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Prosa

Opere in prosa inedite

Indice

cani e volpi
Luppina *
Vita da gatti
Natale in famiglia
Un nemico è necessario
Gemelli
Tu mi capisci
Nome comune di cosa
calze velate
Bianco
Il Presidente
Inceneritori
Correnti
Anna
Nulla
Allora
Mai soli in rete
Alle spalle
Empatia
Avrei molto da dire
Autobiografia (incompiuta)
Al dente
treddì
Della musica
Che ora è
Il mio nome era verde
Mi chiedi dell’amore
Presunzione di innocenza
Aveva quattro dita nella mano destra
Alle otto di sera si alza sempre il vento
L’incredibile storia di Ariel
TRILOGIA (omaggio a Kieslowski)
Questione di scale
L’Inferno
La "fiera dei morti"
Il piano
Mi trovi impreparata
Il vero amore
Confini
Autobus settecentotrentaquattro (esercitazioni di stile)
Venerdì
Il crescente
Possesso
Il tempo fermo delle voci

-cani e volpi

Crebbi come un cucciolo di volpe in una famiglia di cani.
Si stava bene, c’era caldo sulla pancia e nessuno mi faceva caso. Ero più piccola degli altri e succhiavo meno latte. I miei fratelli mi adoravano e nessuno mi parlava mai: ero troppo stupida e non capivo il loro linguaggio, ma questo senz’altro migliorava la situazione perché non ero mai una minaccia per nessuno.
Giocavamo in portineria mentre nostra madre rammendava i vestiti fruscianti e odorosi delle snelle abitanti del palazzo e papà passava tutto il giorno a giocare con il suo citofono super moderno pigiando sui numerini e mettendo in comunicazione mariti di un piano con mogli dell’altro con una precisione e un’efficienza che sembra l’unica cosa che io abbia ereditato dalla mia stirpe di onorati portieri. Papà gestiva i turni e gli orari come un capostazione gli scambi dei treni in arrivo e in partenza: era consapevole che un errore poteva costare vite umane e lui non ne commise mai uno, eccetto, forse, quel piccolo incidente fra la signora del quarto piano e quella del secondo, quando la prima tornò in anticipo e papà si era assentato per un bisogno fisiologico. In realtà non accadde nulla perché papà si accorse subito del profumo della signora nella hall e quella, uscendo dall’ascensore, fece solo in tempo a vedere la sua vicina sulla porta di casa con un pacco di farina in mano. La faccenda si concluse con uno scambio di ricette di crostate e una serie di inviti a pranzo, dopo i quali papà fu molto più occupato perché il marito del secondo piano intrecciò una relazione con la profumata signora del quarto e diventò complicatissimo smistare gli incontri che avvenivano, sì contemporaneamente, ma sempre su piani diversi per entrambe le coppie, come se cambiando il luogo fosse minore il senso di colpa.
Ripensandoci oggi, forse anche papà era una volpe travestita da socialissimo e affidabile cane, come me, ma questa è solo una mia proiezione perché, a parte l’abilità con cui gestiva l’imprevisto e un lieve sorriso sempre storto in basso a sinistra, non diede mai alcuna prova di ciò. Quello che rimase dell’unico errore mai commesso in trent’anni di carriera fu soltanto un complicatissimo impianto di videocamere e derivazioni semplificate del monumentale citofono, che estese la vista, l’udito e la voce di papà in tutta la casa, specialmente in bagno.
Nel frattempo io fui mandata a scuola; non che fosse necessario per i miei, ma c’era il problema dell’istruzione obbligatoria e i miei cinque fratelli costavano a papà un occhio della testa, tanto che la mamma dovette accettare qualche ora a servizio. Papà pretese che gli impieghi fossero almeno a due quartieri di distanza, perché un portiere aveva un ruolo e una dignità da mantenere in seno alla società, e così mamma ed io ci mettevamo in marcia alle sei del mattino, quando i miei fratelli ancora dormivano, e mamma mi lasciava davanti al portone della scuola con un panino bianco e un pezzo di formaggio; di libri nemmeno l’ombra: non servivano e non c’erano soldi per queste manie da uomini nullafacenti. Tornava a riprendermi nel pomeriggio e arrivavamo appena in tempo per consegnare ai miei fratelli il ricavato della sua giornata.
La scuola era in un quartiere semplice ed era uguale a tutti gli altri edifici: bianca, quadrata, tre piani e con infissi in ferro che si deformava con il calore e con il freddo e se non stavi attento ti macchiavi il grembiule di ruggine e poi erano botte a casa. I miei compagni erano tutti figli di operai e avevano i libri: sembrava che per le loro famiglie fosse importantissimo studiare e intraprendere una professione diversa da quella del padre e poi andare ad abitare in un palazzo come quello in cui vivevo io, ma loro non ne avevano voglia e lasciavano i libri sotto il banco per non avere nemmeno il peso dello zaino. La maggior parte di loro tornava a casa per pranzo e così io, più per curiosità che per altro, visto che tanto io nel palazzo come il mio ci abitavo già e non mi pareva per niente bello, iniziai a leggere tutti quei libri abbandonati. Incominciai da quelli della mia classe e poi imparai silenziosamente ad entrare nelle classi dei più grandi e a rendermi quasi invisibile al mondo: se qualcuno entrava nascondevo il libro sotto il sedere e fingevo di mangiare il mio eterno panino al formaggio.
Anche lì sembravo essere una volpe fra i cani, anzi fu forse lì che per la prima volta mi resi conto di esserlo: accadde quando, verso la metà del primo anno, il professore di matematica mi interrogò e io, per la prima volta, avevo potuto studiare. Ero orgogliosa del mio primo voto buono e pensavo che tutti lo fossero, come è giusto fra amici e compagni, ma quando suonò la campana della mensa, i ragazzi della mia classe mi costrinsero contro il muro e iniziarono ad insultarmi: non ero una di loro e venivo lì a mettermi in mostra, ad esibire la mia bravura come se pensassi di essere più intelligente e invece ero solo una presuntuosa. Cosa pensavo, che loro non fossero in grado di farlo? Era una scelta la loro, una ribellione contro una società che tramandava inutili nozioni, quando l’unica cosa importante era la vita; io ero un passo indietro, un blocco nella catena evolutiva, un ributtante esempio dei quartieri alti reazionari e sarei stata punita dalla loro rivoluzione, confinata nel ghetto in cui meritavo di stare.
Ero diversa da loro.
Non andò meglio a casa: quando raccontai ai miei famigliari del mio successo, mio padre si irrigidì e, senza staccare gli occhi dal monitor, che ormai era il nostro settimo commensale, mi accusò di voler fare la rivoluzione, di voler ribaltare un ordine e una consuetudine che avevano retto il mondo per secoli e che sarei stata spazzata via dalla vita, quella vera.
Confesso che per un momento non compresi come potessi essere allo stesso tempo contro la rivoluzione e rivoluzionaria, ma mi era chiaro che in entrambi i casi andavo contro la vera vita e che quella mi avrebbe punito; ne ebbi la conferma la stessa notte, quando i miei fratelli che avevano taciuto per tutto il tempo della cena, mi fecero trovare il letto tutto zuppo d’acqua e mi minacciarono: non avrei tolto loro nemmeno un centesimo per comprare stupidi libri e farli sembrare cretini. Per la prima volta ero una pericolo per loro e, in un attimo, non mi amavano più.
Non so se è esatto dire che mi accorsi di essere una volpe: forse lo diventai per sopravvivere nel conflitto fra quello che gli altri volevano da me e quello che volevo io, ma non è già essere volpe cresciuta fra i cani il fatto in sé di volere cose diverse? Non è andare contro la vita e contro natura tutto quello che la tua specie non considera produttivo per il suo mantenimento? Cosa succederebbe se un uccello avesse i desideri di un verme e provasse compassione per lui? Probabilmente morirebbero tutti i piccoli nel nido e poi lo stesso uccello.
Comunque io non avevo bambini e avevo il panino al formaggio per non morire, quindi decisi che non correvo alcun rischio nell’essere me stessa, a patto di non manifestarlo agli altri esseri umani.
La brillante interrogazione fu un caso isolato e continuai a frequentare la scuola vivendo una doppia vita: la mattina vegetavo in una sorta di coma e il pomeriggio divoravo parole su parole, tanto che non mi bastarono più le aule e passai alla biblioteca, dove affinai le mie qualità di volpe spostandomi velocemente da un nascondiglio all’altro, in modo da eludere qualsiasi cane. Ormai non smettevo di leggere nemmeno per scappare e riuscivo a mimetizzare i libri nel tovagliolo del panino al formaggio così da continuare a leggere persino mentre fingevo di mangiare, anche di fronte ai miei compagni e ai professori. Iniziai a portare i libri a casa: papà aveva ovunque un monitor da guardare o un pulsante del citofono da premere con urgenza regale e i miei fratelli erano quasi sempre fuori; non sono così sicura, però, che mia madre non si fosse accorta di quello che facevo, ma quando era a casa lei non alzava mai gli occhi dal lavoro di rammendo o dalle pentole e, nel tratto di strada che percorrevamo insieme, sembrava inseguire chissà quali pensieri.
Forse sbaglio a pensare che la volpe fosse papà, forse era la mamma e aveva imparato tanto bene a nascondersi che nemmeno lei sapeva più di esserlo o, forse, non era una volpe ed era un sottile ed esile fringuello ed io, come tutti, cerco una spiegazione che mi permetta di non essere un caso isolato, che mi riporti dentro l’ordine naturale delle cose, che in questo preciso istante mi assolva e faccia tornare indietro le lancette di un tempo inesorabile.
Che fosse volpe, fringuello o cane, la mamma fu spazzata via senza pietà da un autobus una mattina piovosa di giugno, qualche giorno prima degli esami che mi avrebbero liberato dall’obbligo scolastico e un mese prima dei miei tredici anni. Camminavamo insieme come al solito, lei un passo più avanti e io dietro, leggendo come al solito; mi accorsi che non era davanti a me soltanto perché con la coda dell’occhio non vidi più i suoi piedi e fui costretta a fermarmi e a guardare la strada. L’autista sostenne che lei si era buttata sotto le ruote e io fui portata in ospedale perché ritennero che fossi sotto shock, visto che non ricordavo nulla dell’accaduto e continuavo a leggere il mio libro seduta sul marciapiede, senza versare una sola lacrima.
Le cose cambiarono da quel momento: feci i miei esami e fui promossa più per pietà che per la mia preparazione: ero ancora più decisa a nascondere quello che sapevo, specialmente dopo l’indigestione di psicofarmaci a causa del mio comportamento dopo l’incidente e, in ogni caso credo che non avrebbero approvato nessuna delle conclusioni a cui ero arrivata nei miei pomeriggi in biblioteca, su libri che forse nemmeno i miei professori avevano letto. Papà non staccò più gli occhi dal monitor per nessuna ragione e i miei fratelli iniziarono a rincasare sempre più di rado; a me furono affidati i lavori di rammendo e io continuavo la mia istruzione con i libri che avevo sottratto alla scuola durante l’ultimo anno e, in seguito, con quelli della biblioteca, dove scappavo ogni volta che qualche signora aveva dimenticato le uova o la farina. Rammendavo e leggevo, leggevo e rammendavo e, così, trascorsero cinque anni dopo i quali a stento sapevo parlare; del resto a che mi serviva?
Due miei fratelli si erano arruolati e non davano mai notizie e il piccolo scompariva per settimane e tornava sempre più strano: a volte era pulito e ben vestito e aiutava papà a cambiare le lampadine prima di scomparire di nuovo; altre volte aveva uno sguardo assente e dormiva tutto il giorno. Poi papà ebbe un piccolo ictus e non si alzò più.
Posizionammo un monitor sul letto, appeso al soffitto, e una derivazione del citofono; io mi sistemai nella guardiola all’ingresso e Giacomo, mio fratello, si occupava dei lavoretti in tutto il palazzo. Eravamo una perfetta famiglia di cani, pronti a stanare qualsiasi volpe, secondo gli ordini dei cani di razza superiore.
Io continuavo a leggere, protetta dal banchetto della portineria e i cani padroni continuavano a proteggere la razza attraverso il ricambio genetico del tradimento e, allo stesso tempo, mantenevano l’ordine sociale attraverso la protezione dell’istituzione matrimoniale, affidata alla prontezza e fedeltà del cane anziano: mio padre.
Fino a quando, un pomeriggio, la signora del terzo piano fu trovata dentro l’ascensore sgozzata e privata di labbra e orecchie; l’autopsia rivelò poi che la donna aveva da poco avuto rapporti sessuali, ma questo non significava niente, viste le sue abitudini.
Venne la polizia e ci interrogò: io ero andata a comprare aghi e filo, mio fratello girava per la città in cerca di un cavo per un impianto stereo da installare al sesto piano e mio padre sostenne di essersi addormentato davanti al monitor verso le 16,30 e di essersi svegliato con le urla del ragazzino del secondo piano, nato proprio dopo l’unico errore di papà nel suo compito di sorveglianza.
Dopo questo evento, nella portineria non si respirava aria buona: io e mio fratello sapevamo bene che papà aveva mentito e che non si sarebbe mai addormentato durante il servizio e incominciammo a guardarci con sospetto e a precipitarci nella stanza di papà ogni volta che l’altro tentava di entrare. Dal canto suo papà abbassava gli occhi non appena si apriva la porta e fingeva di dormire: presto arrivammo a comunicare con lui soltanto attraverso il citofono e a lasciargli il cibo su un vassoio accanto al letto, mentre lui teneva gli occhi chiusi o era girato dall’altro lato; non uscivamo quasi più da soli per non lasciare la possibilità ad uno di entrare senza l’altro: mio fratello stava marcendo nella noia ed io avevo finito la scorta di libri quando, contemporaneamente alla fine del lutto per il marito della donna morta, papà sembrò tranquillizzarsi, io andai in biblioteca e Giacomo tornò ad assentarsi ogni tanto.
Se proprio devo dire la verità, queste regole di convivenza dei cani non sono male: puoi continuare a leggere e a fare quello che vuoi di nascosto e, anche se non ti maceri nel sentimento del dolore, puoi dimostrarlo per un tempo adeguato, uguale per tutti; così la persona inconsolabile si deve alzare dal letto e vivere e quella a cui non interessa nulla non rischia di finire in ospedale a fare da test agli psicofarmaci; tutto funziona perfettamente e se c’è qualche altro animale in mezzo al gruppo o si integra o lo riconosci anche se la tua specie ha perso il novanta per cento delle difese istintive.
In quel periodo cominciai ad applicare agli esseri umani, o meglio ai "cani", per continuare con la nostra metafora, l’immensa mole di conoscenze acquisita nella mia breve vita. Riconobbi immediatamente un cammello appena vidi entrare la nuova fidanzata dell’inquilino al sesto piano, interno B: aveva accumulato tanta di quella pazienza nelle sue gobbe, da essere capace di sopportare per mesi, forse per anni, la sete provocata da un uomo arido; avrebbe ricominciato a bere una volta sposata e sarebbe riuscita ad ottenere da lui una proposta di matrimonio perché seguiva le regole in un modo rigido e spietato, senza nessuna interferenza dei sentimenti, la cui arsura era sedata dalle gobbe invisibili a tutti tranne che a me. Il signore del settimo piano era un delfino perfettamente integrato fra i cani; pensai che fosse molto più difficile per lui che per una volpe, in fondo per lui cambiava anche l’elemento fondamentale per la vita, ma lui aveva imparato a tuffarsi e ad emergere in modo conforme ai meccanismi sociali: era un gigolò e si tuffava ad uno schiocco di dita con il compito di creare dei diversivi organizzati e non pericolosi per il mantenimento dell’ordine. La verità era che non avevo mai visto salire una donna meno che affascinante: era come se riuscisse a convincere le signore che l’unica vera felicità fosse saltargli in groppa e inabissarsi nel suo mare. Io non ho mai corso questo rischio, decisamente, forse non si era mai accorto della mia esistenza: aveva imparato a memoria le regole dei cani come avevo fatto io e non aveva studiato quanto me, tanto da riconoscere un animale diverso, qualora questo seguisse le stesse norme.
In breve diventai capace di riconoscere un esemplare integrato di specie diversa persino al supermercato e di sapere se gli elementi che mostravano deviazioni erano cani che si davano arie oppure altri animali malcapitati e incapaci di nascondersi nel gruppo, provocando così danni al sistema e, di conseguenza, la propria emarginazione e infelicità. Compresi pure che quasi tutti gli animali integrati sviluppavano una forma di tunnel riservato alla ribellione e alla proclamazione della supremazia della propria specie; in quel tunnel si nascondevano e commettevano appositamente orribili misfatti contro la società. La gradazione era infinita: la signora del quinto piano, interno C, era un gatto e sputava nel piatto nel marito ogni volta che lui scompariva per due ore nell’appartamento del primo piano, interno B; la bibliotecaria era un serpente e suggeriva volontariamente i libri sbagliati a tutti i clienti antipatici che non ricordavano bene i titoli; il gigolò rapiva le femmine migliori e le ingravidava per creare un paradiso artificiale pieno di delfini con cui giocare; la signora del piano terra era una iena e si nutriva di vedovi sempre più anziani che la mantenevano da decenni e aspettava di trovarne uno vecchio abbastanza da nominarla nel testamento e farla sopravvivere senza fatica per il resto dei suoi giorni; mi era capitato di incrociare per strada anche tigri, dingo, coyote e altre specie pericolosissime che uccidono per il solo piacere di uccidere, così come orsi e altri animali che colpiscono soltanto se la loro sopravvivenza o il loro territorio sono in pericolo.
Riconoscevo da lontano anche i segugi, che erano cani particolari, integrati e addestrati a scovare e perseguire gli infiltrati ossessivamente, fino alla morte.
Potevo riconoscere chiunque dappertutto con assoluta sicurezza, tranne che per quanto riguarda la mia famiglia: forse gli odori assorbiti fin dalla nascita o un residuo dei sentimenti provati durante il periodo dell’ignoranza, prima di costituire una minaccia per loro, mi impedivano di avere certezze e andavo avanti con supposizioni campate in aria tanto quanto le teorie di mio padre sulla rivoluzione.
Quando fu uccisa la moglie del questore, piano attico, sempre nell’ascensore, sempre con labbra e orecchie mozzate, sapevo perfettamente che lei era un ratto: rosicchiava le persone uccidendole per scarnificazione o con malattie infettive che distruggevano il loro sistema immunitario: persino sua madre si era suicidata quando lei le aveva rivelato che il marito era stato omosessuale per tutto il tempo del matrimonio. La povera donna era stata preparata a qualsiasi tradimento con qualsiasi femmina, ma nessuno l’aveva immunizzata contro il crollo di tutte le sue convinzioni e, così, si era impiccata con la cintura di coccodrillo regalata al marito per il venticinquesimo anniversario di matrimonio e aveva provocato uno dei peggiori incendi del quartiere, bruciando tutte le foto e lasciandole ardere in cerchio attorno alla sedia che da lì a poco avrebbe spinto e che aveva subito preso fuoco propagandolo alla vicina cucina, fino a liquefare il tubo di gomma che portava il gas nell’appartamento.
La polizia ci interrogò di nuovo e, stavolta, la storiella di papà addormentato non convinse nessuno. Portarono me e mio fratello in questura e perquisirono la portineria gettando all’aria tutto e rovinarono molti dei miei libri; io fui interrogata dal cane più bello che avessi mai incontrato e commisi l’errore di provare il desiderio di rendermi visibile, fosse anche per un attimo.
Fu lui a provocarmi e a chiedermi delle mie letture; molti libri li conosceva anche lui e ne parlava come non avevo mai sentito parlare nessuno, così mi lasciai incantare e provai per la seconda volta, dopo l’interrogazione di matematica, lo smisurato orgoglio di essere me stessa. Quando mi disse che ero troppo intelligente per non capire che mio padre avrebbe mentito soltanto per proteggere uno dei suoi figli e che io potevo aiutarlo a risolvere il caso, caddi nella trappola e gli spiegai la teoria del segugio che braccava gli animali non integrati nella società dei cani e mozzava loro bocca e orecchie perché avevano sentito e detto troppo. Lui si dimostrò affascinato dalla mia ipotesi ed io gonfiai la mia coda di volpe, mi lasciai persino accarezzare da quel cane così diverso dagli altri e gli raccontai tutta la mia vita, l’incidente di mia madre, la mia bravura a scuola ad infilarmi ovunque senza che qualcuno si accorgesse della mia presenza. L’ultima cosa che mi chiese fu se mi sentivo in colpa ad avere accusato implicitamente mio fratello ed io gli risposi la verità: io ero una volpe e una volpe non può mai provare affetto per un segugio, anche se si trova al sicuro in una stanza con un bellissimo cane. Mi chiese scusa e uscì un attimo. Tornarono in cinque e mi misero le manette e quando mi portarono via mi guardò con tanto disprezzo e orrore che la mia vanità di volpe scomparve subito nella certezza che nessun cane sa mai se l’animale che bracca è innocente o colpevole. Fui subito trasportata in carcere dentro una gabbia perfetta per una volpe idiota che crede che un cane possa esserle amico e, da allora, vivo in una gabbietta di due metri per due e sto finalmente da sola perché, grazie al cielo, sono considerata una criminale pericolosa.
Al processo non provai nemmeno a difendermi, ma non raccontai più nessuna storia di segugi e di animali integrati e dissidenti; mi accontentai di studiare per l’ultima volta tanto materiale umano riunito nell’aula del tribunale e godevo fra me e me della mia superiorità rispetto a qualsiasi segugio: io potevo comprendere, loro fiutavano soltanto e perseguivano innocenti soltanto perché, magari, avevano indossato il maglione di un altro.
Oggi, con tutta la mia sincerità di volpe, vi ripeto che questa società è utile, forse indispensabile, e che la mia storia metterebbe troppo a rischio le sue fondamenta: inizierebbe la caccia ai segugi che sono un collaudato meccanismo di difesa, molto più utile di una volpe e, in ogni caso, questo non porterebbe me fuori di qui perché tutti vogliono trovare colpevoli, ma nessuno vuole trovare la verità.
E poi, detto fra noi, il carcere ha una biblioteca così grande che, se l’avessi saputo, l’avrei fatto apposta.

4 febbraio 2008

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-Luppina *

Antonio Napoleone Toscano era il più piccolo della numerosa e antichissima famiglia dei Toscano, rinomata in tutta il mondo per la caterva di sventure narrate da un noto scrittore. In realtà la famiglia, a parte quel ramo, era stata sempre fortunata: si era fortificata e distinta come clan all’epoca di Napoleone, quando organizzava atti di brigantaggio contro gli inglesi e i Borbone e aveva eletto il Bonaparte come capo spirituale del M.A.F.I.A. – Movimento Avverso (alle) Famiglie Inglesi (e) Araldiche – ed ora era diffusa come una fitta rete da pesca in tutta la provincia di Catania.

