Prosa
| Opere in prosa inedite |
| Indice |
| cani e volpi Luppina * Vita da gatti Natale in famiglia Un nemico è necessario Gemelli Tu mi capisci Nome comune di cosa calze velate Bianco Il Presidente Inceneritori Correnti Anna Nulla Allora Mai soli in rete Alle spalle Empatia Avrei molto da dire Autobiografia (incompiuta) Al dente treddì Della musica Che ora è Il mio nome era verde Mi chiedi dell’amore Presunzione di innocenza Aveva quattro dita nella mano destra Alle otto di sera si alza sempre il vento L’incredibile storia di Ariel TRILOGIA (omaggio a Kieslowski) Questione di scale L’Inferno La "fiera dei morti" Il piano Mi trovi impreparata Il vero amore Confini Autobus settecentotrentaquattro (esercitazioni di stile) Venerdì Il crescente Possesso Il tempo fermo delle voci |
| - – cani e volpi
Crebbi come un cucciolo di volpe in una famiglia di cani.
Si stava bene, c’era caldo sulla pancia e nessuno mi faceva caso. Ero più piccola degli altri e succhiavo meno latte. I miei fratelli mi adoravano e nessuno mi parlava mai: ero troppo stupida e non capivo il loro linguaggio, ma questo senz’altro migliorava la situazione perché non ero mai una minaccia per nessuno. Giocavamo in portineria mentre nostra madre rammendava i vestiti fruscianti e odorosi delle snelle abitanti del palazzo e papà passava tutto il giorno a giocare con il suo citofono super moderno pigiando sui numerini e mettendo in comunicazione mariti di un piano con mogli dell’altro con una precisione e un’efficienza che sembra l’unica cosa che io abbia ereditato dalla mia stirpe di onorati portieri. Papà gestiva i turni e gli orari come un capostazione gli scambi dei treni in arrivo e in partenza: era consapevole che un errore poteva costare vite umane e lui non ne commise mai uno, eccetto, forse, quel piccolo incidente fra la signora del quarto piano e quella del secondo, quando la prima tornò in anticipo e papà si era assentato per un bisogno fisiologico. In realtà non accadde nulla perché papà si accorse subito del profumo della signora nella hall e quella, uscendo dall’ascensore, fece solo in tempo a vedere la sua vicina sulla porta di casa con un pacco di farina in mano. La faccenda si concluse con uno scambio di ricette di crostate e una serie di inviti a pranzo, dopo i quali papà fu molto più occupato perché il marito del secondo piano intrecciò una relazione con la profumata signora del quarto e diventò complicatissimo smistare gli incontri che avvenivano, sì contemporaneamente, ma sempre su piani diversi per entrambe le coppie, come se cambiando il luogo fosse minore il senso di colpa. Ripensandoci oggi, forse anche papà era una volpe travestita da socialissimo e affidabile cane, come me, ma questa è solo una mia proiezione perché, a parte l’abilità con cui gestiva l’imprevisto e un lieve sorriso sempre storto in basso a sinistra, non diede mai alcuna prova di ciò. Quello che rimase dell’unico errore mai commesso in trent’anni di carriera fu soltanto un complicatissimo impianto di videocamere e derivazioni semplificate del monumentale citofono, che estese la vista, l’udito e la voce di papà in tutta la casa, specialmente in bagno. Nel frattempo io fui mandata a scuola; non che fosse necessario per i miei, ma c’era il problema dell’istruzione obbligatoria e i miei cinque fratelli costavano a papà un occhio della testa, tanto che la mamma dovette accettare qualche ora a servizio. Papà pretese che gli impieghi fossero almeno a due quartieri di distanza, perché un portiere aveva un ruolo e una dignità da mantenere in seno alla società, e così mamma ed io ci mettevamo in marcia alle sei del mattino, quando i miei fratelli ancora dormivano, e mamma mi lasciava davanti al portone della scuola con un panino bianco e un pezzo di formaggio; di libri nemmeno l’ombra: non servivano e non c’erano soldi per queste manie da uomini nullafacenti. Tornava a riprendermi nel pomeriggio e arrivavamo appena in tempo per consegnare ai miei fratelli il ricavato della sua giornata. La scuola era in un quartiere semplice ed era uguale a tutti gli altri edifici: bianca, quadrata, tre piani e con infissi in ferro che si deformava con il calore e con il freddo e se non stavi attento ti macchiavi il grembiule di ruggine e poi erano botte a casa. I miei compagni erano tutti figli di operai e avevano i libri: sembrava che per le loro famiglie fosse importantissimo studiare e intraprendere una professione diversa da quella del padre e poi andare ad abitare in un palazzo come quello in cui vivevo io, ma loro non ne avevano voglia e lasciavano i libri sotto il banco per non avere nemmeno il peso dello zaino. La maggior parte di loro tornava a casa per pranzo e così io, più per curiosità che per altro, visto che tanto io nel palazzo come il mio ci abitavo già e non mi pareva per niente bello, iniziai a leggere tutti quei libri abbandonati. Incominciai da quelli della mia classe e poi imparai silenziosamente ad entrare nelle classi dei più grandi e a rendermi quasi invisibile al mondo: se qualcuno entrava nascondevo il libro sotto il sedere e fingevo di mangiare il mio eterno panino al formaggio. Anche lì sembravo essere una volpe fra i cani, anzi fu forse lì che per la prima volta mi resi conto di esserlo: accadde quando, verso la metà del primo anno, il professore di matematica mi interrogò e io, per la prima volta, avevo potuto studiare. Ero orgogliosa del mio primo voto buono e pensavo che tutti lo fossero, come è giusto fra amici e compagni, ma quando suonò la campana della mensa, i ragazzi della mia classe mi costrinsero contro il muro e iniziarono ad insultarmi: non ero una di loro e venivo lì a mettermi in mostra, ad esibire la mia bravura come se pensassi di essere più intelligente e invece ero solo una presuntuosa. Cosa pensavo, che loro non fossero in grado di farlo? Era una scelta la loro, una ribellione contro una società che tramandava inutili nozioni, quando l’unica cosa importante era la vita; io ero un passo indietro, un blocco nella catena evolutiva, un ributtante esempio dei quartieri alti reazionari e sarei stata punita dalla loro rivoluzione, confinata nel ghetto in cui meritavo di stare. Ero diversa da loro. Non andò meglio a casa: quando raccontai ai miei famigliari del mio successo, mio padre si irrigidì e, senza staccare gli occhi dal monitor, che ormai era il nostro settimo commensale, mi accusò di voler fare la rivoluzione, di voler ribaltare un ordine e una consuetudine che avevano retto il mondo per secoli e che sarei stata spazzata via dalla vita, quella vera. Confesso che per un momento non compresi come potessi essere allo stesso tempo contro la rivoluzione e rivoluzionaria, ma mi era chiaro che in entrambi i casi andavo contro la vera vita e che quella mi avrebbe punito; ne ebbi la conferma la stessa notte, quando i miei fratelli che avevano taciuto per tutto il tempo della cena, mi fecero trovare il letto tutto zuppo d’acqua e mi minacciarono: non avrei tolto loro nemmeno un centesimo per comprare stupidi libri e farli sembrare cretini. Per la prima volta ero una pericolo per loro e, in un attimo, non mi amavano più. Non so se è esatto dire che mi accorsi di essere una volpe: forse lo diventai per sopravvivere nel conflitto fra quello che gli altri volevano da me e quello che volevo io, ma non è già essere volpe cresciuta fra i cani il fatto in sé di volere cose diverse? Non è andare contro la vita e contro natura tutto quello che la tua specie non considera produttivo per il suo mantenimento? Cosa succederebbe se un uccello avesse i desideri di un verme e provasse compassione per lui? Probabilmente morirebbero tutti i piccoli nel nido e poi lo stesso uccello. Comunque io non avevo bambini e avevo il panino al formaggio per non morire, quindi decisi che non correvo alcun rischio nell’essere me stessa, a patto di non manifestarlo agli altri esseri umani. La brillante interrogazione fu un caso isolato e continuai a frequentare la scuola vivendo una doppia vita: la mattina vegetavo in una sorta di coma e il pomeriggio divoravo parole su parole, tanto che non mi bastarono più le aule e passai alla biblioteca, dove affinai le mie qualità di volpe spostandomi velocemente da un nascondiglio all’altro, in modo da eludere qualsiasi cane. Ormai non smettevo di leggere nemmeno per scappare e riuscivo a mimetizzare i libri nel tovagliolo del panino al formaggio così da continuare a leggere persino mentre fingevo di mangiare, anche di fronte ai miei compagni e ai professori. Iniziai a portare i libri a casa: papà aveva ovunque un monitor da guardare o un pulsante del citofono da premere con urgenza regale e i miei fratelli erano quasi sempre fuori; non sono così sicura, però, che mia madre non si fosse accorta di quello che facevo, ma quando era a casa lei non alzava mai gli occhi dal lavoro di rammendo o dalle pentole e, nel tratto di strada che percorrevamo insieme, sembrava inseguire chissà quali pensieri. Forse sbaglio a pensare che la volpe fosse papà, forse era la mamma e aveva imparato tanto bene a nascondersi che nemmeno lei sapeva più di esserlo o, forse, non era una volpe ed era un sottile ed esile fringuello ed io, come tutti, cerco una spiegazione che mi permetta di non essere un caso isolato, che mi riporti dentro l’ordine naturale delle cose, che in questo preciso istante mi assolva e faccia tornare indietro le lancette di un tempo inesorabile. Che fosse volpe, fringuello o cane, la mamma fu spazzata via senza pietà da un autobus una mattina piovosa di giugno, qualche giorno prima degli esami che mi avrebbero liberato dall’obbligo scolastico e un mese prima dei miei tredici anni. Camminavamo insieme come al solito, lei un passo più avanti e io dietro, leggendo come al solito; mi accorsi che non era davanti a me soltanto perché con la coda dell’occhio non vidi più i suoi piedi e fui costretta a fermarmi e a guardare la strada. L’autista sostenne che lei si era buttata sotto le ruote e io fui portata in ospedale perché ritennero che fossi sotto shock, visto che non ricordavo nulla dell’accaduto e continuavo a leggere il mio libro seduta sul marciapiede, senza versare una sola lacrima. Le cose cambiarono da quel momento: feci i miei esami e fui promossa più per pietà che per la mia preparazione: ero ancora più decisa a nascondere quello che sapevo, specialmente dopo l’indigestione di psicofarmaci a causa del mio comportamento dopo l’incidente e, in ogni caso credo che non avrebbero approvato nessuna delle conclusioni a cui ero arrivata nei miei pomeriggi in biblioteca, su libri che forse nemmeno i miei professori avevano letto. Papà non staccò più gli occhi dal monitor per nessuna ragione e i miei fratelli iniziarono a rincasare sempre più di rado; a me furono affidati i lavori di rammendo e io continuavo la mia istruzione con i libri che avevo sottratto alla scuola durante l’ultimo anno e, in seguito, con quelli della biblioteca, dove scappavo ogni volta che qualche signora aveva dimenticato le uova o la farina. Rammendavo e leggevo, leggevo e rammendavo e, così, trascorsero cinque anni dopo i quali a stento sapevo parlare; del resto a che mi serviva? Due miei fratelli si erano arruolati e non davano mai notizie e il piccolo scompariva per settimane e tornava sempre più strano: a volte era pulito e ben vestito e aiutava papà a cambiare le lampadine prima di scomparire di nuovo; altre volte aveva uno sguardo assente e dormiva tutto il giorno. Poi papà ebbe un piccolo ictus e non si alzò più. Posizionammo un monitor sul letto, appeso al soffitto, e una derivazione del citofono; io mi sistemai nella guardiola all’ingresso e Giacomo, mio fratello, si occupava dei lavoretti in tutto il palazzo. Eravamo una perfetta famiglia di cani, pronti a stanare qualsiasi volpe, secondo gli ordini dei cani di razza superiore. Io continuavo a leggere, protetta dal banchetto della portineria e i cani padroni continuavano a proteggere la razza attraverso il ricambio genetico del tradimento e, allo stesso tempo, mantenevano l’ordine sociale attraverso la protezione dell’istituzione matrimoniale, affidata alla prontezza e fedeltà del cane anziano: mio padre. Fino a quando, un pomeriggio, la signora del terzo piano fu trovata dentro l’ascensore sgozzata e privata di labbra e orecchie; l’autopsia rivelò poi che la donna aveva da poco avuto rapporti sessuali, ma questo non significava niente, viste le sue abitudini. Venne la polizia e ci interrogò: io ero andata a comprare aghi e filo, mio fratello girava per la città in cerca di un cavo per un impianto stereo da installare al sesto piano e mio padre sostenne di essersi addormentato davanti al monitor verso le 16,30 e di essersi svegliato con le urla del ragazzino del secondo piano, nato proprio dopo l’unico errore di papà nel suo compito di sorveglianza. Dopo questo evento, nella portineria non si respirava aria buona: io e mio fratello sapevamo bene che papà aveva mentito e che non si sarebbe mai addormentato durante il servizio e incominciammo a guardarci con sospetto e a precipitarci nella stanza di papà ogni volta che l’altro tentava di entrare. Dal canto suo papà abbassava gli occhi non appena si apriva la porta e fingeva di dormire: presto arrivammo a comunicare con lui soltanto attraverso il citofono e a lasciargli il cibo su un vassoio accanto al letto, mentre lui teneva gli occhi chiusi o era girato dall’altro lato; non uscivamo quasi più da soli per non lasciare la possibilità ad uno di entrare senza l’altro: mio fratello stava marcendo nella noia ed io avevo finito la scorta di libri quando, contemporaneamente alla fine del lutto per il marito della donna morta, papà sembrò tranquillizzarsi, io andai in biblioteca e Giacomo tornò ad assentarsi ogni tanto. Se proprio devo dire la verità, queste regole di convivenza dei cani non sono male: puoi continuare a leggere e a fare quello che vuoi di nascosto e, anche se non ti maceri nel sentimento del dolore, puoi dimostrarlo per un tempo adeguato, uguale per tutti; così la persona inconsolabile si deve alzare dal letto e vivere e quella a cui non interessa nulla non rischia di finire in ospedale a fare da test agli psicofarmaci; tutto funziona perfettamente e se c’è qualche altro animale in mezzo al gruppo o si integra o lo riconosci anche se la tua specie ha perso il novanta per cento delle difese istintive. In quel periodo cominciai ad applicare agli esseri umani, o meglio ai "cani", per continuare con la nostra metafora, l’immensa mole di conoscenze acquisita nella mia breve vita. Riconobbi immediatamente un cammello appena vidi entrare la nuova fidanzata dell’inquilino al sesto piano, interno B: aveva accumulato tanta di quella pazienza nelle sue gobbe, da essere capace di sopportare per mesi, forse per anni, la sete provocata da un uomo arido; avrebbe ricominciato a bere una volta sposata e sarebbe riuscita ad ottenere da lui una proposta di matrimonio perché seguiva le regole in un modo rigido e spietato, senza nessuna interferenza dei sentimenti, la cui arsura era sedata dalle gobbe invisibili a tutti tranne che a me. Il signore del settimo piano era un delfino perfettamente integrato fra i cani; pensai che fosse molto più difficile per lui che per una volpe, in fondo per lui cambiava anche l’elemento fondamentale per la vita, ma lui aveva imparato a tuffarsi e ad emergere in modo conforme ai meccanismi sociali: era un gigolò e si tuffava ad uno schiocco di dita con il compito di creare dei diversivi organizzati e non pericolosi per il mantenimento dell’ordine. La verità era che non avevo mai visto salire una donna meno che affascinante: era come se riuscisse a convincere le signore che l’unica vera felicità fosse saltargli in groppa e inabissarsi nel suo mare. Io non ho mai corso questo rischio, decisamente, forse non si era mai accorto della mia esistenza: aveva imparato a memoria le regole dei cani come avevo fatto io e non aveva studiato quanto me, tanto da riconoscere un animale diverso, qualora questo seguisse le stesse norme. In breve diventai capace di riconoscere un esemplare integrato di specie diversa persino al supermercato e di sapere se gli elementi che mostravano deviazioni erano cani che si davano arie oppure altri animali malcapitati e incapaci di nascondersi nel gruppo, provocando così danni al sistema e, di conseguenza, la propria emarginazione e infelicità. Compresi pure che quasi tutti gli animali integrati sviluppavano una forma di tunnel riservato alla ribellione e alla proclamazione della supremazia della propria specie; in quel tunnel si nascondevano e commettevano appositamente orribili misfatti contro la società. La gradazione era infinita: la signora del quinto piano, interno C, era un gatto e sputava nel piatto nel marito ogni volta che lui scompariva per due ore nell’appartamento del primo piano, interno B; la bibliotecaria era un serpente e suggeriva volontariamente i libri sbagliati a tutti i clienti antipatici che non ricordavano bene i titoli; il gigolò rapiva le femmine migliori e le ingravidava per creare un paradiso artificiale pieno di delfini con cui giocare; la signora del piano terra era una iena e si nutriva di vedovi sempre più anziani che la mantenevano da decenni e aspettava di trovarne uno vecchio abbastanza da nominarla nel testamento e farla sopravvivere senza fatica per il resto dei suoi giorni; mi era capitato di incrociare per strada anche tigri, dingo, coyote e altre specie pericolosissime che uccidono per il solo piacere di uccidere, così come orsi e altri animali che colpiscono soltanto se la loro sopravvivenza o il loro territorio sono in pericolo. Riconoscevo da lontano anche i segugi, che erano cani particolari, integrati e addestrati a scovare e perseguire gli infiltrati ossessivamente, fino alla morte. Potevo riconoscere chiunque dappertutto con assoluta sicurezza, tranne che per quanto riguarda la mia famiglia: forse gli odori assorbiti fin dalla nascita o un residuo dei sentimenti provati durante il periodo dell’ignoranza, prima di costituire una minaccia per loro, mi impedivano di avere certezze e andavo avanti con supposizioni campate in aria tanto quanto le teorie di mio padre sulla rivoluzione. Quando fu uccisa la moglie del questore, piano attico, sempre nell’ascensore, sempre con labbra e orecchie mozzate, sapevo perfettamente che lei era un ratto: rosicchiava le persone uccidendole per scarnificazione o con malattie infettive che distruggevano il loro sistema immunitario: persino sua madre si era suicidata quando lei le aveva rivelato che il marito era stato omosessuale per tutto il tempo del matrimonio. La povera donna era stata preparata a qualsiasi tradimento con qualsiasi femmina, ma nessuno l’aveva immunizzata contro il crollo di tutte le sue convinzioni e, così, si era impiccata con la cintura di coccodrillo regalata al marito per il venticinquesimo anniversario di matrimonio e aveva provocato uno dei peggiori incendi del quartiere, bruciando tutte le foto e lasciandole ardere in cerchio attorno alla sedia che da lì a poco avrebbe spinto e che aveva subito preso fuoco propagandolo alla vicina cucina, fino a liquefare il tubo di gomma che portava il gas nell’appartamento. La polizia ci interrogò di nuovo e, stavolta, la storiella di papà addormentato non convinse nessuno. Portarono me e mio fratello in questura e perquisirono la portineria gettando all’aria tutto e rovinarono molti dei miei libri; io fui interrogata dal cane più bello che avessi mai incontrato e commisi l’errore di provare il desiderio di rendermi visibile, fosse anche per un attimo. Fu lui a provocarmi e a chiedermi delle mie letture; molti libri li conosceva anche lui e ne parlava come non avevo mai sentito parlare nessuno, così mi lasciai incantare e provai per la seconda volta, dopo l’interrogazione di matematica, lo smisurato orgoglio di essere me stessa. Quando mi disse che ero troppo intelligente per non capire che mio padre avrebbe mentito soltanto per proteggere uno dei suoi figli e che io potevo aiutarlo a risolvere il caso, caddi nella trappola e gli spiegai la teoria del segugio che braccava gli animali non integrati nella società dei cani e mozzava loro bocca e orecchie perché avevano sentito e detto troppo. Lui si dimostrò affascinato dalla mia ipotesi ed io gonfiai la mia coda di volpe, mi lasciai persino accarezzare da quel cane così diverso dagli altri e gli raccontai tutta la mia vita, l’incidente di mia madre, la mia bravura a scuola ad infilarmi ovunque senza che qualcuno si accorgesse della mia presenza. L’ultima cosa che mi chiese fu se mi sentivo in colpa ad avere accusato implicitamente mio fratello ed io gli risposi la verità: io ero una volpe e una volpe non può mai provare affetto per un segugio, anche se si trova al sicuro in una stanza con un bellissimo cane. Mi chiese scusa e uscì un attimo. Tornarono in cinque e mi misero le manette e quando mi portarono via mi guardò con tanto disprezzo e orrore che la mia vanità di volpe scomparve subito nella certezza che nessun cane sa mai se l’animale che bracca è innocente o colpevole. Fui subito trasportata in carcere dentro una gabbia perfetta per una volpe idiota che crede che un cane possa esserle amico e, da allora, vivo in una gabbietta di due metri per due e sto finalmente da sola perché, grazie al cielo, sono considerata una criminale pericolosa. Al processo non provai nemmeno a difendermi, ma non raccontai più nessuna storia di segugi e di animali integrati e dissidenti; mi accontentai di studiare per l’ultima volta tanto materiale umano riunito nell’aula del tribunale e godevo fra me e me della mia superiorità rispetto a qualsiasi segugio: io potevo comprendere, loro fiutavano soltanto e perseguivano innocenti soltanto perché, magari, avevano indossato il maglione di un altro. Oggi, con tutta la mia sincerità di volpe, vi ripeto che questa società è utile, forse indispensabile, e che la mia storia metterebbe troppo a rischio le sue fondamenta: inizierebbe la caccia ai segugi che sono un collaudato meccanismo di difesa, molto più utile di una volpe e, in ogni caso, questo non porterebbe me fuori di qui perché tutti vogliono trovare colpevoli, ma nessuno vuole trovare la verità. E poi, detto fra noi, il carcere ha una biblioteca così grande che, se l’avessi saputo, l’avrei fatto apposta. 4 febbraio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Luppina *
Antonio Napoleone Toscano era il più piccolo della numerosa e antichissima famiglia dei Toscano, rinomata in tutta il mondo per la caterva di sventure narrate da un noto scrittore. In realtà la famiglia, a parte quel ramo, era stata sempre fortunata: si era fortificata e distinta come clan all’epoca di Napoleone, quando organizzava atti di brigantaggio contro gli inglesi e i Borbone e aveva eletto il Bonaparte come capo spirituale del M.A.F.I.A. – Movimento Avverso (alle) Famiglie Inglesi (e) Araldiche – ed ora era diffusa come una fitta rete da pesca in tutta la provincia di Catania.
