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CON I MORTI È PIÙ FACILE
Lei e lui seduti uno di fronte all’altro ai
lati opposti di un divano a tre posti. I corpi sono rigidamente poggiati sui
braccioli.
Stanza in penombra. Due candele accese su un tavolino basso appoggiato al muro
di fronte a loro. Lei accende una sigaretta con un gesto di evidente stizza. Lui
si protende verso di lei con uno scatto nervoso e ricade subito indietro,
scivolando un poco sul divano.
LEI: Orribili quei lumini, manca solo la fotografia del morto (dà una boccata
nervosa alla sigaretta)
LUI: (scivola ancora di più sul divano) Il morto?
LEI: (dà una lenta boccata alla sigaretta) Il morto.
LUI: Certo.
Stanno in silenzio per qualche secondo. Lei
continua a fumare lentamente. Lui continua a scivolare sul divano fino a
poggiare quasi la testa sul bracciolo.
LUI: C’era molto traffico per arrivare.
LEI: Con i morti è facile.
LUI: Ho preso la nostra scorciatoia.
LEI: Due lumini sotto la foto e ce l’hai sempre lì.
LUI: Succede sempre durante le feste.
LEI: E quando non vuoi pensarci vai nell’altra stanza.
LUI: Sta diventando sempre più difficile.
LEI: I morti vanno via e non tornano più.
LUI: Sta diventando impossibile.
LEI: Te ne fai una ragione, reciti due preghiere e ricominci a vivere.
LUI: Dovremmo cercare una soluzione.
LEI: (spegne nervosamente la sigaretta nel posacenere e si gira verso di lui)
Una soluzione? Tu vuoi una soluzione? A che soluzione penseresti adesso?
LUI: Non so, forse prendere la tangenziale.
LEI: (si accascia sul divano e accende un’altra sigaretta). Sì, la
tangenziale, sì.
Silenzio. Lui guarda l’orologio. Lei fissa il
muro di fronte e i lumini. Poi si alza, esce dalla stanza e rientra con un
bicchiere in mano. Si siede nuovamente.
LUI: Dove sei stata?
LEI: Al supermercato.
LUI: Adesso.
LEI: Stamattina.
LUI: Dove sei stata adesso?
LEI: (lo fissa negli occhi, dà un’altra lenta boccata alla sigaretta, beve un
sorso dal bicchiere) Adesso?
LUI: Si è fatto tardi, lo sai?
LEI: Era già tardi quando sei arrivato.
LUI: Ti ho detto che c’era traffico.
LEI: Sì, vero, la soluzione.
LUI: Sì, bisognerà che la troviamo.
LEI: La soluzione.
LUI: La soluzione.
LEI: Perché?
LUI: Perché, cosa?
LEI: La soluzione.
LUI: Perché non si può andare avanti così.
LEI: (beve un altro sorso dal bicchiere, spegne la sigaretta, lo guarda di nuovo
negli occhi) Mi sposo fra un mese.
LUI: (sorride, quasi un ghigno e parla con tono di voce acuto) Anche questa è una soluzione.
LEI: (si alza, accende la luce, si avvicina ai lumini e li spegne) Con i morti è più facile. Lo sai subito quando sono morti.
LUI: (si alza impacciato e si mette la giacca) Fa ancora molto freddo fuori.
LEI: Dentro.
Lui si dirige verso la porta.
LUI: Domani porto la macchina dal meccanico.
LEI: Domani mi trasferisco a casa sua.
LUI: (apre la bocca per dire qualcosa, emette un suono strozzato, ma poi la
richiude e si gira per uscire. Poi si gira nuovamente verso di lei, solo un
mezzo giro) Ma questa casa la tieni?
LEI: (senza muoversi) No, ma metterò due lumini davanti al portone.
LUI: Troveremo una soluzione, l’abbiamo sempre trovata. (ed esce)
LEI: (piano mentre chiude la porta) Sì, certo, l’abbiamo sempre trovata. Con
i morti è più facile.

HO BISOGNO DI INNAMORAMI ANCORA. (Monologo)
Un riflettore sul palcoscenico illumina solo
Lei, fra i trenta e i quaranta anni. I vestiti che indossa la collocano ai
giorni nostri.
LEI:
Ho bisogno di innamorarmi.
Di nuovo, sì, innamorarmi.
Uscire fuori da questo buio in cui mi hai costretta, da questo non amore, da
questo spegnersi delle cose, da questa tua incapacità di muoverti che mi lega,
mi costringe, mi soffoca.
Soffoco, sì, soffoco a guardarti. Sempre la stessa faccia immobile, la stessa
espressione impotente, lo stesso sguardo di paura.
Paura della fine. Consapevolezza della fine. Accettazione della fine.
Disperazione della fine.
No!
Basta!
Io voglio innamorarmi ancora e non posso più innamorarmi di te.
Ogni giorno mi sono innamorata di te, ogni giorno ti ho ascoltato, ho
ricostruito l’immagine di te, la gioia di vivere, i colori del cielo che non
vedevamo insieme, i prati, i fiori, l’arcobaleno sotto la pioggia, il verde
dei boschi. Ogni giorno ho sottratto a me stessa un raggio di luce per
illuminare la nostra scena, per vivere. Ogni giorno ti ho accolto fra le braccia
quando ritornavi.
E tu? Tu stavi lì ad assorbire luce, ad ingoiare le mie parole, parassita che
prosciuga per vivere la propria vita a costo di distruggere quella altrui.
Virus.
Non era simbiosi.
È L’unica cosa che ricordo delle scienze: la differenza fra organismi che
vivono in simbiosi e parassiti. Ho dimenticato tutto ma questo no.
Dovevo capirlo che era un segno premonitore.
Non hai mai parlato: assente anche quando eri presente, biascicavi scuse
infantili sulla fragilità.
F-R-A-G-I-L-I-T-À
Tu fragile? Ma non farmi ridere! Tu pieghi, spezzi, distruggi sì, ma gli altri.
E di questo ti nutri, sopravvivi alla tua debolezza.
Comprati un dizionario e trova la parola per te: D-E-B-O-L-E. Forse così la
smetterai di portare avanti questa scusa perché ti vergognerai di fronte a te
stesso di pronunciare la parola DEBOLE.
Fa male, vero?
Virus, debole, che hai fatto, che fai?
Ancora adesso stai lì zitto, nascosto ad aspettare che io sia sufficientemente
prosciugata da non avere più difese immunitarie e, nel frattempo, cammini per
la tua bella strada rivestito delle mie cellule, F-O-R-T-E di me!
E poi che ci vuole? Muore una cellula e ne prendi un’altra, no?
No!
Basta!
Io voglio innamorarmi ancora!
Voglio l’aria pura, voglio correre su un prato, voglio prendere una vela –
la M-I-A vela – e andare al largo, sempre più al largo, sotto il cielo, sopra
il mare, voglio capovolgere cielo e mare con l’amore, voglio sentire dentro
quel sorriso che sale dalla bocca dello stomaco e si diffonde in tutto il corpo
e sulle guance, come un rossore, e nella testa, come un bicchiere di birra
fresca.
E non stare qui. In questo buio di presenze asfittiche ed assenze ancora più gravose delle presenze. E non stare qui. Con le mie radici a marcire nel tuo non
dare, non dare mai, mai.
E cosa mi rimane di te se te ne vai? Una foto, nient’altro che una foto e ci
hai messo tre anni per concedermene una: neanche questo volevi lasciare di te.
Prendere. Prendere. Prendere.
E non c’è bisogno che tu mi risponda, ché di risposte non ne hai avute mai,
solo sorrisi e pianti mentre continuavi a rosicchiare, rosicchiare, rosicchiare.
Parole.
Odio le parole.
Vuoto di parole.
Pieno di parole.
Impotenza di parole vuote d’amore.
Voglio innamorarmi ancora.
E voglio andare via.
E voglio non vedere più quel sorriso vuoto.
E voglio sentire le cose prima delle parole e non viceversa.
E me ne vado, sì, “vado con il primo che incontro”, me ne vado, mi metto il
cappotto ed esco e ti lascio lì, virus, da solo, a morire senza le mie cellule,
a riflettere sulla simbiosi, sulla debolezza, sulla fragilità, sulle scelte che
non hai mai fatto. Ti lascio lì e vado ad innamorarmi.
Io.
Vado.
E tu sta’ zitto, zitto come sempre, ché non hai parlato prima e non ti voglio
sentire ora.
Anzi no.
Non vado via io, vai via tu!
Non voglio più trovarti al ritorno, quando sarò di nuovo innamorata della
vita. Ti attaccheresti ancora alla mia forza e mi prosciugheresti ancora.
Adesso ti uccido, ti elimino, ti cancello.
Sì, cancello questa foto che mi hai lasciato e che mi guarda dal desktop, muta
come te.
Non voglio più trovarti al mio ritorno.
Io voglio innamorarmi ancora.