Subito dopo la guerra, approfittando della ricostruzione e dei primi tratti autostradali, nonno Antonio aveva esteso l’attività familiare della vendita di luppini al mercato, ideando il “luppino da viaggio”, già insaccato in comode buste di plastica trasparenti, dentro le quali i luppini brillavano al sole in tutti i bivi, i caselli autostradali, le piazzuole di sosta e i rifornimenti di benzina.
Lo sprovveduto viaggiatore-acquirente non poteva certo immaginare che tutti i venditori di luppini fossero figli, fratelli, cugini, nipoti, affini di nonno Antonio e che la sera si ritirassero in un magnifico albergo con piscina che Antonio aveva acquistato per mantenere la tradizione del “casa e putia”, perché Antonio lo sapeva bene che è solo quando non rispetti le tradizioni che la malasorte ti raggiunge. Così aveva preso il grande salone per le conferenze e ci aveva piazzato quattro lunghi tavoli dove gli uomini della famiglia, con una perfetta catena di montaggio, insaccavano i luppini e li mettevano sotto sale, per mantenerli freschi durante le lunghe ore di attesa in strada.
Tutto andava benissimo e le donne stavano tranquille con gli uomini sempre fuori casa e la mattina, dopo le pulizie, prendevano il sole e facevano pettegolezzi fino al pomeriggio alle cinque, quando gli uomini tornavano e si iniziava a preparare da mangiare, ché il mangiare in quella casa non mancava mai e l’unico problema era inventarsi come cucinarlo.
In breve tempo la famiglia estese la sua influenza su tutta la Sicilia, affidando in appalto la vendita ad altre famiglie e l’idea fu presto copiata anche in Calabria e in Campania, anche se lì non si arrivò mai all’organizzazione perfetta della cosiddetta “Cupola dei luppini”, come ormai tutti la chiamavano, creando forse quel falso mito della Cupola che ancora oggi sopravvive, nonostante gli accadimenti che andremo a narrare.
Tutto andava benissimo, dicevamo, con nonno Antonio che organizzava, il figlio Sebastiano Girolamo che smistava il traffico dei luppini assegnando le zone di spaccio, Antonio Napoleone che, poco più che ventenne, vendeva più dei figli di Carmela Giuseppina, vedova di Turi, morto durante la prima ondata di distribuzione, quando ancora i Toscano non erano abituati alle dure leggi della modernità e l’incauto Turi si era posizionato al centro di due corsie dell’autostrada pensando di poter raddoppiare le vendite con il target di sinistra e di destra. Del resto eravamo nell’epoca dello strapotere del centro e si può dire che lui fu una vittima anticipata degli anni di piombo, anche se in realtà fu l’acciaio ad ucciderlo, visto che fu un camion a piombargli addosso durante un sorpasso.
La famiglia, unita nel dolore, proclamò due giorni di lutto in cui, al posto dei soliti luppinari, i clienti abituali – rappresentanti, playboy con meta giornaliera Taormina, lavoratori dei rifornimenti e amici che andavano lì solo per scambiare due chiacchiere – trovarono un drappo nero sulla cassetta dei luppini, con la foto del beneamato; nel frattempo i Toscano elaboravano il lutto mangiando per quarantotto ore consecutive la mitica caponatina della moglie di Sebastiano Girolamo, Rosaria Gioacchina, ex sarta e ora prima cuoca della casa.
Dopo questo evento, l’attività era andata avanti senza scosse e protetta dalla benevolenza divina, elargita in cambio di due offerte annuali per la benedizione dei banchetti di vendita e una messa settimanale privata con cui il parroco del paese aveva pagato il restauro della chiesa e le panche nuove con cuscini di soffice gommapiuma al posto delle dure ginocchiere di legno. Ma è noto che la volontà divina si manifesta in primo luogo con la tentazione, che è l’altra faccia della moneta del libero arbitrio, e la tentazione arrivò, nascosta dentro una macchina decappottabile, alle 10,45 di una radiosa mattina di sole, davanti al banchetto dell’ormai trentacinquenne Antonio Napoleone, l’unico della famiglia che non aveva preso moglie e che sudava copiosamente dentro il suo costume di luppinaro – nonno Antonio aveva capito che coppola, gilet nero e camicia a quadri avrebbero incrementato le vendite con il target turistico – e che si stava proprio chiedendo se avesse senso continuare a vivere chiuso dentro quella vita come un luppino dentro i suoi sacchetti di plastica.
La tentazione si chiamava Provvidence Louise Badwill, aveva i capelli biondi e lunghi fino alla vita, era una modella americana, laureata in scienze dell’economia con una tesi sulla progressione esponenziale della distribuzione capillare del borotalco nella vendita per corrispondenza e, essendo anche campionessa di atletica del college, saltò fuori dalla macchina senza nemmeno aprire lo sportello, frustando il viso di Antonio Napoleone con i capelli luccicanti e conquistandolo per sempre.
La rovina aveva bussato alla porta della famiglia Toscano sin dalla prima foto che Provvidence scattò ad Antonio, sguardo imbambolato e sacchetto di luppini in mano, la stessa foto che, stampata su un’etichetta bianca in una scatola di latta opaca da quattro soldi, troneggiava al centro del catalogo LuppinoMarket, la prima vendita per corrispondenza in Italia, promossa dalla ditta Toscano-Badwill, unita nel patto di sangue di un matrimonio maledetto dalla famiglia – “Parla inglese” – gli disse il nonno – “gli inglesi sono la nostra rovina!” “È americana.” – disse Antonio Napoleone – “È solo una questione di pronuncia.” – rispose il nonno e non andò alle nozze.
Nel giro di due anni la LuppinoMarket aveva distrutto il racket del luppino in Sicilia, invadendo il mercato di slavate signorine che rispondevano a telefono e raccoglievano gli ordini; ragazzini senza esperienza e senza onore, con il solo requisito di possedere la patente, guidavano i furgoncini con la foto di Antonio Napoleone, portando i luppini in ogni anfratto della Sicilia e distruggendo la solidità della rete familiare, basata sulla fiducia diretta fra consumatore e venditore; nella casa-albergo di nonno Antonio non viveva più nessuno, se non lo stesso Antonio con la moglie Rosaria Gioacchina che era costretta a insaccare luppini tutto il giorno e a fare colazione, pranzo, merenda e cena con quello che ormai vedeva come vomito giallo e disgustoso in cui si era dispersa tutta la famiglia.
“La Famiglia è l’unica cosa importante.” – le diceva nonno Antonio – “anche se ti vomita addosso.”
Nel frattempo il catalogo del LuppinoMarket si arricchiva di nuove proposte: luppino giallo in salsa di soja; luppino, rucola e scaglie di grana; caprese di luppino; luppino al ragù; caciucco di luppini; impepata di luppini e sauté di luppini. La varietà di prodotti estese il mercato, non soltanto a livello nazionale, ma in tutta l’Europa e anche in alcuni paesi orientali; la svolta decisiva fu l’accordo con la catena McDonald’s, per cui nacquero i famosissimi LuppinoBurger e LuppinoBurger deluxe, che venivano distribuiti sia per catalogo (e in quel caso erano liofilizzati e imballati nel tradizionale sacchetto di plastica trasparente) o presso i McDonald’s, dove il luppino era raccomandato dalla F.A.O. come il prodotto più nutriente e salutare, futura risorsa per la risoluzione dei problemi della ipo e iper alimentazione.
L’azienda si ingrandì a tal punto da acquistare due interi piani dell’Empire State Building, avere in comodato d’uso (come interscambio di forniture alimentari per le mense aziendali) il grattacielo Pirelli e il Lingotto Fiat, nonché la Sala dei Baroni del Maschio Angioino e persino una stanza all’interno della Basilica di San Pietro, a soli sei metri dal balcone del Papa.
Il peccato più grande, origine di tutti i mali successivi, fu la distruzione totale della famiglia, quando Provvidence decise di aggiungere al catalogo LuppinoMarket tutta una serie di gadget: la maglietta LuppinoSmile; le GonneLuppino, che si sganciavano con una semplice pressione delle dita (e che diventarono l’oggetto erotico più ambito in quegli anni); la PantofolaLuppino, la più amata dai cani italiani; la PoltronaLuppino, completamente sfoderabile, e tutta una linea di abbigliamento per cui venne chiamata la nonna di Antonio, Rosaria Gioacchina, già sarta, come responsabile dell’ideazione dei modelli e direttrice dell’atelier.
Nonno Antonio, alla notizia, ebbe una crisi mistica per cui ingurgitò quarantacinque sacchetti di luppini in meno di quindici minuti (uno dei primi casi di bulimia nervosa riscontrati in Italia) e minacciò Rosaria Gioacchina di chiedere il divorzio e lasciarla senza casa. Rosaria Gioacchina sorrise mestamente e gli preparò l’ultimo sacchetto di luppini, prima di uscire dalla porta e consigliargli la parte del suo decrepito corpo in cui posizionare la casa che voleva sottrarle. Nonno Antonio morì quella stessa notte, abbracciato all’ultimo residuo della vecchia Cupola: un sacchetto di luppini avariati e avvelenati dalla cupidigia della sua stessa stirpe.
Quasi come una piccola nemesi, qualche giorno dopo, il Consorzio della Fava Fresca tentò di screditare la LuppinoMarket facendo notare che la parola luppino era un evidente errore di gente ignorante che mal rappresentava l’Italia nelle Borse internazionali. Fu Provvidence a salvare la situazione corrompendo qualche linguista e facendo dichiarare che Luppino era il marchio distintivo del lupino siciliano, simbolo di tutta una tradizione secolare, come dimostrava la stessa etichetta, ancora con la vecchia foto di Antonio Napoleone. La gazzarra organizzata dalla Fava Fresca finì per procurare alla LuppinoMarket una notorietà che non aveva mai avuto, e farle conquistare il target dell’italiano medio-alto, producendo una serie di dibattiti sull’evoluzione della lingua, in cui i sostenitori della Langue e quelli della Parole, sedevano in ali opposte di un parlamento televisivo, in cui l’argomento principale finì per essere il luppino e il suo influsso nella società postmoderna; qualcuno arrivò persino ad attribuire al luppino un potere rivoluzionario più grande di quello del ’68 e persino, forse, della stessa rivoluzione francese, in quanto riguardava tutti i popoli e tutte le fasce generazionali; due famosissimi storici arrivarono a dire che i libri di storia erano ormai inutili e che l’era contemporanea iniziava senza dubbio con la diffusione mondiale del luppino; si parlò per la prima volta di “globalizzazione” proprio in questa circostanza, anche se poi, come spesso accade, il termine fu sfruttato per scopi e ideologie completamente diversi dalla intenzione originaria. La diatriba fu conclusa con la pubblicazione di un comunicato dell’Accademia della Crusca che ammetteva il termine luppino come variante riconosciuta di lupino, con un libro della giornalista Chiara Ape – “Il luppino spezzato” e uno dello studioso Umberto Riverbero – “Semiotica e filosofia del luppino”, che consacrarono definitivamente il trionfo della LuppinoMarket, producendo un aumento di cento punti del titolo in borsa.
Provvidence Louise fu intervistata da tutti i periodici più importanti del mondo e la sua tesi sul borotalco fu stampata in duecentosette lingue, più una edizione speciale in ideogrammi, rilegata in oro luppino, destinata alla distribuzione in Cina e purgata degli elementi più capitalistici.
Antonio Napoleone, perennemente con una mano sul fegato per iperalimentazione da luppino, sedeva alla sua scrivania presidenziale e distribuiva incarichi a tutta la famiglia, disperdendola per tutto il mondo, compreso un piccolo centro di vendita nella foresta amazzonica, destinato agli indios, per cui era stato creato appositamente un luppino modificato geneticamente, incrociato con la canapa indiana.
La sorella di Antonio, Lia Paolina, fu assunta per curare insieme a Provvidence la creazione degli slogan pubblicitari; il marchio e l’etichetta furono subito cambiati per dimostrare la velocità e la modernità del luppino, pur nel rispetto della tradizione: nella foto, abilmente, Antonio Napoleone, sempre vestito con coppola, gilet e lupara appesa alla spalla, premendo il punto giusto del luppino, lo faceva saltare via dalla buccia, mentre lo slogan recitava:

SPARATI UN LUPPINO

Il successo fu enorme e a questo seguirono le confezioni di San Valentino in giallo e oro, con lo slogan:

NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO: GLIELO DICO CON UN LUPPINO

e quelle natalizie, con la lupara a terra, piena di luppini come la calza della befana:

A NATALE ANCHE I LUPPINI SONO PIÙ BUONI

Antonio, però, sempre più solo e nelle lunghe notti in cui Provvidence e Lia Paolina erano in viaggio per il mondo, iniziò a sognare nonno Antonio che gli diceva: “Hai sfidato Dio e la Famiglia e adesso sarai solo, solo come un luppino caduto dal sacchetto!”. Antonio, dopo quei sogni si svegliava madido di sudore come quando ancora vendeva i luppini in autostrada e Provvidence non era ancora arrivata a sbattergli i capelli sulla faccia. Fu in una di queste notti, dopo l’ultima apparizione del nonno, che Antonio Napoleone accese la TV e, mentre trasmettevano la sfilata del Gay Pride a New York, si accorse di una grossa busta sul tavolino e l’aprì.
Seppe, proprio mentre Lia Paolina e la sua Provvidence erano inquadrate dalle telecamere come le stelle della manifestazione, che la LuppinoMarket non esisteva più e che tutte le sue proprietà, compreso quel divano dove ora stava seduto, erano state vendute con un documento che ora era lì in copia e che lui, come al solito, aveva firmato a Provvidence senza nemmeno leggerlo.
Morì sul colpo, solo più di un luppino, senza nemmeno fare in tempo ad afferrare il fermacarte con la forma della prima scatola di luppini e lanciarlo sulla faccia sorridente di Provvidence e sul vento di quei capelli che avevano spazzato via la sua famiglia.

*http://scn.wikipedia.org/wiki/Luppina

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-Vita da gatti

- Marta! Marta!? Marta!!
- Oh cavolo, devo essermi addormentata sull’altalena!
- Marta! Marta!? Marta!!
- Sì, stronzo, chiamami pure per darmi fastidio e fingiti pure preoccupato, quando poi, anche se torno dallo studio tre ore dopo, non fai nemmeno una telefonata per vedere se sono viva o morta! Chiama, sì, che è ora di cena e avrai fame, con il tuo stomachino delicato con ulcera da complesso di inferiorità per una moglie primario di chirurgia e, cosa ancora più grave, nel reparto dove tu sei aiuto-assistente! Ci hai rovinato un matrimonio su questa ridicola storia, come se per andare a letto bene tu dovessi stare sopra in tutte le cose della vita. Che idiozia, questa sì che è un’idiozia, come se fosse importante quanto bene io maneggio un bisturi rispetto a te.
- Marta! Marta!? Marta!!
Chiama, chiama, che la tua vendetta ce l’hai ogni sera da dieci anni, appena arrivo a casa e fai il maschio dominante, quello che comanda e ricatta approfittando della mia “inferiorità” naturale, visto che sono sterile e che figli non te ne ho mai dati. Certamente è stata colpa mia, secondo il tuo illustre parere, troppo aggressiva, troppo presa dalla carriera e stressata e l’unica cosa che mi è riuscita a crescere dentro è stato un tumore. E di certo non è mancato a te farmi notare la differenza con la sfornafiglicometorte di mia sorella, che a quarantacinque anni si trova il bel bottino di ben due gemelli di venticinque anni e una femmina di ventitre, mentre io cosa ho? Una carriera inutile e una presunzione che mi allontana da chiunque. Che mi allontana, ma che ridere! Come se la vita con gli altri fosse una partita a Trivial e vince chi ne indovina di più!
Sono stanca stasera, stanca del tuo amore sbandierato come un ricatto, della nostra villetta che hai voluto a tutti i costi e che mi sbatti in faccia ogni giorno perché non l’abbiamo comprata con i tuoi soldi, stanca di alzarmi ogni mattina e dover operare con la certezza che tutti pregano per un mio errore, stanca di vederti passare nudo nel corridoio con aria sprezzante quasi a dirmi “Ecco che ti sei persa!”, stanca di amare i figli degli altri e sentirmi rinfacciare ogni carezza fatta come se fosse un tentativo di furto. Sono tanto stanca che vorrei restare qui per sempre, su quest’altalena, in questo giardino, con Mouse, i grilli, il vento e questo tepore da notte primaverile.
- Marta! Marta!? Marta!!
- E non sai dire altro? Cazzo! Va bene, ora mi alzo, va bene, ritorno a casa che sono solo nervi e lo so, sono stressata, sono stanca, non ti capisco e penso male, tu mi hai sempre amato e poi non mi hai mai tradito ed io sono davvero insopportabile e stanca. Ora apro gli occhi e… Oh, cavolo, sto impazzendo, sono invisibile! Oh porca miseria, lo stress, sì, lo stress, c’è solo un gatto qui accanto a me e io non mi vedo! Oh santo cielo, questa è la volta buona che mi fai rinchiudere! Già ti ci vedo andare a piangere da tutti e dire “Ve l’avevo detto che era pazza!”. Va bene, calma, ora mi tocco una gamba e vedrai che passa… Oh mamma, non mi sento, però sento il gatto che mi sfiora. Ok, è un problema neurologico, cerchiamo di riflettere.
- Marta! Marta!? Marta!!
- E stai un po’ zitto, una volta tanto! Sto pensando! Beh, almeno penso ancora, quindi ancora esisto. Sì, mi sembra un ragionamento logico… Vediamo cosa succede se mi alzo… Ossiggnoreee… Che volooo! Non è possibile: sono un gatto! Ecco, ha ragione lui: sono talmente presuntuosa che pure quando mi ammalo mi convinco delle cose più impossibili e non ascolto nessuno! E va bene, ma qui non sta parlando nessuno, soltanto duecentocinquantasette insetti in questo metro quadrato. Che schifo! Ma vai a pensare tu che ce ne fossero così tanti, col cavolo che stavo a dormire sull’altalena se lo sapevo!
Ok, calmiamoci – ma che meraviglia camminare sui cuscinetti, ci si dovrebbe pensare, magari con un intervento chirurgico si possono applicare… Ecco, ha ragione lui, anche in questo stato penso solo al lavoro… – Dicevo, calmiamoci e vediamo un attimo che si può fare. Oddio che paura! Mouse, mi hai spaventato, non si spunta così all’improvviso! E che fai? Soffi? Ora ti faccio vedere io! Scappa, scappa anche tu! Ma vedi un po’ se un primario di chirurgia di quarantatre anni si deve mettere ad inseguire scompostamente un gatto per tutto il giardino, e per di più a quattro piedi!
Meno male che il senso dell’umorismo non mi è passato.
Va bene, ora mi metto qui in un cespuglio, prima che quello stronzo di mio marito mi cacci via anche come gatta, e rifletto un po’ sulla situazione. Saranno almeno cinque o sei ore che manco, mi ero addormentata nel primo pomeriggio, quindi ora Mario incomincerà a preoccuparsi, perché in fondo lui mi vuole bene, non può essere diversamente, io lo so, ne sono sicura, altrimenti perché mai continuerebbe a stare con me? Solo per tormentarmi? Fra poco chiamerà la polizia e perlustreranno tutta la zona, in fondo potrei scrivere con la zampa un S.O.S. e alla fine mi troverebbero. Certamente sarà un po’ strano trovarmi così, ma forse c’è una spiegazione scientifica e magari si può fare qualcosa.
Sì, giusto, è l’unica cosa da fare, ora esco da qui e trovo un posto morbido dove scrivere. No, no, una macchina, è Laura, la mia nipotina! Mario l’avrà chiamata. Le sta dicendo che sono scomparsa e la piccola piange sulla sua spalla… ma che piange e piange! Quella gli si strofina addosso! Brutto bastardo, ti scopi mia nipote, altro che amore! Oh santo cielo che idiota che sono! Come ho fatto a non voler vedere per tutti questi anni? Altro che S.O.S., se mi trovate mi chiudete in gabbia, brutti stronzi. Ma dove andate? Guarda che questi scopano anche nel mio letto! Oddio e che c’è ancora? Chi mi morde il collo? Il cane dei vicini? Ora guarda che muoio qui con mio marito e mia nipote che scopano nel mio letto e un cane che mi spezza il collo! Mouse, sei tu? Oh cavolo! Ci mancava pure il gatto di casa che mi violentava! Però, in fondo non è male e poi sempre meglio di quello stronzo di mio marito che mi evita da anni per scoparsi mia nipote. E fai piano Mouse che non ci sono abituata, io! Beh, almeno un vantaggio c’è nell’essere sterili, chissà che usciva da questa accoppiata! Mouse, ancora? Oh eccoli che escono! Tesoro mio vai proprio male, sai? Sei più veloce di un gatto! Ora lei mette in moto, lui se ne va, rientra in casa… Ora basta Mouse, devo fare una cosa importante! Che figata questi cuscinetti, non si sente nulla dentro casa, ecco qui, dietro il divano, ma che fa? Trascina un sacco? Ommioddio, ma è il mio orologio quello e pure la mia mano che esce dal sacco! Mi hai ammazzata brutto stronzo! Non ti è bastato distruggermi per tutti questi anni e farmi sentire uno schifo! Mi dovevi pure ammazzare! E per questo chiamavi, così ti sentivano tutti i vicini, povero maritino angosciato per la preoccupazione! Ora vedrai che esci e vai fuori a prendere la macchina vecchia così mi getti da qualche parte e poi continui con la storiella che ero stressata e sono scappata, vero? Sì, non ho dubbi, farai così: non sporcheresti mai la tua nuova Mercedes che mi hai sbattuto in faccia quando te l’ho regalata per il compleanno. Eh, lo so, se fossi viva mi diresti che sono presuntuosa e non tutto quello che la mia mente immagina è vero, ma adesso sono morta e mi hai rotto i coglioni, caro mio! Ecco, infatti, prendi le chiavi, esci, attraversi la strada e io ti seguo, voglio proprio vedere dove mi getti!
Non so come sono finita qui in questo corpo di gatta, ma parola mia che lo userò per renderti la vita impossibile come hai fatto tu con me, anzi peggio! Oh, che combinazione, guarda che bei fari! Ora ti salto in faccia e ti butto sotto il camion. Oh, mamma che botta! Fortuna che sono un gatto e ho nove vite, ma soprattutto ottimi muscoli. Certo fai un po’ schifo così, non mi sembri più nemmeno tanto bello.

Andiamo, Mouse, a te piaccio così aggressiva, vero?

2008

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-Natale in famiglia

- Sei pronta?
- Mi sembra di avere la febbre, forse è meglio che io non venga.
- Scherzi? Mettiti il rossetto.
- Ma ho la febbre.
- Non si dice, se lo sa la nonna poi ti viene la broncopolmonite.
- Ma ho già la broncopolmonite.
- Allora gliel’hai detto?
- Ma se non la sento da mesi!
- Ecco, è per questo allora, è evidente!
- Ma che?
- Si sarà arrabbiata.
- Mamma! Ho la broncopolmonite! Che c’entra che la nonna si è arrabbiata?
- Mi sembra ovvio.
- Mi sento svenire, portami in ospedale.
- Chiamiamo la nonna, invece, e mettiti il rossetto. Cosa fai ancora in pigiama?
- Sono a letto, ho la febbre, la broncopolmonite e sto per svenire, cosa volevi il vestito da sera?
- Te l’avevo detto di non dire che avevi avuto l’aumento.
- Ma non ho avuto l’aumento!
- Appunto!
- Appunto cosa?
- Ti ricordi quando è morto tuo cugino?
- No.
- Aveva avuto l’aumento.
- Ma io non ho avuto l’aumento!
- Ma hai detto che andava bene il lavoro, me lo ricordo, è stato al compleanno della zia.
- Sto tossendo sangue, portami in ospedale.
- Vèstiti che se non andiamo dalla nonna, altro che tossire sangue… quella mi ha fatto operare d’ernia soltanto perché le avevo detto che aveva l’orlo scucito.
- Mamma, ti è venuta l’ernia perché hai lanciato il frigorifero contro papà.
- Infatti, anche lui è malefico come sua madre.
- Era, mamma, ci è morto sotto il frigorifero!
- E non lo sai che da morti sono più potenti? Lo dovevo solo paralizzare io, ma anche lì tua nonna ci ha messo lo zampino.
- Mamma, ho quarantuno, portami in ospedale.
- Tieni il mascara, si nota di meno che stai male se sei truccata. L’hai preso il regalo per la nonna?
Ho detto: l’hai preso? E ora che ci fai a terra? Te l’avevo detto di non dire che avevi avuto l’aumento! Maledizione, mi dovevi fare pure inciampare, lo sapevo io che da morti siete potenti!

29 novembre 2008

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-Un nemico è necessario

Un nemico è necessario più di un amico, – pensava la donna seduta alla fermata dell’autobus – con un nemico, infatti, trovi tutti gli amici che vuoi, sempre disposti a venire in tuo soccorso in nome della solidarietà e della giustizia. Il guaio era proprio questo, che quell’idiota del suo ex marito non era buono nemmeno da ex e aveva pensato bene di crepare di infarto fra le cosce ventiduenni di Gianna. Per questo adesso lei stava seduta a quella sporca fermata ad aspettare un autobus che non arrivava mai: adesso la sorella di suo marito, così dolce e comprensiva con lei a nemico vivo, non aveva più tempo per accompagnarla al lavoro e quella stronza di Gianna, anche lei abbandonata per un giovane corpo ultima generazione, adesso non aveva più ragione di andarla a prendere per fare la spesa, visto che una semplice vedova non aveva un nemico, a meno che non si consideri Dio come nemico, ma quello, a quanto pare non vale, perché è troppo comune.
Al lavoro era andata anche peggio: la vedova Giustini, capo del personale, puntuale come la morte ogni giorno di ogni mese di ogni anno e immune da ogni malattia conosciuta e anche da quelle ancora da conoscersi, aveva sentenziato che una vedova deve sapersi organizzare e che il suo orario non sarebbe più stato flessibile.
Trentanove anni, niente macchina e niente ritardi al lavoro, niente alimenti da quel delinquente che aveva sempre lavorato in nero e che non aveva una pensione, una cognata ormai irrimediabilmente ex, due figli a cui non poteva più dire “quello stronzo di tuo padre” e un’amica che ogni sera stava un’ora a piangere sulla sua spalla perché ora era lei l’unica ad avere un nemico vero. Questo senza contare i colleghi e le cassiere del supermercato, oltre che la salumiera sotto casa, anch’essa abbandonata, che ora non le faceva più credito, visto che il nemico era morto e che le aveva chiaramente esposto la sua teoria sui mariti: “meglio morti che traditori”.
Anna si alzò risoluta: era ora di smetterla di aspettare l’autobus! Non le restava che risposarsi con quel maiale del signor Guidi e farci anche un altro figlio; poi sua cugina Gianna l’avrebbe aiutata di nuovo.
Un nemico è necessario.

27 settembre 2008

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-Gemelli

Carlos, otto anni, aspira lungamente dal barattolo appoggiandosi alla parete argentata. I polmoni gli bruciano, ha in mano l’orologio d’oro di quel turista grasso e bianchiccio che si era perso come tutti gli stupidi. Forse dovrei nasconderlo, pensa, o quello stronzo di Pedro, oltre a scoparsi mia madre, si frega anche il mio orologio. Non fa in tempo: entrano in quattro e lo pestano a morte. Almeno i polmoni non bruciano più, pensa.
Gurgevdan, undici anni, si appoggia alla kampina, è troppo vecchio e troppo giovane, sta in un mezzo in cui solo le botte sopravvivono. La città adesso è nera, pensa, meglio nera che bianca, che quando è bianca tutti ti guardano e sembra che sappiano chi sei, chi devi essere e, soprattutto, dove non dovresti stare. Non ha il tempo di pensare altro: arrivano in sei e in un attimo ne fanno fuoco. Il brutto è che ora vedo la città. pensa.
Fathi, dieci anni, ha caldo mentre il padre gli abbottona quel gilet pesante. Andiamo a comprare tante cose in quel posto grande dove non mi portano mai, pensa, e ho lo stesso vestito di mio padre. Ora sono grande, pensa, ora sono grande.
Maria, nove anni, ha la gonna sporca, gliela macchiano sempre, poi la mamma la sgrida e a scuola va tutto male perché lei non sa che scrivere nei temi delle vacanze. Forse se andassi a mare, pensa, forse se volassi, forse posso volare.
Aisha, un anno, ha ingoiato una mosca. Non pensa niente. Ha solo fame. Per poco ancora.
Roberto, dodici anni, ha una sedia a rotelle e un computer nuovi, suo fratello gli ha insegnato a fare l’hacker. Su tutti i siti, alle dodici in punto, manda un messaggio: “resistere, resistere, resistere, l’importante è sopravvivere, fratelli”. All’una di oggi Carlo, tredici anni, dopo la scuola, gli sfonda il cranio. Questo computer è sprecato per uno storpio, pensa, io voglio msn.

