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Prefazione di Raimondo Venturiello a Lun_e_storte

Quid praefari? Già, in effetti non so né che cosa dire prima né da dove cominciare a dire qualcosa ai lettori della silloge poetica “Lun_e_storte” di Patricia Panebianco, anche se (o, forse, proprio perché) l’Autrice mi ha ogni volta mostrato, neonate, le liriche ora disposte in una cornice e in una sequenza che – cominciamo da qui – la dicono lunga sul suo approccio alla poesia
La cornice, cioè il titolo “Lun_e_storte”, annuncia la fatica del poeta che si torce per estorcere un segno alla notte del senso, mai rischiarata abbastanza da un barlume che, in quanto lunare, è soggetto a ciclica intermittenza e, per di più, fatto di luce riflessa, cioè di seconda mano, mentre quella solare può svelare verità sgradevoli: tutto / un pallido sorriso di dolore / ed un ronzio sottile d’urla morte (in “Intervalli”).
Però il poeta, si sa, è testardo e insiste: comincia da “ME (autoritratto)” – Chiedimi la parola / ché lo sai / leggero il segno io / saprei lasciare / nel soffio di carezza / che fa male / e che risana sé / col suo tepore – e prosegue in “sono di_vento pazza” – E digerisco verbi / di_vini rossi ed aspri / fruttati a mele acerbe / di_segni mai svelati – fino a “vuotitudine” con la mia mania / di ri(con)durre tutto a segno e suono / per non svegliare il senso / sesto / quello dell’ombra avanti.
Per inciso: il trittico di frammenti fa cogliere insieme tensioni e spirito complessivo dell’opera, ma dà anche modo di rendere subito merito alle doti di stile dell’Autrice. Si tratta di questo: come il titolista di un giornale sa, per distorsione professionale, porre in risalto temi non sempre prioritari rispetto ai contenuti di un articolo, qui Patricia Panebianco, con l’analoga distorsione di chi professionalmente brandisce metafore, ne fa una delle sue, inventando (chiamiamola così) l’iperbole tassonomica.
La sequenza delle sezioni in cui è suddivisa la silloge è scandita da Patricia Panebianco è scandita da sottotitoli mitico-astronomici, pietre miliari del tragitto poetico all’insegna della luna: “Satelliti” è la prima e compagne di viaggio sono figure di donna di cui poi si dirà; la seconda è “Illune”, che rende esplicita l’assenza dei lumi cercati; nella terza, “Selene” cioè la splendente, c’è luce ma non dirada e semmai accresce le penombre, che la sezione successiva, “Sabba”, tenta di esorcizzare; segue la parte più corposa dell’opera, dal significativo titolo “Lilith”, ovvero la luna nera e/o l’altra Eva, quella che, pur rimossa dalla memoria storica o protostorica, è in agguato nell’inconscio collettivo, non solo femminile; l’ultima tappa, “Gea”, è la fine del viaggio, il ritorno in grembo alla grande madre con un pieno di consapevolezze amare sul senso della vita (in “scollamenti”) in quanto cammino defatigante (in “Tornanti”) e randagio (in “Cani alla strada”), né a lenirlo basta operare saldando in segno sogni e desideri (in “Associazioni indebite”) perché il saldo è negativo (ne “la Ruota”) e, se la vita altrui continua nel suo grigiore (in “Intervalli) e lo “scriba” persevera a prenderne nota, le sue sudate carte saranno contro di lui condanna a chissà quale pena o per lui prova di chissà quale salvezza?.
Anticipata, credo utilmente, la meta – peraltro mai definitiva – che è propria del poeta-Sisifo instancabile, torniamo a “Satelliti”. Le compagne di viaggio, in questa sezione che è una sorta di pinacoteca in versi, sono dodici figure femminili, di cui nove riprese da miti greci, o preesistenti, con i titoli di: “Cassandra”, “Ifigenia”, “Penelope furiosa”, “Medea”, “Cuore di Ulisse in Donna”, “Ananke”, “Chimera”, “Fenice” e “Atropo”; le altre tre sono moderne protagoniste della storia, come “Giovanna D’Arco”, o dell’arte: “Desdemona” e “Butterfly”.
Che nessuna figura della personale pinacoteca lirica dell’Autrice sia una semplice riproduzione-contemplazione dei loro tratti tradizionali, lo si sarà già intuito dai titoli delle poesie su Penelope e Ulisse al femminile, che esplicitamente ne “capovolgono” i caratteri. In ogni caso tutte sono riscoperte e riproposte in versioni contaminate da una sensibilità capace di “rifondarne” le stesse origini remote secondo il modello interpretativo ben esposto nel “Dizionario di Mitologia” a cura di Anna Ferrari (Ed. L’Espresso, Roma 2006): Umberto Galimberti, in prefazione, scrive che “all’esegesi come arte che tutto porta all’esplicitazione, il mito sollecita quell’esegesi che (…) non spiega la parola ma ‘la incontra al suo oriente’, nella sua “cognitio matutina” e la curatrice, in premessa, conclude che “le sopravvivenze letterarie (…) dimostrano come la mitologia rappresenti una fonte inesauribile d’ispirazione” e “una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della vitalità” del “patrimonio mitico (…) come avviene di certe stelle lontanissime, che sono spente da migliaia di anni, ma delle quali continuiamo a vedere la luce”.