31 Dicembre
Giorni nostri, 31 dicembre, ore 23,00. Stanza
con tavola apparecchiata, luce di candele.
Personaggi: Lei (fra i venticinque ed i cinquanta), Anno Vecchio, Anno Nuovo.
AV: Non mi saluti?
AN: Non mi saluti?
LEI: Devo essermi addormentata – Devo
essermi addormentata, sono già le 11,00, devo sbrigarmi.
AV: Ragazza, sveglia! Sei sveglia!
AN: Mica tanto! Sveglia questa non è stata mai!
LEI: Sto impazzendo? Chi siete?
AV: Anno vecchio.
AN: Anno nuovo.
AV: Zitto tu!
AN: Vecchio rimbambito!
AN-AV: Non ci saluti?
LEI: Salutarvi? Dio mio, che ridere! Salutarvi!
AV: Che c’è di male, carina? Siamo stati insieme tanto tempo.
AN: Lascialo stare, vieni da me, lui non può darti più niente, sono io il tuo
futuro.
LEI: Siete veri?
AV-AN: Ci chiede se siamo veri? Siamo l’unica cosa vera che hai avuto mai,
Stella!
LEI: Andatevene. Voglio stare sola. Voglio aspettare, sola.
AV: Ma che aspetti?
AN: Io lo so, io lo so, ma non succede, non succede!
AV: Non puoi farlo, non puoi dirlo: il bello è la sorpresa!
AN: Vecchio, tanto ora muori!
LEI: Zitti! Zitti! Muori, sì, muori, maledetto tu e il giorno che sei entrato.
Avevo tutto io, avevo tutto.
AV: Che avevi? Tu sogni, non vedi? Tu sei pazza.
AN: Pazza, pazza, pazza.
LEI: Zitti! Avevo un lavoro, avevo un uomo, avevo un romanzo, avevo una vita. Un
anno fa. E poi, poi sei arrivato tu, maledetto, tu. E mi hai portato via tutto.
AV: Tutto ha una fine mia cara. Anzi, tutto è già finito prima di
incominciare. Non avevi già niente tu, io ti ho solo aiutato a comprendere,
Stella!
AN: Non lo ascoltare, non lo ascoltare! Guardami, guardami! Io sono il tuo nuovo
inizio, io sono il tuo futuro!
LEI: Avevo un lavoro, io, avevo lottato, avevo studiato, avevo sofferto, ma
c’ero riuscita.
AV: Ma dai! Smettila! Eri precaria, precaria, io c’ero sai e c’era anche
l’anno vecchio quel giorno. No, non io, quello che era vecchio quando io ero
nuovo come questo sbarbatello che parla e ripete tutto!
AN: Tutto, tutto, tutto!
AV: Precaria.
AN: Precaria.
LEI: Zitti!
AN: Zitti!
LEI: Non è vero!
AN: Non è vero!
AV: Non è vero!
LEI: Basta ora! Idioti! Basta! Io ero una scrittrice, io, avevo un romanzo, era
bello, avevo un sogno.
AV: Romanzo? Quella massa di parole senza forma? Tutto ha un inizio e tutto ha
una fine, è vero, tranne il tuo romanzo, Stellaaaaa!
AN: Stellaaaaaa!
LEI: Sono pazza!
AV: Sono pazza!
AN: Sono pazza!
LEI: Non potete ripetere anche quello che penso! Mi prendete per il culo? Mi
volete fare impazzire? Tu, idiota di un anno vecchio e tu, già stronzo di un
anno che ancora deve nascere? Io avevo un lavoro, io avevo un romanzo, io avevo
un uomo che mi amava.
AV: Amava?
AN: Amava?
LEI: A mezzanotte mi ha chiamato e mi ha detto che mi amava e che voleva vivere
con me. Lui c’era, bastardo di un anno vecchio e tu, tu, tu, tu me l’hai
portato via.
AV: Balbetta?
AN: Balbetta, sì.
AV: Balbetti. Sai di mentire.
AN: Lo sai.
LEI: No!
AV: Stella, non ti seccare, io c’ero.
AN: C’era.
AV: A mezzanotte, dico.
AN: Dice.
LEI: Allora lo sai, lo sai che mi ha chiamato, lo sai che avevo un amore, lo sai
che me l’hai portato via.
AV: Stella, svegliati! Era in Australia, lui, ed era già mezzogiorno! C’ero
già da un pezzo con lui e lo so con chi ha brindato a mezzanotte, quella sua.
Fuso orario, sai? Ne ha mai sentito parlare? Stella, stellina! Mica puoi dare
tutte le colpe a me!
Tutto è finito ancora prima di incominciare. Accettalo.
AN: Tutto è finito ancora prima di incominciare. Accettalo.
LEI: Non ripetere! Non ripetere! Ti odio! Vi odio! Lasciatemi sola, devo
aspettare, io, devo aspettare.
AV: Deve aspettare, lei.
AN: Qui lo so io e tu noo! Indovina come finisce! Che aspetta e aspetta!
LEI: Devo aspettare, dobbiamo brindare, io, lui, noi due. Andate via.
AN: Brindiamo!
AV: Brindiamo!
Anno nuovo e anno vecchio si precipitano sulla
coppa e la rompono.
LEI: No, no, l’avete rotta, ora non verrà più, ora non verrà. Tu, lui, voi
due, tutti uguali, è finita, è finita.
AV: Era già finita.
AN: Era già finita, ma ancora non è finita. Mi capisci, Stella?
AV: Guardalo, si avvicina mezzanotte e già si sente importante.
AN: Guardati, stai già cadendo a pezzi. Qui completo io, sei un rudere ormai.
AV: Io finisco qui, sì, ma avrò portato a termine tutto, fino all’ultimo
secondo.
AN: Io nasco ora e sono VIVO, capisci, VIVO e mi diverto io ora con la nostra
Stellina. Mi diverto a consumare il suo salmone norvegese da due euro e 40
ipercoop, mentre lui dov’è, Stellina?
AV: Stellina, Stellina, sarà in Norvegia, no?
Lei prende una pistola da un mobile
AV: Che paura! Ha una pistola!
AN: Tremo, tremo! Ha una pistola!
AV: Che vuoi farci, Stella? A parte il tuo romanzo, tutto ha un inizio e tutto
ha una fine e noi finiamo a 365 giorni, 6 ore ed una manciata di minuti, sai?
Mica ci puoi sparare.
AN: Stella, Stellina, tutto è già finito prima di iniziare, ma tu mi devi
sopportare! Che rima, che rima, sono io il poeta, sono io il poeta!
Lei si punta la pistola alla tempia
LEI: Tutto ha il suo inizio e tutto ha la sua fine, meno il mio romanzo, sì, e
meno voi: non c’è più tempo.

Bar
di un porto qualunque. Lui e Lei.
LUI: Sono qui.
LEI: Ti aspettavo, sei in anticipo.
LUI: Sapevi che sarei arrivato prima?
LEI: Non esageriamo, non arrivo a tanto, ma era facile che accadesse.
LUI: Pensavo…
LEI: Sì, certo. Sei sbarcato adesso?
LUI: Sì, come lo sapevi?
LEI: Dalla valigia che ti trascini dietro. Ti ho detto che non arrivo a tanto.
LUI: Pensavo…
LEI: Non ho molto tempo. Perché sei qui?
LUI: Ho fatto centinaia di chilometri per parlarti.
LEI: Dici sempre così. Se lo fai avrai una ragione.
LUI: Vuoi qualcosa da bere?
LEI: Sapevo che l’avresti detto.
LUI: Tu sai sempre tutto.
LEI: Non tutto, ma ti conosco ormai.
LUI: Mi sento a disagio qui, davanti a tutti. Perché qui e non
nell’appartamento?
LEI: Le cose non vanno bene e bisogna accettarlo. Un appartamento era troppo
costoso per tenerlo vuoto.
LUI: Se stessi qui sarei ogni giorno da te. Ho bisogno di te.
LEI: Ma non stai qui, lo sappiamo. Se non ti senti a tuo agio in un bar puoi
anche andare via.
LUI: No, devo parlarti.
LEI: Di che?
LUI: Non lo sai?
LEI: Non arrivo a tanto, ti ho detto, di che cosa vuoi parlarmi.
LUI: Volevo chiederti…
LEI: Cosa?
LUI: Mi sento in imbarazzo, ti ho detto.
LEI: Allora credo che sia meglio che tu vada via.
LUI: … d’amore…
LEI: Non si muore.
LUI: Che vuoi dire?
LEI: Niente, una canzone. Specifica, per favore, fa freddo qui.
LUI: Vorrei sapere come andrà a finire.
LEI: Perché non lo chiedi a lei? Perché vieni fino a qui a chiederlo a me?
LUI: Solo tu puoi saperlo. Lo sai che sono anni che non respiro se tu non mi
dici di respirare.
LEI: Certo. Tutti così. Quando riparte la nave?
LUI: Tu hai sempre ragione Estrella, è tardi e me ne frego degli altri. Tira
fuori i tarocchi e dimmi se mi ama.

Quando troppe cose finiscono.
Villette unifamiliari, giorni nostri, pomeriggio.
Personaggi:
ALESSI Giulio
CARLA: La moglie di ALESSI (morta)
COMMISSARIO
VICINI
——
VICINA: Tu c’eri?
VICINA: No, ero a fare la spesa e quando sono tornata c’erano già le macchine
della polizia. Ma li avevo sentiti litigare ieri. Sai com’è, queste villette
hanno muri di carta.
VICINO: Io ero qui, ma ho sentito solo le urla. Non era una novità da un po’ di tempo.
VICINA: Pensano che l’abbia uccisa?
VICINO: Non si sa niente. Lei era distesa a terra in una pozza di sangue. Io
sono riuscito ad affacciarmi perché mio cugino è carabiniere e mi ha fatto
passare un attimo, ma non si capiva niente. Adesso c’è il commissario dentro.
Lo sta interrogando già da un’ora, ma lui sembra totalmente rimbambito e
balbetta solo sciocchezze.
VICINA: Gesù mio! Se penso che poteva succedere quando i bambini giocano nel
giardino!
VICINA: Hai ragione, ma forse se ci pensi, erano strani da un po’ di tempo.
VICINO: Chissà perché lo dicono sempre tutti, dopo.
COMMISSARIO: Alessi, Giulio, parli con me, si fidi. Noi vogliamo capire cosa è successo.
ALESSI: Che vuole capire, commissario? Lei non ci crederebbe mai, gliel’ho
detto: è quello che accade quando troppe cose finiscono insieme. Coincidenze?
Destino? Lei non può capire.
COMMISSARIO: Ci provi, Alessi, che cosa era finito? L’amore?
ALESSI: No, commissario. Che dice? L’amore? No, quello è finito adesso: lei
è morta, no?
COMMISSARIO: Allora cosa? Alessi, non mi faccia spazientire! Sua moglie è morta, lo capisce? I vicini dicono che litigavate spesso negli ultimi tempi ed
oggi vi hanno sentiti urlare. Parli!
ALESSI: Commissario, è inutile, so già come andrà a finire, ma va bene. Noi
ci amavamo, solo che sono finite troppe cose tutte insieme, gliel’ho detto.
Coincidenze.
COMMISSARIO: Racconti, Alessi, dall’inizio.
ALESSI: Sa, all’inizio finirono i sogni. Pensavamo di avere dei bambini, ma
lei iniziò a stare male e scoprirono che aveva un problema al cuore, non so
quale commissario, non me lo chieda.
COMMISSARIO: Non glielo chiedo, ma vada avanti Alessi, che sono qui già da
un’ora.
ALESSI: Non poteva più fare l’amore, commissario, capisce? All’inizio io
reagii mangiando in continuazione e mi ammalai. No, niente di grave, colesterolo
alto, stupidaggini. Non c’era più la salute, ma l’amore ancora c’era,
commissario, mi creda.
COMMISSARIO: Sì, le credo.
ALESSI: Poi lei, Carla, sa commissario, lei era una donna che sapeva quello che
voleva, forte, lei non si arrendeva quando le cose finivano, no. Allora decise
che dovevamo metterci a dieta e pesava tutto, commissario, tutto! Lei capisce?
COMMISSARIO: Alessi, ma che c’entra questo?
ALESSI: Con calma, gliel’ho detto che è complicato. Lei pesava tutto e
controllava quello che restava negli armadietti, ma negli ultimi mesi finiva
tutto prima del tempo e lei mi accusava di mangiare. Ma commissario, io non
avrei mai disobbedito ad un suo ordine, capisce? Ma non glielo potevo spiegare
il perché, come facevo? Per questo urlavamo.
COMMISSARIO: Alessi, continuo a non capire, lo spieghi a me il perché.
ALESSI: E va bene commissario, tanto non fa differenza ormai. Il fatto era che
ogni giorno, mentre lei non c’era, veniva la vicina di casa, quella che sta
nella seconda villetta dopo la nostra e mi diceva che le era finito il sale,
oppure l’olio, insomma commissario, una nuova ogni giorno.
COMMISSARIO: E?
ALESSI: Ed io non glielo potevo mica dire a Carla, no? Commissario, ce l’avrà anche lei una moglie!
COMMISSARIO: Sì, capisco, continui.
ALESSI: Pare che ieri Carla abbia fatto installare una telecamera per
sorprendermi mentre mangiavo.
COMMISSARIO: Una telecamera?
ALESSI: Gliel’ho detto, commissario: Carla era una donna forte e decisa. Poi
stamattina è uscita ed oggi pomeriggio sono uscito io per un paio d’ore. Al
ritorno lei era davanti alla TV che guardava la cassetta con la registrazione.
COMMISSARIO: Alessi, mi sta facendo perdere la pazienza. Cosa c’era in quella
maledetta cassetta?
ALESSI: Commissario. Era venuta la vicina e le mancava lo zucchero. Allora siamo
andati in cucina per prenderlo, ma Carla non l’aveva ricomprato e poi…
COMMISSARIO: Poi?
ALESSI: Poi lei mi è saltata addosso sul tavolo della cucina e…
COMMISSARIO: Allora sua moglie ha scoperto il tradimento e lei l’ha uccisa?
ALESSI: No, commissario, no! Gliel’ho detto: sono finite troppe cose insieme.
COMMISSARIO: Alessi, non voglio innervosirmi, continui.
ALESSI: Il fatto è che io e la vicina non avevamo fatto nulla ma, commissario,
la cassetta era finita proprio sulla scena del tavolo.
COMMISSARIO: Alessi, non faccia il santo perché con me non funziona!
ALESSI: No, commissario, non è perché sono santo, perché tante altre volte
sa… Lei capisce: Carla ed io non potevamo fare nulla. Ma proprio questa volta,
commissario, niente: erano finiti i preservativi e poi era anche tardi.
COMMISSARIO: Alessi, sua moglie ha una ferita sulla testa e vari lividi. Lei sta
giocando con questa storia: come spiega quello che è successo, a parte questa
assurdità delle cose che finiscono tutte assieme?
ALESSI: Appunto, commissario, Carla non mi ha creduto e mi ha detto che il
nostro matrimonio era finito e che se ne andava. Così si è alzata barcollando
– il cuore, credo – ed è arrivata alla fine del corridoio. Lì,
commissario, finiva anche il tappeto e lei ha messo il piede dentro un pezzo di
frangia ed è caduta sbattendo la testa sull’angolo del tavolino di cristallo
che va a finire proprio in quel punto.
COMMISSARIO: Alessi, va bene, ma sua moglie non è morta sul colpo. Perché non
ha chiamato l’ambulanza?
ALESSI: Perché, commissario, quando ho preso il telefonino per chiamare, si è scaricata la batteria.
COMMISSARIO: E perché non l’ha portata in ospedale in macchina?
ALESSI: Perché ero rimasto senza benzina.
COMMISSARIO: Alessi, ora la sbatto dentro, lei mi ha preso abbastanza in giro.
La mia pazienza è finita!
ALESSI: Appunto, commissario, appunto.