12 settembre 2008

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-Tu mi capisci

- Tu mi capisci, Giuseppe, il problema di oggi è il superamento della parola stessa, della solitudine dell’uomo che parla e di quello che ascolta.
Guido Tonelli si torce le mani, seduto accanto al posto di guida, dove Giuseppe Risi sorride alla velocità di duecento chilometri all’ora.
- Hai sempre questa fissa della solitudine, Guido, ma noi non siamo mai soli perché il diavolo ci guarda e ci ascolta. Il diavolo capisce sempre tutto quello che dici.
- Il diavolo non sa niente di noi, della parola, della poesia che ho scritto ieri e anche se lo sa non gliene frega niente, come non gli frega della bambina che sta qui dietro e tu smettila di correre che se no la polizia ci ferma e a loro sì che gli frega.
- Ci ferma, ci ferma, sempre cacasotto tu e la tua parola che non serve a un cazzo, che la sprechi in poesie e vieni a dirmelo qui con una dodicenne mezza morta nella macchina. La parola serve agli avvocati, che non lo sai? E, se ci fermano, manco il diavolo ci può con loro. Che non lo sai?
- Io non parlo di quella parola, idiota, non capisci la differenza fra la tua sporca parola di animale e quella che fa cambiare l’esistenza? Che importa se rapisco bambini e bambine e se il diavolo mi sta aspettando con l’agnello grasso nel forno, quando io posso diventare immortale e fare diventare immortale tutta l’umanità soltanto con tre versi?
- Tu sei di fuori come un terrazzo, poeta del cazzo. Che ti pare che non ho studiato anche io o pensi che sia venuto al mondo per ammazzare la gente? La mia è una scelta etica e se non sai cosa vuol dire cercalo nel dizionario e comunque ora fa’ stare zitta quella puttanella che il diavolo solo sa perché te la sei voluta portare, tu e la tua solitudine del cazzo, che ora mi sta rompendo i coglioni con quel pianto isterico.
- Perché tu sai solo ammazzare, è quello il tuo modo di diventare immortale, ma io no, io faccio questo lavoro per trovare la strada, per liberare l’anima dalle sofferenze, per trovare un linguaggio che va oltre il dolore.
- Ma che cazzo dici, che l’ultima l’hai lasciata inchiodata a un albero?
- Sei una testa di cazzo, non capirai mai tu e il tuo colpo in fronte che in un secondo è finito tutto e hai solo ammazzato. Devi dare un senso al tuo lavoro, un senso eterno, devi farlo come si deve e diventare un esempio. Chi ti segue a te? Chi?
- Ma chi mi deve seguire, idiota? Non ci sei ancora arrivato al capitolo del libero arbitrio? Non ci sei ancora arrivato che non ci sono due impronte digitali uguali e che ognuno ammazza come cazzo gli pare e parla come cazzo gli pare e scrive come cazzo gli pare? E tu, stronza, piantala di frignare, se no la vedi questa pistola? Ti sparo un colpo dritto in fronte come all’amico nostro non piace e forse mi dovresti pure ringraziare.
- Sei un coglione, non c’è niente da fare. Il mio lavoro entrerà nella storia, nessun poeta ha mai avuto tanto coraggio da portare a termine quello che aveva iniziato. Tutti scrivono per superare il dolore, tutti scrivono per trasmettere la possibilità di superare il dolore e, se qualcuno dovesse riuscirci, capisci che sarebbe la strada per l’immortalità? È il dolore che ti uccide, non il tuo colpo di pistola del cazzo.
- Sì, come no, infatti quella che hai ammazzato con la sparachiodi è morta per il dolore, non dissanguata, che idiota, non ci avevo pensato!
- Piantala, stronzo, che se no questa pistola te la metto nella bocca e, vaffanculo, ce ne andiamo a morire tutti insieme e poi ne riparliamo là sotto. Se io fossi riuscito a scrivere bene i miei tre versi, allora lei sarebbe viva. Non lo capisci? Adesso però li ho riscritti di nuovo e vedremo chi ha ragione. E poi io i tuoi te li faccio ammazzare come vuoi, perché stai qui a rompermi le palle? E piantala pure tu, cretina, che ora che ci penso forse non sei quella giusta e ti sparo subito così per lo meno mi viene qualche ispirazione.
- Va bene, coglione di un poeta, allora fermiamoci subito e leviamoci questa storia dalle palle. Prendi i tuoi cazzo di versi e portati subito fuori questa lagna.
- Cazzo, li ho dimenticati a casa! Merda, mi fai sempre fretta, stronzo, ti sei scordato le chiavi e io sono tornato, ho preso le chiavi e ho lasciato quel cazzo di quaderno sul mobile. Cazzo sei tu, sei sempre tu! È da dieci anni che mi impedisci di trovare la strada, tu e la tua cazzo di laurea per corrispondenza in filosofia.
- Cazzo fai con quella pistola? Sei uno psicopatico di merda, cazzo fai?
- Fanculo a te, fanculo, ma ora sei morto, adesso sono libero, adesso ho capito cosa devo scrivere e tu, anche tu non mi servi più, è stata colpa tua se l’ho ammazzato, tutta tua, maledetta.

10 luglio 2008

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-Nome comune di cosa

Essere odiati tutti insieme rende difficili le cose, questo è quello che penso e credo di essermi guadagnato il diritto di pensare, perché ho camminato anche io come tutti gli altri.
Io ci ho ragionato molto e, nel frattempo, cadevano le persone e restavano sulla strada, ma io ero abituato a camminare e non sono caduto mai, nemmeno una volta, però gli schiaffi e le spinte me le davano lo stesso; è per questo che ora dico che è difficile quando hai lo stesso nome di tutti.
Tu ora scrivi e sorridi come mia nonna, soltanto perché ti faccio tenerezza, ma io te lo spiego lo stesso: non sai mai cosa devi fare. Vedi, signora, a casa tu sai che prendi le botte se rubi la carne tritata quando la mamma fa il polpettone e allora basta che non la rubi e sei a posto, ma se poi le prendi anche se la ruba tua sorella e anche se la ruba tuo cugino, oppure anche se la ruba un bambino della campagna giù in fondo alla valle, allora come fai a capire quando fai giusto o fai sbagliato?
Tu ridi signora, ma non c’è niente da ridere, perché papà me lo diceva sempre che ero io a scegliere se essere buono o cattivo, ma poi invece erano bugie, perché improvvisamente eravamo tutti cattivi, anche la nonna che poveretta non si muoveva più da tanto tempo e stava sempre seduta a tagliare le cose da mangiare e a preparare i dolci di Pasqua.
La nonna non poteva mica camminare e allora era cattiva, ma questo io l’avevo capito e ho pensato che però io sapevo camminare e anche portare gli animali a pascolare e persino mungere le pecore, perché io ho imparato tutto subito, ché, prima di essere cattivo e basta, pensavo di essere molto buono e volevo scegliere di essere il cocco di papà, così poi mi portava con lui al mercato, oppure anche quando mancava due giorni e la nonna preparava un sacco di cose buone e gliele metteva nella cesta.
Ora capisci un poco meglio, vero signora? Forse ti stai ricordando quando hai preso tante botte per colpa di tuo fratello, ma quello non è niente, capisci? Perché tu poi hai smesso di piangere e ti sei detta che la prossima volta avresti dimostrato che non eri stata tu, magari gli stavi sempre lontana e così tutto era a posto. Ma per me non è stato così, perché camminavamo sempre tutti assieme e uno si poteva allontanare solo se moriva e io proprio non ci pensavo nemmeno a morire, perché il mio compito era di ritrovare mia madre e mia sorella, visto che papà era morto subito anche se sapeva camminare. Però, te l’ho detto, loro ci odiavano tutti e uno moriva anche se un altro faceva una cosa sbagliata; anzi certe volte ne morivano tre o quattro e non contava manco se erano vicini a quello che sbagliava, perché andavano avanti e indietro e dicevano: “Tu”.
Io penso che sono riuscito a vivere perché sono furbo, oppure anche perché sono basso, e quando li vedevo venire mi nascondevo dietro una gonna, oppure passavo in mezzo alle gambe della gente e allora ho pensato che dovevi sapere correre per essere buono, ma poi due di noi si sono messi a correre e quelli hanno sparato e i due, che poi erano mio zio e mio cugino, sono caduti a terra come i sacchi di grano mezzi vuoti quando papà diceva che quell’anno era maledetto.
No, non ne voglio dolcini, signora, perché a me piacevano solo quelli della nonna e adesso non ci saranno più e io sono maschio e nessuno mi ha insegnato a farli, anzi mi cacciavano con la scopa dalla cucina, stupidi, che a quest’ora almeno non era tutto morto, anche i ricordi.
Tu vuoi sapere come sono scappato? Non è stato difficile, signora, io so camminare e anche correre e sono basso; non me ne andavo soltanto perché dovevo trovare mia madre e mia sorella, te l’ho detto, ma poi ho incontrato quella strega della moglie di un pastore amico di papà e lei mi ha detto che erano morte subito. Mi ha detto che erano deboli, ma io lo so che non è vero, invece sono sicuro che quella strega ha fatto qualcosa e loro sono morte per colpa sua. Magari ha gridato forte e quelli si sono arrabbiati e io lo so che la mamma non gridava mai, perché anche se non ero buono mi prendeva in braccio e mi baciava tutto e poi mi dava un pezzo di pane con la marmellata quella buona.
Allora, signora, io sono scappato e mi sono messo in un cespuglio e nessuno se ne è accorto e poi ho camminato e ho camminato e certe volte ho anche corso e ora sono qui e tutti sono gentili, ma capisci signora, non so se ho fatto bene.
Perché adesso non so più dove devo andare e nemmeno con chi.

5 luglio 2008

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-calze velate

Ci sono certi avvenimenti che lasciano il segno, come quando da bambina cadi e ti sbucci le ginocchia: non sai, allora, che alla cena più importante della tua vita le cicatrici usciranno fuori dal costosissimo tubino nero in cui hai appena investito più di un mese del tuo stipendio.
Così il giorno fatidico accade che ti guardi allo specchio, vedi quelle orribili macchie scure sotto la calza velata 13 denari – quella che la pubblicità ti ha venduto come la più sexy delle armi e che, invece, ora mostra crudelmente ciò che sotto i tuoi soliti collant in microfibra, a prova di maniaco sessuale, non era mai apparso – e ti rendi improvvisamente conto che ci sono sempre state, che c’erano tutte le volte che compravi un paio di pantaloni e non una gonna, tutte le volte che ti vantavi di essere una donna pratica che non poteva essere fermata da un abbigliamento “femminile”. Erano lì, talmente visibili che ti è servita tutta la tua abilità inconscia per riuscire a nasconderle sotto una valanga di scuse.

Fu proprio così che cambiò il corso del destino di Giulia, la sera in cui Filippo la passò a prendere per andare a cena dalla madre di lui, austera docente universitaria in pensione.
No, non è come credete, Giulia non aveva segni sulle ginocchia e, per di più, quella sera indossava un rigorosissimo tailleur-pantaloni gessato; quello di prima era solo un esempio.

Filippo aveva citofonato alle 7,45 esatte, puntuale come sempre, e Giulia si era già diretta verso la porta quando il telefono aveva iniziato a squillare. Sarebbe bastato ignorarlo e il tempo avrebbe continuato a seguire il suo naturale corso, probabilmente per sempre, ma proprio quel giorno erano saltate tutte le linee telefoniche del quartiere e voi sapete benissimo che è impossibile resistere al suono di un telefono che è stato muto per più di dodici ore. Così Giulia era ritornata indietro e, quando aveva alzato la cornetta, la voce secca e metallica l’aveva colpita come una mazza da baseball proprio al centro dello stomaco.
Non era stato sufficiente chiudere immediatamente: dopo appena due passi Giulia aveva rimesso l’insalatina leggera che aveva prudentemente mangiato a pranzo per poter gradire con sano appetito qualsiasi cibo offerto dalla sua futura e sconosciuta suocera. Il tailleur si era irrimediabilmente macchiato e così anche la punta delle scarpe, le uniche scarpe che possedeva, se si escludevano gli scarponcini consumati e dilatati come barche.
Aprire l’armadio non era stata una buona idea, non c’era assolutamente nulla che potesse andare bene e, comunque, anche se ci fosse stato, lei non l’avrebbe visto perché, in pochi minuti, il tremendo orzaiolo, che l’aveva perseguitata fino agli otto anni, le aveva già chiuso l’occhio destro e dal sinistro non smetteva di colare un inspiegabile flusso di lacrime e muco.

Fu a quel punto che si sedette sul bordo del letto, mise i piedi su, attaccati alla linea dei glutei, abbracciò le ginocchia – ecco che c’entrano ancora – e, dondolando in posizione fetale, pensò che Filippo era il primo uomo con cui lei aveva pensato di costruire una famiglia e quella sera sarebbe stata la svolta dopo la quale non si torna più indietro. Forse quella voce era riemersa dal passato per un motivo.
Il telefono suonò di nuovo, ma Giulia continuò a dondolare con la testa fra le gambe. Quante volte era stata così? Ogni volta che Lina, sua madre, tornava a casa dal lavoro e sbatteva la porta. E dopo c’era la scena del “bastardo”, così la chiamava Giulia, adesso se la ricordava benissimo: quella di quel bastardo di tuo padre che se ne è andato appena ti ha visto, quella di quel bastardo di tuo padre che non dà i soldi per mangiare, quella di quel bastardo di tuo padre che è inutile che piangi perché che cazzo piangi per un padre che hai visto sei volte, quella di quel bastardo di tuo padre che ci ha lasciato in questa topaia e io che ero la più bella della scuola adesso sto qui con una figlia ebete che sa soltanto piangere e diventare più brutta di quello che è, ma ti sei guardata con quell’occhio gonfio, ma lo fai apposta per farmi disperare? E poi c’era tutta la notte sul bordo del letto, proprio come adesso, a ripensare a quella voce di ghiaccio, fredda come una registrazione, metallica come lo stridere di un chiodo sull’acciaio.
Era finito tutto trent’anni prima, quando lei aveva otto anni, poi era andata a vivere con Lucia e Dario e non ci aveva più pensato, proprio come non pensi più alle ginocchia quando smetti di cadere ad ogni passo, ma, a quanto pareva, i segni erano rimasti lì, come le cose talmente evidenti che non ti fermi a notarle. C’erano sicuramente in tutte le scuse che aveva sempre inventato per non legarsi a nessuno, per non pensare a mettere al mondo un figlio, per non rischiare di trovarsi un giorno ad urlare bastardo dopo aver sbattuto una porta. Filippo era riuscito a superare le barriere, ma certamente non era diverso dagli altri uomini, l’avrebbe lasciata.
Suonava qualcosa, ma sicuramente era Filippo e lei non avrebbe risposto mai più e mai più avrebbe smesso di dondolare.

Io lavoro nella città di Giulia, in una casa di cura per malattie neurologiche e, in effetti, sono passati dieci anni e lei non ha ancora smesso.
Ci sono certi avvenimenti che lasciano il segno, come quando da bambina cadi e ti sbucci le ginocchia e non sai che le cicatrici usciranno fuori dopo trent’anni sotto un’innocua calza velata: è questo che accadde a Giulia quando ascoltò per caso la voce computerizzata della compagnia telefonica che testava la linea dopo la riparazione di un guasto.

20 giugno 2008

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-Bianco

Il segreto divampa fra i rami incendiati dalla luna.
Un uomo, un bambino, un gatto, un cane, una donna piangono petali di loto nella stessa anima.
Morta, diremmo, se la morte fosse uno stato e non un’assenza di stato. Non viva, ecco il modo in cui è quell’essere diafano che mi sta di fronte.
Per un attimo ho il dubbio di essere anche io fra quelli che dentro di lei piangono e, allo stesso tempo, mi accorgo di aver deciso che è donna, forse perché piange, forse perché piove petali, forse perché sono piccolo e vorrei una donna, una madre, un seno che si muove sotto i singhiozzi. Miei e suoi.
Non sono poi così piccolo, mi dico: ho superato le creste fiorite e oscillanti del nostro giardino* e ho camminato sulla coperta bianca ai confini del cielo, prima di arrivare qui all’altro mare, così uguale a quello che ho lasciato da lasciarmi perplesso su tutto il senso del viaggio.
Intanto lei squarcia la notte con il latte dei suoi capelli che frusciano fra le foglie e arrivano come tentacoli a lambire le creste del nuovo mare a cui tanto anelavo. Forse la risposta che cercavo non si trova nelle gocce salate o fra i rami o nel cielo, cose che cambiano volto con il cambiare dell’ora, ma in questa donna che ha in sé tutti i visi della mia paura e che si muove con le onde come farebbe una medusa, straordinaria e translucida, insolente e molle, primordiale e pericolosa.

Avevo un gatto in quella casa dalle porte celesti; si sollevava dal suolo con lievi balzi e giungeva alle sue dita di seta, le stesse che passavano fra i miei capelli sottili, le stesse che sgranavano il riso, le stesse che acconciavano i fiori sulla tavola e posavano i tappeti sul legno lucido.
Dicevo madre, ricordo, prima che Gatto si spegnesse acciambellato davanti alla porta e prima che Padre diventasse sguardo di dolore ghiacciato. Dicevo Madre alle dita che filavano i miei capelli con il pelo di Gatto unendoci per sempre, tanto che quando lei sparì, inghiottita dal nulla dietro le creste dei monti che ho attraversato, perdemmo entrambi la vita, anche se in modo diverso.

Tutte queste cose le so adesso, fra i tentacoli bianchi che scrivono incessantemente l’aria, e so anche gli occhi di Madre, neri e dolci come le ciliegie appese ai rami a due a due, quando tendi le mani per toccarle e non riesci, come faccio adesso. Ho provato il silenzio, ma forse le risposte hanno bisogno di una domanda per esistere; ho camminato giorni e forse mesi per una risposta e solo adesso mi accorgo che non possiedo la domanda giusta. La donna lo sa, lo sa anche Gatto e lo sa anche Bambino, ma lui non fa altro che strillare vagiti luminosi che mi stordiscono e mi fanno perdere i pochi brandelli di luce che sono arrivati su di me.
Era il tempo di Bambino quando accadde: Bambino piangeva e Gatto era sulla porta. C’era anche Nonno, adesso ricordo, Nonno con la pelle dura come le tartarughe, Nonno con il suo cane vecchio, sempre fermo sul tappeto, Nonno che era più bambino di Bambino già da molti anni e giocava con i fiori del giardino, tutti spezzati sotto la sua pelle di tartaruga. Ogni tanto mi chiamava. Come mi chiamava? Ecco, finalmente ho una domanda, ma è una domanda per Nonno e lui sta lì dentro, lo vedo, ma è più incomprensibile di Bambino e il suo cane agita solo la coda lentamente, lentamente, lentamente.

Lentamente nasce il pensiero. Lentamente il non vivo fluttua dentro il vivo. Lentamente la domanda richiamerà la risposta. Lentamente le dita di Madre ritornano ai miei capelli e li contano per tutta la notte. Un capello per ogni passo da un mare all’altro mare, un passo per fuggire, un altro per allontanare, un altro ancora per dimenticare di avere il destino di Padre. Un altro ancora per aprire gli occhi dopo un sogno e salire sulla nave che dovevamo prendere in due per scappare: un assassino e suo figlio.

Io sono Figlio. E sono arrivato da solo.

* le alpi giapponesi

15 giugno 2008

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-Il Presidente

Un metro e cinquantacinque con le scarpe opportunamente rialzate e il collo della camicia inamidato e alto come il busto ortopedico che portava a tredici anni. In fondo non era cambiato da allora, tranne che per la pelle cotta dal sole, che adesso sembrava doversi sbriciolare al contatto con l’aria.
Forse per questo non usciva più da quando era stato colpito da un ictus proprio il giorno prima delle elezioni che sarebbero state il culmine della sua carriera. Sarebbe diventato Presidente, lui ne era certo, la sorte era sempre stata dalla sua parte fin da bambino, quando era stato eletto presidente dei “piccoli gnomi”, diventando il leader indiscusso della “Scuola Materna Montessori”, nel suo minuscolo paesino che ora, grazie a lui, era il posto più conosciuto dello Stato. Poco importava come avesse conquistato questa carica, ma lui lo ricordava bene perché era stata la madre ad aiutarlo e ad insegnargli come funziona il mondo: a lei doveva tutto, a partire dallo stock di merendine nello sportello in basso della cucina, pronte per essere distribuite ogni giorno a tutti i compagni e ai loro fratelli più grandi. Chissà a quante cose aveva rinunciato sua madre, sempre con le stesse scarpe e lo stesso vestito, ma lui non aveva mai sentito una parola uscire dalla sua bocca, se non: “tu arriverai in alto, molto in alto, tu sarai Presidente”. E così era stato.
Da quel giorno non si era mai fermato, aveva scalato ad uno ad uno tutti i settori della società, fino ad arrivare alla carica di Presidente. Con il tempo le merendine erano diventate collezioni di figurine, poi automobiline, skateboard, chitarre, fumo, lavori stagionali, impieghi, appartamenti, cariche politiche, ma il principio era sempre lo stesso: lui diventava quello che scalava, diventava il sogno di tutti, l’uomo senza qualità che con la forza di volontà e gli insegnamenti della famiglia arrivava dove tutti sarebbero potuti arrivare, ma non ne avevano voglia. Era questa la sua forza, non le sovvenzioni, come pensavano tutti: convinceva i suoi diretti concorrenti che erano furbi a lasciare a lui il lavoro pesante e scomodo.
Il suo segreto era aver compreso che non è importante che gli altri ti debbano qualcosa, ma che pensino di dovertela come risarcimento.
Così era diventato “Il Presidente” e nulla avrebbe potuto fermarlo se non la stessa fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la vita.

Sorseggiò il decaffeinato e fissò la finestra di fronte a lui: era stata aperta durante la notte. Questa volta non c’erano dubbi: lui stesso l’aveva chiusa e poi aveva chiuso a chiave la porta dello studio per non far entrare i domestici.
Dopo l’ictus era stato un anno fra la vita e la morte, ma poi si era ripreso quasi perfettamente, almeno in apparenza: nessuno si era accorto della mano sinistra abbandonata sul fianco e il leggero zoppicare era stato coperto aggiungendo un centimetro a sinistra sui rialzi di sempre. Il Presidente era diventato per tutti praticamente immortale e, probabilmente, adesso qualcuno temeva il suo rientro sulla scena politica, tanto da entrare a casa sua e cercare documenti, prove, biografie o chissà cos’altro, come se lui fosse così stupido da lasciarli in giro. La sua memoria, grazie al cielo ancora perfettamente intatta, era oggi equivalente allo stock di merendine della cucina materna: la sua unica possibilità di completare il lavoro di una vita.

Assaggiò l’angolo di un cornetto e guardò l’orologio: fra mezz’ora sarebbero venuti a prenderlo per la conferenza stampa, ma il mistero della finestra non smetteva di tormentarlo. Era aperta dall’interno, chiaramente, non era stata forzata e nessuno aveva la chiave dello studio, nemmeno i suoi figli: aveva fatto cambiare la serratura il giorno precedente e nemmeno il fabbro poteva avere una copia della chiave perché aveva aperto davanti a lui la scatola sigillata e gli aveva consegnato tutte le chiavi. Questo andava al di là del problema politico, era strano come un segno del destino e lui ai segni del destino aveva sempre creduto, anche il giorno prima dell’ictus, quando la targa della Scuola Montessori era caduta a terra scheggiandosi nell’angolo a sinistra; ma senz’altro questo “segno” era ancora più strano.

Poteva esserci un meccanismo radiocomandato che faceva scattare la leva di apertura della finestra, questo avrebbe spiegato tutto razionalmente, ma lo avevano cercato in dieci il giorno prima e non avevano trovato nulla. Questo era vero, ma era anche vero che le merendine sono alla portata di tutti e che qualcuno poteva aver corrotto i suoi uomini. Corrotto: che brutta parola! Incentivato, ecco, così era meglio, ma la sostanza era uguale.

Bevve un sorso di succo d’arancia, si alzò e chiuse la porta a chiave: aveva venti minuti per sapere la verità, inutile ciurlare nel manico. Prese un piccolo telecomando dal cassetto della scrivania e azionò la tv e la videocamera a circuito chiuso che aveva fatto installare insieme alla serratura nuova. Ore 20,30 lui chiudeva la finestra e usciva dallo studio, poi la stanza era vuota, avanti veloce, ecco, la porta si apriva, play, ma… ma era proprio lui!

Nello stesso istante un uomo di un metro e cinquantacinque, pelle cotta dal sole e perfettamente liscia, mano sinistra funzionante, salì sulla limousine diretto alla conferenza stampa.

Il Presidente è praticamente immortale, titolarono i quotidiani del giorno dopo.

02 giugno 2008

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-Inceneritori

Quando le stelle appaiono dietro la Banca d’Italia, vuol dire che la notte è pronta per essere cavalcata. Bisogna stare attenti al punto esatto in cui la luna volge il suo quarto verso Palazzo della Borsa e a far rombare i motori esattamente all’unisono, così da non svegliare il fiuto del pericolo nella guardia che sonnecchia davanti alla questura. Un solo motore è un’anima dispersa che al massimo toccherà il culo di una puttana, ventuno marmitte sono una mandria di bufali e i cowboy inforcherebbero le loro selle, manette a fianco come lazos, pronti a ristabilire l’ordine innaturale delle cose.
Il Corso è vuoto, al centro scorre lo spartitraffico deserto di uomini, con i tronchi che allargano le braccia sui brandelli di cielo fra le case. Se non fossi il padre di venti scarti di produzione, mi fermerei a fissare un refolo di vento fra le foglie, ma non ho tempo per questo, non quando dio ha appena lacerato la cortina di smog e la città è diventata un selvaggio canyon.
Le zanne di un gatto luccicano dietro i bidoni, ventuno braccia reggono una torcia, quarantadue piedi divaricati stanno piantati a terra e aspettano il segnale per fondersi con la lamiera e io, soltanto io, posso darlo.
Io il Padre.
Noi il Fuoco.

25 maggio 2008

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-Correnti

Laura ingrana la marcia, stacco veloce di frizione, accelerazione, marcia, drin, telefonino, Eccomi, quello scrittore nuovo che avete preso che non si capisce niente, sì, ok, verrò, fra un’ora, click, freno, maledizione questi autobus, ci vorrebbe la macchina della pubblicità, ecco, tac uno vai a prendere Giulia a scuola e la depositi da Marco, tac due l’estetista, tac tre piscina, tac quattro parrucchiere, tac cinque aperitivo con Giorgio, tac sei libreria e firma dieci libri, tac sette questa assurda presentazione che proprio non ci voleva.

Laura passa la mano sul cruscotto, C’è nebbia e si vede male, altro che tac tac e tac, qui non c’è nemmeno uno sbrinatore decente, mi schianterò sul prossimo autobus. Svolta a sinistra , poi di nuovo a destra, piove, ci vorrebbe il navigatore satellitare, chissà dove sono. Lascia il cambio, ripassa la mano sul cruscotto e vede Luca muoversi esattamente un secondo prima di centrarlo in pieno. Cazzo, l’ho ammazzato! Apre lo sportello, si precipita sull’uomo, Quarant’anni, bello si direbbe se non fosse per il taglio sulla fronte da cui sgorga un fiume di sangue. Ha gli occhi aperti e la sta guardando.
- Come sta, si è fatto male? – La sta guardando inebetito, non risponde, Forse è commozione cerebrale, forse ora l’arresteranno, altro che conferenza fra un’ora, certo però che è bello, un’aria un po’ idiota così per terra con l’impermeabile bianco che sembra una riedizione di Casablanca ed io certo non sono la Bacall, però mi piacerebbe baciarlo e portarmelo a casa e magari scriverci su un raccontino e forse chissà un romanzo.
- Sta bene? Mi sente? Si è fatto male? – Ecco adesso mi sta guardando, che fa? Si muove, si alza, sta bene allora, bello sì è proprio bello.
Luca la guarda e le assesta un pugno proprio al centro del naso. – Idiota, come dovrei stare? A che stavi pensando? – Si alza in piedi e la spinge con violenza sul marciapiede.
- Mi scusi non l’ho vista – mormora Laura. Adesso ha paura, Cavolo chi se lo aspettava, adesso questo mi ammazza, altro che scriverci un racconto, altro che conferenza, titoli di testa trovata morta in un vicolo, pestata a sangue, sospetti rapporti della famosa scrittrice Laura Conti con la malavita locale, ecco da dove prendeva le sue storie, mio dio ma che vuole ora questo?
Luca sta per colpirla, ne ha proprio voglia. Si era vestito per benino per andare alla presentazione del suo primo libro, ci sarebbe stata anche Laura Conti, quella stronza di una scrittrice da due polizieschi all’anno, vita mondana, cocktail, tre mariti e lui da più di dieci anni ad elemosinare una pubblicazione per un romanzo, uno di quelli veri, non quella merda della Conti. Turati il naso, dice l’editore, parla bene lui e adesso sono tutto sporco di sangue e di fango e come ci vado? La colpisce di nuovo, Piange questa cretina, mi ha rovinato la vita e piange.
- La prego, la risarcirò, sono assicurata, la prego, mi sta facendo male, devo andare a prendere Giulia, si spaventerà. -
Luca sta per sferrarle un altro pugno ma la macchina di Laura inizia a scendere lentamente per la strada decisamente in pendenza.
- Idiota, non ha messo il freno a mano? Ammazzerà qualcuno!
Laura e Luca si alzano e rincorrono la macchina che acquista sempre più velocità, corrono e ridono, ridono e corrono, Che cavolo di idiozie scrivo – pensa Luca – tutta introspezione e la prima volta che esco di casa guarda che cosa capita nella realtà… Mi fossi mai guardato intorno forse… Che cavolo di idiozie scrivo – pensa Laura – tutto a tavolino, tutto fra ritagli di giornale e casa e impegni di lavoro, fossi mai scesa dalla macchina per farmi un giro, forse…
La macchina decelera e si ferma delicatamente su un bidone della spazzatura, Luca e Laura si accasciano sul cofano, Piacere Luca Riviera, Piacere Laura Conti.

