
#Il Vecchio e il mondo (dalle storie di Paolo e Martina)
#Il drago assonnato (dalle storie di Paolo e Martina)
#Quando spariscono le fate (dalle storie di Paolo e Martina)
#Vita da eroi (dalle storie di Paolo e Martina – epilogo)
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La
Verità
La Verità, o miei cari bambini
vive nascosta nel cuor della terra
odia la fame ed odia la güerra,
spia nella notte da sotto i tombini.
Un giorno sente discorsi di pace
da un uomo bianco vestito di luce
e pensa bene ch’è giunto il momento
di passeggiare col cuore contento.
Ed esce fuori dal suo nascondiglio
rivela a tutti i suoi strani segreti,
ma un poliziotto col suo freddo piglio
dice: “sei pazza”, andiamo dai preti.
Scomunichiamola, dice don Piero,
la poveretta che ha perso il sentiero,
l’inferno è giunto, ci dice don Saro,
alla sciagura troviamo riparo.
La Verità allor si gira di scatto
e di Gesù Cristo vede il ritratto:
scappa, le dice, non san quel che fanno
trova l’amore, rifuggi l’inganno.
Scappa la povera a gambe levate
mentre l’esercito già sta in allerta,
muore di sete e la strada è deserta,
ride la gente a persiane abbassate.
Viene l’America che è interventista
e la ricerca anche in terra buddista:
che tutto il mondo ricerchi quel mostro
che sta spargendo veleno e disastro
Con le armi tossiche più micidiali
che vuole usare per i carnevali
e che nasconde, sì, senza pietà
nelle caverne, laggiù in Bogotà.
Scappa la povera a gambe levate
e si rifugia in una foresta
dove l’accolgono lucciole e fate
in un giaciglïo di cartapesta.
Vengono in frotte qui da tutti i luoghi
cuori bambini scappati dai roghi,
lei non li opprime con falsa certezza
ma li consola con una carezza.
La Verità, o miei cari bambini,
vive nascosta giù sotto le fronde
a chi la ama regala i dolcini
a chi la odia il cuore confonde.

Sogni
Dianima vagava nella nebbia. La foresta, se foresta
poteva definirsi, si mostrava solo attraverso i graffi dei rami sulla sua pelle.
Il sangue colava in gocce che evaporavano prima di toccare il suolo e striavano
di rosso l’aria dietro di lei.
Dianima pensava all’arcobaleno e si chiedeva se un arcobaleno di un solo
colore potesse avere lo stesso potere di quelli della terra.
Come si chiamava questo pianeta? Il mago dei sogni non lo diceva mai quando
veniva a prenderla la notte e la proiettava in mondi fantastici e tremendi, dai
colori indescrivibili e dai nomi innominabili. Anche stanotte avrebbe dovuto
cercare qualcosa, ma cosa?
Voleva il suo cane, si disse, e nei sogni, si sa, ogni desiderio è realtà. Il
cane apparve accanto a lei, anche lui con la pelle solcata dai rami – era
stato sempre con lei? – e anche lui con lo sguardo impaurito in mezzo al
nulla.
“Non preoccuparti,” – disse Dianima – "si esce sempre dai sogni,
dobbiamo trovare il passaggio segreto che ci porti al tesoro".
Il cane pensò: “bau”, ma non disse niente.
Fu in quel momento che dal nulla uscì fuori Zichibit, con due orribili orecchie
a punta e due occhi profondi come il mare. Intorno a lui la nebbia si diradava
almeno per cinque centimetri e lui si muoveva con aria da padrone.
“Chi sei?” – disse Zichibit.
“Dianima.” – rispose Dianima.
“Ah!” – disse Zichibit.
“Nient’altro?” – disse Dianima.
“Che speravi?” – disse Zichibit?
“Una traccia per la porta.” – disse Dianima.
“Sei sicura di volerlo?” – disse Zichibit.
“No, ma lo voglio lo stesso.” – disse Dianima.
“Bau” – disse il cane.
“Zitto!” – disse Zichibit.
“Non parlare così al mio cane!” – disse Dianima.
“Qui comando io!” – disse Zichibit.
“Nei sogni non comanda nessuno.”- disse Dianima.
“Bau” – disse il cane.
“Bau” – disse Zichibit.
“Non prendere in giro il mio cane.” – disse Dianima.
“Stupida!” – disse Zichibit “Vuoi la porta e l’avrai, ma vedrai che te
ne pentirai, tu ed il tuo cane scemo, perché sbaglierete tutto e cadrete
nell’inferno!”
“Sono fatti miei e del mio cane.” – rispose Dianima senza battere ciglio.
“La porta è a trecento passi a sinistra.” – Zichibit parlava piano –
“Devi abbassare il primo ramo dell’albero, alzare il secondo del secondo,
staccare il terzo del terzo e mangiare il quarto del quarto.”
“Mangiare?” – urlò Dianima.
“Mangiare, sì! Sei sorda, oltre che stupida?” – urlò Zichibit.
“Continua,” – disse Dianima – “mangerò il ramo.”
“Appena mangerai il ramo l’unico e meraviglioso tesoro ti apparirà.” – disse Zichibit mentre scompariva.
“Grazie.” – sussurrò Dianima mentre contava i suoi trecento passi.
“Bau” – disse il cane al trecentesimo passo.
“Abbasso il primo ramo” – disse Dianima.
“Bau” – disse il cane.
“Alzo il secondo ramo del secondo albero.” – disse Dianima.
“Bau” – disse il cane.
“Stacco il terzo ramo del terzo albero” – disse Dianima.
“Bau” – disse il cane.
“Mangio il quarto ramo del quarto albero.” – sputò Dianima.
“Bau” – sputò il cane.
“Mamma! Sei ancora qui con me, non sei in cielo!” – disse Dianima.
“Sono le otto, Dianima, devi andare a scuola. Oggi ti vesto io, piccola
mia.”

Uomo in Luce
Di fronte a questo mio sasso, scoglio, massa di
pietra lavica nera, dirompente esplosione della terra, è il tuo mare.
Acqua. Acqua salata. Increspata leggermente o prepotentemente innalzata a
barriera d’onda senza freno. Acqua che spacca il sasso. Acqua che corrode.
Acqua che accarezza e leviga.
Sì, leviga, perché qualsiasi carezza in qualche modo leviga: asporta
lentamente granelli infinitesimali della nostra resistenza di singoli. Fino a
quando la roccia non cede. E si spacca. E si apre come una corolla di un fiore
che durerà un giorno o forse un mese o forse un’eternità.
Ed è nel tango dell’onda che noi due danziamo: io uomo e tu fata. Turchina?