Un
tavolino al bar, un uomo seduto, nessuna consumazione. Arriva lei.
LEI: Scusami, scusami, davvero. Il traffico sai, poi tante cose da sbrigare
prima di venire qui. Ok, sì, è vero io sono sempre in ritardo, è una croce…
insomma, voglio dire, è proprio che non riesco, anche quando qualcosa è importante.
Va bene, sto zitta, mi siedo. È molto che aspetti? Non hai ordinato niente? No.
Vuoi qualcosa? No. Io sì, scusa, sai, sono un po’ in tensione. Cameriere! Un
gin tonic, per favore.
No, non è che io sia alcolizzata, no, ma capisci, adesso è un’occasione… e
va bene, magari qualche volta bevo un po’, ma che c’è di male? Non sarai
mica astemio? Chissà, forse un salutista?
Scusa se rido, no, è che sono proprio i salutisti a farmi venire da ridere,
mica tu! Anche se certo…
Dio mio, è incredibile, mica ti immaginavo così! Quando leggevo il tuo nome
pensavo che fossi donna… Se l’avessi saputo prima che eri uomo!
Che battuta scema, vero? Sono proprio incapace di stabilire una conversazione
normale e poi non ho il senso dell’opportunità. Me lo diceva sempre anche mia
madre e alla fine ci ho creduto anche io.
Scusami, scusami, sono stupida. Non si parla mai delle madri al primo
appuntamento, depone male, lo so. Ma tu mi capisci, vero? Anche per questo sono
qui.
Va bene, niente mamma, lasciamo perdere perché se non mi taglio le vene subito!
Oddio, oddio, questa è peggio di quella di prima, non è proprio il caso di
tirare fuori questo argomento.
Sto zitta, sto zitta.
Ma… Ma se tu non parli io proprio non ce la faccio. Non so gestire il
silenzio. Cosa si nasconde dietro il silenzio? Le parole, sì, anche quelle sono
mica male per confonderti, ma almeno riempi il vuoto, hai un punto di partenza,
un inizio, una fine. Conti le sillabe e fai matematica, oppure poesia, poi le
scomponi e giochi con gli anagrammi, cambi il senso, ritrovi il senso, ma sempre
sono lì, le parole. Io proprio non so come fare con il silenzio.
Ma tu sì, vero? Mi stai osservando ed io dovrei capire dall’espressione. Ci
provo, ma… meno male, ecco il gin tonic. Tu niente, sei sicuro? Sì, va bene,
prendi me?
Oddio, oddio, sono proprio scema quando cerco di essere divertente, era per
sdrammatizzare, scusa.
Mi sento bene ad averti qui di fronte. Non ti avrei mai riconosciuto, mai. Tu sì,
invece, ci scommetto! Chissà, forse mi hai sfiorato migliaia di volte, ma io
non ti ho visto, anche se ti desideravo da sempre. Chissà, ma ora sei qui e…
Lo so, sembra banale, fa’ che sia dolce questa prima volta, sì, anche se
dovesse essere prima ed ultima, ma fa’ che sia dolce.
Ma fammi prima finire il gin tonic, per favore.
Sì, sto zitta, scusa. Mi fido di te, sono pronta adesso, puoi portarmi via.
Non ti sei mai sbagliato, vero?
No, certo, la morte non sbaglia mai.