Subito dopo la guerra, approfittando della ricostruzione e dei primi tratti autostradali, nonno Antonio aveva esteso l’attività familiare della vendita di luppini al mercato, ideando il “luppino da viaggio”, già insaccato in comode buste di plastica trasparenti, dentro le quali i luppini brillavano al sole in tutti i bivi, i caselli autostradali, le piazzuole di sosta e i rifornimenti di benzina. SPARATI UN LUPPINO Il successo fu enorme e a questo seguirono le confezioni di San Valentino in giallo e oro, con lo slogan: NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO: GLIELO DICO CON UN LUPPINO e quelle natalizie, con la lupara a terra, piena di luppini come la calza della befana: A NATALE ANCHE I LUPPINI SONO PIÙ BUONI Antonio, però, sempre più solo e nelle lunghe notti in cui Provvidence e Lia Paolina erano in viaggio per il mondo, iniziò a sognare nonno Antonio che gli diceva: “Hai sfidato Dio e la Famiglia e adesso sarai solo, solo come un luppino caduto dal sacchetto!”. Antonio, dopo quei sogni si svegliava madido di sudore come quando ancora vendeva i luppini in autostrada e Provvidence non era ancora arrivata a sbattergli i capelli sulla faccia. Fu in una di queste notti, dopo l’ultima apparizione del nonno, che Antonio Napoleone accese la TV e, mentre trasmettevano la sfilata del Gay Pride a New York, si accorse di una grossa busta sul tavolino e l’aprì. *http://scn.wikipedia.org/wiki/Luppina [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Vita da gatti
- Marta! Marta!? Marta!!
- Oh cavolo, devo essermi addormentata sull’altalena! - Marta! Marta!? Marta!! - Sì, stronzo, chiamami pure per darmi fastidio e fingiti pure preoccupato, quando poi, anche se torno dallo studio tre ore dopo, non fai nemmeno una telefonata per vedere se sono viva o morta! Chiama, sì, che è ora di cena e avrai fame, con il tuo stomachino delicato con ulcera da complesso di inferiorità per una moglie primario di chirurgia e, cosa ancora più grave, nel reparto dove tu sei aiuto-assistente! Ci hai rovinato un matrimonio su questa ridicola storia, come se per andare a letto bene tu dovessi stare sopra in tutte le cose della vita. Che idiozia, questa sì che è un’idiozia, come se fosse importante quanto bene io maneggio un bisturi rispetto a te. - Marta! Marta!? Marta!! Chiama, chiama, che la tua vendetta ce l’hai ogni sera da dieci anni, appena arrivo a casa e fai il maschio dominante, quello che comanda e ricatta approfittando della mia “inferiorità” naturale, visto che sono sterile e che figli non te ne ho mai dati. Certamente è stata colpa mia, secondo il tuo illustre parere, troppo aggressiva, troppo presa dalla carriera e stressata e l’unica cosa che mi è riuscita a crescere dentro è stato un tumore. E di certo non è mancato a te farmi notare la differenza con la sfornafiglicometorte di mia sorella, che a quarantacinque anni si trova il bel bottino di ben due gemelli di venticinque anni e una femmina di ventitre, mentre io cosa ho? Una carriera inutile e una presunzione che mi allontana da chiunque. Che mi allontana, ma che ridere! Come se la vita con gli altri fosse una partita a Trivial e vince chi ne indovina di più! Sono stanca stasera, stanca del tuo amore sbandierato come un ricatto, della nostra villetta che hai voluto a tutti i costi e che mi sbatti in faccia ogni giorno perché non l’abbiamo comprata con i tuoi soldi, stanca di alzarmi ogni mattina e dover operare con la certezza che tutti pregano per un mio errore, stanca di vederti passare nudo nel corridoio con aria sprezzante quasi a dirmi “Ecco che ti sei persa!”, stanca di amare i figli degli altri e sentirmi rinfacciare ogni carezza fatta come se fosse un tentativo di furto. Sono tanto stanca che vorrei restare qui per sempre, su quest’altalena, in questo giardino, con Mouse, i grilli, il vento e questo tepore da notte primaverile. - Marta! Marta!? Marta!! - E non sai dire altro? Cazzo! Va bene, ora mi alzo, va bene, ritorno a casa che sono solo nervi e lo so, sono stressata, sono stanca, non ti capisco e penso male, tu mi hai sempre amato e poi non mi hai mai tradito ed io sono davvero insopportabile e stanca. Ora apro gli occhi e… Oh, cavolo, sto impazzendo, sono invisibile! Oh porca miseria, lo stress, sì, lo stress, c’è solo un gatto qui accanto a me e io non mi vedo! Oh santo cielo, questa è la volta buona che mi fai rinchiudere! Già ti ci vedo andare a piangere da tutti e dire “Ve l’avevo detto che era pazza!”. Va bene, calma, ora mi tocco una gamba e vedrai che passa… Oh mamma, non mi sento, però sento il gatto che mi sfiora. Ok, è un problema neurologico, cerchiamo di riflettere. - Marta! Marta!? Marta!! - E stai un po’ zitto, una volta tanto! Sto pensando! Beh, almeno penso ancora, quindi ancora esisto. Sì, mi sembra un ragionamento logico… Vediamo cosa succede se mi alzo… Ossiggnoreee… Che volooo! Non è possibile: sono un gatto! Ecco, ha ragione lui: sono talmente presuntuosa che pure quando mi ammalo mi convinco delle cose più impossibili e non ascolto nessuno! E va bene, ma qui non sta parlando nessuno, soltanto duecentocinquantasette insetti in questo metro quadrato. Che schifo! Ma vai a pensare tu che ce ne fossero così tanti, col cavolo che stavo a dormire sull’altalena se lo sapevo! Ok, calmiamoci – ma che meraviglia camminare sui cuscinetti, ci si dovrebbe pensare, magari con un intervento chirurgico si possono applicare… Ecco, ha ragione lui, anche in questo stato penso solo al lavoro… – Dicevo, calmiamoci e vediamo un attimo che si può fare. Oddio che paura! Mouse, mi hai spaventato, non si spunta così all’improvviso! E che fai? Soffi? Ora ti faccio vedere io! Scappa, scappa anche tu! Ma vedi un po’ se un primario di chirurgia di quarantatre anni si deve mettere ad inseguire scompostamente un gatto per tutto il giardino, e per di più a quattro piedi! Meno male che il senso dell’umorismo non mi è passato. Va bene, ora mi metto qui in un cespuglio, prima che quello stronzo di mio marito mi cacci via anche come gatta, e rifletto un po’ sulla situazione. Saranno almeno cinque o sei ore che manco, mi ero addormentata nel primo pomeriggio, quindi ora Mario incomincerà a preoccuparsi, perché in fondo lui mi vuole bene, non può essere diversamente, io lo so, ne sono sicura, altrimenti perché mai continuerebbe a stare con me? Solo per tormentarmi? Fra poco chiamerà la polizia e perlustreranno tutta la zona, in fondo potrei scrivere con la zampa un S.O.S. e alla fine mi troverebbero. Certamente sarà un po’ strano trovarmi così, ma forse c’è una spiegazione scientifica e magari si può fare qualcosa. Sì, giusto, è l’unica cosa da fare, ora esco da qui e trovo un posto morbido dove scrivere. No, no, una macchina, è Laura, la mia nipotina! Mario l’avrà chiamata. Le sta dicendo che sono scomparsa e la piccola piange sulla sua spalla… ma che piange e piange! Quella gli si strofina addosso! Brutto bastardo, ti scopi mia nipote, altro che amore! Oh santo cielo che idiota che sono! Come ho fatto a non voler vedere per tutti questi anni? Altro che S.O.S., se mi trovate mi chiudete in gabbia, brutti stronzi. Ma dove andate? Guarda che questi scopano anche nel mio letto! Oddio e che c’è ancora? Chi mi morde il collo? Il cane dei vicini? Ora guarda che muoio qui con mio marito e mia nipote che scopano nel mio letto e un cane che mi spezza il collo! Mouse, sei tu? Oh cavolo! Ci mancava pure il gatto di casa che mi violentava! Però, in fondo non è male e poi sempre meglio di quello stronzo di mio marito che mi evita da anni per scoparsi mia nipote. E fai piano Mouse che non ci sono abituata, io! Beh, almeno un vantaggio c’è nell’essere sterili, chissà che usciva da questa accoppiata! Mouse, ancora? Oh eccoli che escono! Tesoro mio vai proprio male, sai? Sei più veloce di un gatto! Ora lei mette in moto, lui se ne va, rientra in casa… Ora basta Mouse, devo fare una cosa importante! Che figata questi cuscinetti, non si sente nulla dentro casa, ecco qui, dietro il divano, ma che fa? Trascina un sacco? Ommioddio, ma è il mio orologio quello e pure la mia mano che esce dal sacco! Mi hai ammazzata brutto stronzo! Non ti è bastato distruggermi per tutti questi anni e farmi sentire uno schifo! Mi dovevi pure ammazzare! E per questo chiamavi, così ti sentivano tutti i vicini, povero maritino angosciato per la preoccupazione! Ora vedrai che esci e vai fuori a prendere la macchina vecchia così mi getti da qualche parte e poi continui con la storiella che ero stressata e sono scappata, vero? Sì, non ho dubbi, farai così: non sporcheresti mai la tua nuova Mercedes che mi hai sbattuto in faccia quando te l’ho regalata per il compleanno. Eh, lo so, se fossi viva mi diresti che sono presuntuosa e non tutto quello che la mia mente immagina è vero, ma adesso sono morta e mi hai rotto i coglioni, caro mio! Ecco, infatti, prendi le chiavi, esci, attraversi la strada e io ti seguo, voglio proprio vedere dove mi getti! Non so come sono finita qui in questo corpo di gatta, ma parola mia che lo userò per renderti la vita impossibile come hai fatto tu con me, anzi peggio! Oh, che combinazione, guarda che bei fari! Ora ti salto in faccia e ti butto sotto il camion. Oh, mamma che botta! Fortuna che sono un gatto e ho nove vite, ma soprattutto ottimi muscoli. Certo fai un po’ schifo così, non mi sembri più nemmeno tanto bello. Andiamo, Mouse, a te piaccio così aggressiva, vero? 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Natale in famiglia
- Sei pronta?
- Mi sembra di avere la febbre, forse è meglio che io non venga. - Scherzi? Mettiti il rossetto. - Ma ho la febbre. - Non si dice, se lo sa la nonna poi ti viene la broncopolmonite. - Ma ho già la broncopolmonite. - Allora gliel’hai detto? - Ma se non la sento da mesi! - Ecco, è per questo allora, è evidente! - Ma che? - Si sarà arrabbiata. - Mamma! Ho la broncopolmonite! Che c’entra che la nonna si è arrabbiata? - Mi sembra ovvio. - Mi sento svenire, portami in ospedale. - Chiamiamo la nonna, invece, e mettiti il rossetto. Cosa fai ancora in pigiama? - Sono a letto, ho la febbre, la broncopolmonite e sto per svenire, cosa volevi il vestito da sera? - Te l’avevo detto di non dire che avevi avuto l’aumento. - Ma non ho avuto l’aumento! - Appunto! - Appunto cosa? - Ti ricordi quando è morto tuo cugino? - No. - Aveva avuto l’aumento. - Ma io non ho avuto l’aumento! - Ma hai detto che andava bene il lavoro, me lo ricordo, è stato al compleanno della zia. - Sto tossendo sangue, portami in ospedale. - Vèstiti che se non andiamo dalla nonna, altro che tossire sangue… quella mi ha fatto operare d’ernia soltanto perché le avevo detto che aveva l’orlo scucito. - Mamma, ti è venuta l’ernia perché hai lanciato il frigorifero contro papà. - Infatti, anche lui è malefico come sua madre. - Era, mamma, ci è morto sotto il frigorifero! - E non lo sai che da morti sono più potenti? Lo dovevo solo paralizzare io, ma anche lì tua nonna ci ha messo lo zampino. - Mamma, ho quarantuno, portami in ospedale. - Tieni il mascara, si nota di meno che stai male se sei truccata. L’hai preso il regalo per la nonna? Ho detto: l’hai preso? E ora che ci fai a terra? Te l’avevo detto di non dire che avevi avuto l’aumento! Maledizione, mi dovevi fare pure inciampare, lo sapevo io che da morti siete potenti! 29 novembre 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Un nemico è necessario
Un nemico è necessario più di un amico, – pensava la donna seduta alla fermata dell’autobus – con un nemico, infatti, trovi tutti gli amici che vuoi, sempre disposti a venire in tuo soccorso in nome della solidarietà e della giustizia. Il guaio era proprio questo, che quell’idiota del suo ex marito non era buono nemmeno da ex e aveva pensato bene di crepare di infarto fra le cosce ventiduenni di Gianna. Per questo adesso lei stava seduta a quella sporca fermata ad aspettare un autobus che non arrivava mai: adesso la sorella di suo marito, così dolce e comprensiva con lei a nemico vivo, non aveva più tempo per accompagnarla al lavoro e quella stronza di Gianna, anche lei abbandonata per un giovane corpo ultima generazione, adesso non aveva più ragione di andarla a prendere per fare la spesa, visto che una semplice vedova non aveva un nemico, a meno che non si consideri Dio come nemico, ma quello, a quanto pare non vale, perché è troppo comune.