Nella cognitio matutina che ne ha Patricia Panebianco, un elemento accomuna quasi tutte le mitiche compagne che rivivono nei suoi versi: il peso interiore del conflitto tra rassegnazione e ribellione-maledizione di sé o di altri per la propria condizione.
Così Cassandra, vittima di parole / sempre derise, invoca la morte ché la fine è l’unico istante / che unisce futuro e presente; Ifigenia condanna tutta l’Ellade, Elena, Troia; Penelope non tesse più la tela perché “Meglio allevare proci”; Medea maledice Me Madre; Butterfly grida abbandono / ad una morte incisa / sul pugnale dell’onore / – o dell’amore? -; Giovanna D’Arco ha dilatate pupille / su osceni fuochi; l’Ulisse femmina ha l’orecchio rivolto alle sirene urlanti; Desdemona sa che se l’inganno vince sull’affetto / non so volare al vento della sorte; Chimera soffia sul fuoco della ribellione alla condizione femminile: Digrigna i denti donna / sii fiera della rabbia. A fronte di tutto questo spicca l’impassibilità, per ragioni diverse ma convergenti, da un lato, di Ananke (nulla prendo, Uomo, nulla tolgo) ed Atropo (di traverso taglio il tuo tessuto) che si limitano ad esercitare le loro funzioni e, dall’altro, Fenice – “semper eadem” nella classica visione, contrapposta alla Luna “non semper eadem” – che più semplicemente se ne infischia perché brucio me stessa / e risorgo al dolore.
Tracciato il quadro dolente e poco mutato o mutabile fin dalle origini dei miti legati alla condizione femminile, il poeta-Sisifo ne cerca possibili motivi e riscontri. Lo fa pur sapendo dell’assenza di lumi da cui, nonostante tutto, prende le mosse per il “viaggio alla cieca” che è, appunto, la sezione “Illune”.
Il tono delle liriche, più ripiegato, procede per barlumi e riflessi di luce interiore che apre spiragli, misurati anche dalla brevità delle composizioni, i cui moventi sorgivi poggiano su contrasti e stridori tra desideri e disillusioni che riguardano: l’amore in “Incommensurabili” (- sorte ha voluto che io fossi stella – / quello che amo adesso quando arrivo / sarà milioni di anni luce morto) o in “incisioni” (lassa coronaria / che respirava solo te e gli addii) oppure in “èstòrto” (ti lancio cartoline dall’inferno); il tempo, soprattutto futuro, ne “Il Muro” (murata /…/ la mia finestra affacciata sul futuro) o in “soli, noi” (cose sbattute al vento di domani / se soffierà) o in “finestre” (che mi guardano e non sanno / di sole oltre); la vita in “Fantasma alla finestra” (È qui che mi sorprendo d’esser morta) o in “Strappi” (sono veste dimessa /…/ l’attesa d’esser smessa); il fare di “Necessità” virtù, quale personale abito su misura dell’atelier citato di “Ananke” (nel mio naufragio di sopravvissuta /…/ – non posso fare altro che nuotare -); infine l’unica consolazione in “d’anni”: mi avvicino gli occhi a dimostrare / che su ogni solco ci ricamo un verso.
Dopo “Illune” spunta “Selene”; tuttavia il plenilunio dà conferma di ogni malessere esistenziale ponendo, ad una più matura riflessione, bene in luce quanto prima era solo affiorato sugli stessi temi e che ora assume toni più vibranti e duri. La visione della vita si fa “Anomala” (liquida risacca la vita / suona canzoni cieche ad occhi sordi) ed è resa ancora più bruciante e penetrante dalle leve sinestetiche di “Effrazioni d’onda”: solcare / disinvolta prua lama distratta / argento vivo sale a intossicare / la vita /…/ ché ti ho assorbito notte e in eco acceco.
In altre liriche la percezione del tempo evoca il susseguirsi, incisivamente definito da Pavese, di istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore: un flusso segnato da “Uncini e croci” (non saprei / nel girotondo degli istanti ondivaghi / spaccare ancora il cuore nel vederli / -andare via-), tant’è che “Di Dolore Non Parlo” guardando foto appese con spilli a palpebre / sempre aperte / affacciate su passati / e futuri incertamente uguali.