Non so. Non vedo bene i colori da questo nero di lava che fino a ieri mi
chiudeva. Ma li sento. Li sento mentre ti parlo chiuso nello spasimo della
roccia che resiste e che sa quale sia il suo destino. Li sento. Così.
tratteggiati e pieni di punti che fermano ed aprono a nuovi ritorni.
Come l’onda. L’onda che ha iniziato ad accarezzarmi miliardi di anni fa,
quando ero pietra nuova, appena creata, ricca di ferro, forse, e di silicio,
con punte di magnesio e ribollente mercurio. Mercurio. Dicono che sia il dio
dell’intelligenza. Dicono. Io non so. Io so che è lui che mi permette di
volare, anche se sono roccia, e di aprirmi a te che sei il mio destino. Io so
che mi apro e lascio spazio all’amore. Che l’amore venga con la tua forma.
Che l’amore sia principessa. O strega. O, semplicemente, fiato sul collo di
una figlia.
Fiato come l’onda. Che inspira ed espira ed è risacca. Che sembra corrodere
e, invece disegna. Che colora di bianco il mio nero di roccia.
Che mi rende vivo mentre mi uccide.
Luce
.

Il peso di Martina
Martina portava il peso.
Non era un peso come quello dello zaino stracolmo di libri che la mattina
caricava sulle spalle e con cui trottava veloce per la strada.
Non era nemmeno quello dei sacchetti della spesa con cui faceva da bilancia allo
zaino ritornando a casa.
No, non era nemmeno il peso del fratellino di due anni con le gambe ciondoloni
dal marsupio che papà le aveva fabbricato prima di andare via, perché lei
potesse tenerlo con sé tutto il giorno.
Era piccolo adesso il marsupio: doveva essere passato tanto tempo,
si disse.
E non era il secchio dell’acqua, non i materassi da rivoltare, non era la
bacinella con la biancheria lavata o i tappeti da sbattere al sole della prima
mattina.
No, non era così il peso dei suoi dodici anni.
Il peso era lì, dietro la porta sempre aperta della stanza in fondo al
corridoio.
Vestito di una camicia da notte bianca, notte e giorno, giorno e notte.
Il peso era in quel flebile lamento senza interruzioni, neanche durante le ore
della scuola – il sibilo le restava nelle orecchie, così come l’odore di
vita andata a male – in cui la professoressa leggeva di Astolfo. Astolfo che
volava sulla luna, attraversando il cerchio di fuoco. Astolfo che galoppava fra
boschi e castelli fantastici al ritmo di quelle sillabe che le dicevano “colppiti-cloppiti-clo”,
mentre il sibilo si faceva più forte e la campana suonava.
Suonava a morte il ritorno.
Il peso era lì, in quell’ostinazione a non vivere la vita, in quella
protervia nel negare l’infanzia, in quell’anticipazione di un dolore forse
inevitabile, sì, ma in altri tempi e in altri luoghi.
Non serve essere preparati al dolore che arriverà – si diceva Martina – ma
nessuno poteva sentirla perché il sibilo copriva le sue parole prima ancora che
venissero fuori dalla gola.
Io sono muta – si disse Martina – muta più di un muto, muta più di una
fragola.
Rise alla fragola muta e ridendo scoprì la poesia.
E la poesia le batteva dentro con il galoppo dell’ippogrifo (galoppano in aria
gli ippogrifi e il loro galoppo non è mica come gli altri, no!) –
cloppiti-cloppiti-clo – e dentro di sé non c’era il fischio come nelle
orecchie: dentro c’erano stelle, mari, colline, montagne innevate di neve
bianca di vita.
Così diversa dal bianco di quella camicia da notte.
E scrisse, Martina, scrisse fino a farsi dolere le mani, fino a coprire la morte
con le lettere, fino a far pesare sulla bilancia tanto, tanto di più del suo
peso.
Fino a far parlare una fragola.
Poi entrò da quella porta, quella lì, in fondo al corridoio, incontro al peso.
Lei guardò Martina e comprese. Le disse svelta, tendendo la sua rete di
protezione-gabbia: “Io ti ho creato,…, come Dio ha creato Adamo.…Senza di
me non avresti mai visto un bel tramonto né avresti mai sentito l’odore della
pioggia annunciata dal vento. Non avresti mai toccato l’acqua fresca in una
calda giornata d’estate… Io ti ho dato tutto questo, … Ora sei tu… che
mi devi… qualcosa in cambio.”*
E Martina rispose, forse per la prima ed ultima volta: “In cambio ti do una
sillaba, da fare crescere come i figli che non hai mai cresciuto, da innaffiare
ogni mattina perché diventi amore e vita, perché ti prenda la mano e ti
sollevi dal letto, perché ti dica che il dolore è vita e non che la vita è
dolore. Ti do una sillaba in cambio di una fragola muta”.
Aveva dodici anni Martina… Forse solo a dodici anni si può cambiare il mondo
con una sillaba.
*(da: I Segreti dello Scorpione, di Nancy Farmer, Ed. Fabbri 2004, traduzione di
Valeria Bastia)

Il Volo
“Io so volare sai?” – disse Martina.
“Non ci credo.” – disse Paolo.
“Peggio per te!” –Martina si spazientì perché non sopportava che la
gente non le credesse.
“Dimostramelo, allora!” – rise Paolo.
“Non funziona così.” – bisbigliò Martina – “È un segreto, funziona
solo se ci credi. Allora chiudi gli occhi e sbatti le braccia. Prima piano piano
e poi più forte fino a quando sbattono tanto forte che si vede solo l’aria
che si muove. Te ne accorgi perché diventano leggere leggere. È in quel
momento che diventano ali e allora puoi aprire gli occhi e volare. Ma ci devi
credere perché se no non succede.”
“Balle!” – disse Paolo che aveva già quattordici anni e con due anni più
di Martina si sentiva grande e non credeva più nemmeno a Babbo Natale.
“Ecco, vedi, tu non potrai volare mai. Oppure, peggio ancora, prima voli e poi
siccome ti senti furbo, incominci a dire che non è vero e precipiti.”
“Fatti miei, no? Tu fammi provare!”
“Neanche per sogno! Perché quando precipiti poi ti aggrappi a me e mi contagi
la tua paura. Io non voglio mica precipitare con te!”
Paolo ondeggiò più volte sulle gambe, come faceva quando imitava suo padre
mentre rifletteva. Poi la guardò dritto negli occhi e disse: “Mio papà dice
che devo stare con i piedi per terra. Dice che la vita è difficile e che le
donne ti rovinano. Tu sei una donna, perché dovrei fidarmi?”
Martina sorrise e lo imitò ondeggiando anche lei sulle gambe. Poi disse:
“Perché io non sono una donna, io sono una bambina!”
“Già, è vero.” – disse Paolo perplesso – “Ma forse è la stessa
cosa.”