Lei,
stanza d’albergo. Vestita solo con la biancheria intima. Rumori e grida
provengono dalla stanza accanto.
Bastardi, si sentono in tutto l’hotel. Porci.
Ma tanto se ne accorgono tutti già dalle facce: porco lui, troia lei. Dopo
quindici anni di alberghi ne ho viste tante come lei. Troie.
Anche nell’ascensore, davanti a tutti. La spingeva tanto che mi è arrivata
addosso.
Cosce sode, lei, certo. Mica come me (si mette le calze e le giarrettiere
davanti allo specchio), vecchia, squallida, il culo dietro le ginocchia e guarda
qui la pelle sotto la giarrettiera che ci vorrebbe una passata di ferro da
stiro!
Prima o poi ci si arriva al culo dietro le ginocchia. Ci arriverà anche questa
troia, ci arriverà!
Dovrebbe consolarmi e no, mi fa incazzare, invece mi fa proprio incazzare.
Ancora strillano, ancora… Non posso sentirli più. Quel porco ne sa una più
del diavolo… E pensare che c’è gente che pagherebbe per avere un uomo così.
Porco.
E ancora non posso uscire, ancora è presto, non li sopporto più. Guarda che
faccia di cane che ho, guardami, guardami!
Ma ora basta, ora ci penso io (prende una pistola dalla borsa e la infila nella
giarrettiera), ora glielo sistemo io il gioco.
(esce dalla stanza e apre la porta della stanza accanto)
Cielosuamogliechesorpresavero?
(spara e lo colpisce in pieno petto)
Scusa maritino caro, ma dopo quindici anni stavolta te lo scrivo io il finale
per i tuoi giochi del cazzo!
Non
per vantarmi (seguito)
Personaggi:
IL BARONE: mafioso, siciliano, 77 anni.
LEI: ha appena sparato al marito.
Lei (dopo aver sparato) strappa il lenzuolo dal letto e se lo getta addosso, ha
ancora la pistola in mano. Chiama l’ascensore che si ferma al piano e dentro
c’è il “Barone”, vestito gessato, impettito al centro dell’ascensore.
Non batte ciglio, l’ascensore si richiude e continua a salire.
BARONE: Figlia, pari un fantasma! Ci sono problemi?
LEI: Ho sparato.
BARONE: Minchia! Magari qua sparate?
LEI: Ogni tanto.
BARONE: Peccato, quando ero giovane io, certe occasioni mai si lasciavano
scappare.
LEI: Lui era un porco.
BARONE: Porco, porco, esagerata sei! Ma facesti bene, sicuro. Ora dove vai?
LEI: Non lo so, mi arresteranno.
BARONE: Ma quale? Ma quando? Per così poco? Io ne ammazzai almeno cento e a
settantasette anni ancora a me non mi ha preso nessuno. Non per vantarmi!
LEI: Mi ha visto.
BARONE: Chi?
LEI: La troia.
BARONE: Ma quella è una troia, a quest’ora sarà già scappata.
LEI: Ma ho la pistola!
BARONE: (alzando la giacca) Io magari!
LEI: Che vuoi fare?
BARONE: Senti bella, ti spaventi? Già che pari un fantasma! Tranquilla, ora ci
penso io.
LEI: Come?
BARONE: Sto andando ad un appuntamento. C’è un commissario.
LEI: Un appuntamento con un commissario? Sei della polizia?
BARONE: Senti, della polizia ce lo dici a un altro, che io sbirro non ci sono
stato mai. Non per vantarmi!
LEI: Non capisco.
BARONE: Ho detto che c’è un commissario, ma l’appuntamento io lo presi con
una donna, anzi due.
LEI: Non capisco. (scoppia a piangere)
BARONE: Figlia, figlia, non piangere, gioia, io non lo sopporto quando fanno
piangere una donna.
LEI: Che devo fare?
BARONE: Dammi la pistola. (Prende la pistola,
la pulisce con il fazzoletto e la impugna). Bella mia, ascoltami bene:
ora esci con me nel corridoio, ti fai un pezzo di strada con me che se sei con
me non ti chiede niente nessuno manco se sei vestita da leone della foresta,
pigli questo lenzuolo e me lo dai, scendi per le scale, ti vesti e te ne vai al
bar a pigliarti un cocktaìl, quello che
vi pigliate voi femmine.
LEI: E poi?
BARONE: E poi, figlia mia, io ho settantasette anni e vado a vedere l’America
e la morte buttana. E quando vedo il commissario gli do la pistola e gli dico
che tuo marito era un infame e che
l’ho ammazzato io che, non per vantarmi, ma prima di morire a centouno ci
volevo arrivare.
Che tanto, figlia mia, a San Pietro se sono cento morti o centouno che vuoi che
gliene freghi?
Misundertanding
(seguito)
Lei
(Viola): dopo aver ucciso il marito (a letto con un’altra nella stanza n° 10,
accanto alla sua, dopo quindici anni di sopportazione) è scappata in ascensore
ed ha incontrato un boss mafioso che le ha preso la pistola per accollarsi il
delitto e le ha consigliato di andare al bar a bere (per avere un alibi). Viola
è seduta al bancone del bar con un Margarita davanti.
Lui (Il commissario): deve ancora andare all’appuntamento con il boss, ma è
stato fermato all’ingresso perché un uomo è stato trovato morto nella camera
n° 8. L’indagine è, per ora, in mano ad un’altra squadra e lui va al bar
per cercare di scoprire se qualcuno sa qualcosa della strana morte.
Il commissario si avvicina al bancone e si siede accanto a Viola.
COMMISSARIO: Margarita?
VIOLA: Viola.
COMMISSARIO: Viola?
VIOLA: Ha ragione, Margarita, scusi, ero soprappensiero.
COMMISSARIO: Allora Viola è lei?
VIOLA: Di nome e di fatto…
COMMISSARIO: In che senso?
VIOLA: Viola di nome e viola di rabbia.
COMMISSARIO: Allora si spiega anche il Margarita.
VIOLA: Sì, si spiega anche così, se proprio vogliamo spiegare tutto.
COMMISSARIO: È il mio lavoro.
VIOLA: Cosa? Il barman?
COMMISSARIO: No, spiegare tutto.
VIOLA: Bella cosa! Fa lo psicologo?
COMMISSARIO: No, il poliziotto.
VIOLA: Poliziotto? Poliziotto??
COMMISSARIO: Capisco che faccia effetto, ma qualche volta sono anche fuori
servizio.
VIOLA: E ora?
COMMISSARIO: Un po’ fuori, un po’ dentro.
VIOLA: Mi rende nervosa.
COMMISSARIO: È stato trovato morto un uomo.
VIOLA: Morto un uomo… Dove?
COMMISSARIO: In albergo, primo piano. Lei dove sta?
VIOLA: Dove sto… Primo piano, perché?
COMMISSARIO: Che stanza?
VIOLA: Che stanza… Otto, perché?
COMMISSARIO: Proprio nella stanza accanto alla sua. Non ha sentito niente?
VIOLA: Sentito? Che ridere, come potevo sentire… Ero qui, al bar.
COMMISSARIO: Come fa a saperlo? Sa quando è stato?
VIOLA: No, pensavo da poco, visto che lei è arrivato ora.
COMMISSARIO: Già… Un caso strano. Anche per come è stato trovato.
VIOLA: Nudo?
COMMISSARIO: No, vestito.
VIOLA: Vestito?
COMMISSARIO: Sì. Perché le sembra strano?
VIOLA: Non so, forse perché era nella stanza.
COMMISSARIO: Lei sta nuda nella stanza, sempre?
VIOLA: Lei è un poliziotto o un maiale?
COMMISSARIO: Devo scegliere?
VIOLA: Vestito?
COMMISSARIO: Mi vuole nudo?
VIOLA: Dicevo il morto.
COMMISSARIO: Sarà mica una necrofila?
VIOLA: Necroché?
COMMISSARIO: Niente, niente.
VIOLA: L’avrà vestito lei o lui? (quasi
sottovoce)
COMMISSARIO: Non capisco.
VIOLA: Com’è morto?
COMMISSARIO: Un colpo di pistola.
VIOLA: Ecco, sì, ma era vestito!
COMMISSARIO: Capita anche ai migliori… Ma perché insiste?
VIOLA: E lei perché è venuto qui?
COMMISSARIO: Per bere.
VIOLA: La smetta. Lei è qui per me!
COMMISSARIO: Se proprio desidera, ma non ora, adesso ho un appuntamento.
VIOLA: Il Boss, vero?
COMMISSARIO: E lei… come lo sa?
VIOLA: Lo so.
COMMISSARIO: FBI?
VIOLA: Lei è pazzo o mi prende in giro.
COMMISSARIO: FBI? Il caso è mio! Ci lavoro da quindici anni!
VIOLA: Lo sapeva già quindici anni fa che l’avrei fatto?
COMMISSARIO: Cosa?
VIOLA: Non faccia l’idiota. In fondo avrei dovuto saperlo anche io.
COMMISSARIO: La smetta o la faccio fermare.
VIOLA: Non ha le prove.
COMMISSARIO: Io ho naso, sa? Non mi servono le prove. Lei ce l’ha scritto in
faccia.
VIOLA: Non si permetta! Prima fa il maiale ed ora fa il poliziotto. Fra poco
cosa farà? Il poliziotto maiale?
COMMISSARIO: La metto dentro.
VIOLA: Appunto!
COMMISSARIO: Adesso lei se ne sta qui buona buona e non si avvicina più a me
neanche a cento metri. Lei e i suoi amici! Ha capito? Il caso è mio!
VIOLA: Se ne vada e non si avvicini lei a me, se no la denuncio per calunnia. Lo
vedrà che cosa significa! Io sono protetta, sa?
COMMISSARIO: Non si azzardi! (Si alza)
FBI maledetto, anche una che mi adesca! Ma meno male che io sono furbo! Ho naso
io! (Mormora mentre si allontana).
VIOLA: Poliziotti maiali! Mi voleva fregare, ma sono furba io e non ci sono
cascata. La pistola ce l’ha il boss! Io sono sempre stata qui! Quindici anni
scema, ma adesso tutto è cambiato! Sono furba io! Sì!

Nuovi programmi ministeriali
Personaggi:
Professoressa di Lettere (Italiano, Storia e Geografia)
Classe II A – Media Statale
Ambientato in Sicilia (ma, cambiando i riferimenti al dialetto locale, può essere ambientato in qualunque regione)
Atto unico – Scena unica
La professoressa entra in classe
Professoressa: Buongiorno. (gli alunni non
rispondono e parlano fra di loro) Ragazzi, silenzio, non so se vi siete
accorti che è entrata una professoressa.
Alunni (in coro): Dove?
Professoressa: Oggi faremo una lezione che abbraccia molte materie: convivenza
civile, geografia, storia, letteratura, musica.
Alunni: Ma non c’era geografia oggi? Lei aveva detto di portare i libri di
geografia, che c’entra ora la storia?
Professoressa: Non ho detto che vi interrogo.
Alunno: Ma non possiamo fare un’altra cosa? Che ne so, parliamo?
Professoressa: Parleremo dell’Unione Europea. Sapete cos’è?
Alunni (in coro): Unio che?
Professoressa: Unione Europea. Non l’avete mai sentito dire? Al telegiornale,
quando pranzate o cenate non vedete il telegiornale?
Alunni (diverse voci): Beautiful, Cento Vetrine, Mensa, Piscina, che è il
telegiornale? Si mangia?
Voce fuori campo:
O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.
Professoressa: l’Euro ragazzi, lo sapete perché si chiama Euro?
Alunni: E che ne sappiamo noi del nome dei soldi? Basta che ce li danno! (Risate
in classe)
Voce fuori campo:
Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
Professoressa: L’Euro non è solo una moneta, non è solo denaro, è un
simbolo di unione, di fratellanza, di impegno comune.
Alunno: Professoressa, allora visto che siamo fratelli, mi dà cinquanta euro
che mi vado a comprare le Nike?
Alunni (in coro): mi piace ‘sta cosa dell’unione!
Alunni (diverse voci): Playstation, computer, videofonino, jeans, cento euro,
cinquanta euro, mille euro…
Voce fuori campo:
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.
Professoressa: I soldi non comprano tutto, ragazzi. Esistono sentimenti come
l’amicizia, l’amore, la fratellanza. Chi
trova un amico trova un tesoro, lo dicono anche i proverbi…
Alunni (in coro): Professoressa, tu sei antica!
Alunno: Io la sapevo diversa, come la dice mio papà: chi
trova un tesoro trova un amico!
Alunni (in coro): Mitico!
Alunno (un altro): Mio papà mi dice sempre: niente
soldi, niente femmine.
Alunna: Vero è! Mia mamma quando litiga con mio papà gli dice sempre che se
non era per i suoi soldi col cavolo che restava ancora a casa!
Voce fuori campo:
L’uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Alunna: Mia nonna dice sempre che senza soldi
non si canta messa.
Alunni (in coro): Professoressa, lei è più antica di sua nonna (ridono).
Alunno: Mio papà mi dice che devo fare l’università, se no è meglio che mi
sparo perché non sono niente senza soldi e che con i soldi mi compro tutte le
persone che voglio.
Voce fuori campo:
Sì, – chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!
Professoressa: Ragazzi, molti uomini sono morti per un ideale. Molti uomini
hanno lottato per evitare le guerre e le tragedie come l’Olocausto. Sapete
cos’è?
Alunni (in coro): Non era per oggi, professoressa. Che c’entra l’Oloche?
Alunna: Mia mamma mi ha detto che lei non ci può chiedere le cose che non sono
scritte nel registro.
Professoressa: Non è un’interrogazione.
Alunni (in coro): E allora che vuole?
Professoressa: L’Olocausto è una terribile tragedia.
Alunni: Tutta la scuola è una tragedia! (Ridono)
Professoressa: L’Unione europea è stata creata per tentare una convivenza
civile fra i popoli, per portare la gioia e non il dolore, per percorrere tutti
insieme una strada, per superare le rivalità fra le razze e per rispettare le
persone diverse da noi per condizione sociale o economica, per razza.
Alunno: (rivolgendosi verso il compagno extra-comunitario) Io uguale a quel
turco? Spia, niuru fitusu*, sempre con lo stesso vestito, fa fetu* da cento
chilometri.
Professoressa: Questi sono luoghi comuni e tu li ripeti senza capire che cosa
dici. La natura ci ha fatto tutti uguali e molta gente è morta per eliminare le
ingiustizie provocate da parole senza senso come le tue.
Alunni (in coro): la natura l’ha fatto niuru*, turco, povero (due
di loro si alzano e prendono a calci lo zaino del compagno, ridendo)
Voce fuori campo:
Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!
Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Professoressa: Basta o faccio rapporto e vi mando tutti in presidenza!
Alunni (in coro): Scrivi, scrivi, che poi glielo diciamo noi ai nostri genitori!
Professoressa: Basta!
Alunni (in coro): Pasta ‘cca salsa!
Professoressa: Voi non sapete nemmeno cosa sia la civiltà! Vi rendete conto che
una guerra può scoppiare in ogni momento anche dentro le vostre case?
Alunni (in coro): Tu pensa a casa tua. (Ridono)
Professoressa: Dovremmo essere tutti fratelli, ma non vi rendete conto che se
non rispettate gli altri prima o poi qualcuno non rispetterà voi?
Alunno: Professoressa, la tagliamo questa predica? Sta suonando. Che compiti
scriviamo per mercoledì? Ha ragione mia madre che lei non fa niente in classe e
non abbiamo mai compiti per casa.
Professoressa: Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare. (sussurrato fra i denti).
Alunno: Che?
Professoressa: Da pagina 46 a pagina 57, esclusi i riquadri di approfondimento,
altrimenti poi tua mamma dice che i compiti sono troppi, vero?
Suona la campana, gli alunni si alzano e si
riuniscono tutti al centro della classe scherzando, solo l’extra-comunitario
resta seduto, da solo. La professoressa esce.
Voce fuori campo:
Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero Fratelli,
sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.
Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare
N.d.A. Naturalmente il testo è assolutamente inventato e non pretende di descrivere tutte le realtà
attuali, ma soltanto una realtà ancora esistente e che, purtroppo, è documentata da cronache quotidiane e da numerose indagini sociologiche e
statistiche.
* Niuru fitusu: sporco negro
* fetu: puzza