Gran parte delle composizioni tratta con pari amarezza l’amore, autentica terra desolata: in “Adesso che ci tace il mare” sei di spalle ora ed io di spalle / e il mare muove la sua cresta e gonfia / di rabbia e di dolore e di rumore / l’onda; in “Io conto in fretta, al buio” non entra luce dal tuo starmi accanto / ché sei finestra chiusa sul futuro; in “Pettine” la tua ombra è un pettine / e sveglia i miei nodi; in “In attesa di not(t)e” scorro le dita adesso / sul tuo corpo spartito / fra note in dormiveglia; in “Io non ti chiederò” di ritornare / tacere ancora e poi dimenticare / che siamo stati altro ed ora siamo / il senso della macchia che ci danna // e che ci assolve; in “Tanto è soltanto mare” mi faccio / gorgo delle promesse masticate / sputando nell’abisso le tue vele; in “Solchi” è stato bello averti / ma voglio adesso zolla fresca e seme.
E l’invocato seme giunge, attecchisce e sboccia in composizioni sull’oasi-rifugio che la poesia offre: in “Chi dice nero?” Ti do parola zolla profumata /…/ e tu mi sbocci fiore in grembo segno; in “Lui scrive” E scrivo // perché di consonanti a battere sui denti / o fra le labbra o dolci sul palato / e in gola // arse / si infranga al suolo il suono dei tuoi no; in “Tener” E tengo l’onda / sospesa in forse sopra una parola / fine da sempre / che le dispensa tempo goccia a goccia.
È possibile la via del sortilegio a rendere meno accidentato il cammino esistenziale? A crederci o meno, l’Autrice ci prova lo stesso, sia pure con un numero esiguo di tentativi, nella sezione “Sabba” – rituale in cui comunque la luna domina la scena – con la pozione d’amore di “Fattucchiera”, con un sole di croco sul cuore in “Sole di Croco”, con un ago che entra ed esce dalla carne in “Incubo di Natale in Punto a Croce”, con vele / tessute ed intessute sull’altare / di me in “Catena”, fino all’ironia di “Aspirazioni deluse di volo in tandem”: tiro fuori unghie / di piuma e anche di penna.
Chiusa la parentesi esorcistica, la rabbia poetica esplode nella sezione “Lilith”: titolo che ha già almeno due significati, entrambi ai margini del razionale, potendo essere riferito sia alla cosiddetta luna nera, idealmente e astrologicamente posta nell’altro fuoco dell’ellissoide di rotazione Terra-Luna, sia alla donna che avrebbe preceduto Eva e presto considerata ingombrante per le pretese di parità ante litteram.
La sezione “Lilith”, cospicua per quantità di liriche (ventiquattro, cioè un terzo della silloge), accoglie composizioni che toccano punte elevatissime sotto il profilo della qualità. Senza nulla togliere alle altre parti e all’opera nel suo complesso, è qui che Patricia Panebianco riesce ad esprimersi al meglio, con un assoluto dominio della parola e con una simbiosi lessico-ritmosenso tali da poterne dichiarare l’approccio innovativo nello stile, quindi riconoscibile ed “etichettabile” come marchio poetico d.o.c., che non solo non rifà il verso a nessuno ma – nella moltitudine di poeti divenuti “flatus” vocis del nulla, amene trombette della storia letteraria (Giancarlo Pontiggia, “Che cosa si deve chiedere oggi ai poeti”, ne “La parola ritrovata”, Marsilio, Venezia 1995) – potrà anche fare scuola, come le auguriamo.
Per quanto appena detto, si raccomanda vivamente ai lettori – in particolare agli addetti ai lavori – di dedicare la dovuta attenzione a “Lilith”, di cui sono qui forniti sommari frammenti di per sé insufficienti a far apprezzare ogni composizione nella sua interezza, nella suggestione degli effetti allusivi-evocativi, nel gioco di rimandi, nell’insieme di sonorità e silenzi, in definitiva in tutto ciò che consente a chi legge di interagire con chi scrive, alla condizione molto ben posta da Simone Weil: I versi. Non “passano” se non creano per il lettore un tempo nuovo. E come per la musica una poesia esce dal silenzio, ritorna al silenzio.
Se si è già visto che i versi di Patricia Panebianco “passano”, altre conferme se ne hanno in “Lilith” dove, per comodità espositiva, si possono distinguere due “collanti” trasversali: introspezione e poesia.