21 aprile 2008

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-Anna

Stasera è la mia serata: da dieci anni aspetto questo momento. Da dieci anni, alla fine di ogni di ogni romanzo scrivo il discorso che farò per questa conferenza e lo metto lì, nel cassetto, insieme alla prima copia, quella che ancora non è stata sverginata dall’editore, quella che ancora ha l’impudenza e l’innocenza dell’arte per l’arte, della bellezza per la bellezza.

- Dammi una vodka.

Li ho ripresi tutti stamattina, i foglietti dico, per ricordarmi quello che avevo da dire dieci anni fa, e poi nove anni fa, e ancora ogni volta che ho piegato accuratamente il mio discorso nella cartellina.
Poi sono venuto qui, nel mio vecchio bar, quello di dieci anni fa.
Cercavo Anna, cercavo le sue gambe secche e la gonna penzoloni. Nel romanzo non c’è più, è stata cancellata da un tratto di penna dell’editore: era un personaggio marginale che non dava nulla alla storia. L’avevo dimenticata, Anna, eppure tutto il romanzo era nato dalle sue gambe che percorrevano lente il tratto dalla porta del bar al bancone. Non si sa mai il peso che possono portare due gambe secche, non lo si sa se non dopo dieci anni, quando non ci sono più, quando una penna più grande sembra averle cancellate dalla Storia.

- Viene mai qui una certa Anna?

Il barista mi guarda come se fossi ubriaco. Se sapesse chi sono avrebbe più rispetto, ma non lo sa, non può saperlo perché non sono mai tornato a dire grazie ad Anna, a prendere la sua sacca che scivolava triste insieme ai piedi e a metterci dentro il suo posto nella storia, un senso, forse una strada diversa da quella di ogni giorno.
Non sono mai tornato perché l’ho venduta per arrivare a stasera.

Stasera è la mia serata. Dieci romanzi, uno all’anno, dieci successi che parlano di nulla, dieci foglietti pieni di cose che volevo dire e che non ho mai detto… dieci minuti, mancano dieci minuti alla conferenza e Anna non c’è.
Stasera è la mia serata: sono uno scrittore famoso, so cosa vuole il pubblico, so cosa vuole l’editore, non sbaglio mai un colpo.
Però.
Però non ho nulla da dire, non ho detto nulla.
Che strane queste scarpe, sono rosse, chi può mai avere scarpe rosse su caviglie così gonfie? Anche lei ha chiesto una vodka. Ha la bocca dello stesso colore delle scarpe. Ha un livido sulla gamba. Il barista l’ha chiamata Claudia. La sua voce è dura, metallica, stride sul bicchiere stretto come l’unica salvezza…

Devo andare.
A casa.
Stasera è la mia serata: ritorno a scrivere.

20 aprile 2008

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-Nulla

- Prendi tu il cane oggi, io sto un altro po’ a letto.
- Dove hai messo quel cazzo di collare?
- Sul cane, se ti degni di guardare. Ti ho preparato tutto mentre dormivi.
- E non facevi prima a portare il cane giù? O è solo per farmi arrivare tardi al lavoro, tanto a te che ti frega?
La porta si è chiusa, finalmente. Il cane abbaia, lo sento da qui. Lo starà tirando come al solito, rabbiosamente come al solito; non gli lascerà il tempo di fare pipì e poi la farà sul divano, come sempre. Ma oggi non importa, oggi vado fuori, vado dai carabinieri. Sembra difficile, ma in fondo è semplice: ti alzi dal letto, prendi il maglione di ieri che sta ancora sulla sedia, prima lo infili dal collo, poi un braccio, poi l’altro e già è fatta.
Con le calze è più difficile, sicuramente sono strappate, come tutte le calze da quando lo conosco.
Da principio pensavo che avrebbe smesso di strapparmele, poi al quarto anno ho capito che era un’abitudine consolidata e ho smesso di pensarci: quando le trovo in giro, magari trascinate dal cane, faccio finta di niente e le butto nella spazzatura.
Però oggi le porto ai carabinieri, perché tutti devono sapere che me le strappa, tutti devono saperlo.
- Il cane è qui, sei contenta ora?
- Grazie, non ce la facevo proprio a scendere.
- Grazie un cavolo! Lo sai che odio perdere tempo quando devo andare a lavorare, specialmente per una che non fa niente tutto il giorno. Sei sempre stata così: dispettosa e pigra e anche frigida. Faresti uscire fuori di senno qualsiasi persona.
- Va bene.
- Va bene un corno! Mi prendi in giro? Ringrazia il cielo che devo andare a lavorare, ma stasera ne parliamo: devi smetterla di trattarmi come un idiota!
- Va bene.
La porta si è chiusa di nuovo. Ecco, ora possiamo passare ai pantaloni, penso che mi metterò le scarpe da tennis e i calzini, così non può strapparmi niente nessuno. I pantaloni sono a terra, ma saranno puliti. E poi, anche se non sono puliti chi se ne frega? Devo andare a denunciare tutte le cose strappate in questi anni, mica devo andare a teatro.
Ok, un passo dietro l’altro e oggi niente trucco. Niente trucco mai più. E poi io l’ho sempre odiato il trucco e con lui mica si può camminare senza. Un motivo in più, anche se proprio non ce n’è bisogno di altri motivi.
Quindi, ripassiamo la cosa: prima mi vesto, poi esco, poi vado dai carabinieri e dico che devo fare una denuncia, poi loro mi chiedono di mostrare le calze strappate, sicuramente, magari hanno anche dei dottori che mi possono aiutare. Poi lo mettono in galera, sicuro, così, quando tornerò a casa stasera, ci sarà solo il cane ed io lo porto giù perchè ho i calzini e le scarpe e ancora tutti i vestiti e non mi fanno male le braccia e le gambe. E poi metto la musica e mi stendo sul divano con il cane e pure le scarpe. E non arriva nessuno a dirmi che sto buttando via la sua vita e i suoi soldi. E nessuno mi dice che sono frigida. E nessuno mi fa gridare. Nessuno mi fa gridare.
Eccomi per strada, lì ci sono i carabinieri.
- Buongiorno, devo fare una denuncia.
- Di qua, signora, prego.
- Devo denunciare mio marito. Lui torna a casa e mi fa delle cose.
- Cosa?
- Mi strappa le calze.
- Le calze?
- Sì, le calze, per questo ho messo i calzini oggi, capisce?
- Non bene.
- Perché prima non potevo, capisce?
- No.
- Perché anche se mi mettevo i calzini lui me li faceva togliere e mi faceva mettere le calze. Capisce ora?
- No, signora. Vedo che lei ha dei segni di percosse.
- Sì, non mi sono truccata stamattina.
- Signora, mi scusi, suo marito la picchia?
- Anche, ma non è questa la cosa importante, lei non capisce.
- No, signora, non capisco, io devo scrivere un verbale.
- Lui non mi fa parlare, capisce? Lui mi fa solo gridare. Io non parlo più con nessuno da anni. E poi mi fa diventare in un modo e mi fa male perché sono diventata come diceva lui. Per questo mi strappa le calze. Capisce? Mi fa diventare nulla.
- Signora, che cosa scriviamo in questo verbale? Che suo marito le strappa le calze?
- Sì. Poi lo andate ad arrestare, vero?
- Per le calze, signora?
- Per le calze, certo.
- Signora, lei vuole scherzare? Mi sta prendendo in giro?
- Gliel’ho spiegato, lei non capisce? Se sono con le calze mi picchia, se sono senza mi picchia, lui si ferma solo quando ha rotto tutto. Non capisce che lui ha rotto tutto qui?
- Signora, se lei vuole io scrivo che la picchia, poi la mando all’ospedale a fare una visita e poi, in ogni caso non possiamo arrestarlo: ci sarà un processo e nel frattempo lei dovrà avere pazienza e trovare dei testimoni, glielo consiglio.
- Testimoni?
- Sì. Allora. procediamo?
- La ringrazio, ma lei non ha capito. Non è perché mi picchia, quello è solo dolore.
- Signora, cerchiamo di concludere, qui abbiamo problemi veri, non le sue litigate coniugali.
- Grazie, allora ci penso e casomai torno.
- Sì, signora, torni pure, noi siamo qua.

Non hanno capito, lo sapevo. Ora mi dovrò truccare di nuovo. E dovrò comprare altre calze.
Chissà quante altre.

28 marzo 2008

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-Allora

Allora.
Incominciamo malissimo, non si inizia un discorso con “allora”, lo sanno tutti.
Però si potrebbe discutere sul concetto di iniziare un discorso, perché un discorso viene sempre da qualche parte, no?
Questo discorso, per esempio, viene da quel corpo stramaledettamente bello che giace sul mio letto matrimoniale da due ore in stato di totale incoscienza.
No, non è mio marito, meno male. Lui giace ovunque, ma non nel nostro letto matrimoniale. Lì preferisce appoggiarsi per un paio di ore a notte, iniziando a russare proprio quando io sto per prendere sonno e così non riesco mai a dormire. E poi dicono che noi donne siamo isteriche! Ma non pensate che io non mi vendichi, sapete? Ci sono molti modi per una donna al di sopra di ogni sospetto come me, una che se la guardi già provi pena, una di quelle che alla parola femminismo c’è la sua foto, ma con la ics sopra…
Perché non sanno vivere, solo per questo. Che ne sanno loro? Loro non passerebbero mai il barattolo del pepe sotto le narici dilatate del compagno che ronfa.
Sono mesi che il poveretto è in cura da un allergologo e spende così tutti i soldi che non vuole dare a me. Meglio che spenderli a puttane, no? E qui torniamo all’inizio e, finalmente, posso dire “allora” senza che tutta l’Accademia della Crusca venga a rompermi le scatole – con rispetto parlando – perché inizio con allora.
Allora, questa che giace sul mio letto non è altro che una delle puttane di mio marito.
Ora, ve lo dico con assoluta sincerità, lasciando perdere femminismo, maschilismo, gelosia e tutte queste condizioni filosofiche che io non capisco e continuo a non capire, la cosa veramente grave è che da due ore io sto cercando di individuare il comportamento socialmente adeguato per una situazione simile. E dico, scusatemi tanto, una poveretta che ha fatto trent’anni di matrimonio, quattro figli – due maschi e due femmine – otto nipoti – quattro maschi e quattro femmine – che ha la casa ordinata, un armadio quattro stagioni – stagione sopra stagione sotto mai un giorno prima o un giorno dopo di quello giusto – pasta al forno la domenica, messa, visita ai suoceri una volta al giorno – prima che, grazie a Dio, la morte arrivasse misericordiosa a sollevarli dalle sofferenze terrene – ecco mi sono persa, lo sapevo, dicevo, scusatemi tanto, ma una povera donna che ha sempre seguito le regole anche nel vendicarsi del marito – a pensarci fu molto divertente quando gli stirai le ortiche sul pigiama a rovescio, ma non divaghiamo – non avrebbe il diritto di non essere messa in difficoltà con una puttana nel suo letto matrimoniale, dove ha sofferto con dignità per trent’anni?
Allora, dicevo, ora che faccio?
No, no, inutile che me lo chiediate: non mi interessa nulla del perché questa puttana sia sul mio letto e nemmeno delle ferite che ha sulle braccia e, aspettate, una anche sul viso. Sembra fatta da quell’orrendo anello di mio marito, che almeno così è servito a qualcosa, e pensare che io lo odiavo con tutte le mie forze… L’anello, non mio marito, oppure no, forse anche mio marito se ci penso bene. Ma sto ancora divagando: cosa ci faccio con questa puttana nel letto? Questa è la domanda fondamentale.
Allora, dicevo, mio marito è in pensione, la liquidazione è come si conviene su un conto cointestato – non vi sembravo così intelligente, vero? – è incredibile come, mentre cercavo di controllare le ferite, mi sia caduta questa lampada sul suo viso che era così carino, ma non credo che si dovrà più preoccupare della bellezza, non credo proprio.
Allora, dicevo, mi levo i guanti e chiamo la polizia. Non c’erano precedenti per una situazione così, lo so, è stata una soluzione geniale, non c’è bisogno che vi complimentiate… Peccato soltanto che noi donne per bene non passiamo mai alla storia!

10 marzo 2008

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-Mai soli in rete

Avete mai provato l’ebbrezza di mangiare da soli, sentendo quasi i vostri pensieri come commensali?
Purtroppo io mai, perché, quando pranzi su un tavolo di noce antico almeno di duecento anni, ti trovi come minimo la tua bisnonna che dissente sulla tua bocca aperta che mastica patate fritte come una bitumatrice.
In fondo questa è la cosa migliore che ti possa capitare, perché vedere la tua prozia rivelare di aver parlato con lo spirito del tris-trisnonno, ti fa porre alcuni interrogativi sullo stato delle tue eliche di D.N.A. e se poi una zia, appena deceduta in stato di alzheimer conclamato, ci ricava pure i numeri al lotto e pretende che tu glieli giochi, beh, allora più che interrogativi incominci ad avere certezze ed i tuoi minuscoli pensieri, come ad esempio lui che ti ha mollato per una di almeno quindici anni e quindici chili di cervello in meno di te, cominciano a liquefarsi sulle sedie dove li avevi collocati per discuterci un po’, magari trovare un accordo, fosse anche quello di riuscire a dormire da mezzanotte alle quattro, che non è poi una gran pretesa, considerato il fatto che lasci a sua disposizione le restanti venti ore della giornata, persino quando sei a gabinetto in preda ad una colite isterica proprio grazie a lui, il pensiero su cui si è appena seduta la nonna, perfettamente incurante di tutto e truccata e vestita come per andare ad un appuntamento con il re.
Dove cazzo stai andando, nonna? – Ti verrebbe di chiederle, ma mica ti puoi rivolgere così ad una poveretta deceduta nel 1964, ben quattro anni prima del ’68, e che potrebbe rimorirti davanti di infarto perché sua nipote fa sicuramente la prostituta, visto quel linguaggio da scaricatore di porto.
E magari, nonna, non sei nemmeno lontana dalla realtà, ché ognuno si vende per quello di cui ha bisogno e io mi sono sempre venduta per un commensale alla mia tavola, ma di quelli veri, però, di quelli che stanno parlando con te, mica con gli antenati o con tutta quella rete di eliche del cazzo che, ok, ammettiamo pure che siano più filamenti informi che vere e proprie eliche, ma chi se ne frega?
Ok nonna, bisnonna, nonno che stai zitto lì, che tanto sei sempre stato zitto con tutti i gradi che ti portavi attaccati addosso, ma io oggi avevo un problema da risolvere con quel pensiero del cazzo – sì ho detto proprio cazzo, nonna, quello che se non l’avessi mai visto io non starei qui – per dirgli di lasciarmi in pace quattro ore su ventiquattro e dovevano essere quelle notturne, non quelle in cui ci pensate voi a sedervici sopra. E poi tu, zia, ne avessi mai azzeccato uno di numero, che mi ci compravo un tavolo nuovo e magari ci trovavo un’altra famiglia normale che le uniche reti per loro erano quelle dei pescatori! E tu, nonno, che sei morto che non parli? Oh, sì, certo che sei morto, scusa, ma perché proprio tu non parli e parlano sempre quelle? In fondo se mangio le patatine a voi che vi frega? Tanto anche se muoio non scappo, vero? Sempre a questo tavolo starò e sempre ci sarà qualcuno a sedere sui miei pensieri da nulla, cioè tutti quelli che non parlano di voi.
Ma sapete che vi dico? Voi non esistete. Io ora riprendo il mio pensiero di lui e lo metto qui, proprio a capotavola – mamma, alzati – e gli parlo perché magari lui D.N.A. non ne possiede e mi libera da tutto questo passato inutile e da tutti questi fili che servono solo a farmi inciampare.
Ecco, qui stai bene, vuoi una patatina? Vuoi piangere? Vuoi farmi piangere? Vuoi chiedere a me perché se ne è andato o sono io a doverlo chiedere a te? Del resto sei tu il mio pensiero, io mangio solo patatine e sto sveglia cercando di ascoltarti. Dimmi, dimmi, forse vuoi andare via anche tu? Se lo dici che vuoi andare via è già fatta. Ce la possiamo fare: tu vai via e io non ci penso più, non li ascoltare, non li ascoltare, parla con me.
No, mamma no, perché piangi ora?
Papà se ne è andato e io te lo ricordo?
No, scusa, no. Scusa. Zia, dammi i numeri che stasera li giochiamo. Non ci pensiamo ora, non ci pensiamo più.

20 febbraio 2008

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-Alle spalle

Il mio specchio non dice niente. C’è troppo buio intorno. Potrei immaginarmi i contorni netti del viso, oppure la rabbia che li altera fino a farli sfocare lentamente; oppure potrei pensarlo mentre insegue la mia immagine che percorre la stanza avanti e indietro, vantandosi della sua posizione privilegiata di specchio: lui sa sempre l’altro lato di me che io non vedo e forse per questo, pur odiandolo per la sua cecità, io lo tengo sempre lì, al centro del mio mondo.
Il mio specchio tace. Ma nel suo silenzio è racchiuso il dissenso, un dissenso muto, insieme alla pretesa che il silenzio mi sappia dire qualcosa che va al di là del fatto. E il fatto è – o Dio mio, qual è il fatto adesso? – il fatto è che ci potrebbe essere una lama a chiudere tutto: un taglio netto, definitivo, una cesura, un taglio ben calcolato fra le scapole del destino. Fra le scapole, sì, perché il destino non lo puoi colpire al petto: da qualunque parte tu colpisca sarà sempre alle spalle, perché il solo fatto di colpirlo apre un’altra strada di fronte e non saprai mai qual era quella che ti sei lasciato dietro, grondante da quel coltello e non più viva, non più capace di crescere, procreare, invecchiare, morire.
Allora forse adesso potrei cambiare tutto e rivolgere la lama alla mia immagine riflessa nello specchio nero e muto: è impossibile colpirmi alle spalle e potrò vedere il destino fluire dallo strappo, ma… ma lo specchio è nero adesso, come prima del resto, e la lama lucida cattura quei pochi residui di luminosità che mi facevano intravedere la mia ombra: vedo solo una lama.
Potrei offuscarla, annerirla con la cenere, ma non riuscirei a calcolare esattamente il tragitto fino al mio petto e rischierei di colpire un polmone o, peggio, farla rimbalzare su una costola e soffrire e no, no, no, basta soffrire nella precarietà dei tagli, delle cesure, degli specchi, delle ferite con suture provvisorie fino alla prossima.
Potrei gettare la lama e rompere lo specchio per non vedere più nulla, ma che senso ha? Non vedo già.
Non ho scelta, quindi, nessuna scelta se non alzare la lama e colpire il destino alle spalle e chiedermi per sempre come sarebbe stata la mia vita se prima di questo istante fosse entrato uno spiraglio di luce dalle finestre che qualcuno (forse io stesso, che importa?) ha oscurato.
Non ho scelta, quindi, ma mi accorgo ora di non averla mai avuta, perché lo specchio mi sembra chiarissimo adesso che la lama è coperta, lì dentro qualcosa a terra, fra le scapole.
E poco importa di chi siano: ormai quel destino non è più.

16 gennaio 2008

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-Empatia

L’avrei pure abbracciato se non fosse stato per lo sguardo: non era certo di sapere chi ero e me ne accorsi subito perché i suoi occhi sfuggivano lateralmente, ma non in modo così evidente da poterglielo dire e nemmeno così furtivamente da poter far finta di niente.

In fondo, poi, come biasimarlo? Anche a me capitava spesso quando incrociavo la mia immagine in un finestrino di una macchina.: se l’abitacolo non era vuoto, riuscivo persino a confondermi con la persona seduta e, distrattamente, seguivo il corso dei suoi pensieri passandomi la mano sulla fronte a spostare una sua ciocca di capelli che, improvvisamente, mi dava fastidio.
A volte succedeva anche passando di fronte a quelle abitazioni a piano terra, quando mi trovavo improvvisamente a scolare la pasta con le mani della padrona di casa e insieme a lei recitavo la litania contro quel sant’uomo del marito, uscito di casa due anni prima lasciando soltanto il mutuo da pagare e due eredi con la faccia uguale alla sua e la sua stessa voglia di ferire.
Detto questo sembra ancora più chiaro come Luca dovesse necessariamente distogliere lo sguardo: non sapeva mai se ero in grado di distinguerlo da una delle tante persone incontrate nella testa altrui e, soprattutto, stava iniziando a pensare che quelle persone non fossero fuori di me, ma dentro.

In un certo senso era così, voi lo sapete, non c’è mai nulla che sia totalmente fuori di noi, il problema è riuscire a segnare il limite fra l’esterno e l’interno e saper dire: “questa sono io, questa no”, ma c’è davvero qualcuno che sa farlo? No, no, tranquilli, non voglio una risposta: era una domanda retorica questa, pensavo che si capisse. A pensarci bene, forse Luca si confondeva anche per tutte queste domande che non richiedevano una risposta: lui pensava sempre di doverla avere lì, pronta per l’uso, sintetica ed essenziale a definire contorni, limiti, raggi e circonferenze. “Qui siamo noi” e il cerchietto sulla mappa. Ciò che io discutevo, invece, era proprio il concetto di “noi”, perché se è vero che Luca non mi ha mai lasciato con lo scolapasta in mano, il mutuo e due bambini, è vero pure che almeno per una volta nella vita gli è balenata in mente la scena come un pensiero malvagio e ha sentito persino sulla lingua il sapore del cocktail che stava gustando sulla spiaggia, sotto quell’enorme palma. Sì, mio caro signore che spalanchi gli occhi, proprio la stessa palma a cui pensavi ieri! Non è così semplice questo confine, ti stai convincendo?

E poi, diciamolo chiaramente: gli piaceva avere un harem al costo di una sola donna: la mia mente non aveva limiti e preclusioni e, decisamente, non ero mai prevedibile e lui ne approfittava, si divertiva, pensava che fosse un gioco provocare dentro di me tutte quelle voci e usarle quando era annoiato. Ma sono una persona io, non una tv che quando ti va la spegni o cambi canale!
Nonostante questo vi dico che sarebbe andato tutto bene: gli avrei concesso persino di fare zapping con tutti i miei pensieri se soltanto si fosse assunto la responsabilità del dito che premeva il pulsante, se soltanto non mi avesse odiato per quello che lui stesso mi chiedeva di essere.
Invece stasera lui era un altro, sì, magari un signore incontrato in ascensore, uno che aveva addosso tanto odio e, quando gliel’ho fatto notare, mi ha detto: “tu sei pazza, tu non sai nemmeno chi sei…”. Aveva premuto con leggerezza un tasto pay per view e adesso mi accusava di essere un’imbrogliona soltanto perché si era stancato del film.

L’avrei pure abbracciato se non fosse stato per lo sguardo: era così pieno di odio che non sono più riuscita a distinguerlo dal fidanzato della signora di stamattina sulla Punto bianca, quella di cui ancora mi facevano male i lividi sul braccio e sull’occhio.
Dovevo ucciderlo – lo capite adesso? – o lui avrebbe ucciso me.

09 novembre 2007

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-Avrei molto da dire

Avrei molto da dire, sì, non è che mi manchino parole ad affacciarsi sul davanzale delle labbra, ma poi… poi all’orizzonte vedo sorgere l’impassibile ostinazione del silenzio interiore stampato sui vostri visi e le parole rabbrividiscono, serrano le tende, accostano gli scuri, indietreggiano verso il camino acceso e si riscaldano con un ciocco che brucia di precisa legge termodinamica.
Posso calcolare le variabili: l’umidità dell’aria, che è somma di tutte le lacrime rientrate; l’ampiezza del camino, che è pari al diametro del mio campo visivo; la quantità di fuliggine che blocca le uscite, che è il quadrato delle vostre grigie parole moltiplicato per la somma delle paure, quelle mie e quelle vostre.
Avrei molte variabili ancora da considerare e, se le sommo alle molte cose che avrei da dire, posso dedurre che non parlo perché non ho il tempo di farlo, ma poi devo ricordare che il tempo è l’unica cosa che non ci manca fino alla morte.
Allora sono costretto a confessare che non ho nulla da dire a voi e questo costituisce un coefficiente ulteriore per cui moltiplicare tutte le variabili di prima e mi resta ancora meno tempo.
Il che, visto che il tempo non manca fino alla morte, significa che la vostra impassibile ostinazione mi avvicina sempre di più alla fine.

E forse, davvero, questa è l’unica cosa che disperatamente vi direi.
Se ne avessi il tempo.