Scene da un matrimonio nella Nuova (Serenissima) Repubblica
Personaggi:
Famiglia Lanza
Alfio: padre della sposa
Carmela: madre della sposa
Rosalia: la sposa
Giovanni: il fratello della sposa
Agata: la cameriera
Famiglia De Fino
Turi (Salvatore): padre dello sposo
Maria: madre dello sposo
Iano (Sebastiano): lo sposo
Casa della sposa. Salotto buono.
CARMELA: Apri le imposte Agata, che stanno arrivando e c’è puzza di morto qua
dentro.
AGATA: Sissignora (apre le imposte).
CARMELA: Madre santissima! Ancora i lenzuoli sui divani? Ma che fai tutto il
giorno? Cretina! Mangia pane a tradimento!
AGATA: Me li scordai signora, lavai l’argenteria.
CARMELA: Ma che lavai e lavai! Leva tutto, sbrigati, che quelli vengono solo per
criticare. Ah, se non fosse per quell’angelo di Rosalia! A pedate quei morti
di fame che si sentono professori, di come fanno! Professori della miseria ladra
che li mangia, sono!
AGATA: Signora, che ce li devo mettere i cuscini buoni? Quelli di seta?
CARMELA: Cuscini buoni per quei morti di fame? Perle ai porci! Certo che ce li
devi mettere, così non parlano, quei pizzari*. Bella Rosalia, almeno lei è
contenta! Che sta facendo l’angelo mio?
AGATA: C’è la sarta per il vestito. Madre mia, signora, è una bellezza!
CARMELA: E Alfio che fa?
AGATA: Sta bestemmiando tutti i santi del paradiso col padrone del ristorante.
CARMELA: Ci sta rovinando ‘sto matrimonio con questi scrocconi di consuoceri -
madonna mia consuoceri! – che non pagano niente. E Giovanni?
AGATA: Alla putia*, che c’è gente.
CARMELA: Appoi* chiamalo che ci voglio fare vedere Rosalia col vestito.
AGATA: Sissignora.
CARMELA: Bussano. Apri e falli entrare e poi vai a chiamare Alfio e ci dici che
al ristorante ci pensa dopo, che ora ci sono gli animali.
AGATA: Sissignora.
Agata esce dalla porta e rientra con la
famiglia dello sposo.
CARMELA: Madre mia come si vestirono!
Benvenuti, che bello, scusate il disordine, ma ormai siamo in famiglia, vero?
MARIA: Ma certo cara! Tutti una stessa cosa! E poi siamo così contenti di
vedervi. Vero Turi?
TURI: Vero è.
MARIA: Vero Iano?
IANO: Vero è.
CARMELA: Alfio ora arriva. Sta discutendo con il padrone del ristorante. A
proposito, Maria, voi quante persone avete?
MARIA: ancora non abbiamo fatto il conto, ma solo i familiari e gli amici
stretti.
CARMELA: Bravi! Anche noi solo quelli stretti stretti.
MARIA: Quanti saranno?
CARMELA: Ora come ora solo duecento, ma ancora Carmelo deve vedere.
MARIA: Stretti, stretti, certo!
CARMELA: Appunto, abbiamo deciso così. Anche se noi volevamo una cosa fatta
meglio. Ma sono loro, gli sposi, che comandano. Vero Iano?
IANO: Vero è.
CARMELA: Per ora resteranno qui con noi ad abitare: abbiamo una casa
grandissima, che Alfio sempre ci ha pensato alla famiglia, no come certe
persone…
MARIA: Che vuoi dire, che noi non ci pensiamo?
CARMELA: Per carità! Che c’entra. Dicevo quelli che non ci pensano. Eppoi
Iano è maschio, che c’entra.
MARIA: Mi pareva!
CARMELA: Eppoi così Iano può lavorare alla putia ed entrare nella famiglia e
stare anche in casa che la mia Rosalia così non ci soffre che è lontano. Che
se no come si sposano che un lavoro lui non ce l’ha ancora? Ma sono giovani,
certo. Appoi cambia tutto.
MARIA: Iano il lavoro non ce l’ha perché ha fatto le scuole.
CARMELA: Certo, certo, le scuole. Tanto sempre alla putia finisce, no? Che i
soldi mica te li dà la scuola, vero? Rosalia, invece, i soldi ce li ha perché suo padre ci ha pensato.
IANO: Basta con queste storie di femmine, che ci rovinate il matrimonio! Tutte
uguali le femmine, vero papà?
TURI: Cose di femmine, non mi interessano. Dov’è compare Alfio?
CARMELA: Aspetta che ci vado, altrimenti quello ci fa notte con la cosa del
ristorante (esce)
TURI: Per questo idiota di un figlio, scecco* a scuola e senza voglia di fare
niente, mi devo sopportare quella balena grassa della sua futura moglie e questa
femmina idiota di sua suocera. Cretino! Cretino! Altro che scuole!
MARIA: Smettila, che lo sai benissimo che tuo figlio è così perché tu te ne
sei andato due anni con quella buttana e poi te ne sei tornato che ti pareva che
non succedeva niente!
TURI: Sarà stata buttana, ma almeno non era cretina come te. Tutto da te ha
preso!
IANO: Piantatela o mi rovinate tutto. Sarò scemo io, ma almeno mi sono trovato
da solo dove azziccare* la forchetta. O dovevo stare tutta la vita morto di fame
come te, papà, che ti senti così intelligente?
MARIA: Basta, sento i passi di Carmela.
Entra Carmela.
CARMELA: Turi, Carmelo ti aspetta che dice che dovete discutere di cose
importanti.
TURI: Vado. (si alza e esce)
CARMELA: Maria, vieni con me che ti faccio vedere il vestito di Rosalia. Agata!
Agata! (Agata entra) Porta un rosolio al
signor Iano mentre noi ci guardiamo il vestito – Iano, scusa, ma tu non lo puoi
vedere che porta male – e poi va’ a chiamare Giovanni alla putia e ci dici
che viene a vedere sua sorella!
AGATA: Sissignora.
CARMELA: Maria, quindici metri di velo! E quaranta metri di pizzo! È bellissima, pare una madonna!
MARIA: Certo, una madonna quando era incinta,
pare! Bellissimo, ma l’importante è che sono contenti loro, vero?
CARMELA: Vero è. (escono dalla stanza)
Iano resta solo ed entra Agata con il vassoio
del Rosolio. Mentre lo versa si sentono passi e Giovanni, che viene dalla putia,
passa davanti alla porta del salotto e la chiude. Da dietro le quinte si sente:
GIOVANNI: Minchia, ‘sta scema di Agata cca lassa tuttu cosi aperti, ccu tutta
‘sta genti peri peri!*
Iano si alza e mette le mani addosso ad Agata.
AGATA: Che fa? Che sta facendo? Madonna mia santissima!
IANO: Muta, statti muta, non l’hai capito? Io mi sposo Rosalia solo per stare
con te!
AGATA: Ma che dice? Bestemmia! Madonna mia benedetta!
IANO: E non scappare, che tanto se scappi ti faccio licenziare. Zitta, che tanto
lo so che ti piace! E ora bella, vattene, che può arrivare qualcuno, ma
ricordatelo che da oggi tu sei mia e preparati perché mi devi piacere assai per
farmi sopportare quella balena! Mi capisti?
AGATA: Sissignore. Ma è peccato…
IANO: Ma che peccato e peccato! Vieni qua e fatti toccare, che peccato è lasciare questa grazia di Dio! Ora vattene, che stanno tornando.
Agata esce e Iano resta solo.
IANO: Tutti ‘sti cretini che si vantano di soldi e di cultura: io sono il
futuro, ché con la mia intelligenza i soldi e la cultura me li procuro quando
voglio e non ci rimetto niente, manco il piacere!
* pizzari: pezzenti
* putia: bottega
* appoi: poi
* scecco: asino
* azziccare: infilzare
* Minchia, ‘sta scema di Agata cca lassa tuttu cosi aperti, ccu tutta ‘sta
genti peri peri!: Minchia, questa scema di Agata che lascia tutte cose aperte
con tutta questa gente in giro!