Lungo il versante introspettivo: c’è ironico distacco in “con_fido” (interrogo gli occhi / le braccia e le dita / scodinzolando il futuro // sia pure bastardo) o in “carnevali” (maledico i tacchi / di una commedia tango calpestata / ai piedi // mentre di me ti mascheri / da uomo) oppure in “crepe” (compreremo allora un quadro e un chiodo / da appenderci anche il resto della sera / e tumulare svelti), ma anche in “tabelline” (ti lamenti / di pioggia e vento e piangi l’erosione / però un ombrello non l’hai comprato mai) e in “vacanza” (al logorio dei miei talloni usati / vendi // a caro prezzo le tue scarpe intatte); c’è avvilimento in “geometrie d’assenza” (masticando amaro di teoremi / ho dato un volto a punti d’orizzonte // ma non c’è linea che ti faccia cielo) o in “Pleonastiche” (il sole / a picco sulle rate da pagare / quelle che il conto in banca non le copre) oppure in “(Rim)Pianti”. (quest’aria / che dicono respiri e invece inali / vitaveleno), ma anche in “Già” (ora mi sei foto sul comodino / in bianco e nero accenderei anche un lume / se non mi avessi consumato l’aria) e in “Asombro” (preghiera sorda // ad un dio strabico che non lo sai / se guarda // Mai); e c’è rimpianto in “vendemmie” (e c’era / l’attesa della festa e un bacio in bocca / quello innocente quello che non sai / l’amore) e in “Nuc(h)e”: nulla di più di quello che già prima / ci tacevamo in lingue differenti / senza parlare // non visti.
Il versante della poesia, molto articolato, oscilla (e guai se così non fosse) tra dubbi e certezze. I dubbi investono: lo stesso io poetante in “sottovoce” (non dovrei dire io / in poesia / per universalizzare / questo c**** di / mia / rabbia / inesplosa) o in “uno-due-tre” (.e no
non sono io. / il poeta. / io non so / farlo // di sillabare il nulla
) oppure in “oggi” (dovrei / sulle ringhiere erose scivolare / dagli orizzonti diventati muri / che fanno cieco il verbo); il possibile sbocco salvifico che la poesia offre in “(in)nominare” (Non credo / per quanto certo io navighi alfabeti / a vocali / che spianino le strade della vita) o in “gocce a_mare”: Rotola l’aria stanotte / sulla parola dei poeti /…/ Noi abbiamo il cuore / stasera // infinita tomba / [di-lemma].
E di qui, come detto all’inizio, il ritorno a Gea, probabilmente sconsolato, certamente mitico; non altrettanto mitico il dialogo con la luna, che aveva irretito Leopardi ma non c’è riuscita con Patricia Panebianco, forse messa sull’avviso dal dissacratore Beckett: Com’è difficile parlare della luna con discrezione! È così scema la luna. Quello che ci fa sempre vedere dev’essere il culo.

(Raimondo Venturiello)

Postfazione di Matteo Luigi Napolitano a Lun_e_storte

I lettori delle liriche di Patricia Panebianco (Catania, 10/08/1964), racchiuse in questo volume, non saranno semplicemente catturati dalla ricchezza dei temi e delle evocazioni, ma diverranno preda delle emozioni scaturite da una poesia che diventa riflesso, a volte amaramente ludico ma eternamente sincero, di ciò che ognuno di noi potrebbe essere. La vera Poesia, infatti, è quella in cui ognuno di noi diventa segmento e anima di una rappresentazione collettiva della vita; in cui, in altri termini, il lettore diventa l’attore dell’Autore.
Ma non è solo questo. La poesia di Patricia Panebianco è a sua volta preda; si consegna al lettore nella sua integrità latu sensu; porge la gola all’asettico taglio di ciò che il lettore vorrebbe prendere e portare via con sé. Essa dunque diventa accordo tacito, fra poeta e lettore, dove il primo consegna se stesso in nuce, nelle parti più segrete e più remote che svelano dove s’inabissa il reciproco “sapersi”: quel riconoscersi di uomini e di donne.
Il percorso è intimo e profondo. Ne risuona ogni fibra. E’ il toccare con la vista, il sentire senza occhi, lo scavare toraci per trovarci finalmente un cuore. E’ lo stare nel bozzolo sapendo che l’atto più puro sarà contaminarsi con la vita, folli di quell’amore goduto a volte soltanto «a rate». E’ la memoria di luce in assenza di luna. E’ il tempo scorsoio, così inesorabile da assomigliare al nulla. Ed è, soprattutto, la consapevolezza di esser vivi; perché, bizzarramente, c’è vita anche nel «frammentarsi in pianto» o nel sorprendersi a un tratto morti.
Lasceremo al lettore di sorprendersi. E di perdersi. Perché il poeta non è un sarto che acconcia ali per gli improbabili voli dei suoi simili. Ma è la vita stessa, ridotta alla sua essenza: a cui magari mancherà sempre una sillaba, per spiegarsi o per librarsi.
Ed è questo che rende appieno il poeta, nel suo essere, umano.

(Matteo Luigi Napolitano)

dippiù?