Al lavoro era andata anche peggio: la vedova Giustini, capo del personale, puntuale come la morte ogni giorno di ogni mese di ogni anno e immune da ogni malattia conosciuta e anche da quelle ancora da conoscersi, aveva sentenziato che una vedova deve sapersi organizzare e che il suo orario non sarebbe più stato flessibile. Trentanove anni, niente macchina e niente ritardi al lavoro, niente alimenti da quel delinquente che aveva sempre lavorato in nero e che non aveva una pensione, una cognata ormai irrimediabilmente ex, due figli a cui non poteva più dire “quello stronzo di tuo padre” e un’amica che ogni sera stava un’ora a piangere sulla sua spalla perché ora era lei l’unica ad avere un nemico vero. Questo senza contare i colleghi e le cassiere del supermercato, oltre che la salumiera sotto casa, anch’essa abbandonata, che ora non le faceva più credito, visto che il nemico era morto e che le aveva chiaramente esposto la sua teoria sui mariti: “meglio morti che traditori”. Anna si alzò risoluta: era ora di smetterla di aspettare l’autobus! Non le restava che risposarsi con quel maiale del signor Guidi e farci anche un altro figlio; poi sua cugina Gianna l’avrebbe aiutata di nuovo. Un nemico è necessario. 27 settembre 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Gemelli
Carlos, otto anni, aspira lungamente dal barattolo appoggiandosi alla parete argentata. I polmoni gli bruciano, ha in mano l’orologio d’oro di quel turista grasso e bianchiccio che si era perso come tutti gli stupidi. Forse dovrei nasconderlo, pensa, o quello stronzo di Pedro, oltre a scoparsi mia madre, si frega anche il mio orologio. Non fa in tempo: entrano in quattro e lo pestano a morte. Almeno i polmoni non bruciano più, pensa.
Gurgevdan, undici anni, si appoggia alla kampina, è troppo vecchio e troppo giovane, sta in un mezzo in cui solo le botte sopravvivono. La città adesso è nera, pensa, meglio nera che bianca, che quando è bianca tutti ti guardano e sembra che sappiano chi sei, chi devi essere e, soprattutto, dove non dovresti stare. Non ha il tempo di pensare altro: arrivano in sei e in un attimo ne fanno fuoco. Il brutto è che ora vedo la città. pensa. Fathi, dieci anni, ha caldo mentre il padre gli abbottona quel gilet pesante. Andiamo a comprare tante cose in quel posto grande dove non mi portano mai, pensa, e ho lo stesso vestito di mio padre. Ora sono grande, pensa, ora sono grande. Maria, nove anni, ha la gonna sporca, gliela macchiano sempre, poi la mamma la sgrida e a scuola va tutto male perché lei non sa che scrivere nei temi delle vacanze. Forse se andassi a mare, pensa, forse se volassi, forse posso volare. Aisha, un anno, ha ingoiato una mosca. Non pensa niente. Ha solo fame. Per poco ancora. Roberto, dodici anni, ha una sedia a rotelle e un computer nuovi, suo fratello gli ha insegnato a fare l’hacker. Su tutti i siti, alle dodici in punto, manda un messaggio: “resistere, resistere, resistere, l’importante è sopravvivere, fratelli”. All’una di oggi Carlo, tredici anni, dopo la scuola, gli sfonda il cranio. Questo computer è sprecato per uno storpio, pensa, io voglio msn. 12 settembre 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Tu mi capisci
- Tu mi capisci, Giuseppe, il problema di oggi è il superamento della parola stessa, della solitudine dell’uomo che parla e di quello che ascolta.
Guido Tonelli si torce le mani, seduto accanto al posto di guida, dove Giuseppe Risi sorride alla velocità di duecento chilometri all’ora. - Hai sempre questa fissa della solitudine, Guido, ma noi non siamo mai soli perché il diavolo ci guarda e ci ascolta. Il diavolo capisce sempre tutto quello che dici. - Il diavolo non sa niente di noi, della parola, della poesia che ho scritto ieri e anche se lo sa non gliene frega niente, come non gli frega della bambina che sta qui dietro e tu smettila di correre che se no la polizia ci ferma e a loro sì che gli frega. - Ci ferma, ci ferma, sempre cacasotto tu e la tua parola che non serve a un cazzo, che la sprechi in poesie e vieni a dirmelo qui con una dodicenne mezza morta nella macchina. La parola serve agli avvocati, che non lo sai? E, se ci fermano, manco il diavolo ci può con loro. Che non lo sai? - Io non parlo di quella parola, idiota, non capisci la differenza fra la tua sporca parola di animale e quella che fa cambiare l’esistenza? Che importa se rapisco bambini e bambine e se il diavolo mi sta aspettando con l’agnello grasso nel forno, quando io posso diventare immortale e fare diventare immortale tutta l’umanità soltanto con tre versi? - Tu sei di fuori come un terrazzo, poeta del cazzo. Che ti pare che non ho studiato anche io o pensi che sia venuto al mondo per ammazzare la gente? La mia è una scelta etica e se non sai cosa vuol dire cercalo nel dizionario e comunque ora fa’ stare zitta quella puttanella che il diavolo solo sa perché te la sei voluta portare, tu e la tua solitudine del cazzo, che ora mi sta rompendo i coglioni con quel pianto isterico. - Perché tu sai solo ammazzare, è quello il tuo modo di diventare immortale, ma io no, io faccio questo lavoro per trovare la strada, per liberare l’anima dalle sofferenze, per trovare un linguaggio che va oltre il dolore. - Ma che cazzo dici, che l’ultima l’hai lasciata inchiodata a un albero? - Sei una testa di cazzo, non capirai mai tu e il tuo colpo in fronte che in un secondo è finito tutto e hai solo ammazzato. Devi dare un senso al tuo lavoro, un senso eterno, devi farlo come si deve e diventare un esempio. Chi ti segue a te? Chi? - Ma chi mi deve seguire, idiota? Non ci sei ancora arrivato al capitolo del libero arbitrio? Non ci sei ancora arrivato che non ci sono due impronte digitali uguali e che ognuno ammazza come cazzo gli pare e parla come cazzo gli pare e scrive come cazzo gli pare? E tu, stronza, piantala di frignare, se no la vedi questa pistola? Ti sparo un colpo dritto in fronte come all’amico nostro non piace e forse mi dovresti pure ringraziare. - Sei un coglione, non c’è niente da fare. Il mio lavoro entrerà nella storia, nessun poeta ha mai avuto tanto coraggio da portare a termine quello che aveva iniziato. Tutti scrivono per superare il dolore, tutti scrivono per trasmettere la possibilità di superare il dolore e, se qualcuno dovesse riuscirci, capisci che sarebbe la strada per l’immortalità? È il dolore che ti uccide, non il tuo colpo di pistola del cazzo. - Sì, come no, infatti quella che hai ammazzato con la sparachiodi è morta per il dolore, non dissanguata, che idiota, non ci avevo pensato! - Piantala, stronzo, che se no questa pistola te la metto nella bocca e, vaffanculo, ce ne andiamo a morire tutti insieme e poi ne riparliamo là sotto. Se io fossi riuscito a scrivere bene i miei tre versi, allora lei sarebbe viva. Non lo capisci? Adesso però li ho riscritti di nuovo e vedremo chi ha ragione. E poi io i tuoi te li faccio ammazzare come vuoi, perché stai qui a rompermi le palle? E piantala pure tu, cretina, che ora che ci penso forse non sei quella giusta e ti sparo subito così per lo meno mi viene qualche ispirazione. - Va bene, coglione di un poeta, allora fermiamoci subito e leviamoci questa storia dalle palle. Prendi i tuoi cazzo di versi e portati subito fuori questa lagna. - Cazzo, li ho dimenticati a casa! Merda, mi fai sempre fretta, stronzo, ti sei scordato le chiavi e io sono tornato, ho preso le chiavi e ho lasciato quel cazzo di quaderno sul mobile. Cazzo sei tu, sei sempre tu! È da dieci anni che mi impedisci di trovare la strada, tu e la tua cazzo di laurea per corrispondenza in filosofia. - Cazzo fai con quella pistola? Sei uno psicopatico di merda, cazzo fai? - Fanculo a te, fanculo, ma ora sei morto, adesso sono libero, adesso ho capito cosa devo scrivere e tu, anche tu non mi servi più, è stata colpa tua se l’ho ammazzato, tutta tua, maledetta. 10 luglio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Nome comune di cosa
Essere odiati tutti insieme rende difficili le cose, questo è quello che penso e credo di essermi guadagnato il diritto di pensare, perché ho camminato anche io come tutti gli altri.
Io ci ho ragionato molto e, nel frattempo, cadevano le persone e restavano sulla strada, ma io ero abituato a camminare e non sono caduto mai, nemmeno una volta, però gli schiaffi e le spinte me le davano lo stesso; è per questo che ora dico che è difficile quando hai lo stesso nome di tutti. Tu ora scrivi e sorridi come mia nonna, soltanto perché ti faccio tenerezza, ma io te lo spiego lo stesso: non sai mai cosa devi fare. Vedi, signora, a casa tu sai che prendi le botte se rubi la carne tritata quando la mamma fa il polpettone e allora basta che non la rubi e sei a posto, ma se poi le prendi anche se la ruba tua sorella e anche se la ruba tuo cugino, oppure anche se la ruba un bambino della campagna giù in fondo alla valle, allora come fai a capire quando fai giusto o fai sbagliato? Tu ridi signora, ma non c’è niente da ridere, perché papà me lo diceva sempre che ero io a scegliere se essere buono o cattivo, ma poi invece erano bugie, perché improvvisamente eravamo tutti cattivi, anche la nonna che poveretta non si muoveva più da tanto tempo e stava sempre seduta a tagliare le cose da mangiare e a preparare i dolci di Pasqua. La nonna non poteva mica camminare e allora era cattiva, ma questo io l’avevo capito e ho pensato che però io sapevo camminare e anche portare gli animali a pascolare e persino mungere le pecore, perché io ho imparato tutto subito, ché, prima di essere cattivo e basta, pensavo di essere molto buono e volevo scegliere di essere il cocco di papà, così poi mi portava con lui al mercato, oppure anche quando mancava due giorni e la nonna preparava un sacco di cose buone e gliele metteva nella cesta. Ora capisci un poco meglio, vero signora? Forse ti stai ricordando quando hai preso tante botte per colpa di tuo fratello, ma quello non è niente, capisci? Perché tu poi hai smesso di piangere e ti sei detta che la prossima volta avresti dimostrato che non eri stata tu, magari gli stavi sempre lontana e così tutto era a posto. Ma per me non è stato così, perché camminavamo sempre tutti assieme e uno si poteva allontanare solo se moriva e io proprio non ci pensavo nemmeno a morire, perché il mio compito era di ritrovare mia madre e mia sorella, visto che papà era morto subito anche se sapeva camminare. Però, te l’ho detto, loro ci odiavano tutti e uno moriva anche se un altro faceva una cosa sbagliata; anzi certe volte ne morivano tre o quattro e non contava manco se erano vicini a quello che sbagliava, perché andavano avanti e indietro e dicevano: “Tu”. Io penso che sono riuscito a vivere perché sono furbo, oppure anche perché sono basso, e quando li vedevo venire mi nascondevo dietro una gonna, oppure passavo in mezzo alle gambe della gente e allora ho pensato che dovevi sapere correre per essere buono, ma poi due di noi si sono messi a correre e quelli hanno sparato e i due, che poi erano mio zio e mio cugino, sono caduti a terra come i sacchi di grano mezzi vuoti quando papà diceva che quell’anno era maledetto. No, non ne voglio dolcini, signora, perché a me piacevano solo quelli della nonna e adesso non ci saranno più e io sono maschio e nessuno mi ha insegnato a farli, anzi mi cacciavano con la scopa dalla cucina, stupidi, che a quest’ora almeno non era tutto morto, anche i ricordi. Tu vuoi sapere come sono scappato? Non è stato difficile, signora, io so camminare e anche correre e sono basso; non me ne andavo soltanto perché dovevo trovare mia madre e mia sorella, te l’ho detto, ma poi ho incontrato quella strega della moglie di un pastore amico di papà e lei mi ha detto che erano morte subito. Mi ha detto che erano deboli, ma io lo so che non è vero, invece sono sicuro che quella strega ha fatto qualcosa e loro sono morte per colpa sua. Magari ha gridato forte e quelli si sono arrabbiati e io lo so che la mamma non gridava mai, perché anche se non ero buono mi prendeva in braccio e mi baciava tutto e poi mi dava un pezzo di pane con la marmellata quella buona. Allora, signora, io sono scappato e mi sono messo in un cespuglio e nessuno se ne è accorto e poi ho camminato e ho camminato e certe volte ho anche corso e ora sono qui e tutti sono gentili, ma capisci signora, non so se ho fatto bene. Perché adesso non so più dove devo andare e nemmeno con chi. 5 luglio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – calze velate
Ci sono certi avvenimenti che lasciano il segno, come quando da bambina cadi e ti sbucci le ginocchia: non sai, allora, che alla cena più importante della tua vita le cicatrici usciranno fuori dal costosissimo tubino nero in cui hai appena investito più di un mese del tuo stipendio.
Così il giorno fatidico accade che ti guardi allo specchio, vedi quelle orribili macchie scure sotto la calza velata 13 denari – quella che la pubblicità ti ha venduto come la più sexy delle armi e che, invece, ora mostra crudelmente ciò che sotto i tuoi soliti collant in microfibra, a prova di maniaco sessuale, non era mai apparso – e ti rendi improvvisamente conto che ci sono sempre state, che c’erano tutte le volte che compravi un paio di pantaloni e non una gonna, tutte le volte che ti vantavi di essere una donna pratica che non poteva essere fermata da un abbigliamento “femminile”. Erano lì, talmente visibili che ti è servita tutta la tua abilità inconscia per riuscire a nasconderle sotto una valanga di scuse. Fu proprio così che cambiò il corso del destino di Giulia, la sera in cui Filippo la passò a prendere per andare a cena dalla madre di lui, austera docente universitaria in pensione. Filippo aveva citofonato alle 7,45 esatte, puntuale come sempre, e Giulia si era già diretta verso la porta quando il telefono aveva iniziato a squillare. Sarebbe bastato ignorarlo e il tempo avrebbe continuato a seguire il suo naturale corso, probabilmente per sempre, ma proprio quel giorno erano saltate tutte le linee telefoniche del quartiere e voi sapete benissimo che è impossibile resistere al suono di un telefono che è stato muto per più di dodici ore. Così Giulia era ritornata indietro e, quando aveva alzato la cornetta, la voce secca e metallica l’aveva colpita come una mazza da baseball proprio al centro dello stomaco. Fu a quel punto che si sedette sul bordo del letto, mise i piedi su, attaccati alla linea dei glutei, abbracciò le ginocchia – ecco che c’entrano ancora – e, dondolando in posizione fetale, pensò che Filippo era il primo uomo con cui lei aveva pensato di costruire una famiglia e quella sera sarebbe stata la svolta dopo la quale non si torna più indietro. Forse quella voce era riemersa dal passato per un motivo. Io lavoro nella città di Giulia, in una casa di cura per malattie neurologiche e, in effetti, sono passati dieci anni e lei non ha ancora smesso. 20 giugno 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Bianco
Il segreto divampa fra i rami incendiati dalla luna.
Un uomo, un bambino, un gatto, un cane, una donna piangono petali di loto nella stessa anima. Morta, diremmo, se la morte fosse uno stato e non un’assenza di stato. Non viva, ecco il modo in cui è quell’essere diafano che mi sta di fronte. Per un attimo ho il dubbio di essere anche io fra quelli che dentro di lei piangono e, allo stesso tempo, mi accorgo di aver deciso che è donna, forse perché piange, forse perché piove petali, forse perché sono piccolo e vorrei una donna, una madre, un seno che si muove sotto i singhiozzi. Miei e suoi. Non sono poi così piccolo, mi dico: ho superato le creste fiorite e oscillanti del nostro giardino* e ho camminato sulla coperta bianca ai confini del cielo, prima di arrivare qui all’altro mare, così uguale a quello che ho lasciato da lasciarmi perplesso su tutto il senso del viaggio. Intanto lei squarcia la notte con il latte dei suoi capelli che frusciano fra le foglie e arrivano come tentacoli a lambire le creste del nuovo mare a cui tanto anelavo. Forse la risposta che cercavo non si trova nelle gocce salate o fra i rami o nel cielo, cose che cambiano volto con il cambiare dell’ora, ma in questa donna che ha in sé tutti i visi della mia paura e che si muove con le onde come farebbe una medusa, straordinaria e translucida, insolente e molle, primordiale e pericolosa. Avevo un gatto in quella casa dalle porte celesti; si sollevava dal suolo con lievi balzi e giungeva alle sue dita di seta, le stesse che passavano fra i miei capelli sottili, le stesse che sgranavano il riso, le stesse che acconciavano i fiori sulla tavola e posavano i tappeti sul legno lucido. Tutte queste cose le so adesso, fra i tentacoli bianchi che scrivono incessantemente l’aria, e so anche gli occhi di Madre, neri e dolci come le ciliegie appese ai rami a due a due, quando tendi le mani per toccarle e non riesci, come faccio adesso. Ho provato il silenzio, ma forse le risposte hanno bisogno di una domanda per esistere; ho camminato giorni e forse mesi per una risposta e solo adesso mi accorgo che non possiedo la domanda giusta. La donna lo sa, lo sa anche Gatto e lo sa anche Bambino, ma lui non fa altro che strillare vagiti luminosi che mi stordiscono e mi fanno perdere i pochi brandelli di luce che sono arrivati su di me. Lentamente nasce il pensiero. Lentamente il non vivo fluttua dentro il vivo. Lentamente la domanda richiamerà la risposta. Lentamente le dita di Madre ritornano ai miei capelli e li contano per tutta la notte. Un capello per ogni passo da un mare all’altro mare, un passo per fuggire, un altro per allontanare, un altro ancora per dimenticare di avere il destino di Padre. Un altro ancora per aprire gli occhi dopo un sogno e salire sulla nave che dovevamo prendere in due per scappare: un assassino e suo figlio. Io sono Figlio. E sono arrivato da solo. * le alpi giapponesi 15 giugno 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il Presidente
Un metro e cinquantacinque con le scarpe opportunamente rialzate e il collo della camicia inamidato e alto come il busto ortopedico che portava a tredici anni. In fondo non era cambiato da allora, tranne che per la pelle cotta dal sole, che adesso sembrava doversi sbriciolare al contatto con l’aria.