Peccati ribelli
Personaggi:
Accidia
Invidia
Lussuria
Ira
Gola
Superbia
Avarizia
Il Diavolo
Luogo: una grande cucina soggiorno su cui si aprono altre porte. Giorni nostri.
IRA: Ho detto di venire qui, streghe maledette, non mi fate incazzare!
GOLA: Ce ne fosse bisogno!
LUSSURIA: (gridando fuori dalla scena)
Ho da fare di meglio io!
INVIDIA: E ti pareva!
SUPERBIA: Tutta Invidia, eh?
AVARIZIA: Tempo sprecato, lo sai.
ACCIDIA: (Sdraiata su un divanetto) Io
sono qui, non mi sono mai mossa.
IRA: Gola, vai da quell’idiota di Lussuria e sbatti fuori il cretino che è
con lei. Qui la situazione è seria.
LUSSURIA: (Entrando nella cucina con un
ragazzo, mentre lo accompagna all’uscita) Già fatto, ma non ho molto
tempo e… datti una calmata Ira.
IRA: Bene, siamo tutte qui. La situazione è grave: il lavoro è diventato
troppo e non ce la facciamo più. Io non riesco più a gestire la situazione.
Voi come siete combinate?
SUPERBIA: Non so perché ti lamenti, io ho sempre lavorato tanto: sono la prima
io, sono nata con il peccato originale.
GOLA: Ci mancava che non lo dicesse: non perde occasione! Beh, io non ho più un
attimo: prima con il periodo salutista avevo un po’ di tempo per me, ma da
quando hanno imparato che mangiano e vomitano, siamo peggio che al tempo dei
Romani. Almeno lì ancora erano quattro gatti. Ma quello che mi dispiace di più
è che con tutta questa fatica sto perdendo peso. Guarda come mi cadono addosso
i vestiti!
LUSSURIA: Sì, proprio, c’è il pericolo che ti cadano addosso! Comunque anche
io sono costretta a darmi da fare, ma non ma non so se poi mi dispiace così tanto…
ACCIDIA: Io sono fortunata: a me basta non fare niente per dare l’esempio.
Comunque, anche nel mio caso, come nel vostro, non posso fare a meno di pensare
– mio malgrado, che fatica! – che almeno prima questi uomini si fermavano la
domenica con la scusa della messa, della confessione, della gita domenicale in
famiglia. Adesso non abbiamo più un giorno libero. Non c’è più religione!
AVARIZIA: Più gira denaro, più io lavoro. Adesso, poi, stanno iniziando tutti
anche ad essere avari di tempo. Ma la cosa che mi secca di più è sprecare le
energie per “quello lì”.
INVIDIA: Già, noi ci ammazziamo di lavoro e lui si prende tutti i meriti. E
anche voi, non vi scordate che senza di me gli uomini non sarebbero spinti verso
di voi che vi lamentate sempre e avete tutti gli onori!
IRA: “Quello lì” mi ha proprio rotto.. L’avete visto l’ultimo bilancio?
Ha dichiarato un aumento di dannati del 500% negli ultimi vent’anni e per noi
risulta un calo di rendimento del 40%. Nella relazione finale ha avuto il
coraggio di scrivere che i dannati sono da attribuire a lui perché ha inventato
TV e Internet e che non li abbiamo traviati noi! DEMONIO!
GOLA: (con la bocca piena) Ma che dici?
IRA: E smettila di mangiare, idiota e metti in moto il cervello!
INVIDIA: Sempre con la bocca piena, lei e noi qui a pensare a tutto, mai che ci
dia la sua fetta di torta.
SUPERBIA: Io non vorrei manco una briciola da lei.
GOLA: Io offro sempre, ma nessuno mangia. Tu sei troppo superba, Invidia si
mangia le mani, Accidia non si alza dal divano nemmeno morta e anche mangiare è
una fatica, Ira non si dà nemmeno il tempo di portarla alla bocca che già
l’ha tirata in faccia a qualcuno e Lussuria la usa per spalmarla addosso ai
suoi amanti. Ma quella più incredibile è Avarizia che ha un armadio pieno di
torte perché se le conserva tutte! Se non fossimo eterne saremmo già morte per
qualche infezione, tanto sono putrefatte!
SUPERBIA: Visto? Posso mai accettare qualcosa da una simile idiota?
ACCIDIA: Nemmeno rispondo. Non meriti tanto sforzo.
LUSSURIA: Mi hai fatto venire voglia!
IRA: Basta! Stupide oche! Voi state qui a starnazzare e quel demonio si gode
tutte le nostre fatiche! Demonio, maschilista, stronzo. Ma ve lo siete mai
chiesto perché noi siamo “i peccati”, “i vizi”, quando poi siamo tutte
femmine? Maschilista! Stronzo approfittatore! Come al solito siamo noi donne a
fare tutto e poi il male è “Il Peccato”!
AVARIZIA: Odio quando qualcuno si prende qualcosa di mio!
GOLA: La televisione, Internet, ma vorrei proprio vedere cosa farebbe se non ci
fossimo noi a lavorare!
SUPERBIA: Nessuno guarderebbe più nemmeno la TV, nessuno andrebbe su Internet.
Io lo so, io sono stata la prima. Sono io “Il Peccato”.
IRA: Tu sei un’idiota e “quello lì” lo sa! Dobbiamo fare qualcosa.
ACCIDIA: Sei pazza? Fare qualcosa? Mai!
IRA: Facciamo sciopero, così anche questa sfaticata è contenta e vediamo cosa
fa senza di noi con la sua televisione e i suoi computer!
GOLA: Sciopero? Non so, sai… Io mi sento già di morire di fame quando penso
allo sciopero!
SUPERBIA: Bisogna anche soffrire per essere superiori, ma scioperare è così volgare!
ACCIDIA: Sei pazza tu! Scioperare per me vorrebbe dire mettermi a lavorare! Ha
ragione Superbia stavolta: è così volgare!
LUSSURIA: Scioperare? Ma chi ce la fa? E poi non mi va di andare contro “quello lì”: quando viene da me è una soddisfazione enorme… è un vero
demonio, sì…
AVARIZIA: Scioperare significa perdere denaro e tempo. Mai!
INVIDIA: Siete sempre voi a dire la vostra per prime. Voi e quell’altro che ve
le fa passare tutte. Bisogna nascerci sfortunate come me in mezzo a quelle
fortunate! Scioperare con voi? Mai!
IRA: Eccole le vere donne! Schifosamente mai unite! Vorrei uccidervi tutte. Voi
e “quello lì”.
Appare il diavolo sulla scena. Ira prende
inferocita una fetta di torta e gliela tira addosso. Avarizia approfitta della
confusione per rubare un’altra fetta e la nasconde in una busta, Lussuria si
avvicina al diavolo e gli lecca la torta sulla faccia, Invidia resta seduta a
mordersi le labbra, Accidia non si muove, Superbia si sposta di lato e Gola si
precipita urlando sul resto della torta ingozzandosi per cercare di salvarla.
DIAVOLO: (spostando Lussuria e leccandosi il
resto della torta dalla faccia) Mia cara Gola, ottima la tua torta,
incomincio a capire perché hai tanto lavoro.
GOLA: Grazie, detto da te è davvero un onore!
DIAVOLO: Ragazze mie, non posso mancare per qualche giorno e già vi trovo sul
piede di guerra. E contro chi? Proprio contro di me che sono l’unico che vi
vuole bene, l’unico che comprende la vostra importanza. Bilanci, bilanci, ma
che ne sapete voi di bilanci? Ci sono gli investitori, le multinazionali, la
mafia, il riciclaggio, i cartelli della droga… Mica possiamo mettere nel
bilancio che i loro capitali sono affidati a sette donne! Avarizia, tu che puoi
capire, cosa ne pensi tu?
AVARIZIA: Mmmmhh… Credo che abbia ragione, ragazze, forse siamo state
affrettate…
DIAVOLO: E tu Ira? Con chi mai potrai litigare con tanta soddisfazione quanta ne
ricavi da me? Ti sono mancato, vero?
IRA: (Tirandogli un’altra fetta di torta)
Mancato, mai! Demonio!
DIAVOLO: E tu Accidia, vuoi davvero rovinare il fascino del tuo corpo
abbandonato sul divano per andare contro l’unico che non ti ha mai chiesto di
farlo?
ACCIDIA: Mai!
DIAVOLO: Invidia, tu, proprio tu vorresti fare qualcosa per queste donne che ti
hanno sempre trattata come inferiore? Tu che sei l’origine del male stesso? Se
non fosse che per te è un’offesa, mia cara, ti direi senz’altro che tu sei
l’unica al mondo che non ha nulla da invidiare a queste donne.
INVIDIA: Io vorrei solo un po’ più di considerazione…
DIAVOLO: E tu Lussuria, vuoi davvero rinunciare ai nostri incontri?
LUSSURIA: Non farmici pensare… Mai… A proposito, quanto resti?
DIAVOLO: Devo già andare via, non sarei nemmeno potuto venire, ma ho sentito le
vostre lamentele e sono scappato dalle mie donne. Ora devo andare: in Italia
siamo in piena campagna elettorale e nell’ultimo mese abbiamo raggiunto quasi
il 98% di anime prenotate per l’inferno! Un ultimo sforzo, ragazze, e il mondo
sarà nostro!
Smettetela di remare contro! (mentre se ne va) Mmhhh…
dove l’avrò sentito?

Canovaccio:
Lui – Lei .
Lui, uno scrittore senza successo in preda a forte depressione viene a scoprire
che la moglie, di nascosto, per cercare di aiutare economicamente la famiglia,
passa le sue notti non a fare la dama di compagnia ad una vecchia contessa, come
aveva sempre detto, ma la centralinista di una linea telefonica erotica.
Una mattina Lei torna a casa e Lui avendo appena scoperto il tutto l’attende in
cucina.
LEI: (entrando) Sono stremata, questo
lavoro mi uccide.
LUI: Bisogna essere servizievoli, vero? Chissà anche un po’ schiavi.
LEI: Non esageriamo adesso. Ho fame.
LUI: Non si lavora con la bocca piena, vero?
LEI: Che vuoi dire?
LUI: Niente. Da quanto tempo siamo sposati?
LEI: Quindici anni, ma che c’entra?
LUI: Già, che c’entra? Non c’entra proprio niente nel nostro matrimonio.
LEI: Ma che fai? Stai scrivendo uno dei tuoi romanzi del cavolo e fai le prove
su di me?
LUI: No, su di te non faccio niente da anni ormai. Ero quasi convinto che tu
fossi asessuata.
LEI: Forse lo sono. O forse non mi viene di fare sesso con un paranoico
scrittore fallito che sfoga le sue perversioni a letto.
LUI: Forse dovrei telefonarti, no?
LEI: Telefonarmi?
LUI: Hai fame?
LEI: Senti, non ho voglia di sentire le tue stronzate stamattina. Mi bastano
quelle che sento al lavoro.
LUI: Ah, le contesse!
LEI: Già!
LUI: Ma…
LEI: Ma che?
LUI: Di notte mi sento solo.
LEI: Perché non dormi? Tanto sono anni che non fai altro che dormire!
LUI: Di notte no.
LEI: Ci sono i corn-flakes?
LUI: No.
LEI: Non hai fatto la spesa?
LUI: Ho telefonato.
LEI: E che c’entra?
LUI: Ho telefonato ad una sex-line.
LEI: E?
LUI: E.
LEI: Porco.
LUI: Lei aveva una voce familiare.
LEI: Sarà stata una delle puttane che frequenti. Mai
ammettere, mai.
LUI: Sì, era la puttana che frequento da anni.
LEI: Quasi mi eccito! Che vuoi dirmi? Mai
ammettere, mai.
LUI: Niente. Poi ho iniziato un romanzo.
LEI: Un altro?
LUI: Sì.
LEI: E?
LUI: La moglie del protagonista lavora di nascosto in una sex-line e lui è il
suo miglior cliente, ma non lo sa.
LEI: Ridicolo. Mai ammettere, mai.
LUI: Eccitante.
LEI: Non lo nego. Da perfetto fallito.
LUI: Sì. Poi una notte lui riconosce la voce della moglie, mentre lei lo eccita
al telefono.
LEI: Interessante.
LUI: La mattina dopo lei torna a casa e lui si comporta stranamente perché ha
sognato tutta la notte di sbatterla sul tavolo della cucina e sentirla gridare
quello che sempre lei gli dice al telefono.
LEI: Questo potrebbe essere interessante, sì.
LUI: Allora lui le si avvicina e la tocca (si
avvicina e la tocca). E lei inizia ad eccitarsi.
LEI: Sì, è possibile.
LUI: Poi lui le mette una mano fra le cosce (si
avvicina e le mette una mano fra le cosce), come non faceva da anni.
LEI: E lei sente ancora quello che sentiva allora, quando si sono conosciuti…
Mi sembra bellissimo il tuo romanzo.
LUI: Poi lui le bacia l’orecchio e inizia a sussurrarle qualcosa, ma lei non
capisce (si avvicina all’orecchio e sussurra
qualcosa di incomprensibile)
LEI: E lei gli dice di gridare, perché si sta eccitando…
LUI: Sì. Lei gli dice questo e lui…
LEI: Lui?
LUI: Lui le dice…
LEI: le dice…
LUI: “Brutta puttana che non sei altro! Proprio te dovevo chiamare che adesso
devo cambiare sex-line perché quando sento la tua voce mi vedo davanti solo il
tuo brutto culo secco?”