“Forse.” – sorrise Martina.
Per un po’ si guardarono i piedi, senza parlare. Erano seduti su due scogli
neri come la pece, di fronte c’era un mare quasi viola ed il cielo era azzurro
come non era mai stato.
“Come hai imparato?” – disse Paolo.
“Cosa?” – rise Martina che aveva voglia di ridere.
“Non fare la stupida! A volare.”
“Allora ci credi!”
“No!”
“Allora non ho mai imparato!”
“Non giocare! Questa è una cosa seria!”
“Io gioco, sono una bambina, no?”
“Come hai imparato?”
Paolo sembrava triste e Martina era una bambina buona. “Nel sogno.” – gli
disse.
“Nel sogno?”
“Sì, una notte ero triste, tanto triste che non riuscivo a dormire.”
“Perché eri triste?”
“Non me lo ricordo più, ma mi ricordo la tristezza.”
“Sì, capita anche a me.” – disse Paolo – “Ma non lo dire a nessuno se
no ti ammazzo!”
“L’avevo capito” – sorrise Martina.
“L’avevi capito?” – Paolo sembrava sorpreso.
“Sì.” – Martina smosse l’acqua con i piedi, tanto per muovere qualcosa
– “Si capisce perché hai i piedi per terra e la testa in aria.”
“Ma sono tutti così!” – disse Paolo spaventato che altri potessero
accorgersene.
“No” – disse Martina – “Tutti hanno piedi e testa per terra, perché non guardano mai il cielo.”
“Va bene, non voglio parlarne più, ora dimmi di quella notte.”
“Ero lì, triste. Poi mi sono addormentata, ma non dormivo veramente: stavo
sognando ad occhi aperti, ed ho visto un altro bambino che ci provava, ma non ci
credeva abbastanza.”
“Un altro bambino?” – Paolo era sospettoso ora.
“Sì, un altro bambino. Allora ho pensato che potevo crederci io anche per lui
e poi riuscirci ed insegnarglielo.”
“È pericoloso.” – disse Paolo – “Bisogna stare con i piedi per terra,
si rischia di precipitare o di non voler tornare mai più.”
“No.” – disse Martina – “Io sono qui ancora, lo vedi?”
“Perché sei ancora qui se puoi volare?”
“Perché è bello volare quando parti da terra.”
“Non è bello volare in cielo?”
“Sì, certo, ma il bello è partire e atterrare. Ed è bello pure quando voli.
Ma è bello anche quando cammini perché hai voglia di camminare e sai che
potresti non farlo, che potresti volare.”
“Allora non è pericoloso per la vita?”
“È pericoloso se non ci credi mentre sei in volo, te l’ho detto. Non fare
lo stupido!”
“Tu lo sai chi era quel bambino, vero? L’hai sempre saputo.”
“Certo. Eri tu.”
“Tu credi che…?”
“Non sono io che devo crederci, sei tu.”
“Io credo che…?”
“Non sono io che devo risponderti, sei tu.”
“Ma se andiamo quando ritorniamo?”
“Quando ci pare. Ad ora di cena potrebbe essere bene tornare: mia mamma ha
fatto le polpette.” – Martina sorrise.
“Quando ci pare… Allora chiudo gli occhi?”
“Direi!” – rise Martina.

Sta nelle trecce la forza
- Sta nelle trecce la forza. – disse Martina a Paolo.
- Ma tu hai i capelli corti! – Rispose Paolo.
- Questo lo dici tu, perché non sai vedere. – rise Martina.
- Tu sei pazza, lo dicono tutti a scuola. – si arrabbiò Paolo.
- Io sono pazza ma ci vedo. – mormorò Martina con grande serietà.
- Cosa vuoi vedere se tu le trecce non ce l’hai? E questo mi pare che sia
chiarissimo! –
- Guarda bene, stupido bambino che si sente grande e pensa di sapere tutto! – disse Martina mettendosi vicino a lui e girando velocemente la testa.
- Ahi! Mi hai fatto male! –
- E con che cosa, Paolo, visto che tu dici che non ho le trecce? Con che cosa ti
ho colpito? –
- Deve essere stato il vento. –
- Ma quale vento, se non si muove una foglia! –
- C’è sempre una spiegazione razionale, me l’ha detto mio papà. –
- E già, allora è stato il vento. – rise Martina muovendo di nuovo la testa.
- Ahi! –
- Il vento! –
- Smettila! –
- Non sono io, è il vento. – rideva Martina ballando per il prato.
- Smettila di ballare e scendi sulla terra con me! –
- Sali tu qui. O hai paura? –
- Io non ho mai paura! –
- Sì che ce l’hai. Hai paura, hai paura! -
- Non farmi arrabbiare. Tu sei scema. -
- Ah, sì? Sono io la scema? Non tu che stai in mezzo all’erba e vedi cemento?
Non tu che guardi i miei capelli e non vedi le trecce? Non tu che stai al sole e
vedi pioggia? Non tu che non tocchi questo fiore perché c’è un’ape e vedi solo
la tua paura? Guarda come si fa quando si ha la forza nelle trecce! – disse
Martina facendo salire l’ape sul suo indice e portandola a ballare con sé.
- Attenta! Ti punge! -
- Questo è il tuo problema, Paolo. Tu sai già che ti pungerà. Io no. Io so
che quando avrà paura mi pungerà e so anche che fino a quando vedrà le mie
trecce non avrà paura. E so anche che lei non ha genitori che la convincono che
le mie trecce non esistono. -
- Tu sei scema! Tu non hai le trecce! Hanno dovuto tagliartele e lo sanno tutti!
Hanno dovuto tagliartele perché continuavi a fare cose strane dicendo che tanto
avevi le trecce! Accettalo! Tu non hai più le trecce! – Paolo urlava forte
tanto quanto la sua paura.
- Sì Paolo, lo so. – Martina era seria adesso – Mi hanno tagliato le trecce ma
non possono tagliarmi il desiderio di farle ricrescere. Ed è questo desiderio
che ti colpisce la faccia quando mi giro. Ed è questo desiderio che le api
vedono. Ed è questo desiderio a ballarmi sulle spalle quando corro. Ed è questo desiderio, Paolo, che adesso, anche se non vuoi e hai paura, ti fa vedere
le mie trecce oggi.
Sta nelle trecce la forza. – rise Martina prendendo Paolo per la mano e
portandolo a ballare insieme all’ape.

Dimmi che vuoi… (dalle storie di Paolo e
Martina)
- Eccoci finalmente. Lo sapevo io! Me l’aveva detto anche la mamma che prima o
poi saresti salito su quell’albero spennato a fare il grand’uomo che non ha
paura di niente. Che ridere! Non ti vergogni? – gridò Martina sotto la grande
quercia, mentre l’ape le ronzava intorno all’unghia del mignolo con fare
indifferente.