Forse per questo non usciva più da quando era stato colpito da un ictus proprio il giorno prima delle elezioni che sarebbero state il culmine della sua carriera. Sarebbe diventato Presidente, lui ne era certo, la sorte era sempre stata dalla sua parte fin da bambino, quando era stato eletto presidente dei “piccoli gnomi”, diventando il leader indiscusso della “Scuola Materna Montessori”, nel suo minuscolo paesino che ora, grazie a lui, era il posto più conosciuto dello Stato. Poco importava come avesse conquistato questa carica, ma lui lo ricordava bene perché era stata la madre ad aiutarlo e ad insegnargli come funziona il mondo: a lei doveva tutto, a partire dallo stock di merendine nello sportello in basso della cucina, pronte per essere distribuite ogni giorno a tutti i compagni e ai loro fratelli più grandi. Chissà a quante cose aveva rinunciato sua madre, sempre con le stesse scarpe e lo stesso vestito, ma lui non aveva mai sentito una parola uscire dalla sua bocca, se non: “tu arriverai in alto, molto in alto, tu sarai Presidente”. E così era stato. Da quel giorno non si era mai fermato, aveva scalato ad uno ad uno tutti i settori della società, fino ad arrivare alla carica di Presidente. Con il tempo le merendine erano diventate collezioni di figurine, poi automobiline, skateboard, chitarre, fumo, lavori stagionali, impieghi, appartamenti, cariche politiche, ma il principio era sempre lo stesso: lui diventava quello che scalava, diventava il sogno di tutti, l’uomo senza qualità che con la forza di volontà e gli insegnamenti della famiglia arrivava dove tutti sarebbero potuti arrivare, ma non ne avevano voglia. Era questa la sua forza, non le sovvenzioni, come pensavano tutti: convinceva i suoi diretti concorrenti che erano furbi a lasciare a lui il lavoro pesante e scomodo. Il suo segreto era aver compreso che non è importante che gli altri ti debbano qualcosa, ma che pensino di dovertela come risarcimento. Così era diventato “Il Presidente” e nulla avrebbe potuto fermarlo se non la stessa fortuna che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Sorseggiò il decaffeinato e fissò la finestra di fronte a lui: era stata aperta durante la notte. Questa volta non c’erano dubbi: lui stesso l’aveva chiusa e poi aveva chiuso a chiave la porta dello studio per non far entrare i domestici. Assaggiò l’angolo di un cornetto e guardò l’orologio: fra mezz’ora sarebbero venuti a prenderlo per la conferenza stampa, ma il mistero della finestra non smetteva di tormentarlo. Era aperta dall’interno, chiaramente, non era stata forzata e nessuno aveva la chiave dello studio, nemmeno i suoi figli: aveva fatto cambiare la serratura il giorno precedente e nemmeno il fabbro poteva avere una copia della chiave perché aveva aperto davanti a lui la scatola sigillata e gli aveva consegnato tutte le chiavi. Questo andava al di là del problema politico, era strano come un segno del destino e lui ai segni del destino aveva sempre creduto, anche il giorno prima dell’ictus, quando la targa della Scuola Montessori era caduta a terra scheggiandosi nell’angolo a sinistra; ma senz’altro questo “segno” era ancora più strano. Poteva esserci un meccanismo radiocomandato che faceva scattare la leva di apertura della finestra, questo avrebbe spiegato tutto razionalmente, ma lo avevano cercato in dieci il giorno prima e non avevano trovato nulla. Questo era vero, ma era anche vero che le merendine sono alla portata di tutti e che qualcuno poteva aver corrotto i suoi uomini. Corrotto: che brutta parola! Incentivato, ecco, così era meglio, ma la sostanza era uguale. Bevve un sorso di succo d’arancia, si alzò e chiuse la porta a chiave: aveva venti minuti per sapere la verità, inutile ciurlare nel manico. Prese un piccolo telecomando dal cassetto della scrivania e azionò la tv e la videocamera a circuito chiuso che aveva fatto installare insieme alla serratura nuova. Ore 20,30 lui chiudeva la finestra e usciva dallo studio, poi la stanza era vuota, avanti veloce, ecco, la porta si apriva, play, ma… ma era proprio lui! Nello stesso istante un uomo di un metro e cinquantacinque, pelle cotta dal sole e perfettamente liscia, mano sinistra funzionante, salì sulla limousine diretto alla conferenza stampa. Il Presidente è praticamente immortale, titolarono i quotidiani del giorno dopo. 02 giugno 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Inceneritori
Quando le stelle appaiono dietro la Banca d’Italia, vuol dire che la notte è pronta per essere cavalcata. Bisogna stare attenti al punto esatto in cui la luna volge il suo quarto verso Palazzo della Borsa e a far rombare i motori esattamente all’unisono, così da non svegliare il fiuto del pericolo nella guardia che sonnecchia davanti alla questura. Un solo motore è un’anima dispersa che al massimo toccherà il culo di una puttana, ventuno marmitte sono una mandria di bufali e i cowboy inforcherebbero le loro selle, manette a fianco come lazos, pronti a ristabilire l’ordine innaturale delle cose.
Il Corso è vuoto, al centro scorre lo spartitraffico deserto di uomini, con i tronchi che allargano le braccia sui brandelli di cielo fra le case. Se non fossi il padre di venti scarti di produzione, mi fermerei a fissare un refolo di vento fra le foglie, ma non ho tempo per questo, non quando dio ha appena lacerato la cortina di smog e la città è diventata un selvaggio canyon. Le zanne di un gatto luccicano dietro i bidoni, ventuno braccia reggono una torcia, quarantadue piedi divaricati stanno piantati a terra e aspettano il segnale per fondersi con la lamiera e io, soltanto io, posso darlo. Io il Padre. Noi il Fuoco. 25 maggio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Correnti
Laura ingrana la marcia, stacco veloce di frizione, accelerazione, marcia, drin, telefonino, Eccomi, quello scrittore nuovo che avete preso che non si capisce niente, sì, ok, verrò, fra un’ora, click, freno, maledizione questi autobus, ci vorrebbe la macchina della pubblicità, ecco, tac uno vai a prendere Giulia a scuola e la depositi da Marco, tac due l’estetista, tac tre piscina, tac quattro parrucchiere, tac cinque aperitivo con Giorgio, tac sei libreria e firma dieci libri, tac sette questa assurda presentazione che proprio non ci voleva.
Laura passa la mano sul cruscotto, C’è nebbia e si vede male, altro che tac tac e tac, qui non c’è nemmeno uno sbrinatore decente, mi schianterò sul prossimo autobus. Svolta a sinistra , poi di nuovo a destra, piove, ci vorrebbe il navigatore satellitare, chissà dove sono. Lascia il cambio, ripassa la mano sul cruscotto e vede Luca muoversi esattamente un secondo prima di centrarlo in pieno. Cazzo, l’ho ammazzato! Apre lo sportello, si precipita sull’uomo, Quarant’anni, bello si direbbe se non fosse per il taglio sulla fronte da cui sgorga un fiume di sangue. Ha gli occhi aperti e la sta guardando. 21 aprile 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Anna
Stasera è la mia serata: da dieci anni aspetto questo momento. Da dieci anni, alla fine di ogni di ogni romanzo scrivo il discorso che farò per questa conferenza e lo metto lì, nel cassetto, insieme alla prima copia, quella che ancora non è stata sverginata dall’editore, quella che ancora ha l’impudenza e l’innocenza dell’arte per l’arte, della bellezza per la bellezza.
- Dammi una vodka. Li ho ripresi tutti stamattina, i foglietti dico, per ricordarmi quello che avevo da dire dieci anni fa, e poi nove anni fa, e ancora ogni volta che ho piegato accuratamente il mio discorso nella cartellina. - Viene mai qui una certa Anna? Il barista mi guarda come se fossi ubriaco. Se sapesse chi sono avrebbe più rispetto, ma non lo sa, non può saperlo perché non sono mai tornato a dire grazie ad Anna, a prendere la sua sacca che scivolava triste insieme ai piedi e a metterci dentro il suo posto nella storia, un senso, forse una strada diversa da quella di ogni giorno. Stasera è la mia serata. Dieci romanzi, uno all’anno, dieci successi che parlano di nulla, dieci foglietti pieni di cose che volevo dire e che non ho mai detto… dieci minuti, mancano dieci minuti alla conferenza e Anna non c’è. Devo andare. 20 aprile 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Nulla
- Prendi tu il cane oggi, io sto un altro po’ a letto.
- Dove hai messo quel cazzo di collare? - Sul cane, se ti degni di guardare. Ti ho preparato tutto mentre dormivi. - E non facevi prima a portare il cane giù? O è solo per farmi arrivare tardi al lavoro, tanto a te che ti frega? La porta si è chiusa, finalmente. Il cane abbaia, lo sento da qui. Lo starà tirando come al solito, rabbiosamente come al solito; non gli lascerà il tempo di fare pipì e poi la farà sul divano, come sempre. Ma oggi non importa, oggi vado fuori, vado dai carabinieri. Sembra difficile, ma in fondo è semplice: ti alzi dal letto, prendi il maglione di ieri che sta ancora sulla sedia, prima lo infili dal collo, poi un braccio, poi l’altro e già è fatta. Con le calze è più difficile, sicuramente sono strappate, come tutte le calze da quando lo conosco. Da principio pensavo che avrebbe smesso di strapparmele, poi al quarto anno ho capito che era un’abitudine consolidata e ho smesso di pensarci: quando le trovo in giro, magari trascinate dal cane, faccio finta di niente e le butto nella spazzatura. Però oggi le porto ai carabinieri, perché tutti devono sapere che me le strappa, tutti devono saperlo. - Il cane è qui, sei contenta ora? - Grazie, non ce la facevo proprio a scendere. - Grazie un cavolo! Lo sai che odio perdere tempo quando devo andare a lavorare, specialmente per una che non fa niente tutto il giorno. Sei sempre stata così: dispettosa e pigra e anche frigida. Faresti uscire fuori di senno qualsiasi persona. - Va bene. - Va bene un corno! Mi prendi in giro? Ringrazia il cielo che devo andare a lavorare, ma stasera ne parliamo: devi smetterla di trattarmi come un idiota! - Va bene. La porta si è chiusa di nuovo. Ecco, ora possiamo passare ai pantaloni, penso che mi metterò le scarpe da tennis e i calzini, così non può strapparmi niente nessuno. I pantaloni sono a terra, ma saranno puliti. E poi, anche se non sono puliti chi se ne frega? Devo andare a denunciare tutte le cose strappate in questi anni, mica devo andare a teatro. Ok, un passo dietro l’altro e oggi niente trucco. Niente trucco mai più. E poi io l’ho sempre odiato il trucco e con lui mica si può camminare senza. Un motivo in più, anche se proprio non ce n’è bisogno di altri motivi. Quindi, ripassiamo la cosa: prima mi vesto, poi esco, poi vado dai carabinieri e dico che devo fare una denuncia, poi loro mi chiedono di mostrare le calze strappate, sicuramente, magari hanno anche dei dottori che mi possono aiutare. Poi lo mettono in galera, sicuro, così, quando tornerò a casa stasera, ci sarà solo il cane ed io lo porto giù perchè ho i calzini e le scarpe e ancora tutti i vestiti e non mi fanno male le braccia e le gambe. E poi metto la musica e mi stendo sul divano con il cane e pure le scarpe. E non arriva nessuno a dirmi che sto buttando via la sua vita e i suoi soldi. E nessuno mi dice che sono frigida. E nessuno mi fa gridare. Nessuno mi fa gridare. Eccomi per strada, lì ci sono i carabinieri. - Buongiorno, devo fare una denuncia. - Di qua, signora, prego. - Devo denunciare mio marito. Lui torna a casa e mi fa delle cose. - Cosa? - Mi strappa le calze. - Le calze? - Sì, le calze, per questo ho messo i calzini oggi, capisce? - Non bene. - Perché prima non potevo, capisce? - No. - Perché anche se mi mettevo i calzini lui me li faceva togliere e mi faceva mettere le calze. Capisce ora? - No, signora. Vedo che lei ha dei segni di percosse. - Sì, non mi sono truccata stamattina. - Signora, mi scusi, suo marito la picchia? - Anche, ma non è questa la cosa importante, lei non capisce. - No, signora, non capisco, io devo scrivere un verbale. - Lui non mi fa parlare, capisce? Lui mi fa solo gridare. Io non parlo più con nessuno da anni. E poi mi fa diventare in un modo e mi fa male perché sono diventata come diceva lui. Per questo mi strappa le calze. Capisce? Mi fa diventare nulla. - Signora, che cosa scriviamo in questo verbale? Che suo marito le strappa le calze? - Sì. Poi lo andate ad arrestare, vero? - Per le calze, signora? - Per le calze, certo. - Signora, lei vuole scherzare? Mi sta prendendo in giro? - Gliel’ho spiegato, lei non capisce? Se sono con le calze mi picchia, se sono senza mi picchia, lui si ferma solo quando ha rotto tutto. Non capisce che lui ha rotto tutto qui? - Signora, se lei vuole io scrivo che la picchia, poi la mando all’ospedale a fare una visita e poi, in ogni caso non possiamo arrestarlo: ci sarà un processo e nel frattempo lei dovrà avere pazienza e trovare dei testimoni, glielo consiglio. - Testimoni? - Sì. Allora. procediamo? - La ringrazio, ma lei non ha capito. Non è perché mi picchia, quello è solo dolore. - Signora, cerchiamo di concludere, qui abbiamo problemi veri, non le sue litigate coniugali. - Grazie, allora ci penso e casomai torno. - Sì, signora, torni pure, noi siamo qua. Non hanno capito, lo sapevo. Ora mi dovrò truccare di nuovo. E dovrò comprare altre calze. 28 marzo 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Allora
Allora.
Incominciamo malissimo, non si inizia un discorso con “allora”, lo sanno tutti. Però si potrebbe discutere sul concetto di iniziare un discorso, perché un discorso viene sempre da qualche parte, no? Questo discorso, per esempio, viene da quel corpo stramaledettamente bello che giace sul mio letto matrimoniale da due ore in stato di totale incoscienza. No, non è mio marito, meno male. Lui giace ovunque, ma non nel nostro letto matrimoniale. Lì preferisce appoggiarsi per un paio di ore a notte, iniziando a russare proprio quando io sto per prendere sonno e così non riesco mai a dormire. E poi dicono che noi donne siamo isteriche! Ma non pensate che io non mi vendichi, sapete? Ci sono molti modi per una donna al di sopra di ogni sospetto come me, una che se la guardi già provi pena, una di quelle che alla parola femminismo c’è la sua foto, ma con la ics sopra… Perché non sanno vivere, solo per questo. Che ne sanno loro? Loro non passerebbero mai il barattolo del pepe sotto le narici dilatate del compagno che ronfa. Sono mesi che il poveretto è in cura da un allergologo e spende così tutti i soldi che non vuole dare a me. Meglio che spenderli a puttane, no? E qui torniamo all’inizio e, finalmente, posso dire “allora” senza che tutta l’Accademia della Crusca venga a rompermi le scatole – con rispetto parlando – perché inizio con allora. Allora, questa che giace sul mio letto non è altro che una delle puttane di mio marito. Ora, ve lo dico con assoluta sincerità, lasciando perdere femminismo, maschilismo, gelosia e tutte queste condizioni filosofiche che io non capisco e continuo a non capire, la cosa veramente grave è che da due ore io sto cercando di individuare il comportamento socialmente adeguato per una situazione simile. E dico, scusatemi tanto, una poveretta che ha fatto trent’anni di matrimonio, quattro figli – due maschi e due femmine – otto nipoti – quattro maschi e quattro femmine – che ha la casa ordinata, un armadio quattro stagioni – stagione sopra stagione sotto mai un giorno prima o un giorno dopo di quello giusto – pasta al forno la domenica, messa, visita ai suoceri una volta al giorno – prima che, grazie a Dio, la morte arrivasse misericordiosa a sollevarli dalle sofferenze terrene – ecco mi sono persa, lo sapevo, dicevo, scusatemi tanto, ma una povera donna che ha sempre seguito le regole anche nel vendicarsi del marito – a pensarci fu molto divertente quando gli stirai le ortiche sul pigiama a rovescio, ma non divaghiamo – non avrebbe il diritto di non essere messa in difficoltà con una puttana nel suo letto matrimoniale, dove ha sofferto con dignità per trent’anni? Allora, dicevo, ora che faccio? No, no, inutile che me lo chiediate: non mi interessa nulla del perché questa puttana sia sul mio letto e nemmeno delle ferite che ha sulle braccia e, aspettate, una anche sul viso. Sembra fatta da quell’orrendo anello di mio marito, che almeno così è servito a qualcosa, e pensare che io lo odiavo con tutte le mie forze… L’anello, non mio marito, oppure no, forse anche mio marito se ci penso bene. Ma sto ancora divagando: cosa ci faccio con questa puttana nel letto? Questa è la domanda fondamentale. Allora, dicevo, mio marito è in pensione, la liquidazione è come si conviene su un conto cointestato – non vi sembravo così intelligente, vero? – è incredibile come, mentre cercavo di controllare le ferite, mi sia caduta questa lampada sul suo viso che era così carino, ma non credo che si dovrà più preoccupare della bellezza, non credo proprio. Allora, dicevo, mi levo i guanti e chiamo la polizia. Non c’erano precedenti per una situazione così, lo so, è stata una soluzione geniale, non c’è bisogno che vi complimentiate… Peccato soltanto che noi donne per bene non passiamo mai alla storia! 10 marzo 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Mai soli in rete
Avete mai provato l’ebbrezza di mangiare da soli, sentendo quasi i vostri pensieri come commensali?