26 ottobre 2007

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-Autobiografia (incompiuta)

Nacqui.
Questa è una delle poche certezze che ho, forse l’unica, ma mi aspetto che venga smentita da qualche buon filosofo con argomenti inoppugnabili.
Aspettando quel momento, intanto nacqui.
Naturalmente c’era caldo – perché io odio il freddo, altrimenti da pigra quale sono avrei potuto anche soprassedere almeno fino alla prima grandinata – ed era anche ora di pranzo – perché se proprio devo muovermi, allora mi muovo per pranzare.
Mens sana in corpore sano: l’ho ripetuto per anni senza capire cosa voleva dire, ma oggi devo affermare che è una verità assoluta, visto che io un corpo sano non l’ho avuto mai e la mente lo ha sempre seguito benissimo. Certamente il buon filosofo di prima, quello che sta lavorando da secoli per scardinare l’unico punto fermo, mi sussurra che quanto affermo è frutto di un falso sillogismo, ma chi se ne frega? Con la mente malata mi posso permettere questo ed altro e, sapete che vi dico? Me lo permetto.
Nacqui, dicevamo, ed era caldo, lo dicevamo pure, ed era ora di pranzo, e l’abbiamo già raccontato, ma non abbiamo detto che, oltre ai perplessi e sudati futuri genitori primipari, il contesto della nascita vedeva in luce abbagliante due zie zitelle, orfane di madre da circa un anno e pronte a giurare che nell’ancora inesistente nuovo membro della famiglia risiedesse lo spirito della nonna.
Così, in aggiunta alla gravità della mente malata in corpo malato (e anche piuttosto obeso), fu creata una nuova serie di leggende per cui in confronto la liquefazione del sangue di San Gennaro è un gioco da bambini.
La piccola nata aveva contemporaneamente tutti i capelli ed era calva a giorni alterni, a volte persino ad ore, probabilmente in relazione alle visite ricevute; aveva tutti i denti (beata lei) e recitava la Divina Commedia a memoria, tanto che l’ostetrica era svenuta in sala parto per l’emozione (dicono che le ricordasse un suo ex fidanzato professore di Italiano e disperso in guerra).
Ma questo è nulla in confronto al secondo e terzo giorno di degenza! La neonata, infatti, discuteva in sei lingue più aramaico e conosceva a menadito tutta la Fenomenologia di Hegel, anche se mostrava delle incertezze in qualche passaggio – ma questo era tollerabile, visto che lo stesso Hegel sembrava non essere proprio lucido in alcuni momenti -.
I diari dell’epoca, redatti da una delle zie su stampo evangelico e con la stessa precisione storica, riportano un concilio ad una settimana dalla nascita: i Padri decisero di nascondere le doti della bambina per garantirle un futuro di integrazione nella società. Fu allora che veramente nacqui: io, obesuccia, slavatina, malatella e dimentica di Hegel, in seguito ad una settimana di condizionamento forzato a caroselli.

22 ottobre 2007

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-Al dente

Linguine al dente per favore, ché mi piace la pasta fatta in casa e non voglio – sottolineo non voglio – sottostare all’idea della bavetta barilla mulino bianco: non c’è niente di bianco qui da me, neppure il contorno di una pupilla ex verde smeraldo ora color cane che fugge, come diciamo qui.
La vostra domanda sarà adesso Ma che colore è il cane che fugge? E vi siete già dati la risposta nello stesso istante in cui avete pensato di domandare.
Perché è così se ci pensate bene: noi non chiediamo mai agli altri, chiediamo a noi stessi e la risposta è già implicita nella domanda. E guai, guai, se il povero interlocutore, avvezzo al mal costume della comunicazione, ci risponde qualcosa che non è conforme alla nostra replica implicita! Ecco che il nostro primordiale istinto di controllo prende il sopravvento e il felino di taglia grossa che è in noi inarca la schiena, orripila il pelo, scopre le zanne e… giù con tutta la potenza dei denti a fare un bel cerchio tondo sulla mano tesa. Perché tutto deve tondare, no, non quadrare come diciamo in maniera impropria, ma tondare, perché così poi si possa tutti senza dolore ripercorrere lo stesso conosciuto cerchio senza renderci conto del punto zero, quello da cui eravamo partiti.

Linguine al dente per favore.

19 ottobre 2007

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-treddì

Se. Del se_n_no_n di poi ne son piene le fosse.

La Storia è un meraviglioso solido tridimensionale da ricostruire con un programma 3D. Il problema sta nelle variabili che inserisci: la pioggia, il cavallo, la statura, i capelli, un cappello, una bandana, i chili di troppo, la nazione, la Patria, la libertà, i poli opposti, i poli che si attraggono, il Polo. Ma è poi un problema reale o il problema ce lo creiamo noi?

Inseriamo i dati, su:
un signore grassoccio e bassino (anche se l’altezza è sempre un dato relativo);
colorito verde-bile (abbronzatura sì-abbronzatura no);
un copricapo;
viene dal nulla;
carattere collerico;
ama i cavalli e le belle residenze;
vuole costruire imperi;
ripudia mogli;
ama la famiglia tanto da mettere i parenti ovunque;
urla alle folle;
liquida i nemici;
si fa beffe della legge e la rifà a suo piacimento;
si nasconde dietro una bandiera di tre colori che solo casualmente è la sua;
pronuncia bene tre cose: “Patria”, “Libertà”, “Remare contro” (l’Africa influisce nella storia degli amici o nella propria, poco importa);
si lancia a capofitto (a cavallo o sulla scarpa con tacco rinforzato), “spiritosamente” facendo le corna agli avversari (ah se potessimo avere delle foto d’epoca!!!);
prevede il tempo come i nostri meteorologi.

In che anno siamo? Che importa? Qualunque variabile si inserisca la storia dà un unico risultato in qualsiasi tempo:
piove sempre merda.

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-Della musica

Sei stanca di suonare? Ti racconto una storia.

Eravamo in cinque in una stanza. Due letti a castello e un lettino per Maria, la più piccola.
Mario mi saliva sulla faccia per andare a dormire: se mi guardi attentamente dovrei ancora avere l’impronta delle sue scarpe sotto l’ombra della barba.
Non ridere! Del resto anche Lucia aveva il segno delle scarpe di Monica, ma da lei si notava di più: sai i tacchi a spillo quando si torna a casa la notte e ci si corica vestiti per non svegliare nessuno?
Invece Monica era sempre sveglia, lei, anche troppo. Spero che dormisse la sera dell’incidente in macchina, non riesco ad immaginare i suoi occhi azzurri spalancati di terrore.
Lucia mi saltava sulle spalle in un balzo solo, deve essere per questo che è arrivata fino alle olimpiadi, a me piace pensare che è per questo, sai?
Di Mario, invece, ricordo solo i piedi sulla faccia: aveva dieci anni più di me e andò via da casa che io ne avevo otto. Nessuno ha saputo più niente di lui: sicuramente è ricchissimo in America, perché se fosse povero starebbe qui a piangere come faceva sempre quando voleva qualcosa. Forse un giorno arriverà una lettera da uno studio legale di New York, quelli con la & in mezzo a tutti i nomi che tu dici: "ma da soli mai, eh?". Apriremo la lettera e festeggeremo lo zio d’America; come vincere alla lotteria, no?
O, chissà, forse fa il marinaio in qualche nave e mette i piedi sulla faccia a qualcun altro quando sale nella sua cuccetta e pensa a me mentre beve due birre a letto, proprio come faceva a casa.
Anche Lucia chissà che fa dopo aver perso alle olimpiadi: forse salta ancora gli ostacoli nella vita di tutti i giorni, ma quello che è certo è che le dita le si sono atrofizzate perché il mio numero non l’ha fatto mai più e nemmeno quello delle amiche e di nessuno qui al paese. Ogni tanto sta in una pubblicità, qualche giorno te la farò vedere ora che grazie al cielo l’età ci risparmia di vederla mezza nuda a reclamizzare costumi e creme.
Lucia era bellissima, sai, aveva capelli d’oro proprio come i tuoi e sognava sempre. Forse se non fosse morta Monica proprio una settimana prima, lei avrebbe vinto. Forse. Nessuno lo saprà mai e lei continuerà a girare a vuoto su questa domanda e a non chiamare.
A settembre c’era la vendemmia ed era bello stare tutti con i piedi nel mosto e il giorno dopo io e Lucia avevamo le impronte rosse sulla faccia. Non hai mai avuto un letto a castello tu, è un peccato perché non hai mai provato ad essere felice per la paura di cascare dal letto per un incubo. Questa era la scusa di Monica quando papà la inseguiva con la cinghia quelle volte che non russava e la sentiva rientrare. Erano poche le volte, per la verità, normalmente eravamo noi a restare svegli perché lui russava. Però russava come una musica, sai, sembrava un concerto e noi la musica in casa non ce l’avevamo, mica come ora che tutti hanno la musica dovunque. Noi la musica ce la fabbricavamo nella testa con i sogni.
Lucia era il violino, Monica i piatti, Mario il contrabbasso, io un oboe e Maria, Maria era il pianoforte.
Maria aveva un tasto per ogni desiderio, una nota per ogni lacrima, uno spartito per ogni dispiacere che gli altri le raccontavano e aveva mani per tutte le carezze del mondo.
Maria scuoteva la testa ed i riccioli si incastravano l’uno con l’altro e ricadevano danzando sulle spalle.
Aveva gli occhi neri e sorridenti come i tuoi, tua madre, e tutto quello che c’era di noi cinque lei me l’ha lasciato in te, nei tuoi occhi e nelle tue mani.

Suona ancora piccola, adesso sono stanco io.

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-Che ora è

"Che ora è?" – mi aveva chiesto poco meno di due mesi fa, incrociando la mia strada per la prima volta sotto un enorme cartellone pubblicitario.
Mentre lo diceva gli si arricciava il naso adunco, la cui punta si schiacciava e si muoveva lateralmente, quasi a scatti. Le orecchie sporgevano dai radi capelli mal pettinati e dalla sciarpa maldestramente gettata su un vecchio cappotto di lana.
Certamente non sono il tipo che bada a questi particolari, ma il fatto che fosse estate e che il termometro segnasse quaranta gradi, mi costrinse a guardare meglio quella strana figura che mi si parava davanti.

Credo di non avere risposto alla sua domanda sull’ora e credo anche, alla luce degli eventi successivi, che lui sapesse perfettamente che ora era in ogni attimo della sua giornata, ma questa è solo una mia illazione ed io voglio tenere in considerazione solo i fatti per riuscire a capire bene la situazione in cui mi trovo oggi.
Gli chiesi di andare a bere una cioccolata calda: mi sembrava in sintonia con il suo abbigliamento ed io mi sono sempre ritenuto un uomo che offre agli altri quello di cui hanno bisogno e non quello che reputa giusto in assoluto. Oggi sono costretto a ricredermi: non è detto che quello di cui le persone hanno bisogno sia quello di cui manifestano l’esigenza, ma questa è quasi un’altra storia e non ho molto tempo.

"Mi piace il freddo" – mi disse – "e se ricreo tutto il contesto del freddo, allora sento e sentirò freddo ogni volta che voglio. Non puoi essere certo che io sia pazzo, né che non lo sia," – aggiunse – "né puoi essere certo della stessa pazzia. Forse nemmeno della morte puoi essere certo. In effetti né io né tu sappiamo se l’altro è vivo, oppure se lo siamo noi."

Nello stesso istante in cui lo guardai bene in quegli occhi trasparenti e profondamente inabissati nel volto, decisi che dovevo seguirlo, anzi che dovevo condurlo e lo accompagnai con il braccio verso il corso principale in cerca di un caffé dove sedermi con lui a chiacchierare. Fu proprio allora che il cartellone cadde alle nostre spalle fracassando in mille pezzi la sorridente ragazza in bikini che mi aveva spinto a fermarmi lì sotto.

Continuammo come se nulla fosse successo, ci sedemmo ad un tavolino in una piazzetta sorridente di gerani alle finestre e ordinammo due cioccolate calde.
"Il tempo ci uccide ed il tempo ci fa vivere." – mi disse all’improvviso – "Ma se ci rifletti bene, in fondo siamo noi a fare vivere lui e questo è uno scambio che ci dà qualche potere sulla vita."
Non gli risposi, non avrei saputo cosa dire, non capivo che potere potesse mai darci, ma le nostre conversazioni erano state così dal primo momento: lui non sembrava attendere una risposta ed io non desideravo darla. Mi sembrava di essere uno di quei gerani rossi intorno a noi: avevo bisogno di acqua e non di ringraziare per averla avuta. D’altra parte lui sembrava volere lo stesso ringraziamento che si può pretendere da un fiore: che viva e cresca con l’acqua che gli dai.
Per due mesi ci vedemmo ogni pomeriggio alle quattro in quel bar. La temperatura si abbassava, ma lui non sembrava notare la differenza: aveva il controllo sul tempo anche da un punto di vista meteorologico. Fu lì che incominciai a pensare che in fondo doveva esserci una ragione se c’era uno stesso nome per le due cose.
"Non è un evento ad ucciderci, nemmeno la vecchiaia," – mi disse un altro giorno – "ma la nostra paura che quell’evento accada. Lì, nella paura, immobilizziamo il tempo dentro di noi, lo uccidiamo, ed il tempo si vendica uccidendo noi."
Un’altra volta ancora si rovesciò addosso la cioccolata e lo vidi perfettamente, ma vidi anche, una frazione di secondo dopo, il bicchiere pieno sul tavolo e nessuna traccia di cioccolata sul suo cappotto.
"Il tempo è una misura discontinua e infinita: gli istanti non hanno una sola dimensione e in un battito di ciglia muoiono mille uomini da una parte del mondo e non succede nulla dall’altra. Tu hai visto cadere il bicchiere e questo nessuno può cambiarlo, ma io ho cancellato la caduta del bicchiere dal mio lato del mondo e questo nemmeno il tempo può cambiarlo. Il tempo vive anche di me e questo mi dà un potere su di lui, te l’ho già detto. Io non lo fermo mai perché fermerei anche me stesso, ma ho scoperto che posso farlo passeggiare avanti e indietro e che posso farlo accelerare o rallentare quando voglio."
Nemmeno questa volta gli dissi nulla, era come se nessuna idea fosse impossibile vicino a lui, come se lui avesse scelto me per non essere più solo e che mi dicesse solo quello che già dentro di me in qualche modo sapevo.
L’unica cosa a cui cercavo di pensare, tornando a casa ogni pomeriggio da mia moglie e dalle mie bambine, era: "Perché? Perché l’ho incontrato, perché sta succedendo? Perché capita a me che ho sempre vissuto il tempo come se fosse un intervallo fra la morte e la morte, uno scherzo del destino, un prestito con interessi smisurati in dolore e perdita?"

Ed è ancora questo che mi chiedo adesso, sotto questo cartellone, fra i pezzi di una ragazza in bikini, e devo decidere se sono passati veramente due mesi, se quel naso con la punta elastica è esistito, se è inverno o estate, se posso prendere il mio lato della vita e fargli fare una corsa indietro ed un’altra avanti mentre le mie bambine fanno merenda con calma e mi aspettano. Devo decidere se è vero quell’angolo di cappotto che intravedo fra gli strappi di cartone e acciaio e se la cioccolata è caduta, o cadrà, e se fa differenza il tempo del verbo o solo la mia paura.

Adesso devo decidere se credere di essere ancora vivi è già vivere.

(23/10/2006)

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-Il mio nome era verde

Il mio nome era verde. Verde e blu per l’esattezza. Perché anche così, da morta, continuo ad essere esatta.

La morte è un accidente, non cambia nulla se non il colore: la speranza e il mare stingono nel sangue ed i polsi gridano il tempo.
Urlano. Come se avesse senso urlare il rosso che si alza di tono per la sua stessa essenza pastosa e liquida.

Anche se la sfumi con pennellate di Van Gogh, anche se la copri con gli incubi di Dalì, anche se la neghi con gli immensi grigi di Picasso.
C’è dietro il rosso e lo sai.
Il rosso che sventoli ancora sbattendo al vento la tua mantilla da torero mancato.
Perché se non ci sono i tori non c’è il torero, è questa la dura legge della morte a catena, è questa la dura legge della vita.

Mi aspetti ancora lo so. Mi aspetti negli spazi rifratti da un colore che vince, mi aspetti nelle notti nere che non seguono più i tramonti. Ché il tramonto è stato. Ché il tramonto è morto.

Rosso morto.

Il mio nome ora è rosso e si scrive sulle nostre pelli, vendute prima di averle nel sacco.

Vendute.

E basta.
(18/10/2006)

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-Mi chiedi dell’amore

Mi chiedi dell’amore, amico mio
Mi chiedi dell’amore, amico mio. Mi chiedi dell’amore ed io non so, io non l’ho mai pensato, né ho voluto pensarci.
Ma tu mi chiedi ed io, lo sai, non so negarmi.

Definiamo l’oggetto: sono socratica, io, o forse dovrei dire platonica, visto che di Socrate ci resta vento di parole sulla pelle di un altro, ma di parole parliamo, amico mio, di parole.

Amore. Cinque lettere. Tre vocali. Due consonanti. Una emme dolce all’inizio, una erre dura alla fine. Sì, amico mio, perché io sono siciliana e per me la erre è sempre terribilmente forte, rabbiosa.

Inizi dalla a, alfa, l’origine, il nucleo primordiale dell’universo. Inizi con un bacio, un gesto, uno sguardo che ti sorprende e spalanca la porta di tutto l’alfabeto a venire. Avvenire. A.

E dalla a, improvvisamente spicchi il volo. Non lo credevi possibile, ma ti ritrovi catapultato in una avvolgente emme, Maternamente amniotica. I suoni arrivano amplificati, i nervi sono tesi a cogliere il battito, lo scambio nutre, il ventre culla, la simbiosi è perfetta. Tutto è perfetto.
Troppo.

Perché il salto ti attira ancora e vuoi di più: vuoi quella O così vicina… potresti accontentarti della enne, ma non proveresti l’ebbrezza del salto e poi la enne è noia, nausea, no.
E così fai il tuo piccolo e innocente salto sulla o, così rotonda, così ciclica, eterna. Ogni. Ogni giorno, ogni notte, ogni istante, ogni minuto, ogni respiro, ogni pensiero. Vuoi Ogni cosa.

Ed è così che senza accorgertene fai un altro piccolo salto e atterri – sì, proprio atterri – sulla erre. Così arrabbiata la erre. Così rissosa. Così rancorosa. Così irrimediabilmente rovinosa. Così erroneamente rivendicativa.
E mentre rivendichi ciò che l’altro per amore ti deve, eccoti balzare all’indietro, sospinto dalla forza della Ragione assoluta che naturalmente pensi di avere in quanto essere che ama.

E piombi sulla e, sull’Elenco di ciò che non va nell’altro, sull’Elenco delle sue mancanze, dei suoi vizi, dei suoi sbagli, dei suoi tic, delle sue manie, delle parole sbagliate che dice, di tutti i modi in cui non è uguale al panorama meraviglioso intravisto nel volo fra la a e la emme.

È così, amico mio, che arrivi alla fine: Era amore.

E siamo tutti uguali qui, siamo tutti sotto lo stesso alfabeto, specialmente oggi nell’era dei computer.
Tutti uguali, anche se forse, amico mio, chissà, gli inglesi fanno un volo più lungo all’andata e al ritorno. Ma lo spazio fra la emme e la erre, amico mio, sembra essere uguale per tutti.

Forse un giorno qualcuno salterà alla zeta e ricomincerà ancora dalla a, amico mio, ed io non vedo l’ora di bruciare tutti i dizionari e seguirlo.

(12/09/2006)

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-Presunzione di innocenza

"Non c’è acqua." – borbottò Lucia – "Due gocce alla ruggine nemmeno buone per bagnarsi le labbra."

Giovanni forse era andato via e lei non se ne era nemmeno accorta. Forse aveva lasciato la porta aperta, ma Lucia non sembrava interessata a nulla se non a se stessa riflessa nello specchio di fronte ad un rubinetto muto.
Si osservò bene, avvicinandosi fino a materializzare il respiro sul vetro. Senz’altro era viva e quella era una prova. Mise un dito sul sopracciglio e tirò la pelle fino a far sanguinare ancora il taglio. Un occhio era gonfio e la guancia sinistra era piena di graffi.
"Magari gli ho fatto male anche io." – disse piano.

Si sedette sull’orlo della vasca e restò lì immobile, poi, lentamente, iniziò a contare i lividi. I movimenti erano precisi, doveva farlo lei prima di chiamare, prima che lo facessero altri.
"Otto su una sola gamba e non riesco a vedere dietro. Entrerò nel Guinnes dei primati!" – rise istericamente.

Incominciava a sentire dolore, ma non le dispiaceva sentire qualcosa.
"Prima che arrivino devo pulire il bagno e rifare i letti." – pensò – "Forse dovrei controllare se la porta è chiusa, per quello che vale chiuderla ora. Forse lui è ancora di là, forse è arrabbiato. Arrabbiato lui? Certo."

L’aveva amato per tanti anni, l’aveva amato proprio per questo: perché sapeva prendersi dalla vita quello che voleva, quando voleva.
"Cosa ha preso stasera?" – chiese a se stessa nello specchio – "Non ha avuto niente di quello che voleva, non ha avuto me. Ho vinto io." – rise – "Ho vinto, ho vinto, devo aver vinto o questi lividi fra le gambe che senso avrebbero?"

L’avevano preparata per tutta la vita a proteggersi dagli estranei, a non esibirsi, non provocare, non desiderare, ma nessuno l’aveva mai avvertita di non aprire la porta a chi hai amato e piange. Nessuno le aveva mai detto che poteva bruciare così. Mai.
"E non c’è nemmeno acqua. Non posso lavarmi. Forse è meglio, non devo. Devo telefonare e chiamare un’ambulanza. Devo, dovrei, potrei. Voglio?"

Osservò il volto riflesso nello specchio, lei stessa si giudicava colpevole: colpevole di aver aperto una porta anni prima.
"Colpevole!" – il suo volto allo specchio cambiò improvvisamente. Si mosse lentamente verso la camera da letto e lo vide, riverso sul letto, immobile. Un filo di sangue scendeva piano dalle tempie e due occhi sbarrati la fissavano.
"Allora ti ho fatto male anche io stavolta, ora me le faresti pagare, lo so. Sì, dovrei chiamare un’ambulanza. Ma c’è tempo, amore, c’è tempo."

(09/07/2006)

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-Aveva quattro dita nella mano destra

(scritta per un’iniziativa contro la pena di morte)

Aveva quattro dita nella mano destra.
Era stato questo ad inchiodarlo: quattro dita soltanto stringevano la mazza con cui l’aveva resa irriconoscibile. Doveva essere lui a guardarle in viso per l’ultima volta, questo era essenziale.
Era stata la settima donna a staccarglielo di netto mentre tentava di difendersi, illusa! Era stata la più eccitante, la più intelligente, quella che gli aveva dato più soddisfazioni. Nemmeno lei era riuscita a sfuggire al suo destino, ma gli aveva lasciato il segno della vendetta, che donna!
Come l’aveva uccisa prima di sfigurarla? Non ricordava più, ce n’erano state tante dopo e molto più eccitanti, ma bastava rifare il percorso logico e se lo sarebbe ricordato.
La prima, come sempre, era stata veloce e insoddisfacente: violentata e uccisa con una coltellata diretta al cuore. Nessuna soddisfazione, solo sfogo primordiale: bisognava perdonarlo, lui non era così, ma quella era la prima volta.
La seconda e la terza erano state più lunghe ed elaborate: stava imparando come si fa ad uccidere facendone uno spettacolo da ricordare per sempre, da ripetere negli incubi e svegliarsi la notte eccitato.
Poi aveva fatto un piano: doveva essere in grado di dare tutte le morti come Dio.
Aveva cominciato con la malattia: era la più difficile, ma lui era intelligente e l’aveva chiusa in una stanza con i topi. Era durata mesi quell’agonia fra febbri e infezioni e lui entrava con la mascherina come un medico e la curava con il sesso, che fa sempre bene. Non era stata un’idea originale, lo sapeva, lo fanno tutti gli uomini che rendono povero e malato un paese e poi si vanno a scopare donne e bambini per pochi centesimi. In fondo lui era migliore di loro: lui i bambini non li toccava, questo glielo avrebbero dovuto riconoscere!
La quinta era morta per denutrizione: anche lì c’erano voluti mesi e una volta gli aveva anche dato un morso per la fame; ne aveva ancora il segno. In realtà le si erano spezzate le ossa mentre le stava addosso; avrebbe dovuto sceglierla più grassa e sarebbe durata di più. Ma neanche questa era un’idea nuova: lo fanno tutti gli stati ricchi del mondo.
Per la sesta aveva creduto di fare di meglio e nel frattempo si era anche laureato in medicina: le aveva amputato ad uno ad uno gli arti, fino a lasciarle solo il tronco. Era durata più di un anno, fino a quando lui aveva iniziato con gli organi interni: il fegato era necessario, ma bisognava correre il rischio per continuare a stare bene. Era stato molto contento perché aveva fatto più di un uomo e, quindi, stava raggiungendo finalmente la gloria di Dio, ma poi aveva riflettuto ed aveva capito che lo fanno tutti gli uomini quando ti levano tutto quello che hai, ti amputano, ti lasciano solo il respiro, ma poi non basta e ti levano anche quello.
Così era passato alla settima, quella decisiva per il suo destino, quella che avrebbe chiuso il cerchio dopo tanti anni e dopo tante vittime ancora. La violentava mentre le faceva l’elettroshock. No, non era solo una questione fisica, di movimento: lui voleva annullarla lentamente, voleva distruggerle piano piano la capacità di comprendere, di analizzare, di salvarsi dal dolore con una speranza, con l’idea di un Dio che l’avrebbe salvata. Era stato con lei più tempo che con tutte le altre, l’aveva amata e forse per questo adesso era lì. Lei gli aveva mozzato il dito con un morso mentre soffriva e si dibatteva per le piccole scariche e lui non era riuscito a staccarla fino a quando non era svenuta. Poi, per la rabbia, aveva aumentato il voltaggio e l’aveva guardata friggere.

Così come tutti questi uomini ora guardavano lui, seduto sulla sedia e cercavano di indovinare i suoi pensieri. Sciocchi uomini che pensano di essere Dio.
Lo sapeva già cosa avrebbe detto alla domanda finale, si era preparato bene come sempre, lui non lasciava nulla al caso. Li avrebbe guardati negli occhi e avrebbe detto:
"Sono uguale a voi, siete uguali a me."