- E di che dovrei vergognarmi? Qui affronto le tempeste, i fulmini, gli animali
feroci e dimostro di essere un vero Uomo, come mio papà. – disse Paolo, forse
non troppo convinto, ché suo papà ormai non gli parlava da tre settimane.
- Gli animali feroci? – rise Martina – ma se al massimo trovi un picchio
distratto e un gatto dagli occhi gialli! Io con quelli ci parlo ogni mattina e
mi dicono anche che tempo farà! Sei davvero fuori strada, Paolo, anzi, sei
“fuori ramo!”
- Ridi, ridi, ma nessuno mi vedrà più con un solo alluce a terra! E non
insistere!
- Mica insisto, – rispose Martina – non sai volare e sei troppo piccolo per
atterrare… è normale che tu ti mescoli alle foglie aspettando di cadere.
- Io non mi mescolo, smettila! Io so quello che faccio e non toccherò mai più terra. Tu sai volare e sai ballare, ma io no. Io ho solo il mio modo per vivere
e lasciami in pace in mezzo agli aghi sempreverdi e ai gatti che sembrano leoni.
Non sono mica Dio, io!
- Quanto la fai lunga Paolo! Sta’ sull’abero quanto vuoi e fa’ pure il
Tarzan di Trastevere, se vuoi: non sarò io ad impedirtelo. Ma sei veramente
sicuro che è quello che vuoi?
- Mmhhhh… sì, certo!
- Sei sicuro di voler fingere di partecipare alla vita mentre anneghi il dolore
nella resina di un pino? Sei sicuro di voler vedere il mondo che si distrugge
mentre tu simuli il volo fra un ramo ed un altro, senza speranza di toccare mai
le cose? Sei sicuro di non volere scendere da me e darmi un bacio e farmi
diventare vera tanto quanto lo sei tu?
- Mmmmhhh… tu sei destabilizzante! Beh… non so che significa, ma suona bene!
- Sì Paolo, sono destabilizzante. Infatti adesso tu cadi dal tuo ramo fra le
mie braccia e poi mi baci sul naso e, senza accorgertene, siamo a casa a
mangiare le polpette… Vuoi? Dimmi che vuoi…
- Bacio sul naso? Polpette? Scusami albero, torno domani, forse… – sussurrò Paolo mentre cadeva dolcemente, con le labbra proprio sul naso di Martina.

Qualsiasi cosa accada (dalle storie di Paolo e
Martina)
“Shhhhh, Paolo, girati senza fartene accorgere!” – sussurrò sottovoce
Martina mentre tutti i bambini aspettavano che entrassero le maestre e i
professori alla mensa scolastica.
“Che vuoi, Martina, che hai in mente oggi?”
“Prendi questi occhiali, li ho sistemati stanotte per farti vedere una
cosa.”
“Ma che occhiali sono? Sono bruttissimi, non me li metterò mai!”
“Sono quelli del nonno, non ne avevo altri, mi dispiace. Però mettiteli lo
stesso prima che entrino loro e qualsiasi cosa tu veda non dire nulla e non ti
muovere, se no siamo fritti. Capito?”
“Ma che stai dicendo?”
“Questi occhiali ti faranno vedere la verità. Io la vedo anche senza, forse
sarà per le trecce.”
“Ancora con queste trecce! Non ce le hai le trecce!”
“Uffa, Paolo, dici sempre le stesse cose! Vuoi che mi giri e ti dia un colpo
come l’altra volta?”
“Va bene, vada per le trecce, ma anche la storia degli occhiali adesso!”
“Mettiteli e non dire niente, quando entreranno per portarci in classe vedrai
e poi ne parleremo all’uscita della scuola. Capito?”
“Va bene.”
“Qualsiasi cosa accada, Paolo, non fare nulla. Togliti gli occhiali e continua
fino a quando non usciamo.”
“Va bene.”
“Ecco, entrano. Guardali.”
“Cavolo” – esclamò piano levandosi gli occhiali e rimettendoseli per due
volte.
“Shhhhhh!”
“Ma che è successo?” –disse Paolo a Martina mentre tornavano a casa–
“Che cosa hai fatto a quegli occhiali?”
“Quegli occhiali ti fanno vedere la verità, Paolo. Gli insegnanti della
scuola sono stati sostituiti da streghe cattive e anche i libri che leggiamo
hanno messaggi in codice per farci cadere nella loro trappola e farci diventare
streghe e stregoni cattivi. Noi dobbiamo resistere, altrimenti il mondo sarà tutto loro!”
“Ma smettila, Martina, tu sei scema! Sei proprio scema e te le inventi tutte
tu! E tu come mai le vedi senza occhiali?”
“Non lo so Paolo. Io vedo sempre la verità sotto la faccia delle persone,
anche quando mia mamma e mio papà parlano io so che cosa vogliono dire
veramente e non è sempre quello che dicono, sai?”
“Smettila, i genitori non mentono mai.”
“Portati gli occhiali a casa e vedrai, ma non so se sei pronto per vedere la
verità: anche se sei più grande di me e sei così alto, sei anche così piccolo e sciocco!”
“Sciocco io? Io sono grande e posso vedere quello che mi va, capito?”
“Va bene, allora ciao. Ci vediamo domani mattina, ma porta gli occhiali perché
li devo restituire al nonno. E… Paolo, mi raccomando, qualsiasi cosa accada
non dire niente a nessuno, se no il mondo sarà della bugia e delle streghe.”
“Io non dico niente, mica sono un bambino scemo!”
“Nemmeno se ti spaventi stasera, quando i tuoi genitori parlano?”
“Ma smettila di dire stupidaggini e vattene a casa!”
“Che ci fai con quegli occhiali?” – disse la mamma di Paolo.
“Niente mamma, è una scommessa con Martina.”
“Va bene. Adesso va’ a salutare tuo padre che si sta riposando, io
apparecchio. (Vorrei sapere di che è stanco
che non fa niente tutto il giorno ed io qui a sbattere dalla mattina alla sera,
almeno si tenga Paolo per dieci minuti che non gli fa male!)”
“Che hai detto mamma?”
“Va’ da tuo padre ho detto, va’, forza!”
“Ciao papà” – disse Paolo ancora un po’ sconvolto dalle parole della
mamma.
“Ciao Paolo, che fai con quegli occhiali? (Guarda
quella cretina che come al solito me lo manda qui perché tanto solo lei ha il
diritto di essere stanca per quelle quattro cose che fa a casa! E ora questo
scemo che è tutto suo madre mi spunta qui con questi occhiali. E poi dicono che
non dovrei lamentarmi!)”
“Papà che dici?”