Purtroppo io mai, perché, quando pranzi su un tavolo di noce antico almeno di duecento anni, ti trovi come minimo la tua bisnonna che dissente sulla tua bocca aperta che mastica patate fritte come una bitumatrice. In fondo questa è la cosa migliore che ti possa capitare, perché vedere la tua prozia rivelare di aver parlato con lo spirito del tris-trisnonno, ti fa porre alcuni interrogativi sullo stato delle tue eliche di D.N.A. e se poi una zia, appena deceduta in stato di alzheimer conclamato, ci ricava pure i numeri al lotto e pretende che tu glieli giochi, beh, allora più che interrogativi incominci ad avere certezze ed i tuoi minuscoli pensieri, come ad esempio lui che ti ha mollato per una di almeno quindici anni e quindici chili di cervello in meno di te, cominciano a liquefarsi sulle sedie dove li avevi collocati per discuterci un po’, magari trovare un accordo, fosse anche quello di riuscire a dormire da mezzanotte alle quattro, che non è poi una gran pretesa, considerato il fatto che lasci a sua disposizione le restanti venti ore della giornata, persino quando sei a gabinetto in preda ad una colite isterica proprio grazie a lui, il pensiero su cui si è appena seduta la nonna, perfettamente incurante di tutto e truccata e vestita come per andare ad un appuntamento con il re. Dove cazzo stai andando, nonna? – Ti verrebbe di chiederle, ma mica ti puoi rivolgere così ad una poveretta deceduta nel 1964, ben quattro anni prima del ’68, e che potrebbe rimorirti davanti di infarto perché sua nipote fa sicuramente la prostituta, visto quel linguaggio da scaricatore di porto. E magari, nonna, non sei nemmeno lontana dalla realtà, ché ognuno si vende per quello di cui ha bisogno e io mi sono sempre venduta per un commensale alla mia tavola, ma di quelli veri, però, di quelli che stanno parlando con te, mica con gli antenati o con tutta quella rete di eliche del cazzo che, ok, ammettiamo pure che siano più filamenti informi che vere e proprie eliche, ma chi se ne frega? Ok nonna, bisnonna, nonno che stai zitto lì, che tanto sei sempre stato zitto con tutti i gradi che ti portavi attaccati addosso, ma io oggi avevo un problema da risolvere con quel pensiero del cazzo – sì ho detto proprio cazzo, nonna, quello che se non l’avessi mai visto io non starei qui – per dirgli di lasciarmi in pace quattro ore su ventiquattro e dovevano essere quelle notturne, non quelle in cui ci pensate voi a sedervici sopra. E poi tu, zia, ne avessi mai azzeccato uno di numero, che mi ci compravo un tavolo nuovo e magari ci trovavo un’altra famiglia normale che le uniche reti per loro erano quelle dei pescatori! E tu, nonno, che sei morto che non parli? Oh, sì, certo che sei morto, scusa, ma perché proprio tu non parli e parlano sempre quelle? In fondo se mangio le patatine a voi che vi frega? Tanto anche se muoio non scappo, vero? Sempre a questo tavolo starò e sempre ci sarà qualcuno a sedere sui miei pensieri da nulla, cioè tutti quelli che non parlano di voi. Ma sapete che vi dico? Voi non esistete. Io ora riprendo il mio pensiero di lui e lo metto qui, proprio a capotavola – mamma, alzati – e gli parlo perché magari lui D.N.A. non ne possiede e mi libera da tutto questo passato inutile e da tutti questi fili che servono solo a farmi inciampare. Ecco, qui stai bene, vuoi una patatina? Vuoi piangere? Vuoi farmi piangere? Vuoi chiedere a me perché se ne è andato o sono io a doverlo chiedere a te? Del resto sei tu il mio pensiero, io mangio solo patatine e sto sveglia cercando di ascoltarti. Dimmi, dimmi, forse vuoi andare via anche tu? Se lo dici che vuoi andare via è già fatta. Ce la possiamo fare: tu vai via e io non ci penso più, non li ascoltare, non li ascoltare, parla con me. No, mamma no, perché piangi ora? Papà se ne è andato e io te lo ricordo? No, scusa, no. Scusa. Zia, dammi i numeri che stasera li giochiamo. Non ci pensiamo ora, non ci pensiamo più. 20 febbraio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Alle spalle
Il mio specchio non dice niente. C’è troppo buio intorno. Potrei immaginarmi i contorni netti del viso, oppure la rabbia che li altera fino a farli sfocare lentamente; oppure potrei pensarlo mentre insegue la mia immagine che percorre la stanza avanti e indietro, vantandosi della sua posizione privilegiata di specchio: lui sa sempre l’altro lato di me che io non vedo e forse per questo, pur odiandolo per la sua cecità, io lo tengo sempre lì, al centro del mio mondo.
Il mio specchio tace. Ma nel suo silenzio è racchiuso il dissenso, un dissenso muto, insieme alla pretesa che il silenzio mi sappia dire qualcosa che va al di là del fatto. E il fatto è – o Dio mio, qual è il fatto adesso? – il fatto è che ci potrebbe essere una lama a chiudere tutto: un taglio netto, definitivo, una cesura, un taglio ben calcolato fra le scapole del destino. Fra le scapole, sì, perché il destino non lo puoi colpire al petto: da qualunque parte tu colpisca sarà sempre alle spalle, perché il solo fatto di colpirlo apre un’altra strada di fronte e non saprai mai qual era quella che ti sei lasciato dietro, grondante da quel coltello e non più viva, non più capace di crescere, procreare, invecchiare, morire. Allora forse adesso potrei cambiare tutto e rivolgere la lama alla mia immagine riflessa nello specchio nero e muto: è impossibile colpirmi alle spalle e potrò vedere il destino fluire dallo strappo, ma… ma lo specchio è nero adesso, come prima del resto, e la lama lucida cattura quei pochi residui di luminosità che mi facevano intravedere la mia ombra: vedo solo una lama. Potrei offuscarla, annerirla con la cenere, ma non riuscirei a calcolare esattamente il tragitto fino al mio petto e rischierei di colpire un polmone o, peggio, farla rimbalzare su una costola e soffrire e no, no, no, basta soffrire nella precarietà dei tagli, delle cesure, degli specchi, delle ferite con suture provvisorie fino alla prossima. Potrei gettare la lama e rompere lo specchio per non vedere più nulla, ma che senso ha? Non vedo già. Non ho scelta, quindi, nessuna scelta se non alzare la lama e colpire il destino alle spalle e chiedermi per sempre come sarebbe stata la mia vita se prima di questo istante fosse entrato uno spiraglio di luce dalle finestre che qualcuno (forse io stesso, che importa?) ha oscurato. Non ho scelta, quindi, ma mi accorgo ora di non averla mai avuta, perché lo specchio mi sembra chiarissimo adesso che la lama è coperta, lì dentro qualcosa a terra, fra le scapole. E poco importa di chi siano: ormai quel destino non è più. 16 gennaio 2008 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Empatia
L’avrei pure abbracciato se non fosse stato per lo sguardo: non era certo di sapere chi ero e me ne accorsi subito perché i suoi occhi sfuggivano lateralmente, ma non in modo così evidente da poterglielo dire e nemmeno così furtivamente da poter far finta di niente.
In fondo, poi, come biasimarlo? Anche a me capitava spesso quando incrociavo la mia immagine in un finestrino di una macchina.: se l’abitacolo non era vuoto, riuscivo persino a confondermi con la persona seduta e, distrattamente, seguivo il corso dei suoi pensieri passandomi la mano sulla fronte a spostare una sua ciocca di capelli che, improvvisamente, mi dava fastidio. In un certo senso era così, voi lo sapete, non c’è mai nulla che sia totalmente fuori di noi, il problema è riuscire a segnare il limite fra l’esterno e l’interno e saper dire: “questa sono io, questa no”, ma c’è davvero qualcuno che sa farlo? No, no, tranquilli, non voglio una risposta: era una domanda retorica questa, pensavo che si capisse. A pensarci bene, forse Luca si confondeva anche per tutte queste domande che non richiedevano una risposta: lui pensava sempre di doverla avere lì, pronta per l’uso, sintetica ed essenziale a definire contorni, limiti, raggi e circonferenze. “Qui siamo noi” e il cerchietto sulla mappa. Ciò che io discutevo, invece, era proprio il concetto di “noi”, perché se è vero che Luca non mi ha mai lasciato con lo scolapasta in mano, il mutuo e due bambini, è vero pure che almeno per una volta nella vita gli è balenata in mente la scena come un pensiero malvagio e ha sentito persino sulla lingua il sapore del cocktail che stava gustando sulla spiaggia, sotto quell’enorme palma. Sì, mio caro signore che spalanchi gli occhi, proprio la stessa palma a cui pensavi ieri! Non è così semplice questo confine, ti stai convincendo? E poi, diciamolo chiaramente: gli piaceva avere un harem al costo di una sola donna: la mia mente non aveva limiti e preclusioni e, decisamente, non ero mai prevedibile e lui ne approfittava, si divertiva, pensava che fosse un gioco provocare dentro di me tutte quelle voci e usarle quando era annoiato. Ma sono una persona io, non una tv che quando ti va la spegni o cambi canale! L’avrei pure abbracciato se non fosse stato per lo sguardo: era così pieno di odio che non sono più riuscita a distinguerlo dal fidanzato della signora di stamattina sulla Punto bianca, quella di cui ancora mi facevano male i lividi sul braccio e sull’occhio. 09 novembre 2007 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Avrei molto da dire
Avrei molto da dire, sì, non è che mi manchino parole ad affacciarsi sul davanzale delle labbra, ma poi… poi all’orizzonte vedo sorgere l’impassibile ostinazione del silenzio interiore stampato sui vostri visi e le parole rabbrividiscono, serrano le tende, accostano gli scuri, indietreggiano verso il camino acceso e si riscaldano con un ciocco che brucia di precisa legge termodinamica.
Posso calcolare le variabili: l’umidità dell’aria, che è somma di tutte le lacrime rientrate; l’ampiezza del camino, che è pari al diametro del mio campo visivo; la quantità di fuliggine che blocca le uscite, che è il quadrato delle vostre grigie parole moltiplicato per la somma delle paure, quelle mie e quelle vostre. Avrei molte variabili ancora da considerare e, se le sommo alle molte cose che avrei da dire, posso dedurre che non parlo perché non ho il tempo di farlo, ma poi devo ricordare che il tempo è l’unica cosa che non ci manca fino alla morte. Allora sono costretto a confessare che non ho nulla da dire a voi e questo costituisce un coefficiente ulteriore per cui moltiplicare tutte le variabili di prima e mi resta ancora meno tempo. Il che, visto che il tempo non manca fino alla morte, significa che la vostra impassibile ostinazione mi avvicina sempre di più alla fine. E forse, davvero, questa è l’unica cosa che disperatamente vi direi. 26 ottobre 2007 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Autobiografia (incompiuta)
Nacqui.
Questa è una delle poche certezze che ho, forse l’unica, ma mi aspetto che venga smentita da qualche buon filosofo con argomenti inoppugnabili. Aspettando quel momento, intanto nacqui. Naturalmente c’era caldo – perché io odio il freddo, altrimenti da pigra quale sono avrei potuto anche soprassedere almeno fino alla prima grandinata – ed era anche ora di pranzo – perché se proprio devo muovermi, allora mi muovo per pranzare. Mens sana in corpore sano: l’ho ripetuto per anni senza capire cosa voleva dire, ma oggi devo affermare che è una verità assoluta, visto che io un corpo sano non l’ho avuto mai e la mente lo ha sempre seguito benissimo. Certamente il buon filosofo di prima, quello che sta lavorando da secoli per scardinare l’unico punto fermo, mi sussurra che quanto affermo è frutto di un falso sillogismo, ma chi se ne frega? Con la mente malata mi posso permettere questo ed altro e, sapete che vi dico? Me lo permetto. Nacqui, dicevamo, ed era caldo, lo dicevamo pure, ed era ora di pranzo, e l’abbiamo già raccontato, ma non abbiamo detto che, oltre ai perplessi e sudati futuri genitori primipari, il contesto della nascita vedeva in luce abbagliante due zie zitelle, orfane di madre da circa un anno e pronte a giurare che nell’ancora inesistente nuovo membro della famiglia risiedesse lo spirito della nonna. Così, in aggiunta alla gravità della mente malata in corpo malato (e anche piuttosto obeso), fu creata una nuova serie di leggende per cui in confronto la liquefazione del sangue di San Gennaro è un gioco da bambini. La piccola nata aveva contemporaneamente tutti i capelli ed era calva a giorni alterni, a volte persino ad ore, probabilmente in relazione alle visite ricevute; aveva tutti i denti (beata lei) e recitava la Divina Commedia a memoria, tanto che l’ostetrica era svenuta in sala parto per l’emozione (dicono che le ricordasse un suo ex fidanzato professore di Italiano e disperso in guerra). Ma questo è nulla in confronto al secondo e terzo giorno di degenza! La neonata, infatti, discuteva in sei lingue più aramaico e conosceva a menadito tutta la Fenomenologia di Hegel, anche se mostrava delle incertezze in qualche passaggio – ma questo era tollerabile, visto che lo stesso Hegel sembrava non essere proprio lucido in alcuni momenti -. I diari dell’epoca, redatti da una delle zie su stampo evangelico e con la stessa precisione storica, riportano un concilio ad una settimana dalla nascita: i Padri decisero di nascondere le doti della bambina per garantirle un futuro di integrazione nella società. Fu allora che veramente nacqui: io, obesuccia, slavatina, malatella e dimentica di Hegel, in seguito ad una settimana di condizionamento forzato a caroselli. 22 ottobre 2007 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Al dente
Linguine al dente per favore, ché mi piace la pasta fatta in casa e non voglio – sottolineo non voglio – sottostare all’idea della bavetta barilla mulino bianco: non c’è niente di bianco qui da me, neppure il contorno di una pupilla ex verde smeraldo ora color cane che fugge, come diciamo qui.
La vostra domanda sarà adesso Ma che colore è il cane che fugge? E vi siete già dati la risposta nello stesso istante in cui avete pensato di domandare. Perché è così se ci pensate bene: noi non chiediamo mai agli altri, chiediamo a noi stessi e la risposta è già implicita nella domanda. E guai, guai, se il povero interlocutore, avvezzo al mal costume della comunicazione, ci risponde qualcosa che non è conforme alla nostra replica implicita! Ecco che il nostro primordiale istinto di controllo prende il sopravvento e il felino di taglia grossa che è in noi inarca la schiena, orripila il pelo, scopre le zanne e… giù con tutta la potenza dei denti a fare un bel cerchio tondo sulla mano tesa. Perché tutto deve tondare, no, non quadrare come diciamo in maniera impropria, ma tondare, perché così poi si possa tutti senza dolore ripercorrere lo stesso conosciuto cerchio senza renderci conto del punto zero, quello da cui eravamo partiti. Linguine al dente per favore. 19 ottobre 2007 [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – treddì
Se. Del se_n_no_n di poi ne son piene le fosse.
La Storia è un meraviglioso solido tridimensionale da ricostruire con un programma 3D. Il problema sta nelle variabili che inserisci: la pioggia, il cavallo, la statura, i capelli, un cappello, una bandana, i chili di troppo, la nazione, la Patria, la libertà, i poli opposti, i poli che si attraggono, il Polo. Ma è poi un problema reale o il problema ce lo creiamo noi? Inseriamo i dati, su: In che anno siamo? Che importa? Qualunque variabile si inserisca la storia dà un unico risultato in qualsiasi tempo: [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Della musica
Sei stanca di suonare? Ti racconto una storia.
Eravamo in cinque in una stanza. Due letti a castello e un lettino per Maria, la più piccola. Suona ancora piccola, adesso sono stanco io. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Che ora è
"Che ora è?" – mi aveva chiesto poco meno di due mesi fa, incrociando la mia strada per la prima volta sotto un enorme cartellone pubblicitario.
Mentre lo diceva gli si arricciava il naso adunco, la cui punta si schiacciava e si muoveva lateralmente, quasi a scatti. Le orecchie sporgevano dai radi capelli mal pettinati e dalla sciarpa maldestramente gettata su un vecchio cappotto di lana. Certamente non sono il tipo che bada a questi particolari, ma il fatto che fosse estate e che il termometro segnasse quaranta gradi, mi costrinse a guardare meglio quella strana figura che mi si parava davanti. Credo di non avere risposto alla sua domanda sull’ora e credo anche, alla luce degli eventi successivi, che lui sapesse perfettamente che ora era in ogni attimo della sua giornata, ma questa è solo una mia illazione ed io voglio tenere in considerazione solo i fatti per riuscire a capire bene la situazione in cui mi trovo oggi. "Mi piace il freddo" – mi disse – "e se ricreo tutto il contesto del freddo, allora sento e sentirò freddo ogni volta che voglio. Non puoi essere certo che io sia pazzo, né che non lo sia," – aggiunse – "né puoi essere certo della stessa pazzia. Forse nemmeno della morte puoi essere certo. In effetti né io né tu sappiamo se l’altro è vivo, oppure se lo siamo noi." Nello stesso istante in cui lo guardai bene in quegli occhi trasparenti e profondamente inabissati nel volto, decisi che dovevo seguirlo, anzi che dovevo condurlo e lo accompagnai con il braccio verso il corso principale in cerca di un caffé dove sedermi con lui a chiacchierare. Fu proprio allora che il cartellone cadde alle nostre spalle fracassando in mille pezzi la sorridente ragazza in bikini che mi aveva spinto a fermarmi lì sotto. Continuammo come se nulla fosse successo, ci sedemmo ad un tavolino in una piazzetta sorridente di gerani alle finestre e ordinammo due cioccolate calde. Ed è ancora questo che mi chiedo adesso, sotto questo cartellone, fra i pezzi di una ragazza in bikini, e devo decidere se sono passati veramente due mesi, se quel naso con la punta elastica è esistito, se è inverno o estate, se posso prendere il mio lato della vita e fargli fare una corsa indietro ed un’altra avanti mentre le mie bambine fanno merenda con calma e mi aspettano. Devo decidere se è vero quell’angolo di cappotto che intravedo fra gli strappi di cartone e acciaio e se la cioccolata è caduta, o cadrà, e se fa differenza il tempo del verbo o solo la mia paura. Adesso devo decidere se credere di essere ancora vivi è già vivere. (23/10/2006) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il mio nome era verde
Il mio nome era verde. Verde e blu per l’esattezza. Perché anche così, da morta, continuo ad essere esatta.