(30/05/2006)

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-Alle otto di sera si alza sempre il vento

“Alle otto di sera si alza sempre il vento.” – pensò Lucia e, invece, disse: “Alessia, chiama papà che è pronta la cena.”
“Sì, mamma.”
“Da quanti anni sono qui ogni giorno alle otto di sera?” – continuò nella sua mente Lucia – “Non mi ricordo più, deve essere la vecchiaia. Alessia aveva ancora il pannolino. Quattordici anni? Quindici? Sabato prossimo lei compirà diciotto anni.”
“Alessia, hai ritirato il vestito?”
“Sì, mamma. Papà sta arrivando, era a telefono.”
“Sì, certo, prendi l’acqua dal frigo e metti il parmigiano a tavola, per favore.”
“Sì, mamma. Senti, hai pensato se invitare la zia Lidia?”
“No.”
“No che non ci hai pensato o no che non la inviti?”
“No e basta. Prendi anche la scatola dei formaggi.”
“Sì, mamma.”
“Quindici anni di questo vento.” – continuava a pensare Lucia – “Quindici anni di acqua dal frigo, parmigiano e scatola dei formaggi. Quindici anni di silenzio dentro. Fuori no, magari ci fosse silenzio fuori. Tira sempre vento forte. Sabato fa diciotto anni. Domenica alle otto di sera io non ci sarò.”
“Forza papà che si raffredda!” – gridò Alessia verso le scale che portavano alle camere da letto.
“Arrivo!”
“Allora mamma? La zia Lidia?”
“No.”
“No cosa?” – Mario sembrava agitato mentre parlava.
“Niente.”
“Niente.”
“Dov’è il parmigiano?”
“Con chi parlavi?”
“Con un cliente.”
“Sicuro. C’è vento.”
“Lucia, ti prego di non fare le tue solite scene di fronte ad Alessia.”
“Certamente, caro.”
“Papà, mamma non vuole invitare la zia Lidia.”
“Tua madre è irragionevole, Alessia, lo sappiamo ormai. Ma non importa tesoro, è una festa per i tuoi amici, no?”
“Sì, papà, ma…”
“Niente ma, Alessia, è già tanto che tua madre sia stata in grado di organizzare la festa e che non si faccia prendere dalle sue crisi. Sai che è meglio non contraddirla.”
“Sì, papà, va bene, ma…”
“Niente ma, tesoro. Piuttosto, sono stato stamattina a vedere il tuo regalo. Grigio metallizzato, vero?”
“Papi! Sì! Sì! Il fuoristrada? Meno male che ci sei tu… Oh, scusa mamma…”
“Non fa niente, sai che quando è così, non ti sente nemmeno.”
“Tira ancora vento.” – Pensava Lucia – “Tirava vento anche quella sera mentre preparavo la cena. Quanti anni fa? Non me lo ricordo. Quindici? Mi aiutava Lidia, ma poi Lidia non c’era più. Tirava vento. Avevo paura. La finestra sbatteva. Poi che è successo? Non lo so, forse è stata Lidia. Ma Alessia piangeva. Tirava vento. Dio mio. Quindici anni. Mia sorella.”
” Papi, me lo fai portare quando andiamo a casa della zia Lidia?”
“Non so, Alessia, lo sai che non si può.”
“Ma papi!”
“Va bene, vedremo.”
“No!” – disse Lucia.
“Ecco, papi, vedi. Poi dici che devo stare zitta: è sempre lei che rovina tutto!”
“Alessia, la mamma non sta bene: è stata sempre così. Ora basta! Lucia, per favore, smettila e passami la bottiglia del vino. Sono stanco della tua aggressività.”
“C’è vento, ancora vento.” – pensava Lucia porgendogli il vino – “Se solo riuscissi a ricordare cosa è successo lui non potrebbe parlarmi così e nemmeno Alessia. Eccola qui, mia figlia: pannolini su pannolini e latte versato e cene e cestini per la scuola e morbillo e varicella e compiti che non so fare. Non so fare niente io, solo preparare la cena. Ma una volta non era così, credo, non ricordo. Poi è arrivato il vento, lo stesso vento di ora. Se solo riuscissi a ricordarmi per farli stare zitti. Parlano sempre, parlano, parlano di me, parlano, parlano, parlano.”
“Papi, fa schifo questa pasta!”
“Alessia, mangia.”
“Ma papi! Io non la voglio! Nemmeno la mamma la sta mangiando.”
“La mamma non mangia mai, lo sai, non sta bene, quante volte devo dirtelo? Mangia, per favore, se fai la buona ti faccio guidare domenica.”
“Va bene papi, ma fa proprio schifo.”
“Vento, vento, vento.” – Lucia sentiva di essere arrivata al limite – “Mi sono trattenuta troppe volte, troppe. Forse è vero che sono pazza e allora perché devo trattenermi? Se fossi pazza non mi tratterrei, giusto?” – Alzò gli occhi per avere un cenno di riscontro, ma Mario e Alessia avevano entrambi la faccia nel piatto – “Non mi sembra che faccia proprio schifo, da come mangiano. Sono quasi animali, già, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Pannolini, cene, cestini per la scuola, letti da rifare, vestiti da comprare, palloncini per il compleanno, supermercati con le cassiere antipatiche che quando ti cadono i soldi si arrabbiano, pianti, pianti, grida, insulti, cene da preparare, vento, vento, vento. Cosa è successo quella sera? C’è mai stata quella sera?”
“Papi, senti, ho pensato una cosa: se la mamma, che è stanca, resta a casa, la zia Lidia può venire alla festa?”
“Vento, vento, vento, sbatteva la finestra, io sono andata a chiuderla, preparavo la cena, vento, Alessia piangeva, vento.”
“Se la mamma è d’accordo, penso che potrebbe essere una buona idea: lei non ha mai amato le feste.”
“Vento, vento, sono andata di là e Lidia e Mario erano lì, sul divano e non hanno smesso, non hanno smesso! Mi guardavano e ridevano, ridevano e poi mi hanno detto di andare a preparare la cena che era tardi, che era tardi… Vento, ancora vento, ma adesso me lo ricordo il vento.”
“Lucia, che ne dici? Lo sai che sei un po’ strana e non ti piace stare in mezzo alla gente, facciamo venire Lidia e tu ti riposi?”
“Sì, certo, io sono pazza e lo sanno tutti, vero? Tu non l’hai mai nascosto, sei stato bravo, lo sa anche nostra figlia che la zia Lidia è una vera mamma ed io sono solo una povera pazza, vero?”
“Lucia, non fare scenate, noi lo dicevamo per te.”
“Certo caro, sono d’accordo, io sono irresponsabile e incapace di comprendere quello che faccio, anche se metto il veleno per topi negli spaghetti al posto del sale, vero? State già male, vero? Pannolini, cene, cestini per la scuola, insulti, letti vuoti, potere, sopruso, cattiveria, derisione…
Quando ho messo il veleno, stasera, non capivo con tutti i farmaci che mi avete dato, ma ora capisco e non sono pentita, no, non sono pentita, nemmeno per Alessia. Lei non è mia figlia, lei è peggio di te. Adesso scusami, ho fame, mangio un po’ di pasta anche io: quel tanto che basta per stare male. Lo sanno tutti che non mangio molto perché sono pazza, vero?”

(17/05/2006)

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-L’incredibile storia di Ariel

Avete presente quella voce? Quella un po’ stridula, con il tono fra la cospirazione e il dispiacere? Finto chiaramente, questo lo avvertiamo subito, ma quello che non avvertiamo è che la voce penetra dentro il nostro cervello come una trivella e, arrivata al punto giusto, estende potenti braccia metalliche e spappola tutto. Sì tutto.
C’è dappertutto quella voce e salta fuori dalla gola di qualsiasi persona proprio al momento giusto. Come quando siamo arrabbiati con un collega di ufficio, eccola lì, nella gola della segretaria che ci dice che lui ha sempre avuto antipatia per noi e che ha proposto il nostro licenziamento.
Eccola lì, devastante, a trasformare una divergenza in una guerra civile.
Oppure quando siamo gelosi, eccola lì, nella bocca di nostra sorella: “Non volevo dirtelo per non farti male, ma lo sanno tutti ormai che…”
Ed ecco un matrimonio che finisce fra tormenti, avvocati, ripicche e odio.
Oppure quando stiamo per innamorarci e siamo beati fra le parole e le emozioni di una carezza, eccola lì, secca, decisa, fra i denti dei nostri migliori amici: “Dice sempre le stesse cose ogni volta, solo chi è idiota ci può ancora cascare… Mi dispiace, ma…”.
Ed ecco che un amore forse bellissimo precipita nell’angoscia del dubbio e si inerpica zoppo su una scalata già di per sé così difficile.

Sono certo che adesso vi ricorderete di averla sentita, magari da vostra suocera, dalla portinaia o dalla ragazza della panetteria di fronte, quella così carina, ma così pettegola che ti fa passare la voglia di vivere, tanto che il pane te lo vai a comprare la sera perché se no non riesci a tirare avanti per tutta la giornata.

Ecco, è proprio questa voce che ha dato origine alla nostra incredibile storia.

Ariel aveva diciassette anni ed era la più bella ragazza del paese. Cinquecento abitanti in una ventina di famiglie ramificate come una giungla, molti vecchi, molti ragazzi, molte donne e moltissimi emigrati che ritornavano per le feste comandate.
Come immaginate è proprio in questi paesi che “la voce” si diffonde di più e si può dire che parli per tutto il giorno ininterrottamente uscendo a volte dalla bocca sdentata di una vecchia seduta in strada davanti alla porta di casa, a volte da un bambino arrabbiato, a volte dalle donne di sagrestia, che sono le più ascoltate perché ricevono le informazioni direttamente da Dio.
Ariel, dicevo, era bellissima, viveva in una bella casa, il papà lavorava in Germania e la mamma sapeva preparare le torte più buone di tutto il paese. Una vita invidiabile e serena fino a quando non decise di intrattenersi a parlare con il figlio del sindaco e, dopo pochi giorni, di annunciare il suo prossimo fidanzamento con lui.
Fu allora che “la voce” partì all’attacco. Era stata per diciassette anni subdolamente in attesa del momento giusto e, passando direttamente dall’inginocchiatoio alla presidentessa del circolo “Pie donne timorate di Dio”, raggiunse Ariel sul corso principale, mentre guardava sognante un vestito da sposa in una vetrina.
“Non vorrei dirtelo, ho sempre taciuto, ma adesso devo proprio farlo…”
“Cosa?”
“Mi si strazia il cuore, sei così bella, ma…”
“Cosa?”
“Tua madre…”
“Mia madre cosa?”
“Tua madre diciotto anni fa, mentre tuo padre era a lavorare in Germania – sant’uomo tuo padre, sant’uomo…”
“Mia madre cosa?”
“Tua madre, un momento di sbandamento, non vorrei essere costretta a dirlo, tutti abbiamo capito allora, ma adesso, adesso si deve, si deve…”
“Si deve cosa?”
“Tu sei figlia del sindaco, ecco, non c’è altro modo di dirlo, mi dispiace ed ora vado, so che mi stai odiando ma dovevo…”

Fu lì che accadde quello che sto per raccontarvi e a cui voi sicuramente non crederete, ma sono certo che se ci riflettete bene, dentro di voi saprete che è vero.

I passanti lo videro bene ed ancora lo si racconta in paese, dopo più di cinquanta anni. Ariel si dissolse e, mentre si dissolveva, si sentivano milioni di voci parlare e cantare tutte insieme. Per due giorni tutto il paese ed anche i paesi vicini sentirono le voci soffiare come il vento di tramontana e per due giorni si chiusero in casa tutti, ma lo stesso non riuscivano a dormire.

Alla mattina del terzo giorno il cielo era sereno e si sentirono di nuovo cantare gli uccellini fin dall’alba. Sembrava tutto normale e gli abitanti della zona uscirono di casa cercando di far finta di niente, ma c’era qualcosa di strano, lo sapevano tutti. Era come un brusio di sottofondo pronto a diventare voce ad un segnale.

E così fu. Lo capirono tutti quando la donna più pettegola del paese iniziò ad avere in gola “la voce”. Fu allora, per la prima volta, che si levò al cielo un urlo altissimo e acutissimo che arrivò fino a cento chilometri di distanza e l’urlo partiva dal corpo della pettegola. Durò cinque minuti e alla fine tutti si accorsero che la donna non sentiva più e non parlava più.
Nessuno voleva ammettere di aver visto, ma dopo dieci minuti ecco un altro urlo ed anche la cameriera della terza casa a destra sulla via del Duomo non riusciva più a sentire e a parlare. Poi fu il turno della levatrice del paese accanto e, insomma, in mezza giornata circa cinquanta persone diventarono mute e sorde.

Non so se tutti collegarono Ariel all’urlo, ma di certo capirono che dovevano sopprimere “la voce” quando iniziava a sibilare sulle loro labbra.

Ecco, vi ho raccontato l’incredibile storia di Ariel e, se ancora non ci credete, vi dico che ancora, dopo cinquant’anni, si risente quell’urlo quando un viaggiatore passa per le strade di quella zona e non sa che deve far tacere “la voce”.

È qui che dovete venire se volete essere felici e non sentire più “la voce”, né dentro di voi, né fuori di voi.
Ah… non vi ho detto dove… ecco, è questo il punto: se davvero lo volete, dentro di voi saprete anche dove andare e come arrivarci.
È questa la cosa più incredibile della storia di Ariel…

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-TRILOGIA (omaggio a Kieslowski)

I

Blu, blu, blu, blu.

Rivoglio il mio blu… E mentre ci siamo vediamo che si può fare per il giallo, per il verde… il rosso no, quello te lo puoi tenere, ma l’arancione è mio: c’è il giallo dentro… Non scherziamo!

Ti sei aggrappato con tutto il tuo peso e neanche ce la facevi a stare appeso… ridicolo… sei stato capace solo di strapparmi i colori preferiti, quelli che tenevo lì, a portata di mano, quelli che quando sei un po’ triste perché il cielo è pieno di nuvole nere, li prendi al volo e fai due schizzi… Un sorriso qui, due occhietti là, il nasino. E poi li metti dentro un sole giallo giallo che sembra vero, tanto vero che forse è meglio dell’originale perché non ti scotta…

So cosa mi risponderai adesso: “ormai li ho presi, tu rubali a qualcun altro!”. E no, mio caro, risposta errata! I colori rubati non servono, non colorano niente, non creano. I colori rubati diventano grigi nel grigio di anime grigie e poi diventano rabbia, follia, cattiveria. I colori si possono mischiare con quelli degli altri, se gli altri vogliono, e creare nuovi colori bellissimi, che creano parole bellissime e sorrisi bellissimi. Ma se non hai i tuoi colori non ti serve rubarli. I colori rubati non pagano.

Guardati. Triste. Infelice. Sempre con una scusa pronta per non essere e non esserci. Sempre con quella faccia da mummia imbalsamata. Sempre con la tua personale condanna inventata e che fai diventare condanna altrui perché qualcuno deve pagare, no?

Io non li rubo i colori no. Né ai vivi, né ai morti. Non voglio diventare come te: un sorriso rattrappito… preferisco la tristezza, almeno è la mia.

Preferisco la trasparenza, almeno non sporca.

II

Bianco.

Cristallo di riso. Riso cristallino. Bianco. Bianco come l’infanzia. Bianco come la verginità prima dei colori.

“Non fare le smorfie che passa l’angioletto e resti così!”

E chi se ne frega dell’angioletto? Sono buffa io. Faccio le guance gonfie e poi le schiaccio con le mani. Rido, rido, rido. Ti dà fastidio il rumore? A me no…

Mi piace il tintinnio dei cristalli di riso. Mi piace il verde degli occhi che si illumina di lacrime felici. Mi piace la luce. Bianca. Che ci posso fare? Non funziona l’angioletto.

“Non ridere così che ti vengono le rughe agli angoli della bocca e sembri una vecchia a trent’anni!”

E no, cazzo, le rughe no! Come la vicina che sembra la dimostrazione del corrugamento terrestre per la deriva dei continenti! E no, no, mi hai convinto, magari sorrido? No, neanche quello, va bene mi immobilizzo, divento una mummia, anzi nemmeno parlo, che ne dici?

Sì, mi sembra una buona cosa, ma che c’è ancora?
Brigitte Bardot e Marlene Dietrich?

E che c’entro io?

Ah, Brigitte ha il broncio, sì, è sexy, una donna deve essere un po’ infelice e misteriosa, nonché senza rughe. Ok faccio le prove. No, no, così è troppo e le labbra si spaccano e ti vengono le rughettine intorno. Un broncio appena accennato, va bene? Senza parlare, ok… No ok no, è volgare… “Vbncsì?” (Oh cavolo come è difficile parlare con il broncio…)

E Marlene Dietrich? Le fosse sulle guance, l’aria quasi denutrita, misteriosa… O mamma mia e come faccio io? Io che ho la faccia tonda? Marlene si era fatta togliere i denti? O cazzo, anche i denti? No!

Niente cristalli, niente riso, niente denti, fosse scavate ovunque!

E dillo che mi volevi incazzata con la vita!

No!

Alla faccia dell’angioletto no! Alla faccia di Marlene no!

Rido, rido, rido e parlo, parlo, parlo. Bianco, bianco, bianco. Rivoglio il mio bianco e amo le mie rughe scavate agli angoli fra il naso e la bocca. E le zampe di gallina. E quelle sulla fronte di quando penso e parlo e mi infervoro.

Io amo le mie rughe. Passi pure l’angioletto che a Hollywood non ci devo andare!

III

Rosso.

Il rosso l’ho perso giovane, forse me l’avrà rubato qualcuno, non ricordo.

Poi l’ho creato dal nulla quando ho incontrato te. È l’amore che crea il rosso, il rosso non puoi rubarlo… forse te lo possono donare, ma solo se poi tu sei capace di ricrearlo. Il rosso è come il sangue: lo puoi ricevere, ma non puoi sottrarlo.

Tu me l’hai rubato, ma non te ne fai nulla amore mio… Il rosso si è fatto nero… Ha il colore della pietà, oggi.

Io lo potrò creare ancora, ma tu? Tu no povero amore mio… Tu non vuoi creare… è più facile rubare… è più facile vivere con la vita degli altri… è più facile piangere…

E il sangue si fa acqua.
(02/04/2006)

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-Questione di scale

Maura era cresciuta alla “Villa”. Due chilometri di parco intorno e ventitrè stanze su tre piani. Aveva studiato con i migliori maestri, conosceva la storia e la filosofia e amava la letteratura. Aveva persino scritto due piccole e belle storie che erano state pubblicate da un grande editore, ma sotto un altro nome.
A vent’anni, poi, c’era stata quella che tutti chiamavano “la punizione di Dio per la superbia” e Maura aveva smesso persino di pensare, tranne nei momenti in cui percorreva su e giù la lunga scalinata di marmo della “Villa”.
Saliva solo per prendere il bambino, oppure portargli da mangiare, oppure vestirlo, altrimenti restava sotto, muta anche con se stessa.
“La vita è solo una questione di piani:” – borbottava Maura – “una questione di scale pesanti e dure da scendere e salire.”
Poi il piccolo piangeva e lei scendeva a prendere il latte e allora diceva: “Le scale sono di Dio e Dio prima ha creato tutti uguali e poi ha fatto le scale. E poi, alla fine, quando le scale erano troppe e lui non poteva controllarle, le ha messe nelle case delle persone e le ha fatte controllare a loro.”
Bolliva il latte senza emettere nemmeno un piccolo alito di pensiero e risaliva. “Lo amavo sotto le scale e gli ho regalato i miei racconti e la mia verginità, che poi, forse, erano la stessa cosa.”
Dava il latte al bambino e poi scendeva ancora per posare tutto e prendere il libro delle favole in biblioteca: “Lui diceva di amarmi, sotto le scale, ma sopra le scale ha sposato quell’altra ed io sono stata derisa da tutti e sono rimasta chiusa qui e la mia testa, con tutta quella filosofia che non era stata fatta per me, è scoppiata come un palloncino e tutti ridevano di me.”
Saliva di nuovo sopra e si lamentava: “La vita è solo una questione di piani: io sono nata al piano inferiore, dalla serva di casa e mi hanno fatto studiare per tenere compagnia al figlioletto adorato e poi usarmi per svezzarlo e mollarmi nuda e sola sotto le scale. A questo serviva la filosofia!”

Stranamente continuò a parlare, quel giorno, anche sul pianerottolo e poi mentre scendeva con un piccolo fagotto fatto con le coperte e dentro un bambino che la guardava con occhi pieni d’amore per la sua tata. Continuava a parlare declamando ad alta voce anche lungo il viottolo di due chilometri circondato da alberi che avevano almeno duecento anni e che fischiavano severamente una litania di disapprovazione. Continuava a declamare:
“Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”

come una ninna nanna per il bimbo e per se stessa, come una nenia per zittire il grave canto degli alberi.
Fu solo quando uscì dal cancello e salì sull’autobus che la portava in città, neanche lei sapeva dove, che smise di ripetere e sorridendo disse: “La vita è solo una questione di piani e adesso io e il tuo bambino andremo lontano e abiteremo al sesto piano ed io sarò molto più forte e potente di te e tu, per cercarmi invano, finalmente saprai come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”
(05/04/2006)

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-L’Inferno

Al mio paese si dice “havi cchiù vizi dâ mula”*. Ecco, sì, questo può essere un modo per iniziare a parlarvi di me e della mia breve e complicata vita prima di finire qui, dove sto scrivendo.
Probabilmente la mia storia è di poco conto, forse non desterà nessun interesse in voi, almeno nelle prime battute, ma se avrete pazienza vi accorgerete che è meglio non staccarsi dal foglio, che è opportuno leggere e poi rileggere per vedere se avete saltato qualcosa. Ne va della vostra vita, forse.

Scusatemi se dico le cose a modo mio, ma la mia storia la so raccontare solo a modo mio e se non vi piace raccontatela voi con le vostre parole.

Dicevo del mio paese, ecco, sì, iniziamo da qui. Quattro case arrampicate su un monte come le capre che io portavo in giro dalla mattina alla sera a trovare l’erba buona che fa latte buono e formaggio come Dio comanda. Quattro case di pietra e sabbia con le porte sugli scalini scavati nella montagna e con le finestre su un blu di mare infinito. E chi l’aveva mai visto il mare da vicino?
Si raccontavano favole alla “putia”*, fra un bicchiere di rosso “dô zû Tanu” e due salsicce come le preparava sua figlia Rosaria (che ancora quando ci penso mi sento rimescolare il sangue, ancora, sì). Ma non divaghiamo che la storia è lunga. Si raccontavano storie di qualcuno che era andato per mare, che era sceso dal paese e aveva toccato questo cielo rovesciato e pure – e noi tutti a bocca aperta “ca ci trasevanu i lapuni”* – era andato sotto l’acqua, dove non si vede e aveva visto la terra, “i scogghi”* e, ancora, pesci, tanti pesci e anche uomini e donne con le pinne e le squame al posto delle gambe e tutti nudi, donne e uomini; le donne con due “minnazzi”* enormi, più belle di quelle di Rosaria quando gliele toccavo in mezzo alle capre. Ma non mi ci fate pensare che sono qui magari per questo, sì.

Allora, come avrete capito, uno dei vizi che avevo era proprio Rosaria, che non so se è messa fra i peccati, ma pare che il prete del mio paese pensasse che era un peccato di tutti, perché appena gliela nominavo in confessione, iniziava a “santiari”, a chiamare tutti i santi del paradiso, quelli già fatti e magari quelli ancora da fare, quelli che il Papa ancora sta vedendo se hanno fatto miracoli oppure no. Quello che è certo è che Rosaria i miracoli li sapeva proprio fare e forse per questo andavamo tutti da lei, ché con tutti i nostri peccati solo un miracolo ci poteva salvare!

Ma la storia continua e, a forza di salsicce e vino e di storie di uomini-pesci, incominciai a diventare grasso quanto un porco e così porco lo ero per due cose e in paese tutti mi chiamavano “Turi ‘u poccu” e io mi incominciai ad arrabbiare perché preferivo quando mi chiamavano “Turi ‘u babbu”, che almeno così mi chiamavano anche mia mamma e mio papà e non mi confondevo. Poi la rabbia diventò tanta, ma tanta che decisi di fargliela pagare e incominciai a leggere e a studiare.
No, non ridete, per favore: ridevo abbastanza io con tutti i libri in mezzo alle capre, al posto di Rosaria e delle sue tette. Già, perché mi sono dimenticato di dirvi che Rosaria mi aveva lasciato e ogni volta che mi incontrava, mi diceva che sarebbe tornata quando le regalavo un paranco per spostare tutta la trippa che mi cadeva sul mio “coso”.
Immaginatevi quanto ero arrabbiato, soprattutto perché, per calmare i miei istinti me ne dovevo andare da Aitina, la figlia segreta – insomma, mica tanto segreta – del prete, che pesava almeno cento chili e che aveva più pancia di me. La cosa buona è che il prete era contento e non “santiava” più quando mi confessavo.
Nel frattempo, io, “Turi ‘u babbu”, adesso “Turi ‘u poccu”, mettevo tutti i soldi da parte ed i formaggi non li regalavo più come facevo prima e ad Aitina non compravo regali, ché già mi era bastata Rosaria per dissanguarmi.
Per farla breve – dico per voi, perché io tempo ne ho da vendere adesso – incominciai ad andare in giro tutto vestito come un signore con i vestiti che mi faceva Aitina che le tette, al contrario di Rosaria che le andava a mostrare a tutti, le usava per tenere le stoffe dei vestiti che mi cuciva. E smisi anche di andare alla "putia" perché con quella gente non mi ci volevo mischiare più.
Ma non dimagrivo lo stesso perché Aitina mi preparava ogni giorno tutte le cose più buone del mondo e una volta fece pure venire il pesce dalla città e, lo confesso solo a voi, a me pareva di mangiarmi gli uomini-pesce e le dissi di non sprecare i miei soldi a comprarne ancora.

Direte voi: “Ma dove vuole arrivare questo qui?”. Pazienza, ve l’avevo detto, pazienza!

Un giorno viene da me il prete, don Fortunato, e mi dice che adesso io mi devo sposare Aitina perché l’ho disonorata, ma che lui è uomo di mondo e capisce e, visto che ho studiato, mi presenterà qualcuno in città e mi farà fare la Politica.
E che ne sapevo io di che era la Politica nel mio paese di quattro case, "Turi ‘u babbu" con le sue capre e i suoi passatempi da far "santiare" i preti?
Così il mio futuro suocero mi insegna quattro frasi giuste in latino: Riso abundat in ore stultorum, Homo homini lupus, Melius abundare quam deficere, Cicero pro domo sua, Tu quoque, Brute, ecc. e mi spiega quando le devo usare e poi mi dice che sono pronto per andare in città a fare la Politica e che c’è un partito bellissimo che ama Dio e che è quello giusto.

Ragazzi miei, figuratevi che mi interessava a me della politica che manco la conoscevo, ma pensai subito alle-donne pesce e, lo sapete adesso, mi bastava solo il pensiero per farmi impazzire e il mio "coso", ve lo giuro, si vedeva subito anche sotto tutta la trippa!
Così dissi sì e sposai Aitina e insieme ci mettemmo in viaggio per la città.

Ed eccoci arrivati alla fine della storia, state bene attenti!

Le donne-pesce non c’erano, il mare era salato e anche pericoloso e freddo, la Politica era una cosa terribile e presto io diventai ancora più superbo e invidioso e volevo sempre più soldi, sempre di più. Poi non facevo niente dalla mattina alla sera e così raggiunsi in fretta la vetta di tutti e sette i peccati capitali. Firmavo, firmavo carte di quegli uomini del partito ed io e Aitina andavamo alle feste più importanti della città e mangiavamo il pesce, ché tanto ormai lo sapevo che gli uomini-pesce non esistevano.