“Non dico niente, dico che devi levarti subito quegli occhiali. Dammeli
immediatamente!”
“Ma papà, sono di Martina!”
“Domani glieli riporti. Sembri uno scemo a forza di frequentare le bambine!
Quando la smetterai?”
“Va bene papà.” – disse Paolo mentre gli porgeva gli occhiali.
“Ciao Paolo.” – lo salutò Martina la mattina seguente.
“Ciao, tieniti i tuoi occhiali e vattene, hai capito? Io non voglio vedere
niente, non voglio sapere niente e tu sei una pazza scema che fa cose pazze e
sceme. Questi occhiali sono falsi, hai capito, falsi!”
“Ma Paolo! Non puoi, dobbiamo sconfiggere le streghe e dobbiamo essere per
forza in due. Le maestre sono prigioniere e dobbiamo liberarle. Io non posso,
sono troppo piccola, troppo!”
“La verità è inutile e le streghe fanno bene, tanto questo mondo fa schifo!
E adesso vattene, sei solo una bambina pazza!”
“Ma Paolo, perché?”
“Perché? Perché? Perché non ho voglia di sapere che mio papà e mia mamma
non si vogliono bene! La verità non mi serve!”
“Ma no, Paolo, ascoltami. Tuo papà e tua mamma si vogliono bene lo stesso.
Devi crescere, Paolo, non sono io la bambina!” – disse Martina sorridendo.
“Tu sei pazza e scema!”
“No, Paolo, vedi… è come fra me e te: tu mi insulti sempre perché non sei
d’accordo con me e me lo dici. Poi io ti parlo e poi andiamo a giocare assieme
e ci vogliamo bene, no?”
“Non è la stessa cosa, ecco!”
“Sì, Paolo, è la stessa cosa. Solo che io e te siamo piccoli e ancora
nessuno è riuscito ad insegnarci che è meglio mentire. Per questo noi
litighiamo e poi ci vogliamo bene lo stesso.”
“Mmmhhh… forse è vero…”
“Sì, Paolo, è vero. E adesso che lo sai dovresti cambiare il mondo ed
insegnare ai tuoi genitori che non si deve mentire per potersi volere bene.”
“Mmmhhh… e se poi si lasciano quando si dicono la verità?”
“Meglio lasciarsi e continuare a volersi bene che non lasciarsi e odiarsi,
no?”
“Già.”
“Allora ci vieni a liberare le maestre?”
“È pericoloso?”
“Sei sempre il solito fifone tu!” – rise Martina.
“Io non ho paura di niente, pensa per te! Andiamo, non mi fare perdere tempo
che dobbiamo salvare il mondo!”

Il
Vecchio e il mondo (dalle storie di Paolo e Martina)
"Salve!" – strillò Martina all’ape.
"ZZZBuongiorno." – ronzò l’ape poggiandosi su un dito di Martina.
"Ho un problema." – sussurrò Martina.
"Se sapessi! Anche io stamattina ho litigato con tutti all’alveare. Si
sentiva ronzare persino a New York!"
"No, no, non ho litigato con nessuno stavolta e non ho visto nemmeno
streghe e le trecce mi stanno ricrescendo: c’è sempre un problema nuovo, apina!"
"Mi piace quando mi chiami apina, ma in cosa posso aiutarti?
Racconta…"
"Si tratta di Paolo, sai quello che si spaventa di te?"
"E se si spaventa, Martinuccia mia, cosa possiamo farci?"
"Non è questo apina, è che i genitori gli hanno comprato un iguana che
voleva tanto, a patto che stesse lontano da me. Dicono che non lo faccio
crescere e che vicino a me non fa più il suo dovere di uomo."
"Beh, questo lo dicono anche a me nell’alveare, cara Martina, la vita è
uguale in tutti i posti. Eppure, vedi, anche da sola sono qui a raccogliere il
miele. Chi li capisce? Tutti stretti stretti, tutti a fare le stesse cose, tutti
in silenzio e in coda a lavorare, tutti tristi come se fossero già morti e
senza nemmeno un’idea nuova e allegra. Mi chiedo che differenza fa per loro se
io lo raccolgo ballando un po’ fra i fiori? Me lo sai dire tu, Martina?"
"No, apina, non te lo so dire: io studio, mi rifaccio il letto, aiuto la
mamma, metto a posto la stanza, ritorno a casa all’ora giusta, mangio tutto
quello che c’è a tavola… Che differenza fa se mentre faccio queste cose mi
diverto?"
"Martina, un po’ hanno ragione: sei dispersiva. Adesso, per esempio, mi
stavi raccontando di Paolo e di come potevo aiutarti. Dimmi!"
"Hai ragione!" – rise Martina – "Volevo chiederti, lo so che non
dovrei, ma… volevo chiederti se puoi andare a chiamare il vecchio cane che
vive nella foresta e che ha scelto di diventare lupo e che chiamano ‘il Vecchio’."
"Sei pazza, Martina? Lo sanno tutti che andare nella foresta è
pericolosissimo e che il Vecchio non vuole vedere nessuno, né animali né uomini!"
"Sì lo so, apina, ma tu non sei come tutti, tu sei come lui e come me. Io
sono troppo piccola per andare nella foresta da sola e non posso andarci con
Paolo perché non vuole più vedermi."
"Va bene Martina, andrò dal "Vecchio", ma cosa devo
dirgli?"
"Solamente che stanotte vada sotto casa di Paolo ad ululargli la sua
storia."
"Vado." – disse l’apina.
"Grazie." – rispose Martina.
*
"Che vuoi tu qui? Non hai paura di me?" – ringhiò il Vecchio all’apina.
"Sto tremando, ma devo riferirti qualcosa di importante: si tratta di Paolo
e Martina." – iniziò l’apina e, visto che il Vecchio non dava segni di
volerla sbranare, ne approfittò per raccontare velocemente tutta la storia,
prima che cambiasse idea.
"Stasera sarò lì, ma di’ a Martina di stare lontana, è un discorso fra
maschi!" – disse, sorridendo burbero, il Vecchio quando l’apina ebbe
terminato ."
*
"Uuuuuhhhhh" – ululò il lupo sotto la finestra di Paolo.
"Chi è?" – disse Paolo affacciandosi.
"Sono il Vecchio, amico mio, avrai sentito parlare di me."
"Sì. Vattene via: tu sei il cane che è andato via abbandonando tutto e
tutti per vivere libero e solo nella foresta. Sei l’esempio da non seguire, sei
la morte delle regole sociali e della società, la fine della famiglia, sei
l’eccesso di libertà! Me l’hanno detto Vecchio, mi hanno avvertito! Ti ha
mandato quella pazza di Martina, vero?"