La morte è un accidente, non cambia nulla se non il colore: la speranza e il mare stingono nel sangue ed i polsi gridano il tempo. Anche se la sfumi con pennellate di Van Gogh, anche se la copri con gli incubi di Dalì, anche se la neghi con gli immensi grigi di Picasso. Mi aspetti ancora lo so. Mi aspetti negli spazi rifratti da un colore che vince, mi aspetti nelle notti nere che non seguono più i tramonti. Ché il tramonto è stato. Ché il tramonto è morto. Rosso morto. Il mio nome ora è rosso e si scrive sulle nostre pelli, vendute prima di averle nel sacco. Vendute. E basta. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Mi chiedi dell’amore
Mi chiedi dell’amore, amico mio
Mi chiedi dell’amore, amico mio. Mi chiedi dell’amore ed io non so, io non l’ho mai pensato, né ho voluto pensarci. Ma tu mi chiedi ed io, lo sai, non so negarmi. Definiamo l’oggetto: sono socratica, io, o forse dovrei dire platonica, visto che di Socrate ci resta vento di parole sulla pelle di un altro, ma di parole parliamo, amico mio, di parole. Amore. Cinque lettere. Tre vocali. Due consonanti. Una emme dolce all’inizio, una erre dura alla fine. Sì, amico mio, perché io sono siciliana e per me la erre è sempre terribilmente forte, rabbiosa. Inizi dalla a, alfa, l’origine, il nucleo primordiale dell’universo. Inizi con un bacio, un gesto, uno sguardo che ti sorprende e spalanca la porta di tutto l’alfabeto a venire. Avvenire. A. E dalla a, improvvisamente spicchi il volo. Non lo credevi possibile, ma ti ritrovi catapultato in una avvolgente emme, Maternamente amniotica. I suoni arrivano amplificati, i nervi sono tesi a cogliere il battito, lo scambio nutre, il ventre culla, la simbiosi è perfetta. Tutto è perfetto. Perché il salto ti attira ancora e vuoi di più: vuoi quella O così vicina… potresti accontentarti della enne, ma non proveresti l’ebbrezza del salto e poi la enne è noia, nausea, no. Ed è così che senza accorgertene fai un altro piccolo salto e atterri – sì, proprio atterri – sulla erre. Così arrabbiata la erre. Così rissosa. Così rancorosa. Così irrimediabilmente rovinosa. Così erroneamente rivendicativa. E piombi sulla e, sull’Elenco di ciò che non va nell’altro, sull’Elenco delle sue mancanze, dei suoi vizi, dei suoi sbagli, dei suoi tic, delle sue manie, delle parole sbagliate che dice, di tutti i modi in cui non è uguale al panorama meraviglioso intravisto nel volo fra la a e la emme. È così, amico mio, che arrivi alla fine: Era amore. E siamo tutti uguali qui, siamo tutti sotto lo stesso alfabeto, specialmente oggi nell’era dei computer. Forse un giorno qualcuno salterà alla zeta e ricomincerà ancora dalla a, amico mio, ed io non vedo l’ora di bruciare tutti i dizionari e seguirlo. (12/09/2006) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Presunzione di innocenza
"Non c’è acqua." – borbottò Lucia – "Due gocce alla ruggine nemmeno buone per bagnarsi le labbra."
Giovanni forse era andato via e lei non se ne era nemmeno accorta. Forse aveva lasciato la porta aperta, ma Lucia non sembrava interessata a nulla se non a se stessa riflessa nello specchio di fronte ad un rubinetto muto. Si sedette sull’orlo della vasca e restò lì immobile, poi, lentamente, iniziò a contare i lividi. I movimenti erano precisi, doveva farlo lei prima di chiamare, prima che lo facessero altri. Incominciava a sentire dolore, ma non le dispiaceva sentire qualcosa. L’aveva amato per tanti anni, l’aveva amato proprio per questo: perché sapeva prendersi dalla vita quello che voleva, quando voleva. L’avevano preparata per tutta la vita a proteggersi dagli estranei, a non esibirsi, non provocare, non desiderare, ma nessuno l’aveva mai avvertita di non aprire la porta a chi hai amato e piange. Nessuno le aveva mai detto che poteva bruciare così. Mai. Osservò il volto riflesso nello specchio, lei stessa si giudicava colpevole: colpevole di aver aperto una porta anni prima. (09/07/2006) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Aveva quattro dita nella mano destra
(scritta per un’iniziativa contro la pena di morte)
Aveva quattro dita nella mano destra. Così come tutti questi uomini ora guardavano lui, seduto sulla sedia e cercavano di indovinare i suoi pensieri. Sciocchi uomini che pensano di essere Dio. (30/05/2006) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Alle otto di sera si alza sempre il vento
“Alle otto di sera si alza sempre il vento.” – pensò Lucia e, invece, disse: “Alessia, chiama papà che è pronta la cena.”
“Sì, mamma.” “Da quanti anni sono qui ogni giorno alle otto di sera?” – continuò nella sua mente Lucia – “Non mi ricordo più, deve essere la vecchiaia. Alessia aveva ancora il pannolino. Quattordici anni? Quindici? Sabato prossimo lei compirà diciotto anni.” “Alessia, hai ritirato il vestito?” “Sì, mamma. Papà sta arrivando, era a telefono.” “Sì, certo, prendi l’acqua dal frigo e metti il parmigiano a tavola, per favore.” “Sì, mamma. Senti, hai pensato se invitare la zia Lidia?” “No.” “No che non ci hai pensato o no che non la inviti?” “No e basta. Prendi anche la scatola dei formaggi.” “Sì, mamma.” “Quindici anni di questo vento.” – continuava a pensare Lucia – “Quindici anni di acqua dal frigo, parmigiano e scatola dei formaggi. Quindici anni di silenzio dentro. Fuori no, magari ci fosse silenzio fuori. Tira sempre vento forte. Sabato fa diciotto anni. Domenica alle otto di sera io non ci sarò.” “Forza papà che si raffredda!” – gridò Alessia verso le scale che portavano alle camere da letto. “Arrivo!” “Allora mamma? La zia Lidia?” “No.” “No cosa?” – Mario sembrava agitato mentre parlava. “Niente.” “Niente.” “Dov’è il parmigiano?” “Con chi parlavi?” “Con un cliente.” “Sicuro. C’è vento.” “Lucia, ti prego di non fare le tue solite scene di fronte ad Alessia.” “Certamente, caro.” “Papà, mamma non vuole invitare la zia Lidia.” “Tua madre è irragionevole, Alessia, lo sappiamo ormai. Ma non importa tesoro, è una festa per i tuoi amici, no?” “Sì, papà, ma…” “Niente ma, Alessia, è già tanto che tua madre sia stata in grado di organizzare la festa e che non si faccia prendere dalle sue crisi. Sai che è meglio non contraddirla.” “Sì, papà, va bene, ma…” “Niente ma, tesoro. Piuttosto, sono stato stamattina a vedere il tuo regalo. Grigio metallizzato, vero?” “Papi! Sì! Sì! Il fuoristrada? Meno male che ci sei tu… Oh, scusa mamma…” “Non fa niente, sai che quando è così, non ti sente nemmeno.” “Tira ancora vento.” – Pensava Lucia – “Tirava vento anche quella sera mentre preparavo la cena. Quanti anni fa? Non me lo ricordo. Quindici? Mi aiutava Lidia, ma poi Lidia non c’era più. Tirava vento. Avevo paura. La finestra sbatteva. Poi che è successo? Non lo so, forse è stata Lidia. Ma Alessia piangeva. Tirava vento. Dio mio. Quindici anni. Mia sorella.” ” Papi, me lo fai portare quando andiamo a casa della zia Lidia?” “Non so, Alessia, lo sai che non si può.” “Ma papi!” “Va bene, vedremo.” “No!” – disse Lucia. “Ecco, papi, vedi. Poi dici che devo stare zitta: è sempre lei che rovina tutto!” “Alessia, la mamma non sta bene: è stata sempre così. Ora basta! Lucia, per favore, smettila e passami la bottiglia del vino. Sono stanco della tua aggressività.” “C’è vento, ancora vento.” – pensava Lucia porgendogli il vino – “Se solo riuscissi a ricordare cosa è successo lui non potrebbe parlarmi così e nemmeno Alessia. Eccola qui, mia figlia: pannolini su pannolini e latte versato e cene e cestini per la scuola e morbillo e varicella e compiti che non so fare. Non so fare niente io, solo preparare la cena. Ma una volta non era così, credo, non ricordo. Poi è arrivato il vento, lo stesso vento di ora. Se solo riuscissi a ricordarmi per farli stare zitti. Parlano sempre, parlano, parlano di me, parlano, parlano, parlano.” “Papi, fa schifo questa pasta!” “Alessia, mangia.” “Ma papi! Io non la voglio! Nemmeno la mamma la sta mangiando.” “La mamma non mangia mai, lo sai, non sta bene, quante volte devo dirtelo? Mangia, per favore, se fai la buona ti faccio guidare domenica.” “Va bene papi, ma fa proprio schifo.” “Vento, vento, vento.” – Lucia sentiva di essere arrivata al limite – “Mi sono trattenuta troppe volte, troppe. Forse è vero che sono pazza e allora perché devo trattenermi? Se fossi pazza non mi tratterrei, giusto?” – Alzò gli occhi per avere un cenno di riscontro, ma Mario e Alessia avevano entrambi la faccia nel piatto – “Non mi sembra che faccia proprio schifo, da come mangiano. Sono quasi animali, già, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Pannolini, cene, cestini per la scuola, letti da rifare, vestiti da comprare, palloncini per il compleanno, supermercati con le cassiere antipatiche che quando ti cadono i soldi si arrabbiano, pianti, pianti, grida, insulti, cene da preparare, vento, vento, vento. Cosa è successo quella sera? C’è mai stata quella sera?” “Papi, senti, ho pensato una cosa: se la mamma, che è stanca, resta a casa, la zia Lidia può venire alla festa?” “Vento, vento, vento, sbatteva la finestra, io sono andata a chiuderla, preparavo la cena, vento, Alessia piangeva, vento.” “Se la mamma è d’accordo, penso che potrebbe essere una buona idea: lei non ha mai amato le feste.” “Vento, vento, sono andata di là e Lidia e Mario erano lì, sul divano e non hanno smesso, non hanno smesso! Mi guardavano e ridevano, ridevano e poi mi hanno detto di andare a preparare la cena che era tardi, che era tardi… Vento, ancora vento, ma adesso me lo ricordo il vento.” “Lucia, che ne dici? Lo sai che sei un po’ strana e non ti piace stare in mezzo alla gente, facciamo venire Lidia e tu ti riposi?” “Sì, certo, io sono pazza e lo sanno tutti, vero? Tu non l’hai mai nascosto, sei stato bravo, lo sa anche nostra figlia che la zia Lidia è una vera mamma ed io sono solo una povera pazza, vero?” “Lucia, non fare scenate, noi lo dicevamo per te.” “Certo caro, sono d’accordo, io sono irresponsabile e incapace di comprendere quello che faccio, anche se metto il veleno per topi negli spaghetti al posto del sale, vero? State già male, vero? Pannolini, cene, cestini per la scuola, insulti, letti vuoti, potere, sopruso, cattiveria, derisione… Quando ho messo il veleno, stasera, non capivo con tutti i farmaci che mi avete dato, ma ora capisco e non sono pentita, no, non sono pentita, nemmeno per Alessia. Lei non è mia figlia, lei è peggio di te. Adesso scusami, ho fame, mangio un po’ di pasta anche io: quel tanto che basta per stare male. Lo sanno tutti che non mangio molto perché sono pazza, vero?” (17/05/2006) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – L’incredibile storia di Ariel
Avete presente quella voce? Quella un po’ stridula, con il tono fra la cospirazione e il dispiacere? Finto chiaramente, questo lo avvertiamo subito, ma quello che non avvertiamo è che la voce penetra dentro il nostro cervello come una trivella e, arrivata al punto giusto, estende potenti braccia metalliche e spappola tutto. Sì tutto.
C’è dappertutto quella voce e salta fuori dalla gola di qualsiasi persona proprio al momento giusto. Come quando siamo arrabbiati con un collega di ufficio, eccola lì, nella gola della segretaria che ci dice che lui ha sempre avuto antipatia per noi e che ha proposto il nostro licenziamento. Eccola lì, devastante, a trasformare una divergenza in una guerra civile. Oppure quando siamo gelosi, eccola lì, nella bocca di nostra sorella: “Non volevo dirtelo per non farti male, ma lo sanno tutti ormai che…” Ed ecco un matrimonio che finisce fra tormenti, avvocati, ripicche e odio. Oppure quando stiamo per innamorarci e siamo beati fra le parole e le emozioni di una carezza, eccola lì, secca, decisa, fra i denti dei nostri migliori amici: “Dice sempre le stesse cose ogni volta, solo chi è idiota ci può ancora cascare… Mi dispiace, ma…”. Ed ecco che un amore forse bellissimo precipita nell’angoscia del dubbio e si inerpica zoppo su una scalata già di per sé così difficile. Sono certo che adesso vi ricorderete di averla sentita, magari da vostra suocera, dalla portinaia o dalla ragazza della panetteria di fronte, quella così carina, ma così pettegola che ti fa passare la voglia di vivere, tanto che il pane te lo vai a comprare la sera perché se no non riesci a tirare avanti per tutta la giornata. Ecco, è proprio questa voce che ha dato origine alla nostra incredibile storia. Ariel aveva diciassette anni ed era la più bella ragazza del paese. Cinquecento abitanti in una ventina di famiglie ramificate come una giungla, molti vecchi, molti ragazzi, molte donne e moltissimi emigrati che ritornavano per le feste comandate. Fu lì che accadde quello che sto per raccontarvi e a cui voi sicuramente non crederete, ma sono certo che se ci riflettete bene, dentro di voi saprete che è vero. I passanti lo videro bene ed ancora lo si racconta in paese, dopo più di cinquanta anni. Ariel si dissolse e, mentre si dissolveva, si sentivano milioni di voci parlare e cantare tutte insieme. Per due giorni tutto il paese ed anche i paesi vicini sentirono le voci soffiare come il vento di tramontana e per due giorni si chiusero in casa tutti, ma lo stesso non riuscivano a dormire. Alla mattina del terzo giorno il cielo era sereno e si sentirono di nuovo cantare gli uccellini fin dall’alba. Sembrava tutto normale e gli abitanti della zona uscirono di casa cercando di far finta di niente, ma c’era qualcosa di strano, lo sapevano tutti. Era come un brusio di sottofondo pronto a diventare voce ad un segnale. E così fu. Lo capirono tutti quando la donna più pettegola del paese iniziò ad avere in gola “la voce”. Fu allora, per la prima volta, che si levò al cielo un urlo altissimo e acutissimo che arrivò fino a cento chilometri di distanza e l’urlo partiva dal corpo della pettegola. Durò cinque minuti e alla fine tutti si accorsero che la donna non sentiva più e non parlava più. Non so se tutti collegarono Ariel all’urlo, ma di certo capirono che dovevano sopprimere “la voce” quando iniziava a sibilare sulle loro labbra. Ecco, vi ho raccontato l’incredibile storia di Ariel e, se ancora non ci credete, vi dico che ancora, dopo cinquant’anni, si risente quell’urlo quando un viaggiatore passa per le strade di quella zona e non sa che deve far tacere “la voce”. È qui che dovete venire se volete essere felici e non sentire più “la voce”, né dentro di voi, né fuori di voi. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – TRILOGIA (omaggio a Kieslowski)
I
Blu, blu, blu, blu. Rivoglio il mio blu… E mentre ci siamo vediamo che si può fare per il giallo, per il verde… il rosso no, quello te lo puoi tenere, ma l’arancione è mio: c’è il giallo dentro… Non scherziamo! Ti sei aggrappato con tutto il tuo peso e neanche ce la facevi a stare appeso… ridicolo… sei stato capace solo di strapparmi i colori preferiti, quelli che tenevo lì, a portata di mano, quelli che quando sei un po’ triste perché il cielo è pieno di nuvole nere, li prendi al volo e fai due schizzi… Un sorriso qui, due occhietti là, il nasino. E poi li metti dentro un sole giallo giallo che sembra vero, tanto vero che forse è meglio dell’originale perché non ti scotta… So cosa mi risponderai adesso: “ormai li ho presi, tu rubali a qualcun altro!”. E no, mio caro, risposta errata! I colori rubati non servono, non colorano niente, non creano. I colori rubati diventano grigi nel grigio di anime grigie e poi diventano rabbia, follia, cattiveria. I colori si possono mischiare con quelli degli altri, se gli altri vogliono, e creare nuovi colori bellissimi, che creano parole bellissime e sorrisi bellissimi. Ma se non hai i tuoi colori non ti serve rubarli. I colori rubati non pagano. Guardati. Triste. Infelice. Sempre con una scusa pronta per non essere e non esserci. Sempre con quella faccia da mummia imbalsamata. Sempre con la tua personale condanna inventata e che fai diventare condanna altrui perché qualcuno deve pagare, no? Io non li rubo i colori no. Né ai vivi, né ai morti. Non voglio diventare come te: un sorriso rattrappito… preferisco la tristezza, almeno è la mia. Preferisco la trasparenza, almeno non sporca. II Bianco. Cristallo di riso. Riso cristallino. Bianco. Bianco come l’infanzia. Bianco come la verginità prima dei colori. “Non fare le smorfie che passa l’angioletto e resti così!” E chi se ne frega dell’angioletto? Sono buffa io. Faccio le guance gonfie e poi le schiaccio con le mani. Rido, rido, rido. Ti dà fastidio il rumore? A me no… Mi piace il tintinnio dei cristalli di riso. Mi piace il verde degli occhi che si illumina di lacrime felici. Mi piace la luce. Bianca. Che ci posso fare? Non funziona l’angioletto. “Non ridere così che ti vengono le rughe agli angoli della bocca e sembri una vecchia a trent’anni!” E no, cazzo, le rughe no! Come la vicina che sembra la dimostrazione del corrugamento terrestre per la deriva dei continenti! E no, no, mi hai convinto, magari sorrido? No, neanche quello, va bene mi immobilizzo, divento una mummia, anzi nemmeno parlo, che ne dici? Sì, mi sembra una buona cosa, ma che c’è ancora? E che c’entro io? Ah, Brigitte ha il broncio, sì, è sexy, una donna deve essere un po’ infelice e misteriosa, nonché senza rughe. Ok faccio le prove. No, no, così è troppo e le labbra si spaccano e ti vengono le rughettine intorno. Un broncio appena accennato, va bene? Senza parlare, ok… No ok no, è volgare… “Vbncsì?” (Oh cavolo come è difficile parlare con il broncio…) E Marlene Dietrich? Le fosse sulle guance, l’aria quasi denutrita, misteriosa… O mamma mia e come faccio io? Io che ho la faccia tonda? Marlene si era fatta togliere i denti? O cazzo, anche i denti? No! Niente cristalli, niente riso, niente denti, fosse scavate ovunque! E dillo che mi volevi incazzata con la vita! No! Alla faccia dell’angioletto no! Alla faccia di Marlene no! Rido, rido, rido e parlo, parlo, parlo. Bianco, bianco, bianco. Rivoglio il mio bianco e amo le mie rughe scavate agli angoli fra il naso e la bocca. E le zampe di gallina. E quelle sulla fronte di quando penso e parlo e mi infervoro. Io amo le mie rughe. Passi pure l’angioletto che a Hollywood non ci devo andare! III Rosso. Il rosso l’ho perso giovane, forse me l’avrà rubato qualcuno, non ricordo. Poi l’ho creato dal nulla quando ho incontrato te. È l’amore che crea il rosso, il rosso non puoi rubarlo… forse te lo possono donare, ma solo se poi tu sei capace di ricrearlo. Il rosso è come il sangue: lo puoi ricevere, ma non puoi sottrarlo. Tu me l’hai rubato, ma non te ne fai nulla amore mio… Il rosso si è fatto nero… Ha il colore della pietà, oggi. Io lo potrò creare ancora, ma tu? Tu no povero amore mio… Tu non vuoi creare… è più facile rubare… è più facile vivere con la vita degli altri… è più facile piangere… E il sangue si fa acqua. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Questione di scale
Maura era cresciuta alla “Villa”. Due chilometri di parco intorno e ventitrè stanze su tre piani. Aveva studiato con i migliori maestri, conosceva la storia e la filosofia e amava la letteratura. Aveva persino scritto due piccole e belle storie che erano state pubblicate da un grande editore, ma sotto un altro nome.