Panico in teatro (La riscossa di Laide) – Rivisitando Buzzati
Personaggi:
LAIDE, ragazza giovane, procace, calcolatrice
PAOLO, detto Fussi, bella presenza, sui 35 anni, suonatore di clarinetto, ma
volgare
GIOVANNI, sui 40 anni, tipo intellettuale, molto elegante
PRIMO SUGGERITORE, tipo virile, in maglione
SECONDO SUGGERITORE, tipo dolciastro da efebo, in maglione
Scena:
La scena è l’anticamera da letto di Laide, moderna, elegante ma di dubbio
gusto. A sinistra una porta che dà nel bagno. A destra una porta che dà
nell’ingresso. Un divano, un tavolino da toilette con psiche pieno di boccette
e boccettine, profumi, creme, ecc. Un armadio per i vestiti. Un telefono su un
tavolino.
GIOVANNI: (sedendosi sul divanetto) Posso,
mia cara, sapere chi era quell’uomo, peraltro alquanto volgaruccio?
PRIMO SUGGERITORE: (avvicinandosi
all’orecchio di Laide) L’idraulico.
SECONDO SUGGERITORE: (avvicinandosi all’altro
orecchio di Laide) Mio fratello.
LAIDE: L’idraulico. Mio fratello.
GIOVANNI: Tuo fratello fa l’idraulico? Ma tu non hai fratelli, mia cara,
ricordi?
PRIMO SUGGERITORE: (verso il secondo
suggeritore) Idiota!
SECONDO SUGGERITORE: (verso il primo
suggeritore) Idiota!
LAIDE: Idiota!
GIOVANNI: Mi stupisce, mia cara, questo linguaggio triviale. Credevo che le
nostre frequentazioni ti avessero migliorata, nonostante il cattivo gusto di
tutto ciò che ti circonda.
PRIMO SUGGERITORE: (verso il secondo
suggeritore) Sta’ zitto!
SECONDO SUGGERITORE: (verso il primo
suggeritore) Sta’ zitto!
LAIDE: Sta’ zitto!
GIOVANNI: Mia cara, non vorrei ricordarti che mi trovo nelle condizioni di poter
parlare, visto che in ogni momento posso privarti di ciò che ti ho
generosamente donato per il grande affetto e la fiducia che riponevo nei tuoi
confronti.
PRIMO SUGGERITORE: (nell’orecchio di Laide) Scusami,
caro, non volevo!
SECONDO SUGGERITORE: (nell’altro orecchio di
Laide) Chiami fiducia e affetto la tua perversione di scoparmi
recitandomi Dante?
LAIDE: Scusami caro, non volevo che mi scopassi recitando Dante.
GIOVANNI: Mia cara (alzandosi e dirigendosi
verso la porta) , la tua incoerenza e volgarità mi fanno presupporre che
io abbia sbagliato ad interessarmi di te e della tua anima. Converrai con me che
sia giunto il momento che la nostra edificante storia finisca qui: qualche volta
anche Pigmalione deve arrendersi di fronte alla caparbia fangosità della
materia.
PRIMO SUGGERITORE: (correndo verso Giovanni e
tirandolo per un braccio) Non andare ti prego, mi gira la testa, non so
quello che dico.
SECONDO SUGGERITORE: (tirando Giovanni per
l’altro braccio) Pigmalione, torna indietro, l’unica materia fangosa
qui è quella del tuo cervello. Ringrazia il cielo che questa donna è in
vendita!
LAIDE: (gettandosi su Giovanni con eccessiva
violenza e scaraventandolo per terra insieme ai suggeritori) . Amore, non
so quello che dico e faccio. Voglio ancora il tuo cervello fangoso accanto a me.
GIOVANNI: (per terra) Forse sarebbe
l’occasione propizia per consultare un medico, mia cara Laide: credo di aver
esagerato con i miei, se pur garbati, tentativi di aprire la tua mente.
PRIMO SUGGERITORE: (per terra, rivolto al
secondo suggeritore) L’idiozia degli incompetenti rovina tutto. E
nessuno ti licenzia. Vergogna!
SECONDO SUGGERITORE: (rialzandosi) Sì,
certo, perché secondo te questo animale per terra pensava ad aprirle solo la
mente, vero? E sarei io l’incompetente? Che ne sai tu di cosa vuole
l’Autore?
LAIDE: (aiutando Giovanni ed il primo
suggeritore a rialzarsi) - Bisogna
tenere la scena qualsiasi cosa accada. - Giovanni, per favore, andiamo di
là ed aprimi ancora la mente!
GIOVANNI: (abbracciandola) Adesso ti
riconosco, mia cara Laide. Sono sorpreso, ma umanamente ed amorevolmente
disposto a perdonare il tuo comportamento quanto meno privo di decenza. Anche
se, ripensandoci, mi trovo costretto ad insistere sul punto d’origine della
nostra costruttiva discussione e chiederti le ragioni della presenza di quel
giovane teppistello evidentemente decerebrato che usciva dalla tua stanza.
PRIMO SUGGERITORE: (lanciandosi contro il
secondo suggeritore) Adesso sta’ zitto, finocchio malvagio! Lascia
stare Laide che sa farsi i fatti suoi anche da sola!
SECONDO SUGGERITORE: (rotolandosi sul pavimento
con il primo suggeritore) Io ti ammazzo, idiota palestrato da commedia
standard. Non ti permetterò di rovinare questo capolavoro di teatro
sperimentale!
LAIDE: Bisogna tenere la scena – Stanotte ho sognato di camminare con un monopattino pieghevole in braccio.
PRIMO SUGGERITORE: (mentre ancora rotola e
picchia) Che sta dicendo?
SECONDO SUGGERITORE: (sferrando un pugno
direttamente sul naso) Improvvisa, idiota, questo è vero teatro.
GIOVANNI: (sedendosi sul divanetto) Mi
spiazzi, cara Laide, ma mi attira la possibile interazione fra letteratura e
psichiatria. Forse stai anche superando me, il Maestro, ridando nuova vita ad
una relazione ormai ridondante di consuetudini letterarie.
PRIMO SUGGERITORE: (con le dita negli occhi del
secondo suggeritore) Devi portarlo sul letto ora e convincerlo che quello
era l’idraulico!
SECONDO SUGGERITORE: (stritolando la lingua del
primo suggeritore con due dita) Interpreta, sii te stessa, fa’ vivere
le intenzioni dell’Autore, va’ oltre. (verso
l’altro suggeritore che lo morde) Ahi! Smettila idiota!
LAIDE: Poi ho perso le scarpe ed avevo paura ad aprire il monopattino, ma l’ho
aperto e sono salita sopra e sei arrivato tu. Mi hai detto che il terreno era
ghiacciato e che non potevo usare il monopattino se no morivo – Dio
mio che sto dicendo? La mia carriera di attrice distrutta da due idioti di
suggeritori. Eppure mi piace sovrappormi all’Autore, è quasi essere Dio,
mentre l’Argangelo Gabriele e Lucifero si picchiano per me – Io l’ho
lasciato lì ed i miei piedi si spaccavano sul ghiaccio.
GIOVANNI: Mai cara Laide, stai generando in me la curiosità ineludibile che
provai incontrandoti per la prima volta. Ricordi? Ti donai una poesia scritta di
getto in cui era in nuce tutto ciò che
sta accadendo ora. Mi sento nuovamente di essere per te il Pigmalione, sento in
me ancora la potenza di plasmare, l’istinto ad educare il tuo spirito forte,
bello e ribelle. – La battuta era quella del
copione, ma grazie a Dio l’Autore è un genio e le sue battute vanno bene per
tutto!
PRIMO SUGGERITORE: (rialzandosi e correndo
verso Laide) Ora basta, basta, ritorna in te. Stai rovinando lo
spettacolo! Adesso digli che era l’idraulico e portalo a letto gridandogli che
è un Pigmalione, che la tua anima è sua per sempre.
SECONDO SUGGERITORE: (rialzandosi e
accarezzando il braccio di Laide dall’altro lato) Continua Laide,
questo è teatro, il teatro è degli attori, il teatro supera l’Autore, il
teatro interpreta ed è sempre diverso ad ogni rappresentazione, il teatro sei
tu.
LAIDE: (allontanando con le mani i suggeritori
e facendoli rotolare fuori scena) - Sì,
il teatro sono io, adesso, senza autori, senza registi, senza suggeritori, il
teatro sono io! – Allora, mio caro, è arrivato quel giovane, quello
che hai visto uscire, e mi ha scaldato i piedi perché potessi tornare a casa da
te. E…
Io mi chiamo Adelaide, non Laide come laida o come Taide e sono Io, Io sempre e
dovunque. Con te, mio caro Pigmalione interessato alla mia anima e alla mia
salute più o meno quanto Dante era interessato alla sua Beatrice, io sono ciò
che mi chiedi di essere e la mia vendetta è privarti di ciò che non hai mai
voluto sfiorare, mentre un altro mi riscalda i piedi perché io sia quel che il
tuo orgoglio richiede
E qui, mio caro Giovanni, intellettuale benestante che mi ha comprato, come
pensa di avermi comprato il regista che pensa di aver comprato l’Autore e i
suggeritori, qui io ti prendo e ti do quello che voglio in cambio di tutto
quello che tu hai da darmi. E allo stesso modo, qui, in questo teatro, io do
quello che voglio, in cambio di tutto il palcoscenico che l’Autore ed il
regista possono darmi.
E adesso, mio caro intellettuale e perverso Pigmalione, andiamo a letto dove
vuole l’Autore, perché andare dove vuole lui, comunque ci si vada, è il
prezzo da pagare per essere Dio.