"Vedi, Paolo, non tutto è come sembra e possono esserci diverse
spiegazioni per uno stesso fatto. Se deciderai di ascoltarmi poi sarai tu a
valutare qual è la spiegazione che più ti convince e, forse, la tua vita potrà
cambiare prima che sia troppo tardi come lo è stato per me. Vuoi che ti
racconti o hai gia deciso di credere a tutto quello che ti dicono senza nemmeno
sentire l’altra campana?"
"Mmmmhhh… non sono molto convinto di quello che dici, ma che male può farmi ascoltarti, giusto?"
"Giusto. Allora ascoltami fino alla fine e poi potrai dirmi quello che
pensi.
Mi siedo qui perché ho fatto molta strada per venire da te e ormai sono
vecchio. Vediamo… da dove incomincio?
Un tempo ero un cane felice: mio padre e mia madre vivevano in una bellissima
casa con una famiglia deliziosa. Mio padre andava a caccia, mia madre teneva
compagnia alla moglie del padrone e noi cuccioli giocavamo con i bambini.
La mattina c’era sempre buon odore di torta alle mele e il pomeriggio i bambini
facevano i compiti e noi stavamo buoni e zitti ad aspettare che finissero. Tutto
andava come un orologio svizzero che, parlando fra me e te, non so cosa sia ma
lo diceva sempre il padrone alla padrona, anche se a volte lei piangeva di
nascosto.
Ma sto divagando.
Tutto era perfetto: noi proteggevamo il padrone e il padrone proteggeva noi e ci
dava da mangiare; gli abitanti del paese facevano tutti la loro parte: si
proteggevano a vicenda e tutti facevano il loro dovere.
Fu così che, secondo le regole, mi venne data in moglie una splendida e
buonissima cagnetta, la mia Lilli adorata e mi credetti davvero un cane
fortunato a vivere in quel mondo meraviglioso in cui tutti facevano il mio bene.
Lilli era vissuta fino a quel momento a casa di una ragazzina di nome Liliana
che assomigliava molto alla tua Martina. Ssshhhh, non è il momento di parlare
per dirmi che non è ‘la tua Martina’! Liliana era buonissima, ma si rifiutava
di seguire tutte le regole stupide e di dire sempre sì anche quando non era
d’accordo. A scuola colorava sempre mischiando i colori e diceva che le piaceva
così, oppure studiava una poesia che le piaceva di più invece di un’altra che
le aveva assegnato la maestra.
Fu così che un giorno Liliana venne a farci visita perché voleva riabbracciare
la sua cagnetta e i padroni, visto che era già quasi buio, la riaccompagnarono
a casa insieme a me e alla mia adorata Lilli, ma quando arrivammo davanti alla
casa si scatenò l’inferno. Il padre di Liliana stava picchiando la moglie che
piangeva, Liliana si scagliò contro il padre dicendogli che non era più
disposta a sopportarlo e il padre iniziò a colpirla con un bastone. La mia
Lilli, ancora la vedo, come se fosse ieri, addentò quell’orribile uomo per
difendere Liliana e il mio padrone la legò e ci riportò a casa lasciando
Liliana e la madre con quell’uomo terribile.
Io pensai che ci avesse portato via per proteggerci: era per questo, in fondo,
che noi obbedivamo invece di lanciarci in corse sfrenate per il giardino o
divertirci a scavare buche! Invece il padrone entrò in casa, prese un’arma e
uccise Lilli, così, con un colpo solo, senza pietà. Tutti piangevano e lui
disse che non esistevano ragioni valide per sovvertire l’ordine delle cose,
altrimenti la vita sarebbe stata come una giungla e nessuno sarebbe
sopravvissuto.
Compresi allora, caro Paolo, che questa società protegge solo chi non ha
bisogno di essere protetto e che uccide ad ogni costo l’individualità per
proteggere se stessa. Così fuggii nella mia giungla e divenni lupo e da allora
vivo quasi sempre solo e, a volte, accetto la compagnia degli uomini e degli
animali che vogliono ascoltarmi senza giudicare e senza tentare di cambiarmi.
Avrei potuto, forse, creare una società con altri come me, ma era troppo tardi:
il dolore ed il rancore mi consumavano e mi continuano a consumare ancora oggi.
Ma tu sei ancora in tempo, Paolo, pensaci. Sono venuto a dirti questo e ora
vado, non ho bisogno di risposte da te, né tu da me. Ora sai tutto quello che
devi sapere: il domani è tuo ed io torno alla mia foresta."
"Addio Vecchio, buona fortuna e grazie." – gridò Paolo al vecchio
lupo, infischiandosene dell’ora…

Il drago assonnato (dalle storie di Paolo e Martina)
"Paolo, Paolo, hai visto l’incendio?" – gridò Martina arrivando
trafelata sotto la finestra di Paolo.
"Sì." – rispose Paolo affacciandosi – "Che c’è di strano? Ci
sono 40 gradi all’ombra."
"No, no, non è il caldo!"
"Allora cosa, Martina? Adesso chissà quale storia ti inventi. Ho di meglio
da fare, dimmi."
"Non fare lo stupido, Paolo, lo sai che non mi invento niente e ancora
continui a prendermi in giro. Dovrei mollarti qui ed aspettare che arrivi. Anzi,
lo faccio!"
"Arrivi cosa?"
"Niente, niente, tanto non ci credi, no?"
"No che non ci credo, ma sono curioso."
"Peggio per te."
"Dimmelo, va bene, ci credo, ma dimmelo!"
"Il drago, Paolo, è arrivato il drago, il tuo drago."
"Il drago? Il mio drago? Martina, io ti voglio bene, ma non farti dire che
ha ragione mio papà. Ti sei accorta che sono un po’ cresciuto quest’estate? Tu
sei ancora una bambina ed io ora devo andare a cinema con i miei amici. Ma ti
voglio sempre bene, lo sai."
"Non capisci proprio, vero Paolo? Ti senti tanto cresciuto e non sai che
proprio per questo è arrivato il drago. Non importa, sono una bambina io e sono
fatti tuoi e del drago. Peggio per te e… non me ne importa niente se mi vuoi
bene lo stesso. Capito? Ciao, me ne vado!"
"Aspetta Martina, aspetta, tanto ormai lo so che anche se te ne vai poi mi
mandi qualche apina o qualche lupo. Tanto vale che ti ascolti."
"No!"
"Sì, invece. Dimmi tutto e, già che ci sei, dimmi anche che devo fare con
questo benedetto drago prima che vada a fuoco tutto il bosco!"
"Sì, vero, dobbiamo far presto: anche il vecchio lupo e l’apina stanno nel
bosco!
Vedi, Paolo, il drago è quella parte di te che frena il futuro, che appena vede
uno spazio in cui tu puoi crescere ha paura e lo brucia. Adesso sta bruciando il
bosco perché sa che ci sta il vecchio lupo e tu hai paura di quello che ti ha
detto, anche se sai che è giusto."