A vent’anni, poi, c’era stata quella che tutti chiamavano “la punizione di Dio per la superbia” e Maura aveva smesso persino di pensare, tranne nei momenti in cui percorreva su e giù la lunga scalinata di marmo della “Villa”. Saliva solo per prendere il bambino, oppure portargli da mangiare, oppure vestirlo, altrimenti restava sotto, muta anche con se stessa. “La vita è solo una questione di piani:” – borbottava Maura – “una questione di scale pesanti e dure da scendere e salire.” Poi il piccolo piangeva e lei scendeva a prendere il latte e allora diceva: “Le scale sono di Dio e Dio prima ha creato tutti uguali e poi ha fatto le scale. E poi, alla fine, quando le scale erano troppe e lui non poteva controllarle, le ha messe nelle case delle persone e le ha fatte controllare a loro.” Bolliva il latte senza emettere nemmeno un piccolo alito di pensiero e risaliva. “Lo amavo sotto le scale e gli ho regalato i miei racconti e la mia verginità, che poi, forse, erano la stessa cosa.” Dava il latte al bambino e poi scendeva ancora per posare tutto e prendere il libro delle favole in biblioteca: “Lui diceva di amarmi, sotto le scale, ma sopra le scale ha sposato quell’altra ed io sono stata derisa da tutti e sono rimasta chiusa qui e la mia testa, con tutta quella filosofia che non era stata fatta per me, è scoppiata come un palloncino e tutti ridevano di me.” Saliva di nuovo sopra e si lamentava: “La vita è solo una questione di piani: io sono nata al piano inferiore, dalla serva di casa e mi hanno fatto studiare per tenere compagnia al figlioletto adorato e poi usarmi per svezzarlo e mollarmi nuda e sola sotto le scale. A questo serviva la filosofia!” Stranamente continuò a parlare, quel giorno, anche sul pianerottolo e poi mentre scendeva con un piccolo fagotto fatto con le coperte e dentro un bambino che la guardava con occhi pieni d’amore per la sua tata. Continuava a parlare declamando ad alta voce anche lungo il viottolo di due chilometri circondato da alberi che avevano almeno duecento anni e che fischiavano severamente una litania di disapprovazione. Continuava a declamare: come una ninna nanna per il bimbo e per se stessa, come una nenia per zittire il grave canto degli alberi. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – L’Inferno
Al mio paese si dice “havi cchiù vizi dâ mula”*. Ecco, sì, questo può essere un modo per iniziare a parlarvi di me e della mia breve e complicata vita prima di finire qui, dove sto scrivendo.
Probabilmente la mia storia è di poco conto, forse non desterà nessun interesse in voi, almeno nelle prime battute, ma se avrete pazienza vi accorgerete che è meglio non staccarsi dal foglio, che è opportuno leggere e poi rileggere per vedere se avete saltato qualcosa. Ne va della vostra vita, forse. Scusatemi se dico le cose a modo mio, ma la mia storia la so raccontare solo a modo mio e se non vi piace raccontatela voi con le vostre parole. Dicevo del mio paese, ecco, sì, iniziamo da qui. Quattro case arrampicate su un monte come le capre che io portavo in giro dalla mattina alla sera a trovare l’erba buona che fa latte buono e formaggio come Dio comanda. Quattro case di pietra e sabbia con le porte sugli scalini scavati nella montagna e con le finestre su un blu di mare infinito. E chi l’aveva mai visto il mare da vicino? Allora, come avrete capito, uno dei vizi che avevo era proprio Rosaria, che non so se è messa fra i peccati, ma pare che il prete del mio paese pensasse che era un peccato di tutti, perché appena gliela nominavo in confessione, iniziava a “santiari”, a chiamare tutti i santi del paradiso, quelli già fatti e magari quelli ancora da fare, quelli che il Papa ancora sta vedendo se hanno fatto miracoli oppure no. Quello che è certo è che Rosaria i miracoli li sapeva proprio fare e forse per questo andavamo tutti da lei, ché con tutti i nostri peccati solo un miracolo ci poteva salvare! Ma la storia continua e, a forza di salsicce e vino e di storie di uomini-pesci, incominciai a diventare grasso quanto un porco e così porco lo ero per due cose e in paese tutti mi chiamavano “Turi ‘u poccu” e io mi incominciai ad arrabbiare perché preferivo quando mi chiamavano “Turi ‘u babbu”, che almeno così mi chiamavano anche mia mamma e mio papà e non mi confondevo. Poi la rabbia diventò tanta, ma tanta che decisi di fargliela pagare e incominciai a leggere e a studiare. Direte voi: “Ma dove vuole arrivare questo qui?”. Pazienza, ve l’avevo detto, pazienza! Un giorno viene da me il prete, don Fortunato, e mi dice che adesso io mi devo sposare Aitina perché l’ho disonorata, ma che lui è uomo di mondo e capisce e, visto che ho studiato, mi presenterà qualcuno in città e mi farà fare la Politica. Ragazzi miei, figuratevi che mi interessava a me della politica che manco la conoscevo, ma pensai subito alle-donne pesce e, lo sapete adesso, mi bastava solo il pensiero per farmi impazzire e il mio "coso", ve lo giuro, si vedeva subito anche sotto tutta la trippa! Ed eccoci arrivati alla fine della storia, state bene attenti! Le donne-pesce non c’erano, il mare era salato e anche pericoloso e freddo, la Politica era una cosa terribile e presto io diventai ancora più superbo e invidioso e volevo sempre più soldi, sempre di più. Poi non facevo niente dalla mattina alla sera e così raggiunsi in fretta la vetta di tutti e sette i peccati capitali. Firmavo, firmavo carte di quegli uomini del partito ed io e Aitina andavamo alle feste più importanti della città e mangiavamo il pesce, ché tanto ormai lo sapevo che gli uomini-pesce non esistevano. Fino a quando, un giorno, vennero dei signori con la divisa a prendermi. "E’ scoppiata Tangentopoli" – mi dissero. ""Dove?" – chiesi – "Si è fatto male qualcuno?". Ridevano, come quelli del paese quando mi chiamavano "Turi ‘u babbu" e non la smisero di ridere nemmeno quando mi gettarono in questo inferno di carcere, in questa gabbia quadrata con le sbarre contro il cielo, da dove non vedo nemmeno il mare e dove sono diventato la femmina di quelli "vecchi" che c’erano prima di me. Che forse, se non esitevano le donne-pesce, con le tette belle come quelle di Rosaria, allora non esiste neanche Dio e finalmente sto in pace! *ha più vizi di una mula [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – La "fiera dei morti"
Non c’era una ragione precisa per essere lì, non c’era mai stata.
Potevano andare in tanti posti, uno era uguale all’altro, però la attirava la confusione di bambini o, forse, era lo zucchero filato che girava e girava sull’asta di metallo. Aveva il sapore della plastica lo zucchero, come la sua vita: un bel dadino liscio con un lato bruciacchiato, con l’odore della gomma fusa dal fuoco. Quell’odore che non passa mai. Non c’era mai stata una ragione precisa per essere lì e non c’era oggi. Era la “fiera dei morti”, come se i morti stessero in fiera a comprare e vendere palloncini e vestiti e scarpe di cuoio duro che fanno le piaghe ai piedi! Non c’era una ragione precisa per essere lì e forse le ragioni erano tante ma lei non se le era mai chieste quando, ogni anno, la mattina alle nove la mamma la vestiva con il vestitino della festa e la pettinava “come quelli grandi”. Ed era grande adesso, quando si avvicinava ai vestitini e lo sguardo del venditore si incrociava con quello della madre che abbassava la testa impercettibilmente, e quando lui la portava nel finto camerino con quella tenda di tela di sacco e l’odore dello zucchero filato nelle narici. Era grande Giulia e di zucchero che filava ne aveva visto girare tanto… (31/10/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il piano
Lei si accosta alla finestra e scosta pesanti tende damascate. La villetta è priva di luce, forse per colpa degli alberi che circondano il piccolo giardino, e lei sembra soffocare: il respiro le si spezza in una crisi d’asma. “È il panico.” – dice a voce alta – “Lo so che è il panico, devo respirare, devo pensare più veloce di lui.”
Apre la finestra e respira profondamente. Lui entra dalla porta del salotto, in silenzio. Ha l’espressione di un ladro. “Dove sei stato?” “Quando?” “Adesso.” “Nell’ingresso.” – lui ha un’espressione di sfida, adesso. “Mi prendi in giro?” – lei si allontana dalla finestra e ricomincia a respirare con difficoltà. “Dove?” “Dove cosa?” “Dove ti prendo in giro?” “Che significa?” “Niente. Ma tu dov’eri?” “Quando?” “Mentre io non c’ero.” “Tu dov’eri? Io ero qua.” “Come faccio ad esserne sicuro? Io almeno ero nell’ingresso e questo è certo, altrimenti non sarei potuto entrare qui.” “Tu vuoi farmi impazzire!” – lei respira affannosamente – “Io ero qua, l’hai visto quando sei entrato.” “Perché sei entrata dalla finestra appena mi hai visto arrivare. Con chi eri in giardino?” “Io ero sola!” “Hai visto che eri in giardino! Hai mentito e, come hai mentito su questo, ora menti dicendo che eri sola. Stai solo cercando di sviare la conversazione per non dover ammettere la verità.” “Sono stata a casa tutto il pomeriggio, davvero.” – stavolta il volto è paonazzo per la mancanza d’ossigeno. “Va bene, voglio fidarmi, il matrimonio è anche questo, fiducia. Hai preparato la cena?” – lui la guarda con dolcezza. “No, non ancora.” – il respiro di lei sembra regolare, sembra sollevata dal ritorno alla normalità. “Ecco, con tutta la mia buona volontà, come posso fidarmi? Tutto il pomeriggio a casa e non hai preparato la cena? Con chi eri in giardino? Con quello alto, vero?” – lui sembra di nuovo adirato. “No, te lo giuro.” – lei riprende a respirare male. “Allora è vero che eri con qualcuno! L’hai ammesso, finalmente. Non era quello alto e allora chi era? Parla, chi era? Era il vicino?” “No. Perché lo pensi? Perché mi fai questo? Perché ieri parlavo con lui delle rose?” – lei non riesce più a stare in piedi e si accascia su una sedia del salotto. “Ecco, ieri il vicino, oggi un altro. Ed hai il coraggio di chiedermi dove sono stato. Chi era, voglio sapere chi era! Voglio sapere perché mi tradisci con tutti ed hai anche il coraggio di dirmelo così.” “Io non ti sto dicendo niente… perché… perché…” – il viso di lei diventa bianco, tende debolmente la mano verso di lui, ma il braccio ricade sulle gambe. “Perché non hai nemmeno il coraggio di dirmelo, ecco perché. Perché ogni volta ti nascondi dietro i tuoi finti malesseri per farmi impietosire, ma adesso basta! Adesso non riesco più a sopportare. Vado fuori a prendere aria. Mi hai tradito e l’hai confessato. Cosa pensavi che restassi qui senza reagire?” – Lei cade dalla sedia ed emette ancora pochi e sommessi respiri. Lui grida – “E non pensare di impietosirmi ancora con le tue sceneggiate!” – ed esce. Percorre il breve viottolo che attraversa il giardino e si avvicina alla macchina. Una donna è seduta dentro e sta fumando una sigaretta con aria annoiata. Appena lo vede abbassa il finestrino. “Com’è andata stavolta? Mi incomincio ad annoiare di questa storia.” “Perfettamente. Ha resistito bene per una che soffre di asma e crisi di panico. Non è arrivata neanche a prendere le sue pillole, è stata una fatica inutile sostituirle. Domani mattina la troverà la cameriera. Io sarò fuori città per lavoro.” Lei getta la sigaretta sul vialetto della casa, con aria di disprezzo. Lui entra in macchina e mette in moto. Mentre percorrono il viale alberato le mette una mano fra le cosce – “La scena di stasera mi ha eccitato…” – lei lo bacia e sussurra: “Non c’è nulla come la morte per farmi sentire viva…” All’incrocio arriva un TIR. Il camionista ha appena avuto un attacco d’asma e si china a cercare le pillole… (19/10/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Mi trovi impreparata
“Mi trovi impreparata” – risponde Anna con apparente noncuranza. La voce risuona secca nella camera da letto bianca e lineare, disperdendosi fra geometrie studiate ad arte. Gli specchi riflettono i loro corpi tesi, uno di fronte all’altro.
“Avresti dovuto esserlo, sono mesi che tento di parlarti, ma non hai mai tempo per ascoltarmi. Sei sempre divisa fra il tuo lavoro, la piscina, il teatro e le amiche del bridge.” – ribatte Carlo sorpreso dalla risposta asettica, avvicinandosi con il viso, la parte superiore del corpo flessa in un minaccioso angolo di venti gradi. “Non cercare di farmi arrabbiare riprendendo i soliti discorsi senza senso.”- taglia di netto Anna, allontanandosi per spogliarsi e scegliere i vestiti adatti al suo solito appuntamento pomeridiano. “Perché ti meravigli delle mie intenzioni se anche adesso non sei disposta a rinunciare ad un solo istante della tua preziosa vita, del tuo intoccabile spazio, anche di fronte ad un problema come questo?” – Carlo si sposta verso la porta, come respinto da un vento gelido. “Perché dovrebbe essere un problema? Prendo atto delle tue intenzioni e del fatto che sono impreparata ad accettare una cosa simile, ma non mi servirebbe a molto rimandare l’appuntamento di oggi solo perché tu hai deciso che hai sbagliato sposando me e non mia sorella”. Adesso Anna ha un sorriso malvagio mentre si mette il profumo dietro le orecchie con un gesto di disprezzo sensuale. “Sei malvagia come il tuo profumo!” – la aggredisce Carlo, violento come l’ondata di desiderio che quel gesto gli provoca. “Solamente perché non piango se ti sei innamorato di quella sgualdrina di mia sorella? Ti sta dietro da anni reggendoti la testa mentre le vomiti addosso tutte le tue insoddisfazioni di medico fallito. Cardiologo e infermierina del cuore. Che ridere! Dovrei forse disperarmi perché mio marito, quel fallito di mio marito, mi lascia e si porta via anche mia sorella? La vita continua mio caro. Sono impreparata, ma saprò cavarmela: tutti sono utili e nessuno è indispensabile.” “Giulia non è una sgualdrina. Io non l’ho mai toccata con un dito e lei non sa nulla dei miei progetti. Io avevo bisogno di te e tu non c’eri. Lei c’è sempre. Non sarebbe mai successo se tu mi avessi degnato di uno sguardo, almeno ogni tanto. Io ti amavo e credo di amarti ancora.” – la voce di Carlo adesso è quasi un singhiozzo. “Adesso mi ami, vero? Adesso pensi che io dovrei gettarti le braccia al collo, svestirmi e fare l’amore con te, così ricominceresti domani con le tue solite pretese, con i tuoi tradimenti poi negati. Ed io dovrei crederti? Ma ti sembro stupida? Non l’hai mai toccata con un dito? Tu mi tradisci da sempre ed io sono stata costretta a farmi una mia vita. Ma non come te. Io vado in piscina, gioco a bridge, lavoro, io non scopo con tuo fratello! Io non distruggo un matrimonio felice con le mie insoddisfazioni personali! E mi parli di amore? Esci da questa casa! Forse è meglio. Vattene e non tornare mai più. Esci!” “Io ti amo, perdonami, ti prego.” “Vattene, non puoi sempre approfittare del mio amore, vattene adesso!” “Ti amo, perdonami, vado via, come vuoi, ma torno stasera. Mi credi, vero? Mi perdonerai, vero?” “Non lo so, vattene, non lo so.” “Vado, ma tornerò” – sussurra Carlo mentre esce lentamente, le spalle curve sotto i sensi di colpa e il desiderio improvviso per il corpo di Anna. Anna sente il rumore della porta che si chiude e si affloscia sul letto, seduta accanto al comodino. Solleva la cornetta del telefono e compone un numero. (18/10/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il vero amore
Claudia aveva le tette piccole.
Era per questo che Walter, suo amore delle scuole medie, non l’aveva mai guardata. Lei non aveva smesso di pensarci, ossessivamente, come per qualsiasi grande passione. Quando aveva comprato il primo Wonderbra aveva capito quella era la sua salvezza. Da lì tutti gli altri. Di tutti i colori. A riempire tutti i cassetti e gli spazi vuoti dell’anima. E gli uomini avevano incominciato a guardarla, lei lo sapeva, con quelle tette alte, belle come quelle siliconate, con le spalle dritte e lo sguardo a sfidare il mondo. Che la venerassero! Lei non si concedeva a nessuno, aveva paura di mostrarsi nuda, ma un giorno avrebbe incontrato Walter e lui finalmente l’avrebbe amata. E un giorno lo vide veramente, Walter, seduto al tavolino di un caffè del centro. Solo. Gli si avvicinò con la sfacciataggine che il suo Wonderbra rosa le dava sempre. Si sedette al tavolino ed osservò i suoi occhi fissi proprio lì, sul punto in cui il seno sembrava voler uscire dalla stoffa per saltargli addosso. Si diedero appuntamento alle 9,00 di quella stessa sera a casa di lei. Claudia indossò il suo Wonderbra preferito, quello rosso, scegliendolo con cura fra i quarantasette modelli che custodiva gelosamente. Sopra adagiò una camicia di seta sbottonata a mostrare la congiunzione delle due sfere strozzate dal basso. Walter bussò alle 9,00 in punto. Lei non fece nemmeno in tempo a chiudere la porta prima che lui le strappasse eccitato camicia e reggiseno. Lei reagì in modo inconsulto sbattendolo fuori. Come si permetteva quel villano e maleducato di rovinarle uno dei suoi Wonderbra? Erano loro la sua vita, la sua unica vera passione, la sua unica salvezza! Quell’uomo era solo un essere stupido che le aveva fatto perdere anni di vita e che non sapeva cosa fosse il rispetto! Pianse a lungo quella notte per aver perduto qualcosa di irrecuperabile: il Wonderbra rosso era fuori produzione e nulla sarebbe più stato lo stesso. (14/10/2005)
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| - – Confini
Giorgia stava accovacciata ad osservare i suoi movimenti.