Fino a quando, un giorno, vennero dei signori con la divisa a prendermi. "E’ scoppiata Tangentopoli" – mi dissero. ""Dove?" – chiesi – "Si è fatto male qualcuno?". Ridevano, come quelli del paese quando mi chiamavano "Turi ‘u babbu" e non la smisero di ridere nemmeno quando mi gettarono in questo inferno di carcere, in questa gabbia quadrata con le sbarre contro il cielo, da dove non vedo nemmeno il mare e dove sono diventato la femmina di quelli "vecchi" che c’erano prima di me.
E adesso, mentre i giornali parlano di "Turi ‘u latru", io vi scrivo di stare attenti che il peccato porta all’inferno e l’inferno ce l’abbiamo qua, sulla terra. E ora prendo la mia cintura, che tanto è lunga quanto un lenzuolo, e mi ci impicco.

Che forse, se non esitevano le donne-pesce, con le tette belle come quelle di Rosaria, allora non esiste neanche Dio e finalmente sto in pace!

*ha più vizi di una mula
*osteria
*che ci entravano le api
*gli scogli
*seni
*Salvatore lo scemo
*Salvatore il porco
(24/03/2006)

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-La "fiera dei morti"

Non c’era una ragione precisa per essere lì, non c’era mai stata.
Potevano andare in tanti posti, uno era uguale all’altro, però la attirava la confusione di bambini o, forse, era lo zucchero filato che girava e girava sull’asta di metallo.
Aveva il sapore della plastica lo zucchero, come la sua vita: un bel dadino liscio con un lato bruciacchiato, con l’odore della gomma fusa dal fuoco. Quell’odore che non passa mai.

Non c’era mai stata una ragione precisa per essere lì e non c’era oggi. Era la “fiera dei morti”, come se i morti stessero in fiera a comprare e vendere palloncini e vestiti e scarpe di cuoio duro che fanno le piaghe ai piedi!
I “morti”. Chissà perché al sud i morti lasciano regalini perché ci si ricordi di loro per sempre?
Il nonno e la nonna, lo zio e la zia, erano i morti di casa. Piuttosto tirchi nei regali da morti – ché quei dolcini con la gelatina dentro, trovati la mattina del due novembre, proprio non le erano mai piaciuti – tanto quanto erano stati prodighi di eccessive attenzioni da vivi.
Ma si sa, la morte è una livella e Giulia ormai era grande con i suoi tredici anni e di zucchero che filava ne aveva visto girare tanto…

Non c’era una ragione precisa per essere lì e forse le ragioni erano tante ma lei non se le era mai chieste quando, ogni anno, la mattina alle nove la mamma la vestiva con il vestitino della festa e la pettinava “come quelli grandi”.
E adesso era grande davvero Giulia, con il passo felpato e con lo sguardo attento della madre che la seguiva un paio di metri più indietro, a darle l’illusione della libertà. Era grande mentre passava fra i bambini e l’odore bruciato dello zucchero e tutti la guardavano. Era grande mentre si fermava davanti ad una bancarella dove erano appesi i vestiti belli, quelli per le prossime feste dei prossimi e squallidi giorni, mesi, anni della sua vita.
Era grande, con un papà che era sparito anni prima e che non era fra i morti a portarle i dolcini. “Perché i morti sono come lo stato” – come le diceva sempre suo fratello – “che i lavori li dà ai figli delle vedove e dimentica i figli degli stronzi.”
Mica lo sapeva bene Giulia che cosa voleva dire, ma questa frase le piaceva così com’era, detta da quel suo fratello forte e libero, sempre fuori con gli amici e con le ragazze e le macchine nuove.

Ed era grande adesso, quando si avvicinava ai vestitini e lo sguardo del venditore si incrociava con quello della madre che abbassava la testa impercettibilmente, e quando lui la portava nel finto camerino con quella tenda di tela di sacco e l’odore dello zucchero filato nelle narici.

Era grande Giulia e di zucchero che filava ne aveva visto girare tanto…

(31/10/2005)

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-Il piano

Lei si accosta alla finestra e scosta pesanti tende damascate. La villetta è priva di luce, forse per colpa degli alberi che circondano il piccolo giardino, e lei sembra soffocare: il respiro le si spezza in una crisi d’asma. “È il panico.” – dice a voce alta – “Lo so che è il panico, devo respirare, devo pensare più veloce di lui.”
Apre la finestra e respira profondamente. Lui entra dalla porta del salotto, in silenzio. Ha l’espressione di un ladro.
“Dove sei stato?”
“Quando?”
“Adesso.”
“Nell’ingresso.” – lui ha un’espressione di sfida, adesso.
“Mi prendi in giro?” – lei si allontana dalla finestra e ricomincia a respirare con difficoltà.
“Dove?”
“Dove cosa?”
“Dove ti prendo in giro?”
“Che significa?”
“Niente. Ma tu dov’eri?”
“Quando?”
“Mentre io non c’ero.”
“Tu dov’eri? Io ero qua.”
“Come faccio ad esserne sicuro? Io almeno ero nell’ingresso e questo è certo, altrimenti non sarei potuto entrare qui.”
“Tu vuoi farmi impazzire!” – lei respira affannosamente – “Io ero qua, l’hai visto quando sei entrato.”
“Perché sei entrata dalla finestra appena mi hai visto arrivare. Con chi eri in giardino?”
“Io ero sola!”
“Hai visto che eri in giardino! Hai mentito e, come hai mentito su questo, ora menti dicendo che eri sola. Stai solo cercando di sviare la conversazione per non dover ammettere la verità.”
“Sono stata a casa tutto il pomeriggio, davvero.” – stavolta il volto è paonazzo per la mancanza d’ossigeno.
“Va bene, voglio fidarmi, il matrimonio è anche questo, fiducia. Hai preparato la cena?” – lui la guarda con dolcezza.
“No, non ancora.” – il respiro di lei sembra regolare, sembra sollevata dal ritorno alla normalità.
“Ecco, con tutta la mia buona volontà, come posso fidarmi? Tutto il pomeriggio a casa e non hai preparato la cena? Con chi eri in giardino? Con quello alto, vero?” – lui sembra di nuovo adirato.
“No, te lo giuro.” – lei riprende a respirare male.
“Allora è vero che eri con qualcuno! L’hai ammesso, finalmente. Non era quello alto e allora chi era? Parla, chi era? Era il vicino?”
“No. Perché lo pensi? Perché mi fai questo? Perché ieri parlavo con lui delle rose?” – lei non riesce più a stare in piedi e si accascia su una sedia del salotto.
“Ecco, ieri il vicino, oggi un altro. Ed hai il coraggio di chiedermi dove sono stato. Chi era, voglio sapere chi era! Voglio sapere perché mi tradisci con tutti ed hai anche il coraggio di dirmelo così.”
“Io non ti sto dicendo niente… perché… perché…” – il viso di lei diventa bianco, tende debolmente la mano verso di lui, ma il braccio ricade sulle gambe.
“Perché non hai nemmeno il coraggio di dirmelo, ecco perché. Perché ogni volta ti nascondi dietro i tuoi finti malesseri per farmi impietosire, ma adesso basta! Adesso non riesco più a sopportare. Vado fuori a prendere aria. Mi hai tradito e l’hai confessato. Cosa pensavi che restassi qui senza reagire?” – Lei cade dalla sedia ed emette ancora pochi e sommessi respiri. Lui grida – “E non pensare di impietosirmi ancora con le tue sceneggiate!” – ed esce.
Percorre il breve viottolo che attraversa il giardino e si avvicina alla macchina.
Una donna è seduta dentro e sta fumando una sigaretta con aria annoiata. Appena lo vede abbassa il finestrino.
“Com’è andata stavolta? Mi incomincio ad annoiare di questa storia.”
“Perfettamente. Ha resistito bene per una che soffre di asma e crisi di panico. Non è arrivata neanche a prendere le sue pillole, è stata una fatica inutile sostituirle. Domani mattina la troverà la cameriera. Io sarò fuori città per lavoro.”
Lei getta la sigaretta sul vialetto della casa, con aria di disprezzo. Lui entra in macchina e mette in moto. Mentre percorrono il viale alberato le mette una mano fra le cosce – “La scena di stasera mi ha eccitato…” – lei lo bacia e sussurra: “Non c’è nulla come la morte per farmi sentire viva…”
All’incrocio arriva un TIR. Il camionista ha appena avuto un attacco d’asma e si china a cercare le pillole…

(19/10/2005)

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-Mi trovi impreparata

“Mi trovi impreparata” – risponde Anna con apparente noncuranza. La voce risuona secca nella camera da letto bianca e lineare, disperdendosi fra geometrie studiate ad arte. Gli specchi riflettono i loro corpi tesi, uno di fronte all’altro.
“Avresti dovuto esserlo, sono mesi che tento di parlarti, ma non hai mai tempo per ascoltarmi. Sei sempre divisa fra il tuo lavoro, la piscina, il teatro e le amiche del bridge.” – ribatte Carlo sorpreso dalla risposta asettica, avvicinandosi con il viso, la parte superiore del corpo flessa in un minaccioso angolo di venti gradi.
“Non cercare di farmi arrabbiare riprendendo i soliti discorsi senza senso.”- taglia di netto Anna, allontanandosi per spogliarsi e scegliere i vestiti adatti al suo solito appuntamento pomeridiano.
“Perché ti meravigli delle mie intenzioni se anche adesso non sei disposta a rinunciare ad un solo istante della tua preziosa vita, del tuo intoccabile spazio, anche di fronte ad un problema come questo?” – Carlo si sposta verso la porta, come respinto da un vento gelido.
“Perché dovrebbe essere un problema? Prendo atto delle tue intenzioni e del fatto che sono impreparata ad accettare una cosa simile, ma non mi servirebbe a molto rimandare l’appuntamento di oggi solo perché tu hai deciso che hai sbagliato sposando me e non mia sorella”. Adesso Anna ha un sorriso malvagio mentre si mette il profumo dietro le orecchie con un gesto di disprezzo sensuale.
“Sei malvagia come il tuo profumo!” – la aggredisce Carlo, violento come l’ondata di desiderio che quel gesto gli provoca.
“Solamente perché non piango se ti sei innamorato di quella sgualdrina di mia sorella? Ti sta dietro da anni reggendoti la testa mentre le vomiti addosso tutte le tue insoddisfazioni di medico fallito. Cardiologo e infermierina del cuore. Che ridere! Dovrei forse disperarmi perché mio marito, quel fallito di mio marito, mi lascia e si porta via anche mia sorella? La vita continua mio caro. Sono impreparata, ma saprò cavarmela: tutti sono utili e nessuno è indispensabile.”
“Giulia non è una sgualdrina. Io non l’ho mai toccata con un dito e lei non sa nulla dei miei progetti. Io avevo bisogno di te e tu non c’eri. Lei c’è sempre. Non sarebbe mai successo se tu mi avessi degnato di uno sguardo, almeno ogni tanto. Io ti amavo e credo di amarti ancora.” – la voce di Carlo adesso è quasi un singhiozzo.
“Adesso mi ami, vero? Adesso pensi che io dovrei gettarti le braccia al collo, svestirmi e fare l’amore con te, così ricominceresti domani con le tue solite pretese, con i tuoi tradimenti poi negati. Ed io dovrei crederti? Ma ti sembro stupida? Non l’hai mai toccata con un dito? Tu mi tradisci da sempre ed io sono stata costretta a farmi una mia vita. Ma non come te. Io vado in piscina, gioco a bridge, lavoro, io non scopo con tuo fratello! Io non distruggo un matrimonio felice con le mie insoddisfazioni personali! E mi parli di amore? Esci da questa casa! Forse è meglio. Vattene e non tornare mai più. Esci!”
“Io ti amo, perdonami, ti prego.”
“Vattene, non puoi sempre approfittare del mio amore, vattene adesso!”
“Ti amo, perdonami, vado via, come vuoi, ma torno stasera. Mi credi, vero? Mi perdonerai, vero?”
“Non lo so, vattene, non lo so.”
“Vado, ma tornerò” – sussurra Carlo mentre esce lentamente, le spalle curve sotto i sensi di colpa e il desiderio improvviso per il corpo di Anna.

Anna sente il rumore della porta che si chiude e si affloscia sul letto, seduta accanto al comodino. Solleva la cornetta del telefono e compone un numero.
“Pronto”
“Hai la voce stanca, che succede?”
“Niente Mauro, ho perso un po’ di tempo, arriverò con un quarto d’ora di ritardo. Scusami, un bacio, a fra poco.”
Riaggancia e compone un altro numero.
“Giulia?”
“Sì?”
“Tutto come previsto. Grazie. Ogni ottobre è la stessa cosa: mettiamo in scena il giorno degli addii. Deve essere il Natale che si avvicina. Ormai lo sappiamo. Carlo non sa vivere. È un debole, un infantile. Non ha mai saputo far stare le cose al loro posto. Meno male che ci sei tu, pronta a dargli l’illusione adolescenziale che desidera e a scomparire quando è il momento. Cosa non si deve fare per riportare alla ragione questi uomini bambini!”
“Non ti preoccupare Anna, lo faccio con piacere: quell’idiota manderebbe a monte tutto quello che avete costruito e, soprattutto, sarebbe una pessima figura per la nostra famiglia. Sta’ tranquilla. Piuttosto, non dovresti essere da Mauro adesso?”
“Sì, vado, scusami, lo sai che odio non essere puntuale. È una questione di etica!”

(18/10/2005)

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-Il vero amore

Claudia aveva le tette piccole.
Era per questo che Walter, suo amore delle scuole medie, non l’aveva mai guardata. Lei non aveva smesso di pensarci, ossessivamente, come per qualsiasi grande passione.
Quando aveva comprato il primo Wonderbra aveva capito quella era la sua salvezza. Da lì tutti gli altri. Di tutti i colori. A riempire tutti i cassetti e gli spazi vuoti dell’anima.
E gli uomini avevano incominciato a guardarla, lei lo sapeva, con quelle tette alte, belle come quelle siliconate, con le spalle dritte e lo sguardo a sfidare il mondo. Che la venerassero! Lei non si concedeva a nessuno, aveva paura di mostrarsi nuda, ma un giorno avrebbe incontrato Walter e lui finalmente l’avrebbe amata.
E un giorno lo vide veramente, Walter, seduto al tavolino di un caffè del centro. Solo. Gli si avvicinò con la sfacciataggine che il suo Wonderbra rosa le dava sempre. Si sedette al tavolino ed osservò i suoi occhi fissi proprio lì, sul punto in cui il seno sembrava voler uscire dalla stoffa per saltargli addosso.
Si diedero appuntamento alle 9,00 di quella stessa sera a casa di lei. Claudia indossò il suo Wonderbra preferito, quello rosso, scegliendolo con cura fra i quarantasette modelli che custodiva gelosamente. Sopra adagiò una camicia di seta sbottonata a mostrare la congiunzione delle due sfere strozzate dal basso.
Walter bussò alle 9,00 in punto. Lei non fece nemmeno in tempo a chiudere la porta prima che lui le strappasse eccitato camicia e reggiseno.
Lei reagì in modo inconsulto sbattendolo fuori.
Come si permetteva quel villano e maleducato di rovinarle uno dei suoi Wonderbra? Erano loro la sua vita, la sua unica vera passione, la sua unica salvezza! Quell’uomo era solo un essere stupido che le aveva fatto perdere anni di vita e che non sapeva cosa fosse il rispetto!
Pianse a lungo quella notte per aver perduto qualcosa di irrecuperabile: il Wonderbra rosso era fuori produzione e nulla sarebbe più stato lo stesso.

(14/10/2005)

Immagine
Colori da seno – gentilmente donato per questo racconto da Roberto Matarazzo

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-Confini

Giorgia stava accovacciata ad osservare i suoi movimenti.
Così, mantenendo una distanza che non lo facesse spaventare, lui si sentiva libero e lei poteva cercare di comprendere cosa stesse provando.
Lo vedeva girare in tondo, chiuso in un circolo senza uscita, così come spesso si sentiva lei: una trottola che girava senza trovare braccia fra cui rifugiarsi. Era bello quando, improvvisamente, lui si fermava di botto e correva nella “sua” stanza come inseguito da un pensiero. Avrebbe voluto conoscere quei pensieri, si sarebbe sentita meno sola in quella casa piena di corridoi e di porte che non si aprivano mai.
Poi lui si affacciava sulla soglia della stanza, masticando qualcosa, forse le sue stesse idee e lei avrebbe voluto entrare nel suo mondo, non restare lì, in disparte, chiusa fuori dalla sua gabbia.
Avrebbe voluto farsi piccola, ancora più piccola di come si sentiva. Avrebbe voluto poter condividere con lui il suo spazio, la sua inesorabile volontà di continuare a vivere esplorando continuamente gli stessi confini. Avrebbe voluto comunicare in un linguaggio che andasse bene per entrambi. Ma poteva solo esserci. Poteva solo aspettare che, per un attimo, lui alzasse gli occhi e li fissasse su di lei. Così da poter immaginare che lui la includesse nella sua vita, che lui la amasse. Era già molto di più di quanto aveva mai potuto fare con qualsiasi essere umano.
Fra poco sarebbe sceso il buio, Giorgia lo sapeva, e tutto avrebbe ripreso i soliti colori spenti di ogni sera, con la solita cena senza parole ed il cibo consumato in fretta prima di andare a letto “perché se no domani fai storie per alzarti!”.
Ancora aveva qualche minuto per godersi l’unico momento che le rendeva possibile continuare a credere di non essere sola: lì raccolta in un silenzio denso ad attendere risposte da uno sguardo, da un movimento.
Giorgia aveva nove anni ed aveva solo Willy, il suo criceto.

(12/10/2005)

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-Autobus settecentotrentaquattro (esercitazioni di stile)

Autobus settecentotrentaquattro. Ore 11,00. Sulle teste di pensionati e casalinghe che tornano dal mercato, spicca, spinta da un collo abnorme, quella di un quarantacinquenne dal volto grigio. Sulla testa ha un cappello ammaccato con una lenta trecciolina di corda intorno.
L’autobus frena di botto davanti alla fermata. Il mare di teste oscilla paurosamente verso l’autista e, come nella risacca, ritorna indietro. Il volto grigio sopraelevato spalanca la bocca in un urlo disumano ed alza un braccio tenendo in mano un grande bottone nero. Accusa un anziano signore, appiccicato a lui come un rampicante, di averglielo strappato attaccandosi alla sciancratura. Il vecchio, alla parola sciancratura, prende la cosa come un’offesa ed esplode rabbiosamente, negando di essere un pervertito e, mentre l’autobus riparte, invita l’uomo con tono arrogante, guardandolo dal basso verso l’alto, a farsi ricucire il bottone dalla moglie e a non fare tante storie.
A queste parole il volto grigio del gigante si fa paonazzo e tutti girano le teste verso di lui. L’uomo inizia a piangere dondolando il lungo collo ritmicamente a destra e sinistra. Il cappello oscilla. Dal tappeto umano si levano domande e tentativi di consolazione. L’uomo fra i singhiozzi ammette di essere stato lasciato dalla moglie e che è appena uscito dal tribunale per la sentenza di divorzio.
La marea si trasforma in un covo di vipere che, scivolando, si organizzano in gruppetti sibilanti. Dal gruppo degli anziani si levano invocazioni contro la società moderna, Zapatero, i froci, il divorzio, le donne che lavorano, il governo. Il loro coro conclude con un acuto: “una volta si potevano lasciare le porte aperte” che, a quanto pare, è meglio del prezzemolo in qualsiasi conversazione. Le donne anziane tirano fuori piccole trousse da cucito con il filo arrotolato attorno ad un cartoncino e le sventolano come bandiere, offrendosi di riattaccare il bottone. Una decina di donne, dai trentacinque ai cinquant’anni, si avvicinano, strisciando velocemente fra pance prominenti, e fanno cadere nelle tasche dell’uomo bigliettini con il loro nome e numero di telefono.
Il gigante paonazzo grida all’autista di fermare l’autobus. Ha una crisi isterica e vuole scendere. L’autista invoca misteriose assicurazioni che gli impediscono di farlo. L’uomo sbatte la testa sulla porta a vetri. La cordicella cade dal cappello. Le teste si girano sbraitando contro l’autista senza cuore e contro i servizi pubblici che non sono a servizio del cittadino. Il viso sotto il cappello adesso è viola.

Io mi lancio verso il braccio ancora levato sopra la folla e afferro il bottone. Urlo: “Ma è solo un bottone! Basta!”. Tutti i visi sono rivolti verso di me ora. Leggo la parola “pazzo” sulle loro labbra prima ancora di sentirla. L’autista spalanca le porte, incurante dell’assicurazione e solidale contro il diverso. Io mi trovo a terra, l’autobus mi sfiora allontanandosi.
Mi rendo conto che stringo ancora il bottone.

Mi allontano sorridendo, immaginando come sarebbero stati gli esercizi di stile di Queneau se avesse preso l’autobus alle 11,00 in una affollata città del Sud Italia.
(5/10/2005)

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-Venerdì

Paolo era un uomo qualunque. Aveva un lavoro alienante e sufficientemente remunerativo, una moglie utile, tre figli a cui dare la buonanotte, una bella casa in cui ricevere pochi e mal selezionati amici.
E Rosa.
Sarebbe stato improprio definirla amante: Rosa era un’isola su cui rifugiarsi una volta alla settimana con una passione calcolata al millesimo per garantirgli la sopravvivenza del suo essere “uomo qualunque”. Il venerdì si metteva al volante alle 18,30 in punto, comprava un vino buono, parcheggiava al solito posto, saliva per le scale e salutava la vicina del secondo piano – anche lei lo aspettava – scambiando due parole sul tempo, entrava nell’appartamento di Rosa e faceva l’amore con rabbia e disperazione, fino a quando la settimana appena trascorsa non si fosse cancellata dalla sua mente. Poi si rivestiva in silenzio, promettendo con gli occhi un futuro diverso e tornava a casa appena in tempo per dare la buonanotte ai bambini.
L’isola era per lui come la dialisi per un malato di reni: gli depurava il sangue da una vita che non riusciva a smaltire, ma a prezzo di sofferenze indicibili nel momento del distacco. A suo modo amava Rosa, ma non era mai stato capace di traghettare definitivamente.

Rosa si sarebbe potuta definire una donna “in attesa”. Attendeva un lavoro, una parola nuova, una carezza sulla guancia, una scelta del destino.
E attendeva Paolo.
Ogni venerdì alle 8,30 apriva gli occhi, senza nemmeno puntare la sveglia, perché quattro anni di abitudine sono già un orologio interiore. Metteva le lenzuola in lavatrice, puliva la casa, sistemava la poltrona del salotto nella posizione che piaceva a Paolo, stendeva la biancheria, andava al supermercato a comprare i frollini da accompagnare al vino che lui avrebbe portato, tornava a casa, stirava con cura le lenzuola e rifaceva il letto con cura, senza la minima piega. Poi si immergeva nella vasca da bagno e ne usciva alle 18,00 in punto, appena in tempo per indossare una lenta tuta che piaceva tanto a Paolo perché gli dava l’impressione di essere a casa.
Sapeva di essere poco più di un macchinario per Paolo e in quattro anni era arrivata ad usurarsi tanto da comprendere che non sarebbe più stata in grado di attendere.

Agnese era una moglie. Una delle tante donne che decidono di perdere l’identità per diventare il loro ruolo. Aveva cresciuto i figli ed era il vero pilastro della famiglia. Il suo mondo era lì, nelle mura silenziosamente ipocrite e nella “roba” da gestire per avere un utile tale da giustificare il sacrificio. Ogni venerdì sera metteva nella cesta della biancheria i vestiti di Paolo, annusando il profumo di Rosa e apparecchiava la tavola per lui, sopportando i suoi rimproveri perché non aveva comprato l’uva che a lui piaceva tanto.
Aveva la concretezza e la pazienza di generazioni di contadine e aspettava il momento in cui Rosa sarebbe scomparsa dalla scena, usata e rottamata come tutte le altre in quei venticinque anni di inferno.

Sergio era uno sconosciuto, il viandante, il personaggio che nei racconti scompiglia tutte le carte e aggroviglia i fili del destino. Aveva incontrato Rosa pochi mesi prima e l’aveva tenuta per mano sei giorni su sette, escluso il venerdì, naturalmente.
Era lì quel sabato di agosto, prima del mese di buio che ogni anno cancellava i venerdì dal calendario perché Paolo partiva con Agnese ed i bambini andavano al campo scout. Era lì con due biglietti per New York e Rosa aveva detto sì. Sì, prima di rompersi in mille pezzi, sì a quell’uomo che sembrava inviato dal destino per stravolgere la sua vita.

Erano arrivati in ritardo all’aeroporto, Rosa non era abituata a viaggiare, solo ad attendere gli arrivi e le partenze. Avevano fatto appena in tempo a salire sull’aereo per sedersi nella fila 19, separati solo da un minuscolo corridoio da Paolo ed Agnese, anche loro su quel volo, proprio su quello.
Rosa e Paolo avevano avuto mezz’ora per odiarsi con più forza di quanto si fossero mai amati, mezz’ora buona, prima che un odio molto più grande del loro facesse esplodere l’aereo.

Stavolta era domenica.

(02/10/2005)

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-Il crescente

Impasto la farina con acqua e sale e con il “crescente” – così la nonna chiamava quel pezzo di pane in pasta da conservare religiosamente per il pane del giorno dopo.
Le mani lavorano la materia prima e si forma un impasto sempre più elastico. Ma non ci si può fermare lì. Lo devi sbattere sul marmo freddo, devi rompere ogni resistenza della materia, devi fondere il vecchio con il nuovo, devi sudare fino a quando senti che è lei, che è al punto giusto.
Poi devi lasciarla riposare. Perché il crescente faccia effetto. Perché la pasta diventi leggera e soffice come quella della nonna.

Come quella di quando eravamo bambini e ci spruzzavamo di farina correndo intorno al tavolo. Come quando non c’era la TV ed al posto del mouse usavamo i mestoli per giocare alla guerra. Come quando nessuno pensava che una nonna fosse una donna vecchia e come quando le rughe erano pelle da giocarci con le dita e da baciare.
Come quando ancora ci si ascoltava e per impastare un nuovo essere umano si usava il “crescente” dell’esperienza di chi ti amava.
Come quando l’amore era fatto di cose e di gesti.

Come quando lei mi ha insegnato ad amare così come si fa il pane.