"Ok, Martina, non ci provo nemmeno a dirti che non è vero, ma cosa dovrei
fare allora?"
"Beh, Paolo, secondo le favole dovresti prendere una lancia e ucciderlo, ma
io sono per la non violenza."
"Sì, sì, ma io che dovrei fare allora?"
"Secondo me dovresti addormentarlo. Per cento anni. Quando si sveglierà tu
non ci sarai più e lui non darà fastidio a nessuno."
"Addormentarlo? Ma tu sei veramente strana, sai? E come faccio ad
addormentarlo? Gli canto una ninna nanna? Mi fai ridere Martina, si vede che sei
ancora una bambina!"
"Il bambino sei tu, non io! Smettila se no me ne vado!"
"Va bene, allora dimmi la tua idea assurda, come sempre."
"Ok. Però devi essere sicuro di volere che dorma. Ci devi credere nel
futuro. Ci credi? Se ci credi lui sarà già assonnato."
"Sì, ci credo, parla!"
"Bene. Ti ricordi come si faceva a volare?"
"Sì, me lo ricordo, era bello."
"Allora adesso voliamo io e te insieme. Ho cucito tutti i sacchetti della
spazzatura, sai quelli neri?"
"Sì, ma che c’entra?"
"Tu prendi un capo della coperta di sacchetti ed io l’altro, così volando
oscuriamo il sole. Il drago è sveglio solo di giorno, quando la ragione vince
il desiderio. Lui crederà che sia notte e si addormenterà piano piano. Così
smetterà di sputare fuoco. Quando sarà completamente addormentato gli poseremo
addosso i sacchetti e le fate del bosco lo copriranno con il muschio."
"Ma chi ti dice che non si sveglierà prima dei cent’anni o dopo?"
"I draghi al buio dormono cent’anni esatti, non te l’hanno insegnato a
scuola? È la prima legge della dragoneria! Nel frattempo tu potrai essere
libero di andare in tutti gli spazi senza bruciare niente e potrai vedere le
cose più ‘freddamente’." – disse Martina ridendo.
"Hai già tutto tu? Io devo solo volare con te?"
"Sì, Paolo, devi solo decidere di volare."
"E se il drago se ne accorge e ci brucia mentre siamo in volo?"
"Scegliere di volare significa correre questo rischio, sempre."
"E tu sei con me?"
"Sì, scemo! Io sono piccola ma non ho paura."
"Mi fido?"
"Fidati."
"Andiamo?"
"Andiamo."

Quando spariscono le fate (dalle storie di Paolo e Martina)
"Ciao" – gridò Martina nell’orecchio di Paolo, che stava seduto sul
prato a guardare per terra con un’aria piuttosto imbronciata.
"Dove sei stata? Sempre con quella stupida ape dietro!" – rispose
Paolo girandosi.
"Fai sempre quella faccia arrabbiata quando hai paura. Che ti ha fatto mai
questa povera apina?" – rise Martina.
"Ma che paura e paura! Ti aspetto da mezz’ora e ho da fare io, non ho tempo
da perdere con i tuoi appuntamenti misteriosi." – urlò Paolo strappando un
ciuffo d’erba – "Mi annoiavo da solo."
"Povero Paolo tutto solo che ha tante cose da fare, tante tante. E che cosa
dovevi fare oggi?"
"Devo studiare, andare a giocare, insomma, devo vivere! Mica stare lì a
sognare con la testa per aria tutto il giorno come te!"
"Dici ‘vivere’ come tutti i grandi. Con la voce morta morta. E la faccia
triste triste. Meglio sognare allora e non avere mai questa voce e questa
faccia!"
"Va bene, con te non si può parlare, tanto sei scema. Che cosa mi dovevi
dire di tanto importante?"
"Beh, non lo so ancora se voglio dirtelo oggi." – sussurrò Martina
mentre si sedeva sul prato e poggiava l’apina su una margherita – "Non mi
sembri molto pronto per sapere queste cose."
"Ora mi arrabbio davvero! Ho aspettato mezz’ora e adesso me lo dici! Oppure
è l’ultima volta che mi vedi, te lo giuro!"
"Va bene. Mi vuoi sposare?"
"Cosa? Sei impazzita? E perché ti dovrei sposare? Sei anche
bruttissima!"
"Non è vero che sono brutta, tanto lo dici perché hai paura." -
sorrise Martina – "È semplice Paolo. Mi devi sposare perché io sono la
fatina delle apine e se un essere umano non mi sposa subito, diventerò presto
un’apina anche io."
"Sì, sei pazza, hanno ragione tutti. Ora sei anche una fatina e magari per
questo hai le trecce anche quando te le tagliano e sai come addormentare i
draghi e come parlare con tutti gli animali e costruire gli occhiali
antistrega!"
"Certo, Paolo, mi sembra normale, altrimenti come potrei?"
"Tu cerchi di confondermi, ma io non ci casco!"
"Sei così carino! Non c’è bisogno di confonderti, lo fai tanto bene da
solo. Ti darei un bacetto!"
"Ma che bacetto e bacetto! Ora basta con queste storie assurde. Non ci si
fidanza così e poi siamo troppo piccoli per sposarci."
"A che età bisogna sposarsi allora?"
"Non lo so."
"Allora come fai a sapere che siamo piccoli?"
"Perché bisogna avere una casa, un lavoro, poi si devono fare i bambini e
portarli dai nonni con la macchina e poi… poi io ancora non so guidare. Ecco
perché. E poi non esistono le fate e tu sei una povera scema e non sai nemmeno
cucinare!"
"Allora sposarsi è una cosa che non c’entra niente con l’amore? E come fai
a dire che non esistono le fate? Io sono una fata. Devi crederci, come devi
credere che puoi volare e pure sognare e pure che non siamo piccoli per
sposarci. E forse so anche cucinare!"
"Non esistono le fate. E siamo troppo piccoli per sposarci. E non sai
cucinare. E sei anche un poco scema e mi fai diventare nervoso. Tu non mi fai
vivere! Non mi fai essere come tutti gli altri. Mio papà ha ragione."
"Era tutto uno scherzo, Paolo. Non volevo sposarti davvero e non sono una
fata. Volevo solamente vedere quanto eri cresciuto. E sei cresciuto tanto che
ora mi sembri grande come tuo papà.
E i grandi lo sanno che l’amore non sta nelle poesie e nei sogni e che le fate
non esistono. Bravo.
Adesso vado con la mia apina a prendere i miei libri sotto l’albero e poi forse
vado a casa, così tu puoi studiare e vivere."
Paolo la vide allontanarsi ridendo fino all’albero, poi sparire lì dietro.