Così, mantenendo una distanza che non lo facesse spaventare, lui si sentiva libero e lei poteva cercare di comprendere cosa stesse provando. Lo vedeva girare in tondo, chiuso in un circolo senza uscita, così come spesso si sentiva lei: una trottola che girava senza trovare braccia fra cui rifugiarsi. Era bello quando, improvvisamente, lui si fermava di botto e correva nella “sua” stanza come inseguito da un pensiero. Avrebbe voluto conoscere quei pensieri, si sarebbe sentita meno sola in quella casa piena di corridoi e di porte che non si aprivano mai. Poi lui si affacciava sulla soglia della stanza, masticando qualcosa, forse le sue stesse idee e lei avrebbe voluto entrare nel suo mondo, non restare lì, in disparte, chiusa fuori dalla sua gabbia. Avrebbe voluto farsi piccola, ancora più piccola di come si sentiva. Avrebbe voluto poter condividere con lui il suo spazio, la sua inesorabile volontà di continuare a vivere esplorando continuamente gli stessi confini. Avrebbe voluto comunicare in un linguaggio che andasse bene per entrambi. Ma poteva solo esserci. Poteva solo aspettare che, per un attimo, lui alzasse gli occhi e li fissasse su di lei. Così da poter immaginare che lui la includesse nella sua vita, che lui la amasse. Era già molto di più di quanto aveva mai potuto fare con qualsiasi essere umano. Fra poco sarebbe sceso il buio, Giorgia lo sapeva, e tutto avrebbe ripreso i soliti colori spenti di ogni sera, con la solita cena senza parole ed il cibo consumato in fretta prima di andare a letto “perché se no domani fai storie per alzarti!”. Ancora aveva qualche minuto per godersi l’unico momento che le rendeva possibile continuare a credere di non essere sola: lì raccolta in un silenzio denso ad attendere risposte da uno sguardo, da un movimento. Giorgia aveva nove anni ed aveva solo Willy, il suo criceto. (12/10/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Autobus settecentotrentaquattro (esercitazioni di stile)
Autobus settecentotrentaquattro. Ore 11,00. Sulle teste di pensionati e casalinghe che tornano dal mercato, spicca, spinta da un collo abnorme, quella di un quarantacinquenne dal volto grigio. Sulla testa ha un cappello ammaccato con una lenta trecciolina di corda intorno.
L’autobus frena di botto davanti alla fermata. Il mare di teste oscilla paurosamente verso l’autista e, come nella risacca, ritorna indietro. Il volto grigio sopraelevato spalanca la bocca in un urlo disumano ed alza un braccio tenendo in mano un grande bottone nero. Accusa un anziano signore, appiccicato a lui come un rampicante, di averglielo strappato attaccandosi alla sciancratura. Il vecchio, alla parola sciancratura, prende la cosa come un’offesa ed esplode rabbiosamente, negando di essere un pervertito e, mentre l’autobus riparte, invita l’uomo con tono arrogante, guardandolo dal basso verso l’alto, a farsi ricucire il bottone dalla moglie e a non fare tante storie. A queste parole il volto grigio del gigante si fa paonazzo e tutti girano le teste verso di lui. L’uomo inizia a piangere dondolando il lungo collo ritmicamente a destra e sinistra. Il cappello oscilla. Dal tappeto umano si levano domande e tentativi di consolazione. L’uomo fra i singhiozzi ammette di essere stato lasciato dalla moglie e che è appena uscito dal tribunale per la sentenza di divorzio. La marea si trasforma in un covo di vipere che, scivolando, si organizzano in gruppetti sibilanti. Dal gruppo degli anziani si levano invocazioni contro la società moderna, Zapatero, i froci, il divorzio, le donne che lavorano, il governo. Il loro coro conclude con un acuto: “una volta si potevano lasciare le porte aperte” che, a quanto pare, è meglio del prezzemolo in qualsiasi conversazione. Le donne anziane tirano fuori piccole trousse da cucito con il filo arrotolato attorno ad un cartoncino e le sventolano come bandiere, offrendosi di riattaccare il bottone. Una decina di donne, dai trentacinque ai cinquant’anni, si avvicinano, strisciando velocemente fra pance prominenti, e fanno cadere nelle tasche dell’uomo bigliettini con il loro nome e numero di telefono. Il gigante paonazzo grida all’autista di fermare l’autobus. Ha una crisi isterica e vuole scendere. L’autista invoca misteriose assicurazioni che gli impediscono di farlo. L’uomo sbatte la testa sulla porta a vetri. La cordicella cade dal cappello. Le teste si girano sbraitando contro l’autista senza cuore e contro i servizi pubblici che non sono a servizio del cittadino. Il viso sotto il cappello adesso è viola. Io mi lancio verso il braccio ancora levato sopra la folla e afferro il bottone. Urlo: “Ma è solo un bottone! Basta!”. Tutti i visi sono rivolti verso di me ora. Leggo la parola “pazzo” sulle loro labbra prima ancora di sentirla. L’autista spalanca le porte, incurante dell’assicurazione e solidale contro il diverso. Io mi trovo a terra, l’autobus mi sfiora allontanandosi. Mi allontano sorridendo, immaginando come sarebbero stati gli esercizi di stile di Queneau se avesse preso l’autobus alle 11,00 in una affollata città del Sud Italia. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Venerdì
Paolo era un uomo qualunque. Aveva un lavoro alienante e sufficientemente remunerativo, una moglie utile, tre figli a cui dare la buonanotte, una bella casa in cui ricevere pochi e mal selezionati amici.
E Rosa. Sarebbe stato improprio definirla amante: Rosa era un’isola su cui rifugiarsi una volta alla settimana con una passione calcolata al millesimo per garantirgli la sopravvivenza del suo essere “uomo qualunque”. Il venerdì si metteva al volante alle 18,30 in punto, comprava un vino buono, parcheggiava al solito posto, saliva per le scale e salutava la vicina del secondo piano – anche lei lo aspettava – scambiando due parole sul tempo, entrava nell’appartamento di Rosa e faceva l’amore con rabbia e disperazione, fino a quando la settimana appena trascorsa non si fosse cancellata dalla sua mente. Poi si rivestiva in silenzio, promettendo con gli occhi un futuro diverso e tornava a casa appena in tempo per dare la buonanotte ai bambini. L’isola era per lui come la dialisi per un malato di reni: gli depurava il sangue da una vita che non riusciva a smaltire, ma a prezzo di sofferenze indicibili nel momento del distacco. A suo modo amava Rosa, ma non era mai stato capace di traghettare definitivamente. Rosa si sarebbe potuta definire una donna “in attesa”. Attendeva un lavoro, una parola nuova, una carezza sulla guancia, una scelta del destino. Agnese era una moglie. Una delle tante donne che decidono di perdere l’identità per diventare il loro ruolo. Aveva cresciuto i figli ed era il vero pilastro della famiglia. Il suo mondo era lì, nelle mura silenziosamente ipocrite e nella “roba” da gestire per avere un utile tale da giustificare il sacrificio. Ogni venerdì sera metteva nella cesta della biancheria i vestiti di Paolo, annusando il profumo di Rosa e apparecchiava la tavola per lui, sopportando i suoi rimproveri perché non aveva comprato l’uva che a lui piaceva tanto. Sergio era uno sconosciuto, il viandante, il personaggio che nei racconti scompiglia tutte le carte e aggroviglia i fili del destino. Aveva incontrato Rosa pochi mesi prima e l’aveva tenuta per mano sei giorni su sette, escluso il venerdì, naturalmente. Erano arrivati in ritardo all’aeroporto, Rosa non era abituata a viaggiare, solo ad attendere gli arrivi e le partenze. Avevano fatto appena in tempo a salire sull’aereo per sedersi nella fila 19, separati solo da un minuscolo corridoio da Paolo ed Agnese, anche loro su quel volo, proprio su quello. Stavolta era domenica. (02/10/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il crescente
Impasto la farina con acqua e sale e con il “crescente” – così la nonna chiamava quel pezzo di pane in pasta da conservare religiosamente per il pane del giorno dopo.
Le mani lavorano la materia prima e si forma un impasto sempre più elastico. Ma non ci si può fermare lì. Lo devi sbattere sul marmo freddo, devi rompere ogni resistenza della materia, devi fondere il vecchio con il nuovo, devi sudare fino a quando senti che è lei, che è al punto giusto. Poi devi lasciarla riposare. Perché il crescente faccia effetto. Perché la pasta diventi leggera e soffice come quella della nonna. Come quella di quando eravamo bambini e ci spruzzavamo di farina correndo intorno al tavolo. Come quando non c’era la TV ed al posto del mouse usavamo i mestoli per giocare alla guerra. Come quando nessuno pensava che una nonna fosse una donna vecchia e come quando le rughe erano pelle da giocarci con le dita e da baciare. Come quando lei mi ha insegnato ad amare così come si fa il pane. (29/09/2005) [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Possesso
Seduta al tuo fianco guardo i nostri corpi, come faccio da mesi, dall’esterno di me, accovacciata in un angolo.
Per amarti, per crederti, ho dovuto farlo: scindermi, lasciare al di fuori me stessa, quella me stessa intuitivamente critica che non avrebbe creduto alle tue parole, che non ti avrebbe mai porto il fianco per essere ferita, anche se così dolcemente ferita. Ti ho visto possedere ogni angolo che il mio corpo piegava nel totale abbandono al tuo, ti ho visto rabbiosamente prendere ciò che credevi impossibile avere, ti ho visto realizzare i tuoi sogni di potere fra le mie gambe, dentro il mio ventre, fra i mie seni e le braccia e, poi, accanto al mio corpo, riposare seguendo il percorso del mio collo, della mia schiena, glutei, gambe, cavo popliteo, polpacci, caviglie. Ci guardavo, come un impotente – la mia ragione tale mi rendeva – godevo di noi e ti disprezzavo per la tua arroganza nel credere di avermi vinto, per la tua pochezza nell’essere soddisfatto della tua ferocia nell’accaparrarsi un corpo vuoto, se pur così morbido e arrendevole, per tutto ciò che ci stavi negando mentre negavi me e godevi della mia resa incondizionata, del mio apparente credere alle tue bugie. Ho dovuto farlo: lei, il mio corpo, ora così rigidamente dolente, ti amava ed io ero un ostacolo. Io, così pronta a vedere oltre l’attimo, così incapace di non giudicare, così poco incline ad abbandonarsi; io non avrei mai permesso a me stessa di nutrirmi di te, avrei riso di fronte al tuo sguardo pieno di tracotante superbia, avrei riso della tua illusione di possedere la mia mente, avrei irrigidito i miei muscoli fino a respingerti. Da qui, da fuori, non so come, ti ho posseduto anche io. Forse perché ogni volta che appoggiavi le tue labbra sulle curve che ti accoglievano, io sapevo di possederti, di essere la droga della vittoria sull’impossibile. Forse perché lei, l’altra parte di me che si modellava su di te, era felice di trattenerti, di renderti schiavo della sua schiavitù. Ti ho odiato per il tuo bisogno continuo di vittorie su di lei, me, così inerme e così ripiegata sul tuo respiro a respirare, ti ho odiato per i tuoi abbandoni e per i tuoi ritorni, ti ho odiato per ogni volta che il mio corpo ha provato il dolore del desiderio sotto la pelle, come aghi di solitudine ad iniettare acido sulle impronte delle tue mani. Ed anche ora non so, mentre giaci senza vita per l’ultima volta col tuo rigido corpo a seguire le pieghe del mio, chi di noi ha conficcato nel tuo cuore arido il coltello macchiato di sangue che ora tengo fra le mani. Sangue contro sangue, lo stesso colore della verginità che hai voluto come inutile preda della tua narcisistica caccia. Ed anche ora non so se sono stata io ad ucciderti per il disprezzo, o è stata lei, me, perché il prezzo della tua vittoria era la tua schiavitù e non poteva lasciarti andare via, o se è stata la tua incontentabile smania di sfidare il destino fino a diventare preda e vittima. E, mentre giro e rigiro fra le mani il coltello e la lama ancora calda di te mi brucia la pelle, mi rendo conto, troppo tardi, che ti ho amato anche io. [ Torna all'indice ] _____________ |
| - – Il tempo fermo delle voci
Quattro, sedici, duecentocinquantasei, sessantacinquemila cinquecentotrentasei, quattromiliardiduecentonovantaquattromilioni novecentosessantasettemila duecentonovantasei…
Claudia faceva rigirare nella testa il suo pensiero preferito, il viso le si distendeva in un sorriso che a chi le stava intorno sembrava una smorfia priva di significato. Come si poteva sorridere per dei numeri? Ma non era stato sempre così. C’era, nella mente di Claudia, qualcosa che ancora aveva rumore, qualcosa che lei chiamava il tempo fermo delle voci, qualcosa che risaliva a tanti, tanti anni prima e che lei non aveva mai tradotto nel suo nuovo linguaggio. —- L’INFERNO DI FRANCESCA Avevamo bevuto tutti quella notte. La musica era un tam-tam tribale che scuoteva i nostri corpi avvolti dalle luci psichedeliche e da un sottile fumo rossastro. Volò accanto a me (Quale colomba dal disio chiamata). Impallidì, sembrò quasi sciogliersi nella nebbia di fumo che ci avvolgeva. “Non dovrei farlo” – mi disse – “ma ti racconterò la mia storia”. Svenni. (E caddi come corpo morto cade.) Non ho mai saputo se quello che oggi vi racconto accadde realmente o fu l’effetto dell’alcol. IL TEMPO DEI LAMPIONI L’orologio del bar segnava le 23,00. Fu allora che accadde. Dal vecchio lampione la luce iniziò a creare cerchi che facevano roteare gli occhi di tutti. Si girò anche l’adolescente che, come poeta, vedeva anche quello che era alle sue spalle. Si alzarono tutti e si riunirono a cerchio sotto la luce che roteava e – ne aveva viste tante il povero lampione! – videro le immagini di tutti quelli come loro che erano passati da lì, soli, senza guardarsi in viso, con un bicchiere in mano. IL TEMPO IN CANTINA Il barbone inglese e la puttana si incontravano ogni giorno lì, sotto uno dei ponti lungo la Senna. La vecchia alla finestra li vedeva arrivare ogni giorno e li seguiva con lo sguardo tremolante fino a quando scomparivano sotto il ponte. Si era trasferita in Francia molti anni prima, con il marito ed un figlio piccolo. Aveva ereditato molti ettari di vigneti da uno zio francese ed il marito aveva pensato che continuare la tradizione avrebbe dato un futuro migliore alla famiglia. Vide il barbone, il cane e la puttana risalire da sotto il ponte. Lui, seguito dal cane stanco, si allontanò a destra, lei, senza fretta, a sinistra. Non sapeva quanto tempo fosse passato dalla tragedia, né quanto ancora avrebbe dovuto vivere. Nella follia della sua malattia misurava il suo tempo con ansia tramite le bottiglie della cantina per cui generazioni avevano lavorato ed amato la terra. Il primo giorno era entrato nella casa dell’amministratore di condominio: un presuntuoso avvocato di quarant’anni, sempre così perfetto in giacca e cravatta fatti su misura. E che se ne fa poi uno di una cravatta su misura – pensava Giovanni – Ci si impicca? Era solo un ladruncolo, ma anche i ladruncoli hanno un giorno di riposo, no? E lui se l’era preso proprio oggi, dico ma non ne aveva altri giorni? – pensava. Era uscito con la moglie a comprare i due pappagallini per la sua Maria, chè aveva letto che era educativo così capiva che arrivava il fratellino e pensava che era normale. Ma quante ne sanno questi psicologi!. E così, se ne tornavano tranquilli e quell’animale, senza offesa per gli animali, del generale lo aveva chiamato per dei lavori da fare e li aveva fatti scendere in cantina, lui, la moglie, i pappagallini. E lui mica poteva dire no? Era un imbianchino per tutti, era la sua copertura! Era un ladruncolo, ma non era mica cretino, no? Sotto c’erano anche quella gran… che non si può pronunciare della professoressa di religione e l’amministratore con un completo che pareva dovesse andare a teatro invece che in cantina. Il generale aveva chiuso la porta dietro di lui e lo avevano incominciato a picchiare, chè l’avevano scoperto e quello era un generale dei nazisti, altro che! C’è qualcosa nel modo in cui il destino mi ha piegato il collo e contratto i muscoli del viso a negare per sempre il sorriso, c’è qualcosa che si perpetua nel tempo, percorre i giorni e le ore deformandoli sotto la lente di allora, di quel tempo che non è più, di quel tempo che sarà per sempre. Non è dolore, non è rancore, non è rabbia, non è perdono, né vendetta: è una mannaia che è calata pesante a dividere il mondo. Chi c’era e chi non c’era. Non odio, no, sono consapevole di non odiare. Non saprei dirvi se ho perdonato o se mi arrogo il diritto di essere giudice, dato che sono stato vittima. Non saprei definire il sentimento che mi divide da chi non c’era, da chi fino al giorno prima era mio amico, fratello, madre, padre, confessore o confidente. Non ho cancellato l’affetto, non ho fatto a pezzi i ricordi, non ho smesso di amare. Anche chi è venuto dopo è nato colpevole perché non sa, perché non può più sapere, perché inevitabilmente giudica con il metro della logica, della ragione e non della follia degli aguzzini che hanno spezzato la mia anima. C’è qualcosa, nel modo in cui il destino mi ha piegato il collo e contratto i muscoli del viso a negare per sempre il sorriso, c’è qualcosa che si perpetua nel tempo, percorre i giorni e le ore deformandoli sotto la lente di allora, di quel tempo che non è più, di quel tempo che sarà per sempre. Ma oggi, amico mio, io sono felice perché la tua storia ha spezzato questo tempo fermo. Ritrovarti, amico, è stato ritrovare il me stesso che fui. Piange, piange, piange, piange. Suonano alla porta, ecco non piangi, vedi, è Sara ma io non ho bisogno d’aiuto, sono una madre io. [ Torna all'indice ] _____________ |


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