La strada di Rosa
Personaggi:
Rosa: 12 anni
Viola: 18 anni
Madre: la madre di Viola e Rosa
Giorni nostri
VIOLA: Rosa, vieni subito qui ad allacciarmi le scarpe che questi jeans non mi
fanno nemmeno respirare!
ROSA: Arrivo subito. Dove vai stasera?
VIOLA: Che ti interessa? Che ne vuoi sapere tu che sei la rosellina della
famiglia? Rosa, rosa e pura pura! Che ridere. E togliti quegli occhiali da
secchiona che se no ti rovini il naso. Stupida!
ROSA: Se non la smetti dico alla mamma che esci con un fidanzato e lei ti fa
uscire con me!
VIOLA: Con te? Io ti ammazzo! Ma ti sei guardata? Hai dodici anni e non servi a
niente. Io a dodici anni avevo tre fidanzati! Che te ne fai di tutta questa
bellezza? Non sia nemmeno parlare e sei vestita come una troglodita!
ROSA: Sei invidiosa perché sono più bella di te!
VIOLA: Bella, sì, sei bella, ma non ti serve a niente dietro quegli occhiali e
tutti i tuoi libri. Bella con un cervello è peggio che brutta. Poverina! Ma
guardati un film, una Soap, impara a muoverti, a parlare, a truccarti. Basta
adesso, mi stai facendo perdere troppo tempo.
ROSA: Ma dove vai, dove vai? Dimmelo!
VIOLA: Ho diciotto anni e non ti devo dire niente, hai capito? Niente! Vado con
il mio ragazzo, perché io un ragazzo ce l’ho e tu non ce l’avrai mai. Perché
il mio ragazzo mi guarda e mi tocca e mi bacia e tu, invece, stai lì vestita da
“viva viva l’olandesina” e farai la verginella rosa con il naso rovinato
dagli occhiali per tutta la tua vita. E mai un bacio, mai! Levati adesso, devo
andare!
Viola esce. Rosa inizia a piangere e chiama la
madre che entra nella stanza
MADRE: Che c’è Rosa? Che è successo stavolta? Vorrei sapere perché dai
sempre fastidio a tua sorella, visto che poi ti fa piangere.
ROSA: Mamma!
MADRE: Che c’è, Rosa, che c’è? Stai incominciando a darmi fastidio con
queste paturnie.
ROSA: Mamma, dimmi, è vero che nessuno può amarmi perché ho un cervello?
MADRE: Ma che ti viene in mente? L’hai letto in qualcuno dei tuoi stupidi
libri?
ROSA: Mamma, per favore, dimmi la verità. Viola ha ragione?
MADRE: Rosa, basta! Ora stai diventando veramente insopportabile. Sei stata
capace di rovinarti quel bel faccino diventando pallida sotto l’ombrellone per
leggere i tuoi meravigliosi libri, non hai mai giocato con nessuno, hai fatto
scappare tutti gli altri bambini parlando della ionosfera e della stratosfera e
Dio solo sa di che cos’altro, ti ostini a metterti questi vestitini che ti
regala quella deficente di tua nonna che già ha rovinato un figlio ed ora sta
completando l’opera con te. E diavolo, Rosa, adesso mi vieni a disturbare
mentre gioco a carte con le mie amiche per dirmi che non avrai un fidanzato
perché hai un cervello? E mica te l’ho detto io di farti un cervello. La tua
strada l’hai scelta tu, mia bellissima Rosa e adesso lasciami giocare in pace!
La madre esce dalla stanza e Rosa si veste con
i vestiti della sorella e si trucca pasticciandosi la faccia. Poi si leva gli
occhiali e si dirige verso la finestra e la apre
ROSA: Hai ragione mamma, la scelgo io la mia strada.

-
Bussano alla porta
- È il 21 giugno.
- Non trovo la dentiera.
- L’ho usata io.
- La mia?
- Per tenere l’apparecchio acustico.
- Ecco perché.
- Cosa?
- Bussano alla porta.
- Già.
- Succede sempre il 21.
- Stavolta chi deve venire?
- Tua sorella?
- No, è già morta.
- Porca miseria!
- Forse tua sorella?
- Anche lei è già morta, l’abbiamo chiamata due mesi fa.
- Tuo nipote pure, non è vero?
- Sì.
- Ho dimenticato dove ho messo gli occhiali.
- Hai dimenticato che sei cieco!
- Sono sbadato.
- Rincoglionito.
- Deve venire la rumena.
- Questa mi piace.
- È la quarta.
- La sesta.
- Ha le tette grosse.
- Vero.
- Ma se non ci vedi!
- Le ho toccate, porta bene.
- A lei no.
- Pazienza, sono morti tutti.
- Mi sa che anche questa volta saltiamo.
Si sente un urlo di donna fuori dalla scena.
- Aveva le tette belle.
- E morbide.
- Ma qualcuno deve morire quando viene a bussare.
- Ti ricordi dove ho messo il numero della parrocchia?
- Sì, ma stavolta la prendiamo polacca.
- Resistono meno, ma tanto è per poco.

Personaggi: "Chiunque"
Bussano alla porta.
In fondo è semplice. Muovere lentamente un alluce e dare la spinta al piede.
Poi lo poggi a terra e ci reggi tutta la gamba. È così che inizi a sentire
l’articolazione coxo-femorale e ad accorgerti che hai il bacino.
Certo.
Ma è proprio lì che inizierà il problema: lì ci sono tutti gli abbandoni,
tutti i giorni in cui sapevi chi era a bussare alla porta senza dover muovere
l’alluce, tutti i giorni in cui non dovevi sforzarti per pensare di avere un
corpo, perché lui bucava lo spazio e l’aria e respirava e voleva e bruciava.
Bruciava.
Bussano alla porta.
Si potrebbe muovere un indice, iniziare da altro, usare la forza manipolativa
delle dita, rotare il polso e trasmettere la rivoluzione alla spalla e poi al
collo. Ed anche il collo poi potrebbe girare ed io potrei sentire il sangue che
affluisce al viso e, perché no, arrossire di vita, sentire il formicolio sulle
labbra, aprire gli occhi ed abituarmi al buio, veder svanire i fantasmi stretti
fra le palpebre e sciogliere il dubbio sul riflesso di quella pessima copia di
Magritte sulla parete di fronte. Potrei persino pensare che dietro il quadro c’è
la parete e dietro la parete un’altra stanza e poi un muro, poi la porta e
dietro la porta c’è qualcuno, qualcuno che aspetta me, che aspetta che il mio
indice si muova.
Certamente potrei farlo, ma poi mi accorgerei che è l’ufficiale giudiziario, o
il nuovo amante della vicina che ha sbagliato porta – dovrei mettere la
targhetta sulla porta lo so, dovrei – oppure a qualcuno manca lo zucchero o un
paio di limoni ed io non ho più zucchero e limoni e dovrei spiegarglielo ma non
ci crederebbe. E, del resto, perché dovrebbe crederlo? Chi mai potrebbe essere
arrivato a morire dentro fino al punto di non avere nemmeno zucchero e limoni?
Così, però, dall’indice darei struttura al pensiero e capirei, capirei che non
ho più nemmeno il dolce e il giallo, che non ho più energia e luce, che non ho
più. E poi… poi direi che devo usare i verbi in modo adeguato e dire che non
sono più.
Non sono più.
Bussano alla porta.
No! La realtà è il corpo, tutto il corpo, l’omeostasi, l’equilibrio, l’energia
che parte dal centro e si irradia, la sensazione, la voglia. Allora potrei
alzarmi e basta. Potrei correre verso la porta e abbracciare l’ufficiale
giudiziario, sorridere all’amante della vicina e fargli gli auguri che ne ha
bisogno, potrei prendere per mano chi bussa e potremmo andare insieme a comprare
zucchero e limoni. Potrei. Dovrei. Rifletto. Devo. Lo faccio. Sì, lo faccio e
vivo.
Non bussano più.

Infanzia senza fine
- "Eri felice, vero?"
- "Sì, certo."
- "Non ti credo."
- "Perché non dovresti?"
- "Il tuo tono."
- "Non ho tono."
- "Appunto."
- "Appunto, vuoi un po’ d’acqua?"
- "Non cambiare discorso. Non sono una bambina!"
- "No, non lo sei. A volte mi chiedo se lo sei mai stata."
- "Ecco, vedi? Non eri felice! Puoi dirmelo, ora, devi dirmelo!"
- "Non ero felice, no, non lo ero. Non ero bambina, no, non lo ero. Non ero
figlia, no, non lo ero. Non eri madre, no, non lo sei. Sei contenta
adesso?"
- "Non ti credo."
- "Mangiamo qualcosa, su mamma. Non pensarci se no stai male un’altra
volta."
- "Allora tu non cambiare discorso un’altra volta!
Tu non hai mai voluto dirmi che eri una bambina felice e non vuoi dirmelo
nemmeno adesso che lo sai, adesso che tutta la tua vita è andata in fumo come
ti meritavi con la tua aria da vittima; tu non vuoi farmi morire in pace
accettando il fatto che io, io, ti ho dato tutta la felicità che tu non avresti
mai potuto avere perché sei malata dentro. Ma io oggi non ti lascerò andare.
No. Fino a quando non lo ammetterai non ti lascerò andare!"
- "Mamma non ti alterare, non ha importanza: devi ricominciare a mangiare,
non preoccuparti della mia infelicità. Ti sei già preoccupata
abbastanza."
- "Non mangio perché tu mi hai consumato lo stomaco e il fegato con i tuoi
sbagli, con la tua vita idiota.
Non lo sai che una madre soffre di più dei suoi stessi figli per la loro
sfortuna? No di certo, tu figli non ne hai, sei troppo egoista per averne! Una
madre vive per i figli, ma mai, mai che tu ti sia degnata di capirlo, nemmeno
quando eri bambina, mai! Per questo eri infelice e sei infelice, perché non hai
mai pensato a nessuno!"
- "Mamma, stai diventando rossa come quando mi rimproveravi da piccola: mi
fai ridere, sai?
Sì, quando diventavi così ero felice mamma, eri brutta come una strega e non
mi facevi paura così piccola e brutta."
- "Non ridere! Non ti vergogni? Io sto morendo e tu ridi! Ha fatto bene tuo
marito a lasciarti. Ridevi anche di lui, vero? Ridi di tutti tu!"
- "Tu, tu, tu non puoi, tu… sì che puoi, sì, hai sempre potuto… e
allora?
E allora? Rido, mamma, sì, rido. Sono felice, no? Come volevi tu, non mi volevi
felice tu?
Non mi volevi felice tutte le notti ed i giorni e ogni volta che mi vedevi
allontanarmi e mi chiamavi al tuo letto di morte? Non mi volevi felice quando è
morto papà e a dieci anni mi urlavi di non piangere perché tu soffrivi già
per due ed io stavo rendendo vana la tua sofferenza? Non mi volevi felice il
giorno del mio matrimonio quando hai chiamato l’ambulanza perché pensavi di
avere un infarto? Sì, sì, non dire nulla, hai fatto bene: era un delinquente,
sì. Tu hai sempre fatto bene, tu hai sempre saputo che la vita è orribile e
non ti sei mai scordata di dirmelo e di dirmi che c’eri tu a proteggermi e a
soffrire per me, come me, più di me.
Nemmeno della mia infelicità potevo nutrirmi: c’era sempre la tua che aveva
fame e sbranava tutto.
Ed ora sai che ti dico?
Ho fame.
E me ne vado!
Così sarai felice per me. Il doppio di me, no?
E così se sei contenta forse muori davvero. Finalmente!"
***
- "Claudia! Ti ho chiamato un’ora fa: ho fame! Che cosa fai, sogni come al
solito?"
- "No, mamma, stavo sistemando le tue fotografie. Arrivo subito.
Mamma."
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