(29/09/2005)

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-Possesso

Seduta al tuo fianco guardo i nostri corpi, come faccio da mesi, dall’esterno di me, accovacciata in un angolo.
Per amarti, per crederti, ho dovuto farlo: scindermi, lasciare al di fuori me stessa, quella me stessa intuitivamente critica che non avrebbe creduto alle tue parole, che non ti avrebbe mai porto il fianco per essere ferita, anche se così dolcemente ferita.
Ti ho visto possedere ogni angolo che il mio corpo piegava nel totale abbandono al tuo, ti ho visto rabbiosamente prendere ciò che credevi impossibile avere, ti ho visto realizzare i tuoi sogni di potere fra le mie gambe, dentro il mio ventre, fra i mie seni e le braccia e, poi, accanto al mio corpo, riposare seguendo il percorso del mio collo, della mia schiena, glutei, gambe, cavo popliteo, polpacci, caviglie.
Ci guardavo, come un impotente – la mia ragione tale mi rendeva – godevo di noi e ti disprezzavo per la tua arroganza nel credere di avermi vinto, per la tua pochezza nell’essere soddisfatto della tua ferocia nell’accaparrarsi un corpo vuoto, se pur così morbido e arrendevole, per tutto ciò che ci stavi negando mentre negavi me e godevi della mia resa incondizionata, del mio apparente credere alle tue bugie.
Ho dovuto farlo: lei, il mio corpo, ora così rigidamente dolente, ti amava ed io ero un ostacolo. Io, così pronta a vedere oltre l’attimo, così incapace di non giudicare, così poco incline ad abbandonarsi; io non avrei mai permesso a me stessa di nutrirmi di te, avrei riso di fronte al tuo sguardo pieno di tracotante superbia, avrei riso della tua illusione di possedere la mia mente, avrei irrigidito i miei muscoli fino a respingerti.
Da qui, da fuori, non so come, ti ho posseduto anche io. Forse perché ogni volta che appoggiavi le tue labbra sulle curve che ti accoglievano, io sapevo di possederti, di essere la droga della vittoria sull’impossibile. Forse perché lei, l’altra parte di me che si modellava su di te, era felice di trattenerti, di renderti schiavo della sua schiavitù.
Ti ho odiato per il tuo bisogno continuo di vittorie su di lei, me, così inerme e così ripiegata sul tuo respiro a respirare, ti ho odiato per i tuoi abbandoni e per i tuoi ritorni, ti ho odiato per ogni volta che il mio corpo ha provato il dolore del desiderio sotto la pelle, come aghi di solitudine ad iniettare acido sulle impronte delle tue mani.
Ed anche ora non so, mentre giaci senza vita per l’ultima volta col tuo rigido corpo a seguire le pieghe del mio, chi di noi ha conficcato nel tuo cuore arido il coltello macchiato di sangue che ora tengo fra le mani. Sangue contro sangue, lo stesso colore della verginità che hai voluto come inutile preda della tua narcisistica caccia.
Ed anche ora non so se sono stata io ad ucciderti per il disprezzo, o è stata lei, me, perché il prezzo della tua vittoria era la tua schiavitù e non poteva lasciarti andare via, o se è stata la tua incontentabile smania di sfidare il destino fino a diventare preda e vittima.

E, mentre giro e rigiro fra le mani il coltello e la lama ancora calda di te mi brucia la pelle, mi rendo conto, troppo tardi, che ti ho amato anche io.

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-Il tempo fermo delle voci

Quattro, sedici, duecentocinquantasei, sessantacinquemila cinquecentotrentasei, quattromiliardiduecentonovantaquattromilioni novecentosessantasettemila duecentonovantasei…

Claudia faceva rigirare nella testa il suo pensiero preferito, il viso le si distendeva in un sorriso che a chi le stava intorno sembrava una smorfia priva di significato. Come si poteva sorridere per dei numeri?
I numeri erano la vita intera per Claudia ormai da dieci anni. Ne aveva diciassette ora, proprio oggi era il suo compleanno. Seimiladuecentodieci giorni, centoquarantanovemilaquaranta ore. Sorrideva di nuovo, adesso, gli occhi fissi nel vuoto.
La realtà era per lei un numero che si moltiplicava, sottraeva, divideva, sommava. Lei la gestiva abilmente come un dio, la rivoltava, ne faceva quadrati, la scomponeva, la modellava. Dei nomi ricordava il numero di lettere, le parole che le venivano rivolte si traducevano in cifre prima di raggiungere la sua corteccia cerebrale, niente aveva voce, nemmeno i cani che abbaiavano al cancello della grande casa dove viveva insieme a tanti altri bambini.
Bambini: 2+1+11+2+9+12+9=46, quarantasei, duemilacentosedici…- Claudia continuava a pensare avvolta nel silenzio, circondata da una barriera di quantità che filtravano ogni emozione, che moltiplicavano esponenzialmente la solitudine e davano ad ogni vuoto una cifra comprensibile, gestibile, dominabile.

Ma non era stato sempre così.

C’era, nella mente di Claudia, qualcosa che ancora aveva rumore, qualcosa che lei chiamava il tempo fermo delle voci, qualcosa che risaliva a tanti, tanti anni prima e che lei non aveva mai tradotto nel suo nuovo linguaggio.
Ogni tanto, come ora, fra un pensiero numerico ed un altro, lei ripescava suoni, voci odori. Risuonavano nel suo orecchio, ormai mero canale di trasmissione dati, risate argentine, schiocchi di baci, la mamma che chiamava tutti a tavola, il miagolio del gattino pezzato, il fruscio del vestito di ballerina indossato un carnevale, i fuochi d’artificio, le ninne nanne cantate insieme al cigolio della vecchia sedia a dondolo.
Si perdeva, Claudia, in quelle voci, in quei rumori, così puri, così pieni di odori e una lacrima, a volte anche più d’una, scendeva da quegli occhi nerissimi, ormai da tempo asciutti.
Fino a quando arrivava quel suono: il pianto di sua madre, gettata a terra sul pavimento della cucina, una delle sue torte a terra, la panna sporca di impronte, la voce del padre, il suo alito di alcol, le parole mai sentite, lui che la trascinava nell’altra stanza e la madre che urlava…
Quattro, sedici, duecentocinquantasei, sessantacinquemilacinquecentotrentasei, quattromiliardiduecentonovantaquattromilioninovecentosessantasettemiladuecentonovantasei…

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L’INFERNO DI FRANCESCA

Avevamo bevuto tutti quella notte. La musica era un tam-tam tribale che scuoteva i nostri corpi avvolti dalle luci psichedeliche e da un sottile fumo rossastro.
Lei danzava come portata da un vento leggero. Avevo notato subito il suo volto da madonna del Duecento in mezzo a visi contratti in smorfie di rabbia repressa.
Decisi di fumare una sigaretta e sedermi a piangere sul mio amore finito in compagnia di una birra.

Volò accanto a me (Quale colomba dal disio chiamata).
“Come ti chiami” – le chiesi.
“Francesca” – rispose.
Ero ubriaca e cattiva. “Come Paolo e Francesca?” – le dissi.

Impallidì, sembrò quasi sciogliersi nella nebbia di fumo che ci avvolgeva.

“Non dovrei farlo” – mi disse – “ma ti racconterò la mia storia”.
Mi chinai verso di lei ad ascoltarla, ero in una sorta di trance ipnotico.
“Vivevamo, io e Paolo, chiusi nell’inferno. Allora ci sembrava un tempo infelice, ma non era male.
Ogni tanto venivano poeti a trovarci e con l’ultimo, il nasone buffo che si chiamava Dante, io e Paolo eravamo diventati il simbolo dell’amore che dura in eterno, anche dopo la morte.
Poi le cose sono cambiate. Nei secoli l’inferno si è affollato: ogni giorno migliaia di anime nuove. Il paradiso era vuoto ed il purgatorio fu abolito con la controriforma… un problema tecnico di indulgenze, credo.
Un giorno Lucifero ha aperto le porte e ci ha detto che la terra era diventata una punizione più grande dell’inferno e che ci avrebbe trasferito lì per l’eternità. La sua espressione – perdonami la battuta – era satanica. Ci disse che avremmo scoperto che il supplizio a cui lui ci aveva sottoposto era niente in confronto.
Non compresi fino in fondo la sua cattiveria e fui contenta. Avrei potuto ancora abbracciare Paolo, sentire la sua carne nella mia carne.
Appena arrivati sulla terra Paolo si rivelò per quel che, probabilmente, era sempre stato: due giorni dopo il nostro arrivo scomparve con un’altra. Mi fu dolorosamente chiaro che mi aveva sedotto per il gusto di prendere ciò che non era suo e gettarlo.
Da allora lo cerco fra la folla e piango lacrime di sale rimpiangendo l’inferno. Satana aveva ragione: lì almeno potevo vederlo e, a volte, quasi sfiorargli le labbra con le labbra. Tornare nel mondo mi ha strappato anche l’illusione d’amore che la morte aveva salvato”.
Si alzò piangendo e sono sicura che la vidi andare via portata da un vento misterioso.

Svenni. (E caddi come corpo morto cade.)

Non ho mai saputo se quello che oggi vi racconto accadde realmente o fu l’effetto dell’alcol.
Quello che so è che smisi di cercare il mio Paolo e ricominciai a vivere. Avrei avuto tutta la morte per piangere la sua assenza.

IL TEMPO DEI LAMPIONI

L’orologio del bar segnava le 23,00.
Ma non si poteva essere sicuri – pensò il barista – la lancetta dei minuti a volte si incantava, come se il tempo volesse fermarsi. Tac-tac-tac-tac e poi, alla fine, nuovamente il tempo riprendeva a scorrere, tic-tac-tic-tac-tic-tac.
Aveva imparato a calcolare il tempo dei suoi lunghi turni di notte: osservava il vecchio lampione al centro della piazza. Alle 20,00 la luce era sfavillante, alle 20,30 incominciavano dei piccoli lampeggi intermittenti, alle 21,00 una sequenza ordinata – tre lampeggi, spazio, tre lampeggi, spazio -, poi ogni mezz’ora il numero dei lampeggi cresceva di uno, fino a quando, a mezzanotte il lampione si spegneva ed era ora di chiudere.
Il lampione sembrava in sciopero quella sera: il tempo si era fermato alla luce ferma delle 20,00.
Non gli restò che osservare annoiato gli avventori di quella notte. Alcuni li conosceva già: la vecchia nobile decaduta, coperta di rughe e di un vecchio boa di struzzo spelacchiato, l’impiegata di banca con lo sguardo triste, abbandonata a contare i soldi altrui da un principe azzurro scomparso il giorno delle nozze e il venditore ambulante extracomunitario che veniva a comprare il miraggio della terra promessa, dilapidando i lauti incassi della giornata.
Era divertente osservare come i posti fossero sempre gli stessi: la nobile decaduta e la bancaria sedevano ai due lati opposti del bar, accanto alle vetrate e si fissavano senza vedersi; il venditore ambulante sembrava chiedere scusa della sua presenza, rintanato nell’angolo più nascosto del locale.
Al banco c’era un nuovo cliente. Succedeva sempre così quando venivano per la prima volta: si vergognavano a sedersi al tavolo come ubriaconi e ordinavano con noncuranza un cocktail, un liquore leggero, con un sorriso tirato sulle labbra e azzardando ogni tanto un commento sul tempo.
Quello di stasera era diverso, sicuramente ancora minorenne, un’aria un po’ spaesata, lo sguardo fisso nel vuoto. Un adolescente in una delle solite crisi esistenziali, pensò.
Non avrebbe dovuto dargli da bere, lo sapeva, ma non se l’era sentita.
Aveva provato a farlo parlare, ma l’unica cosa che era riuscito a sapere era che il ragazzo era un poeta e vedeva cose che il mondo non riusciva nemmeno a comprendere quando le raccontava.
“E non sei contento?” – gli aveva risposto il barista, cercando di consolarlo – “Tu hai qualcosa in più degli altri.”
“Mi sento solo” – gli aveva sussurrato il ragazzo.
“Perché solo, forse scegli le persone sbagliate?” – aveva azzardato il barista.
“Noi poeti siamo strani” – le parole uscivano a stento – “Vediamo tutti cose diverse e siamo tutti soli”.
Gli aveva dato il secondo Margarita senza esitare. In fondo anche i baristi erano soli, anche i suoi clienti abituali, tutti chiusi nel loro dolore.
Anche il vecchio lampione era solo stasera, sembrava impazzito, non sapeva più seguire il tempo.

Fu allora che accadde. Dal vecchio lampione la luce iniziò a creare cerchi che facevano roteare gli occhi di tutti. Si girò anche l’adolescente che, come poeta, vedeva anche quello che era alle sue spalle.

Si alzarono tutti e si riunirono a cerchio sotto la luce che roteava e – ne aveva viste tante il povero lampione! – videro le immagini di tutti quelli come loro che erano passati da lì, soli, senza guardarsi in viso, con un bicchiere in mano.
E videro tutti la stessa cosa, ognuno a suo modo, è chiaro, ma si tenevano la mano in un tempo che era fermo e, contemporaneamente, correva avanti e indietro.
Mai più soli.

IL TEMPO IN CANTINA

Il barbone inglese e la puttana si incontravano ogni giorno lì, sotto uno dei ponti lungo la Senna.
Lui arrivava da destra, barcollando, con il vecchio cane che gli ansimava dietro, l’aria più stanca di quella del padrone. Lei proveniva da sinistra, ancheggiava maldestramente sui tacchi alti e sembrava avere molta fretta.
Lui le offriva vino buono e lei gli prestava brandelli di corpo consumato.

La vecchia alla finestra li vedeva arrivare ogni giorno e li seguiva con lo sguardo tremolante fino a quando scomparivano sotto il ponte.
Non sapeva da quanto tempo ciò accadesse. Il tempo era per lei misurato da oggetti, da persone che passavano davanti alla sua finestra tutti i giorni.

Si era trasferita in Francia molti anni prima, con il marito ed un figlio piccolo. Aveva ereditato molti ettari di vigneti da uno zio francese ed il marito aveva pensato che continuare la tradizione avrebbe dato un futuro migliore alla famiglia.
Erano stati anni bellissimi per loro. John, il marito, era diventato un amante della terra e aveva curato le vigne e accresciuto la cantina secolare con le nuove produzioni. Erano diventati ricchi.
Fino a quando lei non si era ammalata di Parkinson e il marito ed il figlio – già grande il suo Erik, ma ancora così fragile – si erano indebitati fino al collo per tentare di fermare il suo male.
Fino a quel giorno terribile, quando gli usurai erano entrati in casa per esigere il pagamento. Loro tre erano nel caldo studio dove lei ora sedeva rigida e tremante alla finestra. Allora lei era seduta allo scrittoio, fingendo di poter ancora scrivere, mentre marito e figlio sedevano di fronte a lei per farle compagnia.
In un attimo erano entrati, avevano afferrato il John e gli avevano messo un coltello alla gola. Il figlio era rimasto immobile, gli occhi fissi in un’espressione allucinata. Lei aveva aperto il cassetto, afferrato la pistola e sparato. Era stata una buona tiratrice e non aveva pensato al Parkinson, non aveva pensato in assoluto.
Il marito era morto, il figlio era impazzito ed era stato a lungo in un ospedale psichiatrico, lei era rimasta sola. Non aveva voluto accanto a sé nessuno, soltanto la portiera del piccolo palazzotto entrava in casa, le dava una mano, faceva la spesa.
Quanto tempo era passato? Lei non lo sapeva, non aveva più voluto un calendario, passava i giorni lì alla finestra, desiderando la morte.

Vide il barbone, il cane e la puttana risalire da sotto il ponte. Lui, seguito dal cane stanco, si allontanò a destra, lei, senza fretta, a sinistra.
Chiamò al citofono la portiera, come ogni giorno a quell’ora. La donna entrò in casa, poi scese nella cantina da cui salì con una bottiglia di vino e, senza dire una parola, uscì dalla porta di ingresso.
La seguì con lo sguardo dirigersi verso il ponte, scendere e risalire senza nulla in mano.

Non sapeva quanto tempo fosse passato dalla tragedia, né quanto ancora avrebbe dovuto vivere. Nella follia della sua malattia misurava il suo tempo con ansia tramite le bottiglie della cantina per cui generazioni avevano lavorato ed amato la terra.
Ogni bottiglia un modo di dire a suo figlio che era ancora viva e di regalargli un attimo di piacere.
Ogni bottiglia pregando che fosse l’ultima.
ERA SOLO UN LADRUNCOLO
Giovanni era solo un piccolo ladruncolo. Ne era consapevole. Non aveva abbracciato la carriera del furto per mettere a segno grossi colpi, né amava il rischio. Prima di sposarsi era solo un modesto imbianchino e riteneva che sarebbe stato quello il suo futuro, come da generazioni lo era stato per gli uomini della sua famiglia.
Poi era nata Maria – pensava Giovanni – dolce, deliziosa, muta come un pesciolino rosso, il colore dei suoi capelli. Maria stava male, aveva una malattia genetica, una di quelle che gli scienziati ci fanno su un sacco di libri e alla fine non risolvono niente. In America ci stavano lavorando, dicevano che lì si poteva fare e qui in Italia no, ma lui, povero imbianchino, come ce la portava la sua Maria in America?
E aveva deciso. Si era documentato, aveva visto un sacco di film, anche quelli con quell’attore bello, George qualchecosa, che la sua piccola Maria quando lo vedeva le si stampava un sorriso grande grande sulla faccia. Si era comprato un vestito tutto nero, ché col buio così non lo vedeva nessuno e aveva deciso di non andare troppo lontano a rubare.Così aveva scelto il palazzo di fronte. Tutti antipatici gli inquilini, tutti con la puzza sotto il naso quando passava la sua pesciolina muta che non faceva tutte quelle smorfiette per farsi guardare.

Il primo giorno era entrato nella casa dell’amministratore di condominio: un presuntuoso avvocato di quarant’anni, sempre così perfetto in giacca e cravatta fatti su misura. E che se ne fa poi uno di una cravatta su misura – pensava Giovanni – Ci si impicca?
Sapeva che era il giorno di riscossione delle quote condominiali ed aveva fatto un bel colpo. Poi aveva rubato anche quella catenona d’oro che pareva il collare di un mastino napoletano e che la moglie dell’amministratore si metteva per andare a teatro e quando scendeva pareva che pendesse tutta in avanti.
La settimana dopo aveva aperto la casa della professoressa di religione, mentre lei era a scuola. Mamma mia, quanti crocifissi e madonnine e bibbie nella prima stanza. Poi, entrando nella casa, si era vergognato anche lui, ché tante riviste e cose pornografiche non le aveva viste mai.
E in un cassetto, poi, una montagna di euro. Ammazza che bel lavoro che faceva quella lì, altro che il ladruncolo!
Così aveva continuato per due o tre mesi e, nel frattempo, sua moglie era rimasta incinta e forse lui pensava di allargare l’attività, ché mica ce la poteva fare solo con quel condominio. Ma aveva tempo e c’era ancora l’appartamento del generale in pensione, che stava sempre a casa, mannaggia a lui!

Era solo un ladruncolo, ma anche i ladruncoli hanno un giorno di riposo, no? E lui se l’era preso proprio oggi, dico ma non ne aveva altri giorni? – pensava. Era uscito con la moglie a comprare i due pappagallini per la sua Maria, chè aveva letto che era educativo così capiva che arrivava il fratellino e pensava che era normale. Ma quante ne sanno questi psicologi!. E così, se ne tornavano tranquilli e quell’animale, senza offesa per gli animali, del generale lo aveva chiamato per dei lavori da fare e li aveva fatti scendere in cantina, lui, la moglie, i pappagallini. E lui mica poteva dire no? Era un imbianchino per tutti, era la sua copertura! Era un ladruncolo, ma non era mica cretino, no?

Sotto c’erano anche quella gran… che non si può pronunciare della professoressa di religione e l’amministratore con un completo che pareva dovesse andare a teatro invece che in cantina. Il generale aveva chiuso la porta dietro di lui e lo avevano incominciato a picchiare, chè l’avevano scoperto e quello era un generale dei nazisti, altro che!
E mentre lo picchiavano lui andava indietro, indietro ed aveva urtato un tubo del gas e l’aveva rotto e quel cretino del generale non aveva la chiave e la porta era a scatto. Altro che generale, un cretino era quello! E adesso stavano morendo tutti e la sua pesciolina era sola, sola e lui era solo un ladruncolo, ma era un papà che le voleva bene, tanto bene e la voleva portare in America, chè in Italia non si poteva e che poteva fare lui e tutte le generazioni di onesti imbianchini dietro di lui?
“Che li maledicessero tutti: politici, perbenisti e tutti i responsabili!” – fu l’ultima cosa che pensò prima che il suo corpo crollasse sugli altri già senza vita.
LA MANNAIA

C’è qualcosa nel modo in cui il destino mi ha piegato il collo e contratto i muscoli del viso a negare per sempre il sorriso, c’è qualcosa che si perpetua nel tempo, percorre i giorni e le ore deformandoli sotto la lente di allora, di quel tempo che non è più, di quel tempo che sarà per sempre.

Non è dolore, non è rancore, non è rabbia, non è perdono, né vendetta: è una mannaia che è calata pesante a dividere il mondo. Chi c’era e chi non c’era.
Chi non c’era, chi non ha visto, chi non ha voluto vedere, chi era responsabile, chi andava a cena con i responsabili, sono tutti accomunati da un’unica colpa: non aver capito e non poter capire il dolore che mi devasta.

Non odio, no, sono consapevole di non odiare. Non saprei dirvi se ho perdonato o se mi arrogo il diritto di essere giudice, dato che sono stato vittima. Non saprei definire il sentimento che mi divide da chi non c’era, da chi fino al giorno prima era mio amico, fratello, madre, padre, confessore o confidente. Non ho cancellato l’affetto, non ho fatto a pezzi i ricordi, non ho smesso di amare.
Ve l’ho detto: è calata una mannaia fra il prima e il dopo e non posso più permettere che chi amo e non c’era sia nella mia vita.
Mi sento colpevole, forse, di non aver saputo reagire, di non essere morto, di essermi arreso al dolore per sopravvivere e di essere sceso a compromessi con me stesso. Mi sento colpevole di non essere stato abbastanza Uomo da opporre il mio rifiuto ai miei carnefici.
Mi sento colpevole e leggo negli occhi di chi non c’era la domanda che costantemente rimbalza nella mia testa: perché non sono morto, perché ho dovuto pagare con la mia dignità il prezzo della sopravvivenza?
Solo chi ha visto, solo chi c’era, solo chi ha vissuto quel dolore può sapere. Solo chi sta da questa parte della vita conosce la risposta a quella domanda perché è una risposta non si può comprendere: è nei fatti, nelle cose, nell’ordine perverso con cui i carnefici hanno allentato le maglie della mia anima fino ad immettere la loro follia, la loro visione perversa della vita.

Anche chi è venuto dopo è nato colpevole perché non sa, perché non può più sapere, perché inevitabilmente giudica con il metro della logica, della ragione e non della follia degli aguzzini che hanno spezzato la mia anima.

C’è qualcosa, nel modo in cui il destino mi ha piegato il collo e contratto i muscoli del viso a negare per sempre il sorriso, c’è qualcosa che si perpetua nel tempo, percorre i giorni e le ore deformandoli sotto la lente di allora, di quel tempo che non è più, di quel tempo che sarà per sempre.
Quel qualcosa è ciò che ferma il mio tempo a quell’attimo mentre il tempo del mondo continua a scorrere. Quel qualcosa è la morte dentro la vita. Quel qualcosa è ciò che rende interminabili le ore che conto fino alla morte fisica che sarebbe dovuta giungere allora.
Quel qualcosa mi ha reso un fantasma che si aggira in un tempo che non è il suo e che guarda scomparire il suo mondo ogni volta che muore qualcuno che c’era, ogni volta che lo spazio diviso dalla mannaia del dolore si riempie di un vuoto in più.

Ma oggi, amico mio, io sono felice perché la tua storia ha spezzato questo tempo fermo.
Tu c’eri amico, tu hai lottato per me, tu non avevi dimenticato che eravamo un’anima sola, tu hai creduto nella mia innocenza e non ti sei girato dall’altra parte, tu hai “visto”, tu hai voluto vedere ed hai dato la vita.
E con la tua vita hai salvato la mia. Non allora, amico, ma oggi, quando lo spazio ed il tempo morto in cui vivevo si è riempito di te ed si è aperta una porta ad una nuova fiducia.

Ritrovarti, amico, è stato ritrovare il me stesso che fui.
IO SONO UNA MADRE

Piange, piange, piange, piange.
Sono due mesi che piange ed io, io, io… non lo reggo più, no, non lo reggo.
Che ho detto? Dio mio, è mio figlio, io dovrei essere capace di farlo smettere. È colpa mia, sì, ha ragione mia madre: non dovevo sposarmi, non ho lo spirito del sacrificio, io.
No, no, non è vero, io lo amo, l’ho amato dal primo giorno che l’ho visto nel monito. Io lo amo, forse avrei solo bisogno d’aiuto.
No, una vera madre non ne ha bisogno, una vera madre sente il pianto di suo figlio come una canzone, ce l’ha nel sangue, è la natura.
Piange, piange, piange, piange.
Non riesco a concentrarmi, devo attaccare la lavatrice: cose bianche, cose rosse, cose blu, cose nere. Dio mio, ho rovinato la tutina che gli ha regalato mia suocera, quella lì l’ha fatto apposta: bianca e rossa per costringermi a lavarla a mano.
Lei, lei e suo figlio, gli stessi. E dov’è lui ora? Con l’amante, certo, dopo sei mesi a letto per il bambino e adesso, grassa, con le occhiaie, adesso faccio schifo, vero?
Nemmeno mio figlio mi vuole, non voleva stare dentro di me e ora non si attacca al mio seno. Che madre sono? Che donna sono?
La cucina sembra un accampamento, mia suocera aveva sempre tutto a posto e dopo o due mesi era di nuovo incinta, era ordinata, bella e curata lei. Non io con questa vestaglia macchiata di latte non mio ed un corpo che non riconosco.
Piange, piange, piange, piange.
Forse dovrei chiedere aiuto. No, una vera madre non ha bisogno d’aiuto, una vera madre deve farcela ed i ce la farò, perché io lo amo. Io non ho bisogno d’aiuto.
Sarà un maleficio, lo so, è quella puttana che scopa con mio marito: mi ha fatto una fattura, io lo so. Lui, mio figlio, ha il demonio in corpo, per questo mi rifiuta, non è colpa mia, io sono una vera madre, io lo amo.
Non c’è nessuno qui, mai. Doveva venire Sara. A che serve allora una sorella?
Ma io no, io non chiedo aiuto, io ce la faccio, io ce l’ho nel sangue, io sono una madre, io reggo il sacrificio, io amo il sacrificio, io non sono di quelle che vanno dal parrucchiere e lasciano i figli con la prima venuta.
Io sono una vera madre.
Piange, piange, piange, piange.
Perché piangi, perché? Perché mi rifiuti? Me lo fai apposta. Hai il diavolo in corpo, tu mi odi, lo so. Stai zitto, cinque minuti, ti prego, stai zitto, non capisci che sto male, non capisci?

Suonano alla porta, ecco non piangi, vedi, è Sara ma io non ho bisogno d’aiuto, sono una madre io.
Mio Dio, ma perché hai il tuo cuscino sul viso? Chi è stato? No, non io, no, io ti amo, a me non può essere successo, a me no, chi è stato?
Dio mio, ti prego, respira, respira, respira.
Piange, piange, piange, piange.
Dio mio grazie, Dio mio perdono, guarda mai più, guarda, ora apro la porta:
"Sara, aiutami, sono una madre ed ho bisogno d’aiuto

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dippiù?