Gli sembrò di vedere due apine volare via, ma di Martina non c’era più nemmeno
l’ombra.
"Vado a vedere che fa quella scema" – pensò – "magari si è
nascosta, ma non c’è poi così tanto spazio dietro l’albero e poi ora ho
fretta, tanta fretta. Devo fare tante cose."
Si stropicciò gli occhi, alzandosi dal prato e si convinse di aver sognato.
Tutto.

Vita da eroi (dalle storie di Paolo e Martina – epilogo)
"Il principe attraversò il fiume di
fuoco, camminando sulla cresta del drago che aveva sconfitto e, con la forza
della pozione magica rubata alla strega del bosco, sollevò la pesante grata
d’acciaio che chiudeva la porta del castello incantato.
La principessa era vicina, già sentiva il profumo dei petali di rosa che
ornavano i suoi lunghissimi capelli.
Corse su per le scale e trafisse con la spada magica i due guardiani dalla testa
di leone ed entrò nelle stanze della principessa. Ma lei non c’era!"
"Ti sei già addormentata?" – sussurrò piano Paolo alla piccola
Giulia, sua figlia, e si stiracchiò sulla sedia per poterla guardare meglio.
"Non vuoi sapere dov’è la principessa?" – disse una vocina che
sembrava uscire dalle pagine del libro.
"Sto sognando." – pensò Paolo – "E’ la voce di Martina!"
"Sono Martina, stupido Paolo che non cambia mai! Non hai ancora capito come
funziona, vero?"
"Lasciami in pace Martina. Sei un incubo! Ti sento ovunque da anni e sei
solo un sogno stupido di un bambino stupido! Ora non ho tempo per te, non vedi
che succede? Lei se ne è andata e mi è rimasta solo la piccola Giulia. Ed io
non capisco perché. Non capisco proprio perché."
"Già, povero piccolo Paolo tanto grande fin da bambino, ti senti proprio
come il principe che sconfigge tutti i mostri e quando arriva dalla principessa
scopre che se ne è andata. Non è vero che ti senti così?"
"Lasciami in pace, piccola strega delle api, io sono veramente come il
principe! Lavoravo tutto il giorno per darle quello che desiderava, sconfiggevo
per lei i nemici che mi ostacolavano, pensavo sempre a lei mentre ero costretto
a starle lontano per fare tutte le cose che un uomo deve fare. E poi quando
tornavo, sì, era come se lei non ci fosse: sempre infelice, sempre in un altro
mondo, sempre a rincorrere le api anche lei. Proprio come te, stupido
incubo!"
"Già, che ingrata, vero? Come faceva a non capirti quando tornavi stanco
dopo aver sconfitto draghi e superato fiumi di fuoco per lei. Come faceva a non
essere felice quando entravi dalla porta di casa e ti addormentavi di botto
senza nemmeno leggere una favola a Giulia? Come faceva a non sentire che la
amavi e che lottavi per lei quando non c’era mai una parola, se non per
raccontarle le tue imprese eroiche oppure per rimproverarla perché non ti
correva incontro felice, dopo settimane di assenza per compiere le tue splendide
avventure?"
"Che cosa vuoi dire, stupida strega pazza? Te la prendi con me come te la
prendevi con mio padre. Tu odi tutti quelli che combattono per qualcosa. Tu sai
solo svolazzare con le api e non pensi mai alle cose importanti."
"Forse, Paolo, stupido ragazzino saggio. Forse. Ma non vuoi sapere perché
la principessa non c’è?"
"Non mi va proprio di leggere una favola, strega! Le leggo solo per Giulia,
fino a quando non sarà in grado di capire che sono tutte stupidaggini."
"Vedi, è sempre stato questo il tuo problema! Tu fai le cose pensando solo
a quello che secondo te va bene per gli altri, ma non li guardi mai! Giulia si
addormenta proprio per questo: perché tu non senti quello che leggi, perché tu
non la guardi mentre leggi, perché tu non sai mai quello che vuole. Tu non te
lo chiedi mai. Tu non lo chiedi mai. E anche se lo fai non ascolti quello che
gli altri ti dicono, perché sei convinto di sapere che cosa è giusto."
"Io lo so."
"Appunto!
Allora te lo dico io dov’è la principessa, mio caro ragazzino che non crede ai
sogni: la principessa adesso è in una casetta piccola piccola, con un amico
accanto che raccoglie le lacrime e le conserva per non fare appassire i petali
di rose. Con un piccolo amico che non sconfigge draghi e non sa cosa è giusto,
ma lo impara ascoltandola; che non attraversa fiumi di fuoco per tornare perché
non va mai via; che non uccide guardiani perché non c’è bisogno di guardiani
per difendersi dalla sua indifferenza. Con un amico che è il vero eroe della
favola, perché sa vivere la vita di tutti i giorni e guardare dentro il cuore
degli altri, invece di affondarci la spada."
"Tu non capisci! Non posso passare sopra all’orgoglio, alle mie
convinzioni, non posso dire che tutto quello che ho fatto io, che ha fatto mio
papà, che ha fatto mio nonno… non posso dire che è sbagliato!"
"Sei tu che non capisci, piccolo Paolo: sono questi i veri mostri da
sconfiggere per poter stare accanto agli altri. Non serve girare il mondo a
lottare contro i draghi: bisogna imparare a restare!
Adesso è tardi, devo andare, però tu sai cosa fare per continuare il tuo sogno
da solo. Scegli bene e pensami. Ora sai che sono sempre accanto a te." -
disse la voce di Martina allontanandosi piano piano.
"Grazie Martina, è ora che io incominci a sognare." – disse Paolo
sottovoce, mentre rimboccava le coperte a Giulia.

Sfilastrocca
C’era una volta in un castello
una regina col naso bello,
glielo invidiava tutto il reame
pure lo specchio delle mie brame.
La principessa sopra il pisello,
pronta a rubarle il principe bello,
piena di rabbia chiamò Geppetto
commissionandogli un lavoretto.
Mastro Geppetto ignaro di trame,
delle menzogne di un mondo infame,
si mise all’opera e da un cassetto
ne tirò fuori un naso perfetto.
*
La principessa era già soddisfatta,
indossò il naso e sembrava rifatta,
ma al primo ballo si vide il difetto
era sì bello, ma pure lunghetto.
Fu a tutti chiara la grande disfatta
della perfidia d’una donna matta:
mentre ballava, in un grande pastrocchio,
colpiva i principi col naso nell’occhio.
*
Urlò così e brandiva un’accetta:
"io di Geppetto mi mangio una fetta"
ed il brav’uomo costretto in ginocchio
riprese il naso e ci fece Pinocchio.
*
Stretta la foglia, larga la via
questo è il destino della bugia.
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